Diabolik
18 Giugno 2006
“Diabolik” Bur Rizzoli
Carlo Lucarelli rilegge l’eroe nero del fumetto, nel volume dedicato dalla Bur al personaggio creato dalle sorelle Giussani
Dopo “Braccio di ferro”, “Martin Myst?re”, “Superman” e “Mandrake”, nella collana “I classici del fumetto” della Bur esce in questi giorni un volume dedicato a “Diabolik”. Dal libro pubblichiamo il ritratto che il giallista Carlo Lucarelli ha dedicato al capostipite italiano degli “eroi neri” del fumetto.
CHE BRIVIDO ARRESTARE DIABOLIK
di Carlo Lucarelli
Una notte sognai che ero l’ispettore Ginko e che avevo arrestato Diabolik. Eravamo in una stanza spoglia, da interrogatorio, o in uno scantinato. C’erano pareti nude ombreggiate a matita, una lampada da tavolo su una scrivania che sporgeva nell’angolo dell’inquadratura e una sedia al centro della vignetta. Su quella sedia, legato con le braccia dietro allo schienale, a volto scoperto, senza maschera, c’era lui, Diabolik. Davanti, c’ero io, Ginko. Perché Ginko? Me lo sono chiesto un sacco di volte. Perché Ginko e non Diabolik? Perché sognare di essere quel poliziotto comprimario dall’assurdo taglio di capelli e non il protagonista in calzamaglia nera? Credo che la risposta sia: amore e odio. Amore e odio, quell’insieme di sgomento e di attrazione che la normalit? del quotidiano prova di fronte alla affascinante e sconcertante eccezionalit? della met? oscura. Mi spiego. Quello creato dalle sorelle Giussani nell’ormai lontano 1962 ? sicuramente un personaggio eccezionale e la sua eccezionalit? nasce direttamente dalla met? oscura del mondo e delle cose. Diabolik ? una fiamma nera che brucia intensamente, che guizza l? dove ? difficile anche solo spingere lo sguardo. E’ amorale, di un’amoralit? naturale e immediata, diabolica. Lui non ? Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, anche se le collezioni di gioielli, i quadri famosi o semplicemente i soldi che prende da inaccessibili forzieri appartengono sempre a personaggi equivoci e disgustosi, che quel furto, in fondo, se lo sono meritato. E non ruba neppure per se stesso, per avidit?, per esempio, perché di tutte le fortune che ha accumulato in anni di furti, anno dopo anno, un albo dopo l’altro, non c’? traccia, se non nelle ville dalle stanze segrete, nelle maschere di plastica o nelle auto superaccessoriate, che qualcosa devono pur costare. O in qualche gioiello da agganciare al candido collo della bellissima Eva Kant. Potrebbe essere pi? ricco di Bill Gates, ritirarsi alle Bahama, comprarsi la Telecom, dare la scalata a Mediobanca… e invece niente, investe il ricavato dei furti in nuovi furti e nuove fughe, per autogenesi, in un vivere velocissimo, alla giornata, che brucia e non conserva. In questo, nella sua vita di ladro, Diabolik travolge tutto e tutti, con lucida e spietata determinazione. Adesso meno, adesso gli autori ci stanno pi? attenti e lo fanno agire con pi? moderazione, ma nei primi albi Diabolik uccideva, subito, senza pensarci, e chiunque. Poliziotti di scorta, ignari testimoni, ricchi proprietari, amanti di ricchi proprietari, criminali concorrenti, delinquenti organizzati… uccisi dal suo pugnale o da aghi al cianuro, da gas tossici usciti dai condotti di aerazione, da veleni mescolati al whisky, da spettacolari incidenti d’auto. Le sue vittime, quando se lo sentivano alle spalle o lo vedevano togliersi la maschera avevano un unico ultimo pensiero: “Diabolik! Siamo morti!”. Tutti, tranne l’ispettore Ginko. La notte in cui lo sognai, c’era con me anche un poliziotto in uniforme, anche lui ombreggiato a matita e rifinito a china. Uno di quei giovanotti alti e con le spalle larghe, il berretto calato sulle fronte e la giubba allacciata attorno al collo, con le mostrine del corpo di polizia metropolitana di Clerville. Ricordo che lo guardai con sospetto. E se non fosse un vero poliziotto? Se quel volto da bravo ragazzo non fosse il suo? Se sotto i lineamenti plasmabili di una maschera di plastica ci fossero quelli enigmatici di Eva Kant? Un personaggio eccezionale. Diabolik lo ? anche nella trasgressione. C’? una naturale, magnetica, animalesca sensualit? in lui e nelle sue storie. Intanto, praticamente gira nudo.
Agisce coperto da una sottilissima calzamaglia nera che ne scolpisce i muscoli da acrobata ladro, e quando si toglie il passamontagna scopre uno sguardo magneticamente obliquo, che pi? che a Robert Taylor, l’attore al quale le sorelle Giussani hanno dichiarato di ispirarsi, lo fa assomigliare allo Sean Connery dei primi James Bond. E poi c’? Eva, la sua compagna nel crimine e nella vita, bellissima. Bionda, slanciata e perfetta come una Barbie cattiva. Gelida ma romantica. Sempre sensuale in bikini, in pantaloni lunghi e anche travestita da poliziotto. Tra lei e Diabolik non c’? solo amore, intenso ma normale amore, come c’? tra Ginko e Altea, per esempio, tra loro c’? passione, c’? desiderio, c’? sesso, anche se alla fine non si vede mai niente. Credo che in tutti gli albi di Diabolik, almeno in tutti quelli che ho letto io, non si veda niente di pi? dell’ombra di un seno nudo e non ci sia niente di pi? spinto di un bacio, ma quando Diabolik ed Eva Kant si abbracciano dopo essere riusciti a sfuggire alla cattura, non si abbracciano solamente, si gettano l’uno nelle braccia dell’altra e da come si stringono lo senti che stanno bruciando. Un erotismo casto, una sensualit? di fondo, anche in quei volti di dark lady, di amanti vittime, di mogli traditrici dai nomi esotici, Thea, Rosaura, Alba, che stanno dietro a ogni albo. E che ha fatto in modo che per un po’ assomigliassero a quei giornalini sporchi che si trovavano dal barbiere. “Cos’? quello? Cosa stai leggendo?”, “Niente, mamma… ? Diabolik”. Non c’entravano nulla con i fumetti del barbiere, ma quando cominciavi a leggere Diabolik era segno che non eri pi? un bambino. Lo capii dallo sguardo sospettoso di mia nonna, per esempio, quando all’uscita della Messa ci fermammo come al solito davanti al giornalaio, lei disse “Topolino o Capitan Miki?” e io dissi, “Diabolik, grazie”. Quello notte, davanti al criminale in calzamaglia legato alla sedia sotto la lampada da interrogatorio, le braccia tese all’indietro e la testa china, l’agente che era con me mi guard? con aria sconsolata e rassegnata. “Che cosa lo abbiamo arrestato a fare, ispettore” mi disse. “Tanto prima o poi ci scappa”. Ecco, soprattutto, Diabolik ? un genio. Un Genio del Male, naturalmente, e con la G e la M maiuscole. Lui, e non solo lui, anche Eva, si intendono di meccanica meglio dei progettisti della Ferrari, sanno di chimica pi? di Rita Levi Montalcini, architettano case che Le Corbusier se le sogna. Sono Geni puri, perché non sono ricercatori o sperimentatori, sono i Geni del Colpo di Genio. Quello che li porta dentro ville inaccessibili, caveau blindati e musei sotto sorveglianza armata. Ma soprattutto quello che risolve le situazioni. Sono in macchina, in un vicolo senza uscita bloccato da agenti armati di lanciarazzi, inseguiti da tre auto della polizia che gli stanno sparando addosso, hanno le gomme forate, un incendio a bordo, un principio di avvelenamento, sono in trappola, Dio Santo, IN TRAPPOLA, tanto che nella vignetta della pagina successiva, quella del colpo di scena, non pu? che esserci disegnata la cattura di Diabolik, e Ginko che gli sta attaccato al paraurti lo dice anche “lo abbiamo preso!”. E invece no, succede qualcosa, l’auto si trasforma, il vicolo si trasforma, spuntano chiodi, macchie d’olio, rampe nascoste sotto l’asfalto, succede qualcosa di imprevedibile e Diabolik ? in salvo. Un Genio, lucido, razionale, pragmatico, che mette le proprie eccezionali facolt? intellettuali non tanto al servizio del Male in sé, del furto e del bottino, quanto della Suspense e del Colpo di Scena. Quasi che il momento culminante di tutta la vicenda fosse quel volare via, lasciando Ginko e tutte noi concrete, tranquille e quotidiane persone normali a guardarlo con la bocca aperta. Mi ricordo che quella notte, dopo che l’agente ebbe detto quella frase, tanto prima o poi quello ci scappa, io dissi “no!”. E ricordo con orrore di democratico e garantista, che allora tirai fuori la pistola da sotto alla giacca e gliela puntai alla tempia. “No. Questa volta no”. Fu in quel momento che Diabolik alz? la testa e mi guard?, con quei suoi occhi obliqui. Sorrise anche, nonostante di solito non lo faccia quasi mai. E io capii. Un attimo dopo, mia madre apriva la porta con una tazza di caffelatte in mano, gridava “alzati che fai tardi a scuola!” e spalancava la finestra, mentre la luce del mattino faceva impallidire la stanza degli interrogatori come una tavola stampata male. Il tempo di aprire gli occhi e Diabolik, maledetto!, era gi? fuggito.
Carlo Lucarelli
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Non sa fare il segno della croce il parroco si rifiuta di cresimarlo
18 Giugno 2006
Gela, un 14enne affetto da amnesia viene bocciato al catechismo ma il vescovo obbliga il sacerdote a impartirgli il sacramento
PALERMO - Niente segno della croce, niente cresima. Cos? la pensa l’intransigente parroco della parrocchia di Settefarine di San Sebastiano, un quartiere alla periferia di Gela, che si ? rifiutato di cresimare un ragazzino di 14 anni incapace, poiché vittima di una gravissima forma di amnesia, di mandare a memoria quel gesto. “Se non impari, niente sacramento”. C’? voluto l’intervento di monsignor Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, in provincia di Caltanissetta, per ricordare al parroco che “Ges? ama particolarmente coloro che soffrono”. Un richiamo che non ? rimasto inascoltato. Oggi, finalmente, il ragazzo ? stato cresimato insieme ai suoi compagni.
Era stata la madre del quattordicenne, Grazia I., a sollecitare l’intervento del vescovo. La donna, che ha altri due figli, entrambi affetti da ‘deficit mnesico’, ha aspettato che monsignor Pennisi arrivasse in chiesa. Poi, piangendo, gli ha raccontato quale fosse il motivo che aveva indotto il parroco a bocciare il figlio al termine del corso di catechismo. Spiegando, appunto, che il giovane “non ricorda come si fa il segno della croce perché ? malato”.
Monsignor Pennisi ha convocato il sacerdote e ha chiesto chiarimenti sulla vicenda. Poi ha precisato che “padre Alabiso ha frainteso la situazione. Il ragazzo soffre di una grave patologia e va aiutato. Quando ho capito come erano andate le cose, ho disposto che gli fosse comunque consentito di cresimarsi. Non si possono usare criteri meritocratici nei sacramenti. E’ vero che si deve seguire un cammino per arrivare consapevolmente a certi traguardi ma ciascuno deve farlo a seconda dei propri mezzi”.
Ma oltre a consentirgli di ricevere il sacramento, il vescovo ha preso a cuore il ragazzo di Gela. E non vuole lasciarlo solo: “In estate - dice - parteciper? a nostre spese ai gruppi estivi organizzati dalla parrocchia. E’ importante sostenere un suo percorso di socializzazione. Avr? bisogno di aiuto e noi saremo pronti a darglielo, come abbiamo fatto con altri suoi coetanei svantaggiati”.
Monsignor Pennisi non ? nuovo a interventi di questo genere: nella scorse settimane, superando le resistenze di un altro sacerdote, aveva deciso di autorizzare la cresima di un bambino cerebroleso.
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Pasolini partiva per primo
18 Giugno 2006
Pasolini partiva per primo

Su Vie nuove n.40, anno XVII, 4 ottobre 1962, Pasolini racconta nella sua rubrica quel che ? successo alla prima di Mamma Roma: «…Il pivello fanatico che, in cima alle scale della galleria del Quattro Fontane, nel silenzio che seguiva la morte di Ettore appena accaduta sullo schermo, mi ha affrontato con l’urlo stentoreo che sapete (”Pasolini, in nome della giovent? nazionale, ti dico che fai schifo”) [...] L’ingiustizia dell’iniziativa patriottica ? stata largamente compensata dagli incivili schiaffi che ho allentato all’eroe, non appena, sicuro dell’impunit?, ha chiuso quella povera bocca di minus habens strillante il nulla. Dovrei vergognarmi di quella mia reazione improvvisa, degna della giungla: sono “partito per primo”, come dicono i tanto disapprovati ragazzacci del suburbio, e gli ho dato “un sacco di botte”. Dovrei vergognarmi, e i nvece devo constatare che, date le circostanze che mi riducono a questo - a ragionare coi pugni - provo una vera soddisfazione: finalmente il nemico ha mostrato la sua faccia, e gliel’ho riempita di schiaffi, com’era mio sacrosanto diritto.» (Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965, Editori Riuniti, Roma 1977).
In una lettera a Panorama del 7 novembre 1974, Pasolini commenta insinuazioni sul suo conto fatte dal giornalista della Stampa Carlo Casalegno (tre anni dopo verr? ucciso dalle BR, ma questa ? un’altra storia) e conclude: «Quanto all’affermazione di Casalegno su una mia “nostalgia di un passato anche tinto di nero”, sia ben chiaro: se egli osa ripetere qualcosa di simile, prendo il treno, salgo a Torino e passo alle vie di fatto.» (Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975).Paso3
In un frammento inedito di fine ‘74, Pasolini afferma di non aver mai esercitato «un atto di violenza, né fisica né morale» (Ibidem). Mica per non-violenza, anzi, la non-violenza «se ? una forma di autocostrizione ideologica, ? anch’essa violenza». Ne consegue che Pasolini non considera affatto violenza gli “schiaffi incivili” e le possibili “vie di fatto” di cui sopra. Di seguito, per?, racconta “una sola eccezione”, risalente a dieci anni prima. Aggredito da alcuni fascisti, Pasolini reagisce e ne insegue uno, “il pi? scalmanato”: «La nostra corsa ? durata per pi? d’un chilometro attraverso il quartiere San Lorenzo», tra diverse peripezie, salti su e gi? da un tram in corsa, calci etc. Alla fine, il fascista riesce a fuggire. «A quel punto, per?, probabilmente, anche se lo avessi acciuffato, non avrei fatto pi? niente. La rabbia cieca mi era ormai passata.» Pasolini fa capire che, se avesse acciuffato quel “miserabile” prima del calare dell’ira, sarebbe parsa poca cosa la reazione “degna della giungla” al cinema Quattro Fontane (altrimenti perché definire “violenza” quest’inseguimento e non quell’alterco?).
Il trentennio seguito alla sua morte ci ha restituito un Pasolini tenero e fragile, saggio e ieratico, eccessivamente ingentilito, “indebolito”, “postmodernizzato”. Lui, invece, era uno a cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Si teneva in forma, giocava a calcio e poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo etc.
Anche per questo, fin da subito, ben pochi credettero alla prima versione di Pino Pelosi. Se Pelosi fosse stato solo, Pasolini gli avrebbe come minimo incrinato tre costole, fatto ingoiare qualche dente. All’Idroscalo, infatti, lo scrittore si difese: il corpo reca vistose tracce di colluttazione.
In occasione del trentennale del suo assassinio, tutti scriveranno pi? o meno le stesse cose. Variazioni sullo stereotipo. Porre l’accento su risse e scazzottate pu? aiutarci a rimarcare la complessit? di Pasolini, a ricordarne aspetti meno noti.
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Prete arrestato: molestava bambini dell’asilo
18 Giugno 2006
04 03 2005
Molestie sessuali all’asilo da parte di un prete
(che direbbe diNoto? Mica sono satanisti questi)
Ferrara - avrebbe molestato bimbe asilo Un sacerdote 60enne ? stato posto agli arresti domiciliari nella canonica della sua parrocchia, nel Ferrarese, con l’accusa di violenza sessuale. Il sacerdote, secondo quanto denunciato alla Procura da educatrici e personale scolastico, avrebbe molestato diverse bambine tra i 4 e i 6 anni che frequentano la scuola materna parrocchiale, della quale il sacerdote ? responsabile. I casi sarebbero una decina…
Il sacerdote, che proviene da un paesino del Bolognese, si ? professato estraneo alle accuse, dicendosi certo che, nel corso dell’interrogatorio davanto al gip, la vicenda verr? chiarita. Il sacerdote si trova ora agli arresti domiciliari, e gli ? vietato qualsiasi contatto esterno, se non con la perpetua: non pu? nemmeno celebrare la messa.
Nel frattempo i carabinieri, che per diversi mesi hanno svolto le indagini sul caso, stanno contattando i genitori dei bimbi che frequentano l’asilo, e che finora non avrebbero sporto alcuna denuncia. Le indagini sono iniziate infatti dopo le segnalazioni alla Procura da parte delle insegnanti che, secondo l’accusa, sarebbero addirittura state minacciate di licenziamento se avessero sporto denuncia.
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Lecce, arrestato Don Lodeserto
18 Giugno 2006
Lecce, arrestato Don Lodeserto
12 03 2005
Lecce, arrestato Don Lodeserto
Accusato di sequestro di persona
Don Cesare Lodeserto, direttore del centro di permanenza temporanea Regina Pacis nel Leccese ? stato arrestato con l’accusa di sequestro di persona. Il sacerdote ? sospettato di aver cercato di trattenere nel centro 4 rumene che volevano andarsene. Fonti della Curia spiegano che “le donne, ospitate per sfuggire alla prostituzione, furono trovate ubriache e invitate a non uscire per evitare problemi”.
Don Cesare Lodeserto ? stato arrestato a Mantova dove esiste un altro centro gemello del Regina Pacis, in esecuzione di una ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Lecce, Enzo Taurino, su richiesta dei pubblici ministeri salentini Carolina Elia ed Imerio Tramis. Il sacerdote ? stato rinchiuso in carcere a Verona. Gli inquirenti avrebbero tra l’altro accertato che un sms di minaccia giunto nei mesi scorsi a don Cesare Lodeserto era stato inviato da lui stesso da un’altra utenza telefonica.
I capi di accusa nei confronti del sacerdote sono abuso dei mezzi di correzione e disciplina (articolo 571 del Codice di Procedura Penale) e sequestro di persona (articolo 605). Lodeserto, secondo la Procura, usando violenza e minacce, avrebbe costretto altri a commettere reati (articolo 611). Infine la quarta accusa e’ di calunnia e riguarda un’altro filone di indagine in seguito a denunce presentate da alcune ospiti, sembra ex prostitute straniere ospitate nel Centro di Permanenza Temporanea, accolte sul territorio italiano per fini umanitari.
Le donne rumene
Secondo quanto si ipotizza nell’inchiesta condotta dalla procura salentina, il sacerdote ? sospettato di aver cercato di trattenere nel centro quattro donne rumene che i nvece volevano lasciare la struttura, che fa parte dei 15 centri di accoglienza tempor anea italiani.
Fonti della Curia leccese hanno detto che “le donne ospitate nel centro, per sfuggire alla prostituzione, furono trovate ubriache e invitate a non uscire dal centro per evitare che potessero avere problemi”.
Secondo gli investigatori, a carico del sacerdote, “c’? anche un’ altra inchiesta su maltrattamenti in corso, e un’altra sulla gestione dei fondi pubbli ci assegnati al Regina Pacis”. La prima inchiesta sui maltrattamenti, hanno detto le fonti, ? nata dalla de nuncia di immigrati maghrebini su presunte violenze subite da parte di carabinieri e dei responsabili del Regina Pacis, durante un tentativo di fuga del 23 novembre del 2002 messo in atto per evitare il rimpatrio. In questa circostanza sono state indagate, oltre a don Lodeserto, altre 18 persone tra volontari, operatori, carabinieri e medici che prestano servizio nel centro con le ipotesi di reato, a vario titolo, di lesioni, abuso dei mezzi di disciplina e falso.
Il centro Regina Pacis dipende direttamente dalla curia aricivescovile di Lecce. Scritte con minacce e accuse nei confronti di Lodeserto e del vescovo di Lecce e presidente della Conferenza Episcopale Pugliese Cosmo Francesco Ruppi, erano apparse ripetute volte sui muri della citta’ salentina e della provincia.
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