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D’Alema ? un genio

23 Febbraio 2007

Prima di leggere queste mie riflessioni, ti prego di farti questa domanda.

Una domanda secca e a bruciapelo: “Secondo te, chi ha fatto cadere questo governo?”

Credo che al 70-80% la risposta sia: “i due dissidenti della sinistra radicale” oppure qualcosa di simile del tipo: “Fernando Rossi e Franco Turigliatto” o “Rifondazione e Pdci” oppure qualche nostalgico del ‘98 potrebbe anche lanciarsi in un curioso “Bertinotti!”

Detto questo, se la mia previsione (il 70-80%) forse cominci a capire perch? D’Alema ? un genio.

Dunque facciamo parlare i numeri: partecipanti al voto erano 319 senatori cio? i 313 ordinari (perch? Rossi e Turigliatto non hanno partecipato) + 6 senatori a vita (Scalfaro era malato ed assente). Quindi il quorum per approvare la mozione di D’Alema era 160 voti favorevoli. Per? sono stati solo 158, cio? due meno del necessario. Facile ed automatico dire “cavolo, proprio i due voti di quei due dissidenti!”

Sennonch?, e torna a parlare la matematica, se i due avessero partecipato al voto i votanti sarebbero stati 321 anzich? 319 e il nuovo quorum sarebbe salito a 321 diviso due, cio? 161. Ma i voti sarebbero stati solo 158 + 2 cio? 160.

Quindi, tanto per amor di verit?, sembra proprio impossibile dire che Turigliatto e Rossi hanno fatto cadere il governo. Ed ancora pi? assurdo ? dire che Rifondazione e Comunisti Italiani hanno fatto cadere il governo.

Ma allora perch? questa ? la percezione di massa??? La risposta ? ancora quella: perch? D’Alema ? un genio. Un genio della politica di professione, ovvio.

Se quindi andiamo a indagare oltre e scopriamo che Andreotti (che in genere vota con il centrosinistra), Cossiga (che in genere vota con il centrosinistra), Pininfarina (che si era presentato l’ultima volta in Senato durante la votazione per la fiducia a Prodi e che ? arrivato in Senato grazie ad un passaggio della macchina personale di Piero Fassino), De Gregorio (eletto nell’Italia dei Valori di Di Pietro, passato arma e bagagli nel centrodestra, ma che comunque aveva dichiarato di votare SI) hanno tutti votato NO o si sono astenuti sulla votazione (che secondo i regolamenti della nostra camera “alta” equivalgono ad un NO) significa che le responsabilit? per il voto negativo sono un p? meno facilmente individuabili.

Altro passaggio. D’Alema, ministro degli esteri, ha posto una questione di fiducia Politica e non Tecnica (cio? Formale e che pu? essere chiesta solo dal Consiglio dei Ministri) sulla votazione. Insomma, in fin dei conti, il governo non era obbligato a dimettersi. Per? Prodi lo ha fatto. Invece se fosse stata posta la questione di fiducia il governo avrebbe DOVUTO dimettersi per legge. Cosa ben diversa.

Sorge quindi un primo interrogativo: se i due dissidenti avessero votato a favore (e quindi, come dimostrato matematicamente, il governo fosse andato sotto a causa dei senatori a vita centristi) Prodi si sarebbe dimesso ugualmente? O meglio, se la reazione popolare anzich? dirigersi verso i dissidenti e la sinistra radicale in genere, si fosse diretta contro i senatori a vita, Prodi si sarebbe dimesso? Nessuno pu? saperlo. Per? se fosse stata posta la questione di fiducia FORMALE avrebbe DOVUTO farlo. Con quella politica e informale invece le dimissioni sono state un gesto volontario. Forse evitabile se i voti contrari fossero venuti solamente dai senatori a vita, cio? se non fosse risultato possibile imputare ai due dissidenti e alla Sinistra Radicale la crisi del governo.

Anche in questo salvagente si nota la grandezza del ministro degli esteri D’Alema.

Inoltre, la mozione sulla politica estera presenta elementi chiaramenti invotabili per chi, nei giorni scorsi, si era dichiarato contrario al rifinanziamento della missione militare in Afghanistan e per chi, solamente sabato scorso, aveva manifestato contro l’ampliamento della Base Americana a Vicenza.

E proprio sta li il nodo della questione. Di fronte al successo della manifestazione (non dimentichiamolo, caricata da gravi allarmi sull’ordine pubblico proprio dai ministri “riformisti” del Governo) D’Alema ma anche Prodi hanno preteso “fiducia” da quei partiti presenti a Vicenza.

E cos? ? spuntata questa mozione, che presenta specchietti interpretabili come luci di una “svolta nella politica estera” (ad esempio il riferimento al mutato atteggiamento di Israele grazie all’impegno italiano) ma anche precisazioni chiare e nette sull’Afghanistan.

Dunque, D’Alema ha voluto mettere alle strette la Sinistra radicale in pi? parandosi la ritirata in caso di sfiducia proveniente dai senatori a vita.

Insomma, come dire “Manifestate quanto volete, ma sulla scelte dovete adeguarvi”. E cos? ? stato. Ma il genio del ministro degli Esteri si ? dispiegato al massimo dal momento che, grazie alla compagna stampa e alle stesse reazioni scomposte e di scomunica da parte di PRC e PdCI, proprio i due dissidenti sono stati percepiti come i responsabili della caduta; estendendo la loro responsabilit? anche ai loro due partiti.

In questo sta il genio di D’Alema: da un lato ha costretto la Sinistra radicale a capitolare e a perdere credibilit? da parte dei vari “popoli di Vicenza”, dall’altro lato, ? riuscito a farla percepire come responsabile della crisi.

Che genio!!

E ora che fare?

Occorre tener presente che esistono due invarianti nella politica di D’Alema e Prodi: il Partito Democratico e il bipolarismo. E per costruire uno scenario del genere occorre una nuova legge elettorale che favorisca decisamente le aggregazioni pi? forti (e nel caso dell’Unione, marginalizzi del tutto le Sinistre). Una scelta di questo tipo per? pu? essere possibile solo non modificando (o modificando leggermente) lo schieramento dell’Unione (cio? mantenendo un assetto bipolare) oppure, al contrario, costruendo un governo delle Larghissime Intese (con AN e Forza Italia) che abbia come unico obiettivo la modifica della legge elettorale. Questa seconda ipotesi ? per? da scartare, sia per i dubbi del centrodestra (soprattuto Lega) e dell’UDC, ma sia perch? farebbe mancare al nuovo governo l’ala sinistra del Parlamento (e della societ?); ala sinistra che giocoforza si salderebbe organicamente con i vari movimenti presenti nel paese e che costringerebbe anche le stesse burocrazie sindacali (essenziali nel progetto concertativo della nascita del Partito Democratico) a rincorrere le scelte della Sinistra radicale (referendum sull’articolo 18 docet) mettendo oggettivamente in crisi la pace sociale del paese, il primo obiettivo di ogni buona sinistra riformista che si rispetti.

Dunque, tenersi dentro il nuovo Governo la Sinistra radicale “cornuta e mazziata” rappresenta lo scenario migliore possibile per D’Alema e co. Infatti, mentre i Verdi e PdCI si affrettano in queste ore a dire di non aver legami con Fernando Rossi, la stessa Rifondazione si appresenta a cacciare Turigliatto dal partito e a manifestare “per Prodi”.

Inoltre, il problema dei numeri potrebbe essere facilmente superato con un Turigliatto ormai dimissionario (e comunque forse sostituito da un buon Pannella, a causa di un riconteggio in corso), con una Sinistra radicale ormai allineata, ma anche grazie all’apporto di voti del centrodestra in libera uscita. Senza ipotizzare l’ingresso dell’UDC, che pretenderebbe troppo e comunque minerebbe la creazione del Partito Democratico, c’? la possibilit? molto pi? comoda di accordarsi con l’Italia di Mezzo di Follini (1 senatore ma con grandi capacit? di “attrazione” verso settori della CDL) e il Movimento delle Autonomie (altri 2 senatori) di Don Raffaele Lombardo.

Insomma, nuovi orizzonti in vista per il governo Prodi. Orizzonti senza nubi e senza trappole provenienti dalla Sinistra radicale normalizzata e priva dei suoi “dissidenti”.

Il tutto grazie al tranello e al genio di Massimo D’Alema.

Post Scriptum.

Cosa avrebbe dovuto fare la Sinistra radicale? La risposta dipende dalle priorit?.

Se la priorit? ? quella del mantenimento del quadro politico sempre e comunque avrebbe dovuto votare SI chiedendo per? di partecipare alla stesura del testo. In presenza di dissidenti avrebbe dovuto fare come sta facendo in queste ore: ribadire le distanze e cacciarli dai vari partiti di appartenenza. Un atteggiamento di questo tipo deve per? essere consapevole della grave crisi di fiducia che questi partiti possono avere nella loro base sociale di riferimento. Perch? pare ormai sancito che anche su altri temi (anche quelli socio-economici) Prodi o il ministro di turno potr? dire “o passa la mia mozione o si va a casa”.

Se invece la priorit? era quella di ottenere un qualche successo su Vicenza o sull’Afghanistan (o anche un tema dei due, perch? la politica ? sempre mediazione) occorreva dichiarare comattamente la non disponibilit? a votare la mozione D’Alema. L’incubo del 1998 sarebbe stato scongiurato da una mobilitazione presente sul territorio italiano, dalla presenza di tre partiti (con la possibilit? di pescare anche in altri settori critici dei riformisti- Salvi, Franca Rame, etc…) azich? mezzo come nel 1998. Occorreva pretendere una discussione pi? approfondita della questione mettendo sul piatto il buon successo di Vicenza.

Ma la sconfitta e la beffa per la Sinistra radicale si ? materializzata concretamente dal momento che ieri mattina ? entrata in aula. I tempi della mediazione e della politica erano ormai finiti per lasciare spazio alla beffa e al linciaggio.

Ma ancora non ? detta l’ultima parola.

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