Bambini di Satana contro G8
Sono partito
per Genova alle 4 di mattina del 21 luglio 2001, con me c'era un nostro direttore.
Tutta
l'intenzione era quella di unirci ad un corteo pacifico contro il G8; il nostro
abbigliamento era costituito da un paio di pantaloncini e una maglietta, nessun
casco, nulla di altro. Dopo ore di viaggio si arriva a destinazione, 400 - 500
mila persone sotto al sole manifestavano contro il G8, uomini, donne, bambini,
anziani... qualcuno scrive con uno spray nero sulla caserma della polizia: assassini.
L'incommentabile gesto delle forze dell'ordine che ha spento una giovane vita,
ci lascia tutti senza parole. I cittadini di Genova si mostrano a malapena dalle
finestre, ci danno solidarietà, ci tirano pane ed acqua, ci salutano
ma sono terrorizzati. Procediamo poco alla volta lungo il mare, lungo le strade,
il sole picchia e le forze sono poche, qualcuno si sente male.
Verso le 14.00 una carica di lacrimogeni ci divide tutti; mi trovo in una città
che non conosco fra gente che non ho mai visto prima.
Ancora gas lacrimogeni ed un fuggi fuggi generale al grido di "assassini"
; elicotteri sono fermi sulle nostre teste, bassissimi, filmano tutto e tutti;
sirene a volume massimo spargono terrore. Ci attaccano da tutte le parti, attaccano
cittadini con le mani alzate, inermi, i gas arrivano contro tutti, chi ha un
fazzoletto si protegge il volto. L'immenso corteo continua a procedere per poi
fermarsi per un dibattito. Alle 16.00 la nostra manifestazione finisce ma siamo
impossibilitati a tornare a casa, la stazione Genova Brignole è sotto
assedio, ci sono scontri violenti, ci dicono di aspettare, di non avvicinarci.
Aspettiamo, cerchiamo dell'acqua, un po' dombra. Proprio mentre ero seduto su
uno scalino vedo la polizia avanzare nel tentativo di disperedere un gruppetto
di manifestanti che fuggono impauriti, la carica non si ferma, gas lacrimogeni
vengono sparati a raffica ad altezza d'uomo, colpi su colpi che finiscono contro
i cittadini, i giornalisti, i fotografi; mi sono sentito bersagliato, saltando
i colpi che arrivavano ai miei piedi, cercando di fare scudo al mio corpo per
non essere colpito e ferito; sento gridare un'anziana signora accerchiata dai
gas, l'afferro e la trascino dietro una colonna per metterla in salvo, ma i
colpi arrivano anche attorno a noi, non vedo più nulla, non riesco a
respirare e non ho nulla da mettere davanti al volto, riesco a raggiungere una
viuzza trasversale, faccio sedere l'anziana e poi cerco riparo ma, non conoscendo
Genova, mi trovo in una stradina dove la gente caricata dalla polizia mi correva
incontro, ancora una volta cerco la fuga, mi infilo giù per delle scale
esterne ad una casa, sento le sirene arrivare attorno a me, a quel punto mi
riparo come posso. Dopo un'ora, i disordini sminuiscono e riesco a raggiungere
la stazione Brignole; anche qua la polizia arriva e gira attorno ai manifestanti
che attendevano il treni per il ritorno a casa, sfila con ogni mezzzo a sirene
spiegate, idranti, auto, elecotteri, la gente non sa più che fare: "basta,
basta!" gridava e si ammassava sul marciapiede all'entrata della stazione.
Pura provocazione, puro terrore.
Ci opponiamo a questo clima di fascismo e contestiamo vivamente
l'operato delle forze dell'ordine, le loro provocazioni e i loro attacchi pericolosissimi
contro cittandini e manifestanti pacifici, ricordiamo che un ragazzo è
stato ammazzato dal loro modus operandi, ricordiamo di essere stati attaccati
con colpi di gas lacrimogeni sparati addosso a noi ad altezza d'uomo, ricordiamo
che ci è stato promesso garantismo e libertà.
Marco Dimitri
Presidente Bambini di Satana
chi volesse vedere la mia intervista clicchi qua intervista a Marco Dimitri (video per Real Player)




Genova, 15:25
G8: Berlusconi ringrazia le forze dell'ordine
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ringraziato oggi le forze
dell'ordine "per l'impegno profuso al fine di garantire la sicurezza del
G8".
Dopo aver avuto un incontro in comune con le autorità cittadine sui danni
subiti da Genova a causa del vertice, il premier si è fermato con un
gruppo di giovani carabinieri e li ha ringraziati per il lavoro svolto in questi
giorni, ricordando il lavoro importante dei carabinieri che ha permesso agli
americani ai russi e alle altre delegazioni di sedersi intorno a un tavolo.
(Fos)
Icommentabile!!!
Inutile dire che chiediamo le dimissioni del Cavaliere e di un Governo fascista, visto che il fascismo è bandito dal Codice Penale.
Commento
Questa chiamasi
conferma: le autorità sono le vere colpevoli.
E' troppo facile scendere in strada corazzati nel corpo, elmetto, scudo, e manganello,
per non parlare di gas lacrimogeni e PISTOLE, contro gente "nuda"
che manifesta pacificamentei propi ideali.
L'abuso di potere è sempre stato per loro un forte sostegno, basta guardare
il povero ragazzo ucciso prima con un proiettile che gli trapassa la nuca, poi
una volta caduto, un'altro coplo così tanto per fare i cowboys contro
gli indiani! Ma il "bello" è che dopo L'OMICIDIO gli sono passati
sopra con la geep!!
Poi viene gridato in tv che L'ASSASSINO (il carabiniere) si difende usufruendo
della legittima difesa!!! Il ragazzo non lo avevano visto perché presi
dalla foga di scappare dai manifestanti, quindi gli sono passati sopra con la
geep!!!!!
Se questa vicenda fosse accaduta a un semplice cittadino non manifestante contro
il g8, il giustiziere era gia dentro!!!
E' impossibile che quello che hanno fatto passerà così come fosse
successo nulla,VOGLIO GIUSTIZIA!
Questi sono coloro che dovrebbero rappresentare le forze dell'ordine?!?
Solo uno come berlusconi poteva ringraziarli per l'ordine che mantenevano (secondo
lui). Ovvio, non era lì, non può quindi dire tali stronzate,ma
lo fa comunque! (come sempre)
NON HO PAROLE tranne W LA LIBERTA'
Mirko Moretti
Vice Presidente Bambini di Satana

Terrorismo di stato a Genova
Niente puo' descrivere lo stato di angoscia e di privazione che ho vissuto in questi giorni nella mia citta'. Una citta' libera ed aperta per natura, sempre contraria ad ogni tipo di prevaricazione di stampo fascista, che ha lottato in passato _duramente_ perche' la Liberta' venisse ripristinata in questo paese.
Una citta' trasformata
invece in una fortezza blindata dove questa liberta' e' stata barattata con
la squallida ostentazione di forza del potere di un governo *nazifascista*.
Ogni persona e' stata umiliata sin dall'inizio: dai preparativi di questo baraccone
mediatico fino ad arrivare ai fatti - di una gravita' assoluta - successi in
questi ultimi giorni qui a Genova.
Non parlero' del muro di Berlino, riveduto e corretto, che proteggeva quegli
otto stronzi arroganti e supponenti. E nemmeno delle stupidissime affermazione
di un omuncolo pelato che fottendose altamente di tutte le liberta' costituzionali
cancellate per i suoi interessi politici pensa che la cosa piu' importante di
questo mondo siano le facciate dei palazzi non in armonia tra loro e il "cattivo
gusto" del bucato plebeo appeso alle finestre. Pensavo: ma veramente siamo
ridotti cosi' male?
Piu' i giorni passavano e piu' questa domanda si ripresentava, ogni volta per
questioni sempre piu' gravi.
Al primo corteo di giovedi' e' andato tutto bene. Una manifestazione allegra, colorata, felice che si muoveva in mezzo a tutte le brutture ideate da questi signori, come i container disseminati ai bordi delle strade, che venivano riutilizzati creativamente come enormi tamburi dove tutti picchiavano le mani a ritmo, creando un boato fortissimo, come un terremoto, che si sprigionava dalle lamiere di quelle carcasse in cielo in modo da arrivare alle orecchie sorde di quella gente. Eravamo contenti e ignari di quello che sarebbe successo.
Il secondo giorno,
venerdi', inizia la discesa nel vortice. Alla deriva fuori controllo del perverso
meccanismo repressivo ideato
dall'apparato di forza dello stato. Io ero al mediacenter del GSF a seguire
le persone in manifestazione e subito ci siamo accorti che qualcosa non quadrava,
i cortei venivano attaccati dalla polizia ancora prima di partire. Appena se
ne formava uno, veniva caricato. Sempre piu' telefonate riportavano di un fantomatico
gruppo di una 40ina di persone che si aggirava, con una precisione chirurgica,
in lungo e in largo per la citta' raggiungendo ogni corteo, attaccando la polizia
per innescare la
carica, scomparendo dileguandosi nel nulla, per poi riapparire da un'altra parte.
Stesso copione ogni volta. Questi presenze oscure venivano descritte da tutti
come delle persone che si muovevano in modo insolito, strano, che parlavano
con dei ragazzini in motorino che, non si capisce perche', tenevano d'occhio
tutti gli spostamenti dei cortei, ai lati.
Nel delirio totale, ogni cosa ando' a puttane.
Una vita si e' spenta in uno scontro senza quartiere, dove un sistema poliziesco
ha imposto la sua logica, a colpi di pistola.
La sera eravamo tutti increduli. Sbigottiti.
Il giorno dopo,
sabato, la rabbia per un fatto cosi' grave ci fece reagire scendendo tutti in
piazza. E per quelli che adesso si lagnano di un atto cosi' sconsiderato come
un corteo di 300 mila persone dopo tanta violenza, di certo non casuale - come
afferma quel pagliaccio, ministro dell'interno, che parla di atto irresponsabile
- bisognerebbe spiegare che manifestare e' un strafottuto diritto costituzionale,
insopprimibile, necessario proprio per sostenere la democrazia che lui insieme
a tutti i
suoi degni compari, molto teoricamente, dovrebbe DIFENDERE, invece di criminalizzare.
Il corteo piu' grande a cui io abbia mai partecipato, l'ho risalito in senso
contrario e non riuscivo ad arrivare alla fine, si estendeva a perdita d'occhio,
oltre l'orizzonte.
Poi scesi insieme ad altri e arrivai al fatidico snodo in cui gli scontri erano
gia' partiti: si vedevano le stesse scene del giorno prima, con gli stessi mascherati/infiltrati
che _ricercavano_ la reazione della polizia.
All'improvviso parti' la carica violentissima per smembrare il corteo totalmente,
il cielo improvvisamente venne solcato da una quantita' enorme di linee di fumo
bianco che ricadevano a caso in mezzo ai manifestanti pacifici e disarmati.
I lacrimogeni arrivavano da tutte le direzione, lanciati dagli elicotteri o
dai tetti, non si riusciva a capire dove andare e cosa fare. Contemporaneamente
venivano caricate le persone ai bordi e in coda... e gli scontri diventavano
sempre piu' violenti. Tutti
venivano aggrediti dalle cariche, tutti. Senza alcuna distinzione. Il corteo
ormai perdeva consistenza, smembrato in tanti pezzi piu' piccoli, per essere
caricati piu' facilmente.
Tutto questo dopo la morte di un manifestante ucciso dalle pallottole di stato.
Una cosa pazzesca.
La sera ormai sfiniti
e sempre piu' increduli ci guardavamo negli occhi e avvertivamo la tensione
tra noi, bastavano gli sguardi. Verso sera passo' una camionetta della polizia
proprio davanti alle due scuole usate dal GSF, piene di persone che avevano
trovato un posto di accoglienza dopo l'assurdita' degli scontri del pomeriggio.
Ovviamente un atto di provocazione, la sirena parti' un attimo prima, quasi
per far sapere che stavano passando. La gente si precipito' immediatamente fuori,
in strada,
ad urlagli "ASSASSINI", in quel momento il veicolo sgommo' accellerando
superando la scuola e qualche istante dopo arrivo' una bottiglia vuota sulla
strada. Fine. Questo basto' per giustificare il raid nazista della notte.
Io ero andato a mangiare insieme ad altri poco prima della mezzanotte in un
locale li' vicino, piu' tardi ci arrivo' una telefonata che diceva di rimanere
fermi dove eravamo dato che la polizia era arrivata alla Pertini e stava picchiando
tutte le persone che si trovavano in strada in quel momento. Ci barricammo dentro
il locale sperando di essere al sicuro, giusto dietro l'angolo dell'inferno.
Nella tensione l'unica cosa ovvia che ci venne in mente di fare fu quella di
chiamare il maggior numero di
giornalisti per farli accorrere a vedere cosa stava succedendo. In quegli attimi,
dai buchi delle saracinesche del locale, non si vedevano altro che ambulanze
arrivare e sfrecciare via. Poco dopo uno di noi ci informo' che avevano fatto
irruzione nella Pertini e nel media center ma al media center adesso si poteva
entrare. Quindi andammo a vedere... una scena agghiacciante.
In strada un cordone
di polizia e di carabinieri impediva l'accesso alla Pertini a qualsiasi persona,
neanche il parlamentare presente riusci' ad entrare. I ragazzi dentro la scuola
uscivano uno per uno in barella, con i
volti sfigurati dalle botte.
Uno dopo l'altro, INSANGUINATI, COLPITI, ANNIENTATI. Una carneficina premeditata
di inaudita violenza.
Non ho parole per
descrivere come mi sono sentito quando sono entrato nella scuola degli orrori,
dopo che quei bastardi se ne sono andati, lasciando dietro di se' solo una scia
di sangue, ancora lucido sui muri, sui termosifoni, negli angoli in mezzo a
sacchi a pelo e alle cose di quei ragazzi. SOLO UNA FORTISSIMA RABBIA. Erano
ragazzi di una ventina d'anni o poco piu', assolutamente tranquilli con cui
si scherzava insieme, si rideva giusto qualche ora prima. Ragazzi con degli
ideali, brutalizzati
per l'interesse di una strumentalizzazione fascista.
Adesso si giustificano dicendo che il GSF era il covo dei "black bloc" e che "non si puo' fare distinzione tra le due cose". Capite il livello?
Scendete in piazza gente, ancora tante volte, fintanto che questo governo fascista non avra' capito che non si reprime la liberta' cosi' facilmente.
AVRETE TUTTA LA DOVUTA RESISTENZA.
Neural

Wu-Ming - Genova:
dal tempo del racconto al tempo del progetto – 26 luglio 2001
1. Il movimento
è globale e la sua forza anche! (WM1)
2. Il Magical Mystery Tour del falso Black Bloc a Genova (WM1)
3. Mi dispiace per le tue costole (WM4)
4. Sono un coglione, adesso posso dirlo (WM2)
5. Repressione e geometria euclidea (WM4)
6. “Ma chi cazzo è ‘sto Frank Henausen che nominate sempre?” (WM5)
7. Il giorno del progetto (WM3)
8. La “Benemerita”: sempre più forte, “Stato nello Stato”
9. Brandelli di una narrazione corale
10. Proposta per i tempi (duri) che verranno
Questo numero di /Giap/ viene spedito a 1328 abbonati.
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1. IL MOVIMENTO È GLOBALE E LA SUA FORZA ANCHE!
di Wu Ming 1 (26/07/2001)
La risposta non
viene solo dalle piazze d’Italia, ma da tutto il mondo.
Avevamo evocato le moltitudini, le avevamo chiamate con riti sciamanici, sedute
medianiche, in trance parlavamo con gli eroi di leggende antiche, manifestavamo
xenoglossia come nella Pentecoste, mesmerismo come nei racconti di Poe e Lovecraft,
“atavismi” di demoni come nei libri di Aleister Crowley, eravamo posseduti dagli
spiriti di chi s’era ribellato prima di noi, ectoplasmi uscivano da ogni nostro
orifizio.
Le moltitudini sono arrivate. Sono arrivate una, due, tre, innumerevoli volte
a soccorrerci, a dirci che non eravamo soli.
Il ragazzo indio del Chiapas agita un ramo e fa allontanare gli elicotteri militari
che ronzano sul villaggio. Gli chiedono come ha fatto e lui risponde: “E’ tecnologia
maya!”.
Gli elicotteri mi ronzano ancora nelle orecchie. Ogni notte sogno carabinieri,
perquisizioni, cariche… Ma sogno anche persone per le vie, sogno grida e risate.
Sogno teoremi giudiziari, montature implausibili ma possibili. Ma sogno anche
chi le denuncia. E sogno tecnologie maya.
Il giorno prima Carlo Giuliani era morto e la piazza aveva subito provocazioni
pesantissime. Le massime autorità dello Stato e del governo, oltre al
più grande (ancora per pochissimo) partito della sedicente sinistra,
tutte prese a dissuadere, a dire: “non andate!”, “restate a casa vostra!”…
In questo clima, sono arrivate a Genova più di duecentomila persone,
disabili sulla sedia a rotelle, famiglie intere, giovani e anziani. Nessuno
si è lasciato intimidire. Spaventare sì, intimidire no.
E quelle duecentomila persone sono venute a SALVARCI, perché senza di
loro sarebbe stata una giornata di caccia all’uomo e di mattanza, il percorso
del corteo sarebbe stato una lunga tonnara, e per questo la mia gratitudine
durerà finché campo. Se arriverò ad avere dei nipoti glielo
racconterò che tra il 20 e il 21 luglio 2001 MASSIMO D’ALEMA, CARLO AZEGLIO
CIAMPI E SILVIO BERLUSCONI HANNO INVITATO IL POPOLO A LASCIARMI UCCIDERE, a
non intervenire, a fottersene di me, e invece il popolo è accorso in
massa e ha rischiato il culo per salvarmi la vita.
Quella notte, un’irruzione che a tutti ha ricordato il Cile o l’Argentina, mentre
a me è sembrata molto statunitense, modello “distruzione del Black Panther
Party” (1968-70). I compagni di Ya Basta!-New York erano atterriti, ma loro
sono bianchi: per i neri del loro paese questo è ed è sempre stato
pane quotidiano.
Il giorno dopo, cortei spontanei in tutta Italia e in tutto il pianeta. Ventiquattr’ore
più tardi, piazze gremite, proteste davanti alle ambasciate e ai consolati
italiani, attacchi alle sedi di multinazionali italiane, la stampa nazionale
non appiattita sulla posizione del governo (per motivi di schieramento, certo,
ma anche perché sui media si è lavorato bene), testimonianze della
brutalità poliziesca, torture, desaparecidos, nuove inquisizioni all’orizzonte…
A Bologna AN è cacciata a furor di popolo da Piazza Re Enzo, dove aveva
allestito un banchetto e cercava di raccogliere firme in solidarietà
agli aguzzini di Genova…
Abbiamo la “sventura” di vivere un tempo interessante.
Questo movimento può sfuggire alla tagliola senza doversi strappare la
gamba a morsi: può aprirla, la tagliola, perché è intelligente.
E’ intelligente perché ha le mani e ha i pollici opponibili, può
impugnare, maneggiare e usare oggetti nuovi. I suoi campi sinaptici si estendono
e moltiplicano a ogni nuova esperienza. Queste sinapsi sono i vincoli solidali
che coprono l’intero pianeta, da Port Moresby a Goteborg, da Melbourne a Quebec,
da Porto Alegre a Okinawa. I neuroni sono milioni e milioni di persone che per
il solo fatto di non considerare “naturale” la tirannide liberista l’hanno fatta
precipitare in una nera crisi di legittimità.
Questo movimento ha la maturità per non cadere nella dialettica perversa
tra repressione e risposta alla repressione. Ha questa maturità perché
non ha precedenti. Non ha precedenti perché non sta godendo dell’ora
d’aria nell’angusto cortile del carcere-Italia, con qualche eco di manifestazioni
di solidarietà oltre le mura. No: sta scorrazzando, gioioso e incazzato,
dai poli all’equatore. Cavalca gli tsunami del Pacifico e si lascia illuminare
dalle aurore boreali. Balla il sirtaki e si contorce nella capoeira. Lancia
tegole dal tetto del mondo e si riorganizza nel fitto della giungla. L’Imperatore
dovrà continuare a grattarsi il capo fino a farlo sanguinare.
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2. IL MAGICAL MYSTERY TOUR DEL FALSO BLACK BLOC A GENOVA
di Wu Ming 1 (22/07/2001)
Da Genova sono
tornato sfinito, infuriato, febbricitante, coi legamenti delle ginocchia logorati,
senza un filo di voce e dico: non scateniamo la caccia all’anarchico.
E’ difficile mantenere l’equilibrio, distinguersi con forza da una pratica
(quella del Black Bloc) al contempo facendo capire che quella pratica ha – o
perlomeno ha avuto - una sua “storicità” e coerenza, e non corrisponde
in alcun modo a quanto visto a Genova, dove il “vero” Black Bloc proprio non
sì è visto.
E’ un compito che richiede lucidità, nervi saldi, attento dosaggio delle
parole. Si tratta di criticare il Black Bloc internazionale (col quale siamo
in evidente disaccordo) senza criminalizzarlo. Si tratta di distinguere tra
il percorso del Black Bloc e quello che è successo a Genova. E c’è
un terzo inghippo da evitare: sarebbe assurdo accusare di essere un infiltrato
chiunque a Genova abbia praticato quel genere di azione diretta. Il pogrom e
la psicosi del complotto non sono nella nostra cultura.
Col male alle gambe che ho, mi tocca pure fare lo slalom gigante.
A Genova venerdì c’erano anarchici tedeschi dello Schwarze Block, che
hanno praticato l’azione diretta contro precisi obiettivi (banche e sedi di
multinazionali) e non avevano intenzione di attaccare le iniziative degli altri
dimostranti. Sabato un giornalista olandese della rivista di sinistra Vrij
Neederland mi ha detto di aver incontrato mentre facevano i bagagli, forse
per tornare in Germania, e gli hanno detto di essere irritati per le azioni
degli altri nero-vestiti. Non sono in grado di confermare, ma in effetti quello
che è successo venerdì c’entra molto poco col modo d’agire del
Black Bloc, che pratica l’azione diretta con un criterio magari non condivisibile
da molti (di certo, non condiviso da noi) ma che un criterio rimane, e soprattutto
fa la sua strada senza interferire con altre forme d’azione. Invece a Genova
per tutta la giornata di venerdì i carabinieri hanno ACCOMPAGNATO i devastatori,
senza mai caricarli, e questo non perché questi fossero troppo mobili
e informali, come qualcuno ha scritto: costoro hanno avuto il tempo di entrare
in alcune banche e metterle a ferro e fuoco, rimanendo all’interno per più
di un quarto d’ora mentre i carabinieri li aspettavano all’esterno per RIPARTIRE
insieme e raggiungere i luoghi dove il GSF manifestava con altre modalità.
Lungo il tragitto sono stati attaccati negozietti, incendiate auto che sicuramente
non appartenevano a miliardari, distrutte piccole pompe di benzina. I neri sono
stati letteralmente SCAGLIATI contro il sit-in della rete Lilliput, i carabinieri
hanno massacrato donne e bambini, scouts, dimostranti pacifici, poi sono ripartiti
INSIEME ai neri. In Piazzale Kennedy i neri hanno fatto da “lepre” per l’accerchiamento
e l’attacco del convergence center, poi Benemerita e presunto Black Bloc sono
partiti verso Brignole per incrociare il corteo del blocco della disobbedienza
civile, in un punto ancora lontano dalla “zona rossa”. I carabinieri hanno caricato
il corteo (autodifeso e fino a quel momento più che pacifico), e mentre
lo facevano alcuni finti black blocsters sono penetrati nelle fila delle tute
bianche aggredendo alcuni compagni. Uno di costoro era sicuramente un praticante
di arti marziali molto esperto e addestrato, perché ha atterrato un grosso
compagno del Rivolta di Marghera con un un paio di diretti al volto e una ginocchiata
alle reni. Dopodiché la Benemerita ha continuato a caricare il corteo
per sei ore consecutive, mentre questo cercava di defluire. L’ultima carica
è avvenuta a meno di cinquecento metri dallo stadio Carlini. Nel frattempo
i neri chissà dov’erano finiti.
Questo non ha nulla a che vedere con la prassi del Black Bloc. In effetti molte
persone hanno visto questi falsi black blocsters uscire dai cellulari dei carabinieri,
infilarsi il passamontagna e fare casino, o devastatori mettersi d’accordo con
marescialli, carabinieri dare spranghe in mano a personaggi nerovestiti etc.
La stampa va riportando queste storie, e qualcosa s’è visto persino in
tv.
Rimando a un documento delle tute bianche di Bologna del 19 giugno scorso:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/garibaldi.html
Il mio parere non è nemmeno un parere, dato che ci sono testimonianze
e documenti: venerdì scorso sei o sette carabinieri infiltrati [c’erano
anche hooligans nazisti italiani e stranieri, a cui le forze dell’ordine avevano
promesso totale impunità, la qual cosa ha creato scompiglio nell’ultradestra,
cfr. http://members2.boardhost.com/forzanuova/,
N.d.A. 25/07/2001] hanno incanalato e diretto la (giusta ma cieca) rabbia di
centinaia di giovani anarchici inconsapevoli della strumentalizzazione. Probabilmente
è successo anche sabato.
Sabato noi abbiamo deciso di tenere fuori dal nostro spezzone gente con spranghe
o pietre. Di sicuro abbiamo respinto provocatori che ci chiamavano “sbirri”
ed erano sbirri. Probabilmente ci è capitato di picchiare anche
qualcuno che non c’entrava, e se è successo ci dispiace, ma dovevamo
proteggere il nostro gruppo d’affinità da infiltrazioni e provocazioni.
Un Black Blocster, credo fosse inglese, ha detto a Wu Ming 5: “You like to
give orders, uh? You communist!". Ma a noi NON piace dare ordini.
Ora, anziché inaugurare una caccia all’anarchico, dovremmo tenere in
mente che non tutti gli anarchici sono black blocsters e non tutti i black
blocsters sono sbirri travisati. Dall’altra parte, è necessario che venga
ripensata una tattica tanto facilmente infiltrabile e pervertibile. Tale ripensamento
è compito di chi quella pratica la adotta, ma riguarda anche quanti soffrono
le dure consequenze di tanta permeabilità.
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3. MI DISPIACE PER LE TUE COSTOLE
di Wu Ming 4 (26/07/2001)
Avevo i nervi tesi
quel sabato mattina, quando le nostre strade si sono incrociate per la seconda
volta. Tutti avevamo i nervi tesi. Dopo quello che era successo venerdì,
il riot, le infiltrazioni, il ragazzo ucciso, nessuno si fidava più di
nessuno. Ogni spezzone del grande corteo di massa aveva la consegna di autodifendersi.
Dai provocatori, dagli infiltrati, dai casinisti sfasciatori con le mazze. Bisognava
evitare che le famiglie, i signori e le signore di cinquant’anni, i nostri genitori,
ci andassero di mezzo…
E tu, poveraccio, ti sei trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Eri
lì seduto, e tenevi la mazza nascosta in un giornale. Noi te l’abbiamo
spiegato che non potevi rimanere lì, ai bordi del corteo, col bastone.
Che dovevi mollarlo o andartene a fare in culo lontano da lì. Ma tu hai
voluto fare il duro, ci hai detto di farci i cazzi nostri. Tu, coglione!, il
giorno dopo che c’era stato un morto in piazza, dopo che i carabinieri infiltrati
ne avevano fatte di tutti i colori, tirandosi dietro ogni scoppiato che volesse
sfasciare vetrine e incendiare macchine, dopo tutto questo, con la paranoia
che ci aveva contagiati tutti e i nervi a fior di pelle, tu, coglione!, vieni
in manifestazione (una manifestazione pacifica di centinaia di migliaia di persone)
con la spranga! E per di più ti fai trovare nel nostro spezzone.
Io non volevo incrinarti due costole. Io non sono un picchiatore né un
violento. Che tu ci creda o no mi sono buttato su di te per proteggerti, coglione
che non sei altro!, perché i miei compagni, in preda alla paura e alla
paranoia, potevano disfarti la faccia a calci. Mi sono buttato su di te urlando
“Fermi! Fermi!” per evitare che ti facessero male sul serio. Solo che peso ottanta
chili.
E’ stato quando ti ho fatto rialzare che mi sono ricordato dove ci eravamo incontrati
la prima volta. Un paio di mesi fa, alla presentazione di Asce di Guerra in
un centro sociale. Mi avevi chiesto perché nel romanzo non si parlava
degli anni Settanta. Te l’avevo spiegato. E forse sabato scorso ho soltanto
ribadito il concetto. Perché della merda degli anni Settanta non ne voglio
più: non ne voglio più delle mazze, delle bottiglie molotov, di
poche decine di irresponsabili che mettono a repentaglio la sicurezza di migliaia
di persone e favoriscono la criminalizzazione di un intero movimento da parte
dello stato. Se volete affrontare la polizia corpo a corpo, mazze contro manganelli,
se volete misurare il vostro livello di testosterone con gli sbirri, e farvi
rompere il culo dai suddetti, se è questo che vi piace, non sarò
certo io che verrò a cercarvi uno a uno per impedirvelo, ho di meglio
da fare. Ma non sono disposto ad alcuna indulgenza se lo fate ai margini di
un corteo pacifico o che pratica la disobbedienza civile. Per questo ti dico,
che mi dispiace per le tue costole, ma te le sei cercate.
Spero per entrambi che non ci sia una terza volta.
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4. SONO UN COGLIONE, ADESSO POSSO DIRLO
di Wu Ming 2 (22-26/07/2001)
Caldo stronzo e
soffocante. Sudore sotto protezioni, tute bianche e zaini, indossati prima di
salire sul treno, perché il questore di Bologna, con acrobazia gesuita,
ha promesso che non sequestrerà ciò che non sarà visibile.
Quindi casco, maschera e occhialini, dentro lo zaino. Tutto il resto, addosso.
Visibile ed evidente sotto le trasparenze della tuta.
Atrio della stazione, mi tolgo tutto. Soffoco (imparerò presto cosa voglia
dire davvero). Arriva il treno, di nuovo addosso. Polizia quasi zero.Tutto liscio.
Ma a Genova, si sa, non passa uno spillo: per il casco, possibile strumento
di offesa, ci sono poche speranze.
Bologna Parma La Spezia Genova Brignole. Sei ore di viaggio. Una fermi a Modena:
dicono che uno ha sfondato il vetro dello scompartimento battendoci sopra col
cilone allo scopo di sturarlo. Andiamo bene.
Anche a Brignole, polizia quasi zero. Interpreto: la zona rossa è talmente
inattaccabile che non hanno bisogno di perquisirci. E poi quanto ci mettevano
a controllarci tutti?
Sono un coglione, adesso posso dirlo.
Pioggia battente, infinita, fitta, graffia le luci dei riflettori nello stadio Carlini. Le tende si allagano, il campo pure. Chi dormiva sulla sabbia non sa se ringraziare: l’alluvione tiene a bada la polvere e protegge da forme gravi di silicosi. Corridoi interni, seminterrati e tribune in versione rifugio postatomico. Questa mattina un amico prima di entrare qui ha dovuto fornire le generalità. Paranoie assurde, abbiamo pensato. Impossibile registrare tutti. Fiumi di persone invadono lo stadio trasportati dall’acqua.
Dopo il panico,
la vertigine. Più razionale e fredda. Non la fuga dal predatore che ti
vuole braccare, ma lo sguardo gettato sull’abisso dal ciglio instabile del burrone.
Il presidente Ciampi ha invitato a restare a casa.
I DS fanno sapere che non verranno a Genova. Non dopo scontri così cruenti.
Non dopo la morte di Carlo Giuliani.
Vedetevela voi, ci fanno sapere. Non contate sui nostri occhi per testimoniare.
Pazzi. Se tutti facessero come voi domani ci ritroveremmo in cinquantamila:
fermi, arresti, manganellate e soprusi per tutti. Non è la paura degli
scontri a tenervi a casa. E’ questo movimento a farvi paura. Poi, ci sono i
soliti trenta denari.
Vaffanculo, butto lì prima di addormentarmi con un corpetto di gommapiuma
come cuscino. Forse noi moriremo domani. Voi siete già morti.
Scajola plaude
l’operato delle forze dell’ordine per il loro esemplare autocontrollo unito
ad addestramento non comune. Non a caso, plaude anche all’operato delle Tute
Nere, imprendibili, veloci, dediti alla cosiddetta tattica del mordi e fuggi
che presuppone perfetta conoscenza del territorio. In prevalenza si trattava
di stranieri: chi li avrebbe edotti sulla complicata topografia genovese?
Scajola vomita balle, convinto forse che il parlamento sia solo un bivacco sordo
e grigio. Dice che i lacrimogeni sono stati utilizzati per evitare il contatto
diretto con i manifestanti. Dice che nella giornata di sabato i violenti sono
stati dispersi , vanificando la loro strategia di coinvolgimento del corteo.
Dice che le forze dell’ordine si sono accordate con il corteo dei disubbidienti
per farli retrocedere. Nulla di tutto questo: il gruppo di contatto è
stato bersagliato di lacrimogeni. Della Digos nemmeno l’ombra. Dice che il carabiniere
ha sparato senza mirare.
Scajola tace sull’irruzione nel centro stampa del GSF.
Scajola enuncia il teorema: Le Tute Bianche, con i loro messaggi non pacifici,
con l’esplicito invito alla resistenza e all’assalto, con la violenza verbale
hanno favorito di fatto la strategia di gruppi eversivi. Non è un caso
che il morto ci sia stato in prossimità del loro corteo (in effetti,
non è davvero un caso, vero ministro? ) che non era stato autorizzato,
si proponeva lo sfondamento della Zona Rossa, includeva persone violente. L’intero
GSF è responsabile per il consenso incondizionato dato a certi movimenti
senza valutazioni attente.
Scajola finisce.
Parte Violante.
Chiede le dimissioni del ministro dell’Interno.
Aggiunge che occorre prendere con fermezza le distanze da coloro che scendono
in piazza per sfondare i cordoni della polizia con mazze o con scudi.
OK. La vertigine non mi aveva ingannato. Avevo visto giusto, oltre l’orlo del
burrone.
Avevo visto giusto: ci avete venduto.
E’ acido il sapore
dei lacrimogeni. Vedo la gente strapparsi la maschera e correre. Mi concentro,
respiro col naso, la maschera tiene. Provo a star saldo sulle gambe e a capire
dove sono finiti quelli che mi stavano davanti. Laggiù, oltre il gruppo
di carabinieri che torna alla carica. Una corsa di decine di gambe mi travolge,
mi schiaccia contro un auto, devo issarmi sul tetto per non diventare marmellata,
perdo una scarpa, è la fine, poi la recupero.
Penso che se avessi la tuta bianca dovrei decidere tra perdere tre minuti a
stracciarmela da addosso, oppure correre come Orzowei, candido nella notte della
giungla.
Un brivido. Poteva andare peggio e non c’è limite all’ingenuità.
Dov’è il
camion? Dove cazzo è finito? Possibile sia andato su di qua? Ci si passa
a mala pena in due! Scalette, viuzze tortuose, vecchie frane, sentieri zapatisti
del camminare domandando…ai genovesi da che parte andare. Quartiere di San Fruttuoso,
un oratorio in cima al colle. Panorama: Genova dall’alto è bellissima.
Scappiamo come guerriglieri del cazzo dalla piazza, in realtà un incrocio
di strade, che doveva accogliere il corteo dei duecentomila e si è invece
trasformata in un tappo: impossibile entrare, bloccati sul viale d’accesso,
con il sapore dei lacrimogeni negli occhi e la gente caricata, un centinaio
di metri dietro, che non sa dove andare.
Torniamo al Carlini. Il camion si perde. Qualcuno finisce dalla parte opposta,
a Marassi.
Scendendo dall’oratorio, già ribattezzato il Monte Calvario, ci troviamo
di fronte a tre macchine della polizia: è il commissariato di zona, deserto.
Nunzio grida nel microfono, più romanaccio che mai: “Aò, adesso
noantri passamo de fronte alla stazione d’a polizia e nun se l’inculiamo…anche
perché si no ce se’nculano loro…”
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5. REPRESSIONE E GEOMETRIA EUCLIDEA
di Wu Ming 4 (25/07/2001)
Chiusa la trappola
militare di Genova, cominciano i teoremi. Il governo mostra la sua vera faccia:
dopo aver dato carta bianca ai Carabinieri nella gestione "argentina" della
piazza genovese, adesso li copre e giustifica su tutta la linea. In parlamento
il ministro degli interni Scajola ha puntato il dito sulle tute bianche. Praticamente
ha sostenuto che l'area della disobbedienza civile sarebbe l'anello di congiunzione
tra i pacifisti non-violenti e il black bloc anarchico; insomma, dei doppiogiochisti
che si spacciano per buoni, ma in realtà puntano all'insurrezione violenta.
Luca Casarini è sulla bocca di tutti gli sgherri del centro-destra, ma
il discorso vale per tutti noi: quello che vogliono dimostrare è che
esistono dei "cattivi maestri" (per il centro-destra) e dei pericolosi "compagni
che sbagliano" (per il centro-sinistra). Non è una battuta, sono state
usate queste stesse parole in parlamento, sembra di essere tornati indietro
di venticinque anni in quarantott'ore.
Ma se in questa vicenda ci sono dei responsabili ben evidenti, ossia i vertici
dei Carabinieri, della Polizia e dei servizi segreti italiani, e un complice
che li ha coperti, il governo, è anche vero che ci sono dei conniventi.
Hanno nomi e cognomi: sono i leader dell'Ulivo.
Nella serata di venerdì, dopo che a Genova c'era scappato il morto, i
DS e Rutelli hanno letteralmente VENDUTO il GSF e le decine di migliaia di manifestanti
che stavano confluendo a Genova, come fossero carne da macello. Le alte sfere
dell'Ulivo devono aver ricevuto una telefonata con una comunicazione molto semplice:
i Carabinieri non si sarebbero fermati, sabato sarebbe andata come venerdì,
cioè una mattanza indiscriminata. Quindi era meglio se non mandavano
i loro tesserati in piazza e lasciavano perdere qualsiasi ipotesi di adesione
alla manifestazione. E così hanno fatto.
Anche il Presidente della Repubblica Ciampi deve aver ricevuto la stessa telefonata,
visto che, con un certo quale senso distorto della responsabilità che
la sua carica impone, si è affrettato a consigliare agli italiani di
non andare a Genova sabato.
I DS, che in quel momento avevano appena deciso di aderire alla manifestazione,
HANNO RITIRATO I TRENI SPECIALI E I PULLMAN, ABBANDONANDO I MANIFESTANTI NELLE
MANI DEI CARABINIERI fuori controllo, e giustificando in questo modo non solo
l'attacco indiscriminato di venerdì, ma anche la rappresaglia cilena
di sabato. I testimoni di quello che è successo il 21 luglio sono (per
fortuna!) più di duecentomila: ripetute cariche con lacrimogeni urticanti,
manganelli, blindati e idranti, su un corteo inerme di gente comune. E' un puro
caso che i morti a Genova non siano stati decine. Era dai tempi di Scelba che
in Italia non si assisteva a una cosa del genere. Per non parlare del sanguinoso
raid notturno alle scuole Diaz, e delle torture subite da TUTTI i fermati e
gli arrestati.
Oggi l'Ulivo chiede le dimissioni di Scajola per incompetenza, ma questo fa
parte del giochino politico delle parti. La verità è che venerdì
sera D'Alema e Rutelli hanno deciso di sacrificare il GSF per poter sopravvivere.
E' sotto gli occhi di tutti da mesi che in questo momento storico il Genova
Social Forum è l'unico reale soggetto di sinistra esistente in Italia.
La sua criminalizzazione da parte del governo per aver "coperto" i violenti
tutto sommato può star bene all'Ulivo: in questo modo si cerca di costringere
il resto del GSf a prendere le distanze dalle tute bianche; la spaccatura tra
il mondo delle associazioni e quello dell'antagonismo sociale che non si è
riuscita a provocare prima delle giornate di Genova, si tenta ora di imporla
con la forza delle menzogne. D'Alema e Rutelli sono disposti a "distinguere"
tra due anime del GSF, salvando le associazioni pacifiste che possono essere
fatte rientrare sotto la loro ala, e lasciando in pasto a Fini e Berlusconi
i centri sociali. Se infatti è difficile far passare quelli del commercio
equo e solidale, dell'Arci e della Lila per terroristi, non è difficile
mettere i centri sociali e i "disobbedienti" nel centro del mirino. Basta appunto
dipingerli come "doppiogiochisti". Sono le tute bianche di Casarini & co.
il bersaglio ideale, in quanto punta antagonista più avanzata del GSF
e del movimento, in quanto con la disobbedienza civile erano riusciti negli
ultimi due anni a praticare il conflitto di piazza mantenendo alto il livello
del consenso, dimostrando tra l'altro una capacità di usare i mass media
incredibile. Sono le tute bianche adesso che devono essere sacrificate sull'altare
del quieto vivere delle due parti politiche di questo paese.
Non c'è niente da fare: questo paese non può permettersi i movimenti.
Si prepara un altro 7 aprile? Difficile dirlo. Speriamo di no. Ma dopo quello
che si è visto a Genova, non è possibile meravigliarsi più
di niente. La risposta di massa del 24 luglio, che ha visto decine di migliaia
di persone in tutte le piazze d'Italia è confonrtante e lascia credere
che questa seconda trappola non funzionerà. Ma guai ad abbassare la guardia.
C'è un grande motivo di soddisfazione, nella tragedia. Se hanno deciso
di mettere in piedi questo livello di repressione, significa che questo movimento
globale fa paura, per la sua estensione geografica e per la sua eterogeneità.
La strategia dello stato è sempre la stessa: favorire le frange scalmanate,
i disperati, facili da infiltrare, i ragazzotti scoppiati delle periferie, perché
prendano il sopravvento sulle anime intelligenti del movimento. Una trappola
in cui siamo cascati a Genova, e da cui adesso dobbiamo uscire quanto prima.
E credo anche che questa sia la nostra unica via di salvezza dal regime che
si sta instaurando in questo paese.
N.B. Occorre essere
chiari nel condannare le pratiche del BB come inutili e dannose per il movimento.
Quella del BB non è un'esperienza interessante, anzi, in questa fase
- con o senza infiltrati - è dannosa per noi e avalla i giudizi qualunquisti
e il fare d'ogni erba un fascio. E' giusto dire la verità sul BB e non
cadere in facili criminalizzazioni o cacce all'anarchico, ma senza mai dimenticarsi
che la scelta delle pratiche "distruttive" è una scelta che ha dimostrato
tutta la sua pericolosità, perché ha consentito l'infiltrazione
sbirresca e l'aggregazione delle bande di giovani scoppiati a cui del movimento
non frega assolutamente niente e vogliono solo spaccare tutto, consentendo in
questo modo allo stato di gettare merda su tutti e scatenare la rappresaglia
indiscriminata.
GLI EVENTI DI GENOVA (infiltrazioni, devastazioni, saccheggi) SANCISCONO LA
MORTE EFFETTIVA DEL BLACK BLOC COME ESPERIENZA "POLITICA" CHE SI E' DETERMINATA
A PARTIRE DA CERTE PRATICHE. Nessuna indulgenza per gli utili idioti che a Genova
si sono fatti usare dallo stato e dalle forze dell'ordine CONTRO il movimento.
Hanno una responsabilità gravissima proprio per il ruolo dannoso che
hanno avuto. Nel momento in cui le pratiche del BB sono state sussunte dallo
stato e usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che oggi costoro sono a
tutti gli effetti politicamente morti. E se avessero un po' di intelligenza
dovrebbero essere i primi a fare un esame di coscienza e SUICIDARE un'esperienza
che, ripetiamo, a Genova è DI FATTO finita.
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6. “MA CHI CAZZO È ‘STO FRANK HENAUSEN CHE NOMINATE SEMPRE?”
di Wu Ming 5 (26/07/2001)
Mi chiamo Riccardo
Pedrini, Wu Ming Wu. Faccio parte del collettivo di autori noto come Wu Ming.
Ero a Genova il 21 luglio dell’anno del signore 2001. I compagni con i quali
lavoro hanno scritto un libro, Q. Il libro è stato molto letto
e apprezzato. Tra le le altre cose, racconta della rivolta dei contadini nella
Germania del XVI secolo.
Genova è stata la nostra Frankenhausen, ha detto qualche compagno.
Mentre scalavo la collina con gli sbirri alle spalle, ho pensato che quei compagni
avessero ragione.
Ho trentasei anni.
Come molti di quelli che hanno fatto le mie scelte, ho vissuto sulla mia pelle,
e molte volte, la violenza e la brutalità di polizia e carabinieri. Non
mi sono mai fatto illusioni sulla natura delle strutture repressive dello sporco
comitato d’affari che chiamano stato. In un certo modo, questo rientrava nella
logica delle cose. Fai politica, ti esponi. Puoi aspettarti che non tutto fili
sempre liscio.
Migliaia, decine di migliaia di persone credevano di poter esercitare il diritto
al dissenso. Non avevano fatto alcuna scelta radicale: non erano militanti,
se non in senso molto lato: “militia est vita hominis super terram”, dice il
libro di Giobbe. Credevano di poter dissentire e passarla liscia. Si sbagliavano.
Non black blocsters. Non autonomi. Non tute bianche.
Il popolo. La moltitudine.
Sono stati assaliti con ferocia. Sono stati assaliti con metodo. Sono stati
assaliti con ripugnante efficienza.
Il giorno prima, un carabiniere ausiliario, età vent’anni, si era fatto
latore di un messaggio diretto a ogni uomo e ogni donna in quella moltitudine.
Il messaggio era
giunto, puntuale. Tragico, non certo inaspettato. L’euforia politicista dei
giorni, dei mesi precedenti il G8 lasciava il campo ai dubbi, all’angoscia.
La repressione del resto è di per se stessa una strategia. Disarticolare,
rompere i vincoli di solidarietà, gettare nella sconforto, nella disperazione.
Non ci sono riusciti. La criminale arroganza dello stato e dei sui apparati
repressivi è riuscita, semmai, in un compito che fino a qualche mese
fa sembrava arduo. *Risvegliare le coscienze*, nientemeno.
Genova agisce, per chi ha vissuto quelle giornate, come uno specchio deformante. L’analisi deve farsi largo tra le macerie, proprio come si è dovuto attraversare il fumo dei lacrimogeni, trarre ancora un altro respiro, i polmoni in fiamme, per non perdere i compagni, per non rimanere in mano alle bestie, per non lasciare nessuno in mano alle bestie. Il rischio, ora, è di perdere il contatto con la realtà. Di restringere la prospettiva fino a includere nel campo problematico solo quanto avviene qui, nella più triste delle periferie dell’impero. Certo, la puzza di teoremi si avverte. La preoccupazione per l’integrità fisica e per la libertà personale è legittima. Per salvaguardare equilibri sempre più marci, sempre più criminalmente avulsi dalla realtà, una generazione, ancora un’altra, potrebbe essere decimata da una repressione che, in prospettiva appare ancora più dura di quella che i compagni, i fratelli e le sorelle di vent’anni fa dovettero fronteggiare e subire. La sorte non pare in tutto avversa: di giorno in giorno prende forma, nella società civile, la coscienza che quello che è stato perpetrato a Genova è un attentato alle garanzie e ai diritti di tutti e di ognuno.
La bocca del Leviatano
è spalancata. Pronta a inghiottarci, proprio come fece con Giobbe, il
primo a rendersi conto che esseri vivi, su questa terra, significa militare,
da una parte o dall’altra. L’ambito di solidarietà che abbiamo saputo
creare attorno al movimento, attorno alle nostre istanze, alle nostre proposte,
alle nostre pratiche è il nostro scudo. Ciò che può trattenere
la bestia dall’inghiottirci e la megamacchina dal macinarci. La verità,
da sola, non basta.
La solidarietà: un patrimonio che non possiamo giocarci con una mano
sbagliata.
Quello che succederà in Italia dipende, in ultima analisi, dalla nostra
capacità di capire e di prevedere le mosse dell’avversario. La responsabilità
è nostra, ed è grande. Noi siamo, oggi, la sinistra di questo
paese.
Ma il movimento che distrugge lo stato di cose presente è globale, come le scelte di morte dei grandi della terra. Il movimento è in marcia. Il trionfalismo è l’antidoto migliore contro la depressione: la soglia d’attenzione va elevata, la guardia alzata. La resistenza contro il neoliberismo e contro le politiche omicide di un capitalismo che si propone come paradigma ontologico è generalizzata. Questa è la vera forza del movimento. Il capitalismo che si appropria come merce del DNA degli esseri viventi sarà sconfitto. Non dalla vendetta divina, ma dalla forza morale delle moltitudini. Ogni pratica di resistenza è legittima, di fronte alla prospettiva della morte del pianeta. Dalla preghiera collettiva all’azione diretta. Lo spettro è ampio: tale deve restare. Non cadremo nel tranello di militarizzare la pratica, e nemmeno di criminalizzare chicchessia.
La lucha sigue!
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7. IL GIORNO DEL PROGETTO
di Wu Ming 3 (25/07/2001)
Convulsione, spasimo,
singulto.
Come tutto il resto in questi giorni, anche il pensiero assume questa sembianza.
Nessun tentativo di imbrigliarlo in una goffa razionalità. .solo lasciare
libero il diaframma di abbandonarsi alle contrazioni.
Poi seguirà il tempo – a breve - di sintesi più rigorose.
Ancora frastuono
d’elicotteri dentro la pancia, sopra la testa, braccati, il fumo bianco dietro
ogni incrocio, colonne d’umani in fuga, scavalcando colline, in seimila sopra
scalette da percorrere uno alla volta, troppi amici dispersi, gruppi allo sbando,
portare tutti a casa un miracolo.
Venuti a Genova a mostrare la forza delle idee e la straordinaria energia del
movimento globale.
Annientati nelle piazze, sistematicamente, con preordinazione meticolosa ed
efferata esecuzione.
Centinaia di migliaia di persone ridotte all’impotenza e al terrore, sospensione
forse irreversibile dello stato di diritto, squadroni della morte, informazione
blindata, notti cilene.
Se fossimo un esercito, di quelli veri, si tratterebbe di immagini e sensazioni
da una disfatta, ignominiosa e definitiva.
Eppure.
Nell’imminenza della battaglia avevamo scritto: la settima chiave siete voi.
La moltitudine. L’abbiamo evocata, suscitata inviato ad essa messaggi, parabole,
esortazioni. Abbiamo messo il nostro sapere, modesto, e i nostri strumenti,
poca cosa, nelle sue mani.
E la moltitudine si è materializzata davanti ai nostri occhi disperati
e felici. E la sua potenza si è dispiegata dinanzi al nostro terrore
e all’impreparazione.
La moltitudine ha portato ciascuno di noi a casa.
Essa ha impedito la strage.Si è miracolosamente autorganizzata, mirabilmente
ha tenuto il sangue freddo, ha condotto e distribuito il suo enorme ventre in
mille chilometri d’intestino, che abbiamo percorso traendoci in salvo. Ha sparso
su di noi il suo alito di invulnerabilità. Ha blandito la nostra evocazione
ed è accorsa in aiuto.
E’ da essa che ripartiamo.
Non accetteremo di essere meno. La moltitudine ha disobbedito, fermando il massacro.
Digerendolo.
Abbiamo commesso
errori, ingenuità, non avevamo previsto la “ guerra sucia”, inadeguati
alle reazioni che abbiamo scatenato, ma il nostro lavoro è stato premiato
comunque.
La disobbedienza civile umiliata nelle strade, le tute bianche aggredite e diffamate,
i pacifisti pestati a sangue, i boys scouts e i comboniani offesi, le donne
in nero o i Cobas e tutti gli altri calpestati , gassificati, oltraggiati, non
sono più deboli dopo essere stati sciolti di fatto dal blocco nero fascista.
Sono, siamo, moltitudine. Questo cambia tutto.
Dobbiamo nutrirla, informarla, curarla. Ne saremo curati, informati, nutriti.
Il codice dell’Impero contro quello della Moltitudine. Ecco la prossima battaglia.
Che tutti, noi per primi, comprendano il codice delle moltitudine.
La ferocia d’annientamento mostrata dal nemico può essergli ribaltata
contro. Non tornando più ad essere quelli di prima, non accettando più
quei panni stretti, ma contaminando, popolando,disseminando e dissolvendosi
in essa, percorrendole sue reti come i sentieri di Ho Chi Minh.
Nell’imminenza della battaglia avevamo scritto: già da domani è
il giorno del progetto.
Divenuti moltitudini il progetto non può essere che: strutturare il suo
codice; renderlo comune; declinarlo in ogni forma possibile; farne il volano
essenziale della nuova modalità della cooperazione sociale; di un nuovo
orizzonte di senso; di altre relazioni tra gli umani.
E’ per questo che bisogna lavorare ora, timone a dritta, senza tentennamenti
o nostalgia per ciò che siamo stati. Solo così possiamo sottrarci
alle trappole disseminate sul nostro cammino.
La moltitudine penserà al resto.
E se il piombo e il sangue sono i simboli che l’Impero erge sui suoi vessilli,
per noi propongo i nostri corpi, il pane e l’acqua, che in fondo, non abbiamo
bisogno d’altro.
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8. LA “BENEMERITA”: SEMPRE PIU’ FORTE; “STATO NELLO STATO”
Links utili a scoprire
le radici (piantate dal centro-sinistra!) di un putsch fujimoriano interamente
gestito dai “fratelli Acchiappa”, quelli che arrestarono Garibaldi e Mazzini,
quelli del “Piano Solo”, quelli che fuori dalle barzellette fanno paura…
Perché sulla “riforma” dell’Arma fece controinformazione quasi soltanto
la P.S.? Dov’eravamo tutti/e? Dovremmo vergognarci.
http://www.rifondazione.it/sicurezza/doc/co_arma.html
http://www.uni.net/anfp/d'avanzo.htm
http://www.parlamento.it/dsulivo/XIII%20legislatura/intervis/int001003_1.htm
http://www.militari.org/legge_78_2000_riforma_carabinieri.htm
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9. BRANDELLI DI UNA NARRAZIONE CORALE
<<Io e il
mio amico Mingo eravamo in testa al corteo della disobbedienza civile, venerdì
20 luglio 2001. Io e il mio amico Mingo, insieme ad altri compagni, spingevamo
gli scudi collettivi, montati su ruote, che dovevano servire a proteggere la
testa del corteo dalla carica delle forze dell’ordine.
Io e il mio amico Mingo sudavamo e faticavamo per quel lunghissimo viale, Corso
Europa, che diventa via Tolemaide, sotto il sole e sotto i corpetti di plastica
e gomma piuma. Non avevamo oggetti contundenti, tanto meno l’intenzione di fare
del male a chicchessia. Insieme a tutte le tute bianche avevamo sottoscritto
la “Dichiarazione di pace alla città di Genova”, in cui avevamo reso
noto a tutti che non avremmo danneggiato la città né attaccato
le persone (agenti di pubblica sicurezza inclusi).
Davanti a noi, oltre gli scudi di plexiglass c’era il gruppo di contatto, composto
da parlamentari, avvocati, portavoce dei centri sociali e don Vitaliano della
Sala.
Avanzavamo pacificamente, senza danneggiare nulla, con l’intenzione di arrivare
il più vicino possibile alla zona rossa, resistere il più possibile
alla carica delle forze dell’ordine e quindi ritirarci in buon ordine (il più
possibile).
Ma quando eravamo ancora ad almeno mezzo chilometro dal confine della zona rossa,
arrivati a un incrocio, il gruppo di contatto è stato attaccato con un
lancio di lacrimogeni da una strada laterale, dove un plotone di carabinieri
era schierato in attesa del nostro passaggio.
Non ci è stato ultimato di fermarci. Né di disperderci. Dopo i
primi lacrimogeni i carabinieri sono spuntati davanti al corteo e hanno caricato.
Io e il mio amico Mingo non abbiamo avuto il tempo di renderci conto di niente:
un secondo prima stavamo spingendo gli scudi, un secondo dopo ci siamo ritrovati
a premere sugli scudi stessi per proteggerci dai calci, dalle manganellate e
dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo.
Abbiamo retto. Ma da sotto gli scudi i carabinieri hanno fatto rotolare tra
i nostri piedi i lacrimogeni al gas urticante, contro i quali le mascherine
antigas che portavamo hanno potuto poco o niente.
Non so cosa fosse quella sostanza verde. Urticava la pelle e le mucose, ma soprattutto
toglieva letteralmente il fiato, impedendoti di respirare. Io ho dovuto lasciare
la presa e correre indietro, avvolto nella nebbia fitta, in preda al vomito
e alle convulsioni.
Il mio amico Mingo non è stato così “fortunato”. Lo scudo di fianco
al suo è caduto e la testuggine si è aperta: i carabinieri
sono piombati su di lui, manganellandolo, rompendogli il setto nasale e trascinandolo
via. Sulla camionetta l’hanno picchiato a turno, minacciandolo di morte e definendo
quel simpatico turn-over il loro “giochino”. Non si sono nemmeno presi la briga
di identificarlo o fermarlo: dopo averlo pestato a dovere l’hanno lasciato al
pronto soccorso.
Più tardi, mentre il corteo indietreggiava e tornava sui suoi passi,
verso lo stadio Carlini da cui era partito, i carabinieri hanno continuato ad
attaccare le ultime file con lacrimogeni urticanti, idranti e blindati, col
rischio di schiacciare qualcuno. Migliaia di persone che pacificamente si ritiravano,
sono state attaccate per un chilometro e mezzo, fino a poche centinaia di metri
dallo stadio, con la gente che si calpestava a vicenda in preda al panico. Per
fortuna abbiamo collocato gli scudi collettivi sull’ultima fila e siamo riusciti
a proteggere la ritirata senza che il terrore disperdesse il corteo in mille
rivoli. E’ stato merito nostro, dei disobbedienti, se quel corteo non si è
trasformato in un fuggi fuggi indistinto e impazzito, col rischio che tutto
finisse in riot e guerriglia urbana.
Ma chi siamo io e il mio amico Mingo? Chi siamo, noi due pericolosi “facinorosi”
e “criminali” che meritano l’attacco feroce, sul fronte e alle spalle, l’intossicazione
e le botte da parte dei tutori dell’ordine?
Io sono figlio di un operaio e di un’insegnante. Ho ventotto anni. Sono laureato
in filosofia. Sono incensurato. Non ho nemmeno mai partecipato a una rissa o
a una lite violenta. Di mestiere scrivo, faccio il romanziere. Più altri
lavoretti saltuari per arrotondare. Vivo in un appartamento modestissimo a Bologna.
Il mio amico Mingo ha la mia età, fa il dj in alcuni locali bolognesi
e in una radio indipendente della stessa città. E’ piuttosto conosciuto
e apprezzato da tutti per il suo umorismo.
Chi pensavano di stare attaccando i ragazzi in divisa che ci sono stati scagliati
contro? Cosa gli era stato raccontato sul nostro conto per scatenare tanta ferocia?
E soprattutto: cosa abbiamo fatto di male per meritarci tanto, a parte voler
manifestare contro l’ingiustizia planetaria esercitata dai paesi ricchi su quelli
poveri? >> (WM4)