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I satanisti di Staglieno

30 Ottobre 2007

Il genovese è un po’ lo scozzese italiano. Stavolta il risparmio è quello cerebrale. Non so darmi altra spiegazione.

Ferruccio Sansa scrive un bell’altricolo. Perchè bello? Innanzitutto Ferruccio sa che il cimitero di Staglieno da cinque anni è diventato il ritrovo di satanisti. Come lo sa? O era li o si inventa la notizia. Affermare che un posto è ritrovo di satanisti presuppone che uno abbia visto o partecipato a rituali sicuramente di cultura satanista.
O forse no? Force il vociferare nei paesini si alimenta con le leggende metropolitane.
Forse, leggendo il suo articolo che traggo dal sito ilsecoloxix.it si può capire di più.

Un uomo che firma il cimitero di Staglieno con scritte demenziali come ‘Demon’ ‘666′ e addirittura con proprio nome di battesimo ‘Davide’ che mente può avere? Un criminale? Un idiota? Un saggio? Decidete voi.
Attenzione all’abilitĂ  che ha il Ferruccio a fare saltare l’articolo di palo in frasca, associando fra loro elementi che assieme non c’entrano nulla di nulla. Un po’ come collegare la Franzoni a Sandra Milo perchè entrambe sono mamme.
Davide che firma i cimiteri è associabile alle ‘Bestie di Satana’ perchè nei loro diari ci sono scritte simili! E incalza: il 666 è il numero con coi veniva identificato Marco Dimitri dei Bambini di Satana… Il 666 è il numero del demonio. Bravo Ferruccio. Questo, signori, secondo me è delirio non informazione.
Parla di me come al passato ‘veniva identificato’ come se io fossi una persona che non ha mai agito alla luce del sole, come se dei fantomatici inquirenti avessero indagato sul 666 arrivando a me.
Mi sono sempre firmato ‘Bestia 666′ non perchè il 666 è il numero del demonio, caro Ferruccio, vedi troppi film. Il 666 deriva dalla cabala greca e non significa affatto ‘demonio’ significa ‘uomo che pensa di se stesso dio’. Il superuomo insomma.
Che diavolo c’entro io con un vandalo lordo di farneticazioni della superstizione popolare? E che c’entrano le ‘Bestie di Satana’?
Il vandalo che si firma ‘David’ mi fa tanto pensare ad un uomo con problemi, uno di La Spezia, giĂ  identificato da anni dalla DIGOS per atti vandalivi.

L’articolo di Ferruccio Sansa:

«Demon». «666». Nessuno o quasi se n’era accorto, perchĂ© David Krieg ha scelto un posto nascosto per lasciare i suoi messaggi. Ma il cimitero dei soldati inglesi, a Staglieno, da cinque anni è diventato punto di ritrovo di satanisti. Uno in particolare, David, che dal 2002 lascia una traccia di tutti i suoi passaggi sul registro dei visitatori. Ogni volta una frase, le prime addirittura firmando con il nome di battesimo. Poi compare il nome d’arte: David Krieg, appunto. E mese dopo mese l’autore si lascia andare sempre di piĂą, fino a lasciare messaggi sempre piĂą chiari. Chi ha letto i diari delle “Bestie di Satana” troverĂ  l’eco degli stessi lugubri pensieri, anche se David non è mai violento.

C’è però quel numero “666″ con cui viene firmato il messaggio del giugno 2007 che non lascia dubbi: è la cifra del demonio. Ă? il numero con cui veniva identificato Marco Dimitri dei Bambini di Satana. Non solo: c’è la stella a cinque punte che per i frequentatori dell’occulto è immediatamente legata al diavolo. Ma sono soprattutto altri gli elementi che suscitano un certo allarme: le firme che chiudono due messaggi. La prima - «Demon» - non lascia dubbi sulle intenzioni di chi scrive. La seconda, «C.S.Genova», è ancora piĂą preoccupante perchĂ© sembra far riferimento a un gruppo.

No, non è una ragazzata, perchĂ© le tracce lasciate da David e dai suoi amici non sono sporadiche. A tornare indietro nel tempo, sfogliando le pagine del registro dei visitatori, si scopre che le “visite” durano da almeno cinque anni, quando il volume fu inaugurato. Ma che cosa dicono i messaggi lasciati a Staglieno? A colpire è soprattutto l’ultimo, proprio per quella somiglianza con le pagine lasciate da Andrea Volpe e gli altri ragazzi delle Bestie di Satana. Scrive David: «Le unghie di lui, innaturalmente lunghe, come quelle di un cadavere, graffiavano la sua pelle eburnea, mentre le carezzava delicatamente il seno, i fianchi, l’amabile volto». All’inizio potrebbe quasi sembrare un messaggio d’amore. Un po’ particolare, è vero. Ma andando avanti la scena si delinea meglio: «E non v’era altro contatto all’infuori di quel cercarsi e scoprirsi con il senso tattile, se non le involontarie lacerazioni di quegli esangui artigli degni del sudario sul corpo stremato di lei». GiĂ , i protagonisti di questa scena di passione sembrano proprio essere due zombie, due morti viventi. Conclude David: «E non v’erano baci teneri e appassionati, ma solo l’impatto dei pugni di lei sulle sue labbra giĂ  screpolate e sul suo flaccido stomaco collassato. PerchĂ© questo è l’unico amore possibile, il piĂą sincero e duraturo, pur nella sua triste irripetibilitĂ , per questa luttuosa compagnia, per questi sventurati mutanti del sepolcro». Ma ci sono anche messaggi in latino, preghiere a una «dea pugilatrix», e invocazioni alle tenebre («La vera vita nel momento della morte.

Una cosa appare chiara: c’è una zona del cimitero di Staglieno frequentata abitualmente da chi ama il demonio. Per trovarla basta imboccare il viale alberato del cimitero evangelico, quindi prendere la seconda rampa a destra, quella che porta alle tombe dei protestanti e dei soldati inglesi. Il luogo sembra ideale per alimentare lugubri fantasie: l’umiditĂ  che ti entra dentro e fa crescere il muschio sui muri, l’ombra che ristagna anche nelle giornate di sole. E la vegetazione che ha preso il sopravvento e ha ricoperto le tombe ormai abbandonate. Qui salgono poche persone. «Non viene quasi nessuno. Due volte alla settimana passa il giardiniere pagato dal consolato inglese che si occupa del campo in cui sono sepolti i soldati della Prima e della Seconda Guerra Mondiale», raccontano i custodi di Staglieno. Insomma, è il luogo ideale per incontrarsi, per lasciare segni e messaggi senza farsi notare.

Difficile, però, capire se il fenomeno sia realmente diffuso a Genova e in Liguria. Certo meno che in regioni come il Piemonte e la Lombardia, ma di sicuro piĂą di quanto si creda. Il pericolo del satanismo in Italia è sottovalutato, come dimostrano le indagini dei pm Antonio Pizzi e Tiziano Masini. Partiti dai tremendi delitti di Somma Lombardo, i due magistrati che hanno sgominato le Bestie di Satana, adesso stanno indagando su almeno dodici nomi. Ragazzi morti o scomparsi in circostanze non chiare. Giovani che spesso avevano legami tra loro: un amico, un luogo di incontro, una frase lasciata sul diario. C’è un filo rosso che lega i dodici ragazzi.

Ma in Liguria? Gli investigatori hanno individuato alcuni dei probabili luoghi di incontro dei satanisti liguri. Le zone più interessate al fenomeno sono in provincia di La Spezia, tra Sarzana e la Val di Magra (nei boschi sopra Pontremoli e sui monti oltre Fivizzano). Segnalazioni arrivano, però, anche dal genovese. I luoghi si somigliano sempre, devono essere poco accessibili, abbandonati. E devono fare rima con quei pensieri nutriti di buio e di terrore. Qualcuno ha trovato ceri e tracce di riti soprattutto in quella terra di nessuno che sono i forti abbandonati (da Torre Quezzi a Forte Ratti, passando anche per il Diamante). Le stesse tracce che sono state notate sul Veilino, la stretta strada alle spalle di Staglieno, e in alcuni casolari abbandonati non lontano dalla Madonna della Guardia. Di riti si parla anche nel Centro Storico, ma qui si tratterebbe di magie e invocazioni a Satana compiute soprattutto da immigrati sudamericani. Brasiliani in particolare. Presenze si segnalano anche a Ceriale (come dimostra la storia delle Bestie di Satana) e perfino in valle Argentina, tra Badalucco e Triora. Impossibile dare numeri precisi. Un sacerdote genovese che si occupa del problema tenta una stima dei seguaci di Satana in Liguria: «Cinquanta, al massimo settanta persone, in maggioranza giovani. Ci sono, però, anche gli adulti e sono i più insidiosi, perché la loro è una vera passione per il demonio».

Gli incontri in Liguria
Nomi. Circostanze. Luoghi. Ci sono elementi di contatto tra le Bestie di Satana e la Liguria. E ci sono - soprattutto nella zona tra Liguria e Toscana - misteri ancora non risolti che potrebbero portare la firma di gruppi satanisti. «Ho conosciuto degli amici di Mario Maccione, gente di Massa Carrara. Erano persone violente, tutte sui trent’anni», a parlare è Wedra, così era chiamato Pietro Guerrieri dai compagni delle Bestie di Satana. Il racconto è contenuto nei verbali dell’inchiesta condotta dal pm Antonio Pizzi e dai carabinieri del Nucleo Operativo di Varese. Guerrieri ha scavato la fossa per Chiara Marino e Fabio Tollis, tre giorni fa la Cassazione ha confermato nei suoi confronti una condanna a dodici anni e otto mesi.

Ma il verbale di Wedra non è il solo elemento che rimanda alla Liguria. Per scoprirlo basta sfogliare il memoriale di Mario Maccione, il medium del gruppo, il ragazzo che, hanno raccontato le altre “Bestie”, teneva direttamente i contatti con il demonio e quando veniva posseduto da Satana entrava in trance». Mario - autore materiale, insieme con Nicola Sapone e Andrea Volpe, dell’omicidio di Chiara e Fabio - ha disegnato una stella a cinque punte che unirebbe i luoghi del diavolo: Torino, Cogne, Vignate, Ceriale e Bettola.

La sparata di un ragazzo che in attesa della sentenza definitiva vive sul filo dell’ergastolo? Può darsi, ma una cosa è sicura: «Il primo rito satanico lo abbiamo compiuto in Liguria, al castello di Ceriale», ha raccontato Maccione. «Era il 1996 quando ci incontrammo per la prima volta insieme per invocare il diavolo», spiegò Maccione. In quella prima seduta al castello ritroviamo tutti i capi delle Bestie: c’ è Paolo Leoni, quell’Ozzy che sarebbe stato il leader carismatico del gruppo. Accanto a lui Nicola Sapone, che molti indicano come il braccio, l’esecutore degli omicidi. E poi Marco Zampollo, Eros Monterosso e Fabio Tollis. Sì, anche lui, la vittima del primo omicidio. Maccione spiega anche perchĂ© i satanisti scelsero Ceriale: «Ci avevano detto che in quel posto, proprio accanto al castello, si annidava un’entitĂ  positiva. E noi volevano stanarla. Eliminarla», raccontò Maccione. Aggiunse: «Poi alcuni di noi trascorrevano le vacanze a Ceriale con i genitori. Una sera decidemmo di andare tutti insieme al castello. Cercammo un angolo buio, dove nessuno avrebbe potuto trovarci. Lì partì tutto, anche se all’ inizio non sapevamo neanche noi che cosa sarebbe successo. Ma volevamo invocare il demonio».

Ma gli investigatori lombardi vogliono approfondire anche il primo passaggio, quello che rimanda alla Toscana e fa tornare alla mente due morti misteriose avvenute in Lunigiana. Ă? domenica 19 maggio 1996 quando Fabio Rapalli - 31 anni, di Costa Monfedele, nell’Oltrepo pavese - salta sulla sua motocicletta e parte. Ă? successo giĂ  mille volte, ma questa volta Fabio non tornerĂ  mai piĂą. Il 7 settembre il suo cadavere sarĂ  ritrovato nei boschi fittissimi di Montelungo, oltre Pontremoli. Ci vogliono mesi per identificarlo. Un suicidio, forse. Ma perchĂ©, dopo due mesi, la moto di Fabio ricompare improvvisamente a poche decine di metri dal luogo dove è stato trovato il corpo? E perchĂ© Rapalli si sarebbe ucciso, scegliendo tra l’altro quel bosco lontano duecento chilometri da casa sua?

Non basta. I dubbi ritornano il 25 novembre 1998, quando, sempre a Montelungo, a poche decine dal luogo dove è stato scoperto il corpo di Fabio, viene trovato il cadavere di un altro giovane. Ă? Roberto Bossi, 32 anni, di Castelsangiovanni. «Era depresso», raccontano i suoi genitori. Ma colpiscono alcune coincidenze: Fabio e Roberto erano coetanei, abitavano a pochi chilometri di distanza e hanno scelto lo stesso bosco per chiudere la propria esistenza. E poi… poi secondo una ricostruzione dei carabinieri (che hanno puntato le loro indagini anche su ambienti satanisti), il giorno della sua scomparsa Fabio Rapalli potrebbe essere passato proprio da Castelsangiovanni prima di raggiungere Pontremoli. Una coincidenza, forse, ma insieme alle altre è abbastanza per farsi delle domande.

Ferruccio Sansa

Che dire… secondo me ci sono scritte meno idiozie sulle tombe imbrattate da ‘David’ che nell’articolo in questione.

Marco Dimitri

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Va in bianco e denuncia. 77enne contro una 19enne

30 Ottobre 2007

Germania,dopo rifiuto denuncia ragazza

Un arzillo vecchietto ha fatto causa a una 19enne, dopo un rifiuto alle sue avances sessuali. Protagonista della vicenda è il playboy piĂą famoso della Germania, il 77enne Rolf Eden, La giovane, dopo aver trascorso una serata con lui tra caviale e champagne, ha opposto un secco “no” alle sue proposte sessuali: per tutta risposta, il playboy ha fatto causa alla giovane donna, per discriminazione degli anziani.

Come riporta il quotidiano popolare Bild, il 77enne ha deciso di ricorre al Tribunale perché, nonostante la serata trascorsa nella capitale e finita nel suo appartamento, la ragazza - una non meglio identificata berlinese - ha giustificato il rifiuto dicendogli che era troppo vecchio per lei.

“E’ stato devastante. Nessuna donna prima d’ora mi aveva mai detto una cosa simile”, ha raccontato il decano dei playboy, il quale si vanta di essere andato a letto con 2.000-3.000 donne nella sua lunga vita. “Dopotutto - ha proseguito - ci sono leggi contro la discriminazione”.

Il playboy, che nel 2002 scrisse di voler morire durante un amplesso, quindi, potrebbe essere costretto a scendere a patti con la realtĂ , ma anche a rivedere i suoi sogni.

Tgcom

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Padre Pio, il giallo delle stigmate

26 Ottobre 2007

Un farmacista: «Nel 1919 fece acquistare dell’acido fenico, sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani»

I l cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant’Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull’«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un’ombra sinistra. PiĂą che profumo di mammole o di violette, odore di santitĂ , dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.

Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell’epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l’anima del defunto. (…) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del ‘19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo.

Il problema si era presentato al rientro in cittĂ  della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell’acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacitĂ  di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell’acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».

A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio avevano circolato giĂ  nella primavera di quel 1919, inducendo il professor Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la bottiglia con l’acido. Ma la perplessitĂ  del farmacista era divenuta sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva trasmesso alla donna - di nuovo, sotto consegna del silenzio - una seconda richiesta: quattro grammi di veratrina.

Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione chimica di quest’ultimo prodotto e insistette sul suo carattere fortemente caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e deve vedere se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi terapeutici, la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e cinque milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo. «Si parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di quattro grammi! ». E tale «quantitĂ  enorme trattandosi di un veleno», il frate aveva domandato «senza la giustificazione della ricetta medica relativa», e «con tanta segretezza»… A quel punto, Valentini Vista aveva ritenuto di dover condividere i propri dubbi con la cugina Maria, raccomandandole di non dare piĂą seguito a qualsivoglia sollecitazione farmacologica di padre Pio. Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse dell’una o dell’altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere piĂą appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia dell’imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell’«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli l’accaduto.

La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni Rotondo, nell’estate del ‘19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio l’aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell’autocarro passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all’uso cui l’acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa un mese dopo, per il tramite d’una penitente di ritorno da San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito di non mandare piĂą nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario ».

Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina? Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al Sant’Uffizio le deposizioni di entrambi. D’altronde, un po’ tutte le gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di santitĂ  di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo » e dall’«affarismo» dei sangiovannesi, l’arcivescovo di Manfredonia, monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.

Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d’accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santitĂ : il sesso e il lucro. E per quarant’anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirĂ  puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell’immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant’Uffizio la questione delle stigmate. Tanto piĂą che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare - nell’archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede - senza una punta d’emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant’Uffizio, era questo lo smoking gun, l’indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All’interno, un unico foglietto autografo, letterina molto piĂą stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, GesĂą ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».

Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perchĂ© mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l’ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell’affaire l’autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n’era abbastanza per incuriosire un Sant’Uffizio che possiamo immaginare giĂ  sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell’attendibilitĂ  delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall’autografo di padre Pio. Agli atti del Sant’Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest’ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».

Corriere della Sera

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«Io, sfuggita a Satana Mi dicevano: devi uccidere»

23 Ottobre 2007

Ecco un articolo che non dice niente, gettato li non certo per informazione visto che mancano nomi, tempi e luoghi. Un sano terrorismo psicologico? Forse.
L’epicentro, come sempre, è una donna con vari problemi esistenziali, il ragazzo che muore quattro giorni prima del matrimonio, un infanzia in un istituto dove dice d’avere subito violenze.
La donna che si fa chiamare per l’occasione con lo pseudonimo “Michela” afferma che a seguito dei fallimenti, delle delusioni ha dichiarato guerra a Dio “Se ci sei ti distruggo!” e via attraverso il solito percorso nella filosofia orientale, nientemeno che nei reiki che dopo un periodo di assidua frequentazione le propongono nientemeno che una messa nera alla quale partecipa, udite… udite … senza rendersene conto!
Ah ma prima la donna era stata sottoposta a diverse sedute di ipnosi che sicuramente hanno avuto il compito di indurla a fare la satanista!
Ora, tutti sappiamo che nessuno in ipnosi può essere indotto a fare ciò che non è sua natura fare, tantomeno a cambiare ideologie, pareri, carattere.

Parliamoci chiaro, non viene specificato alcun nome, alcuna “setta” chi avrebbe abusato di questa donna, il nome dell’istituto dove avrebbe subito violenze da bambina, i nomi dei colpevoli. Nulla.
Non manca un po’ di sano spam ed il lieto fine, diventa adepta di Dio perchè Dio è amore. Chi l’avrebbe mai detto?
La donna, che ha anche scritto un libro sulle sue esperienzedegne di un incontro ravvicinato del quarto tipo, si lascia andare ed afferma che la notte di Natale di qualche anno fa, si è trovata a passare di grado ed acquisire nuovo potere però doveva uccidere la fondatrice di una comunitĂ  cattolica “Nuovi Orizzonti” perchè era buona, faceva del bene. Non ha accettato e si è unita a “Nuovi Orizzonti”, piccolo il mondo?
Non manca la domanda che ormai ha rotto le scatole a uomini donne e Bambini di Satana: “Lei dice che i satanisti sono persone importanti, ci può dire quali?” “No” risponde la scrittrice!
Questa domanda è riferito ad un fantomatico “terzo livello” che sarebbe composto da persone politicamente potenti, capi di Stato ecc. Da anni pure l’FBI ha dichiarato che si tratta di leggende metropolitane e non c’è nulla di vero.
Allora perchè dare eco a queste idiozie? Ovvio, si vuole sparare a zero sul Satanismo, magari nascondendosi dietro (o sotto) la sottana del prete. Quale occasione migliore per redarre un articolo, con un titolo forte, e fare felice il direttore?

Ah, ecco l’articolo, lo copio e incollo prendendolo dal sito de “il Giornale”. Accidenti, si vede che non c’è piĂą Montanelli.

Marco Dimitri

di Andrea Tornielli (il Giornale)

Clicca per ingrandire Si fa chiamare Michela, ma il suo vero nome è top secret. Contattarla è stato difficilissimo, perché vive nascosta e protetta nel più totale anonimato. La sua è una storia terribile ma lei ha avuto il coraggio di renderla pubblica nel libro Fuggita da Satana. Questa è la prima intervista che concede.
Come si è avvicinata al satanismo?
«Venivo da un periodo di grande sofferenza; la persona che amavo era mancata quattro giorni prima del nostro matrimonio. Ma questa era solo la punta dell’iceberg di una lunga serie di sofferenze e abbandoni, cominciati sin dalla mia nascita. Mamma e papĂ  mi avevano abbandonato alle cure di un istituto, dove ho subito violenze di ogni genere, sono stata adottata ma la famiglia adottiva non era preparata a gestire il rapporto con una figlia con traumi così dolorosi. Dopo questo ennesimo abbandono ho dichiarato guerra a Dio, quasi urlando “se ci sei io ti distruggo!”».
Come ha combattuto questa guerra?
«Ho iniziato a cercare risposte nelle varie filosofie orientali, mi sono avvicinata al reiki, sino a quando una persona di questo ambiente mi ha proposto di sottopormi ad una terapia psicanalitica. All’inizio andavo solo un giorno alla settimana, poi fino a quattro volte alla settimana, e una sera mi sono trovata a partecipare alla mia prima messa nera. La persona dalla quale mi facevo seguire era un’adepta della setta, e tramite ripetute sedute di ipnosi mi aveva indotto a compiere questo passo, senza che io ne fossi consapevole».
Che cosa cercava nella setta?
Io nella setta non cercavo niente, mi ci sono trovata. Non è che una persona si alza alla mattina e decide di entrare in una setta perchĂ© ha particolari bisogni, è stato il frutto di un percorso che indubbiamente aveva annullato la mia capacitĂ  di decidere. Di sicuro questa persona aveva fatto leva sui miei bisogni, consci e inconsci, da colmare. Una cosa è certa, avrei dato tutto l’oro del mondo (e all’epoca guadagnavo davvero molto) per avere solo cinque minuti di felicitĂ  vera, per avere insomma l’esperienza dell’amore, quello vero».
L’esperienza che descrive nel libro è terribile: a lei è stato chiesto di uccidere

«Era la notte di Natale di qualche anno fa. Ero arrivata ad un punto, all’interno della setta, in cui potevo raggiungere un livello ancora piĂą alto, un potere maggiore, a patto che facessi per loro qualcosa che avrebbe garantito la mia fedeltĂ . Mi fu detto che a Roma c’era una ragazza, una certa Chiara Amirante che aveva da poco aperto una comunitĂ , “Nuovi Orizzonti”, per accogliere i piĂą disperati, vittime di drammatici circoli viziosi, eroina, carcere alcolismo. La ritenevano pericolosa perchĂ© aveva aiutato molte persone ad uscire da certi ambienti. Per questo mi chiesero di ucciderla e di distruggere tutta la sua opera»
Che cosa l’ha fermata?
«Quando sono arrivata a Trigoria, nella periferia di Roma, la prima sede della comunitĂ , conobbi subito proprio lei, Chiara, che mi abbracciò e mi disse: “Finalmente sei a casa”. Ă? l’abbraccio che capovolge la mia vita, l’abbraccio di una madre, di una sorella, di un’amica, di qualcuno che in quel momento mi ha voluto bene così com’ero. Avevo scoperto che Dio è amore e perdona tutto, anche la mia volontĂ  di fargli guerra».
Nel libro lei afferma che tra i satanisti ci sono personaggi importanti? Può dire qualcosa di più?
«No, ma confermo quello che ho scritto».
Che cosa significa uscire da una setta satanica?
«Per uscire dalla setta serve innanzitutto la volontĂ , per sottoporsi a lunghi e dolorosi esorcismi. VolontĂ  di ricostruire tutta la mia persona, sia dal punto di vista fisico, psicologico e spirituale. Ho dovuto sottopormi ad una psicoterapia, per ricostruire la mia psiche alterata e danneggiata. La vera libertĂ  ho scoperto che non sta nel fare ciò che si vuole, e ciò che il mondo ti propone - tutte le volte che ho seguito questo tipo di libertĂ  ho raccolto morte, solitudine e disperazione - ma sta nell’obbedienza alla volontĂ  di Dio. Quando ho cominciato a vivere questo ho sperimentato la pienezza della gioia. Io non ho paura, perchĂ© confido in Dio, e cerco di di portare l’amore a chi non ha l’ha conosciuto».

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Levi rispetti la gente e se ne vada

21 Ottobre 2007

A Bologna si dice “Lui qua l’ha fatta fuori dall’urinaio!” per indicare qualcuno che fa qualcosa che non c’entra nulla con nulla.
Ora vi chiedo, Internet è una spazio vostro, dove scambiare idee, esperienze, divulgare la propria conoscenza oppure è un supermercato, una corsa allo sconto, un luogo esclusivo destinato a commercianti e consumatori? Consumatori che debbono alimentarsi forzatamente senza alcuna scelta alternativa, senza uno spazio per le idee.
Ora sentite, chi vi governa se ne fotte delle vostre idee, delle vostre passioni, delle vostre esperienze perchè voi non contate nulla, siete le comparse del film che egli interpreta. Addirittura è infastidito dalla vostra libertĂ  d’espressione, vi tappa la bocca perchè, in fin dei conti, siete bambocci.

Riccardo Franco Levi (quello nella foto, così ti fai un’idea), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha scritto una proposta di legge secondo la quale chiunque abbia un blog, un sito Internet, deve essere iscritto al ROC, un registro dell’AutoritĂ  delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro!
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una societĂ  editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.

In parole povere, o sei giornalista o stai zitto.

Siccome è tempo di domande, vi chiedo: queste persone sono al governo per tutelare diritti e doveri o per farvi stare zitti?
Questa spazzatura era prevista nel programma di governo? Perchè nessuno l’ha proprio notata.

Così l’Italia fa l’ennesimo passo indietro di fronte al mondo, rendendoci, incredibile, ancora piĂą ridicoli.

Coppie di fatto? No! Il papa non vuole.
Voi riuscite ad arrivare a fine mese con uno stipendio? Abbiamo i prezzi piĂą osceni del mondo, io non riesco ad arrivare a fine mese e sono un satanista!
L’altro giorno al supermercato, dico anche il nome “PAM” una cipolla 2 Euro!!! “Forse la bilancia va male” ho pensato, invece no. Che vergogna.
I pensionati sono ridotti alle rapine e la polizia ormai allarga le braccia, pure lei non arriva a fine mese con lo stipendio.
Non è uno scherzo, questo pattume ci porterĂ  al collasso economico nel giro di un paio d’anni ad essere ottimisti.
Ogni diritto, anche il piĂą minuto è negato. La sanitĂ , mi ha detto “Non possiamo curarti a fondo perchè non abbiamo fondi!” (Ospedale Santorsola reparto oculistico).
Berlusconi mica si è operato in Italia mi risulta, è andato all’estero mica è scemo e mica è povero.
Adesso, dulcis in fundo, perchè lasciare il diritto di parola? Via anche quello, che parlino i giornalisti, questi incorruttibili.

E qua mi fermo altrimenti mi fanno fare un altro anno di galera per stupro.
Riporto solo un messaggio di Beppe Grillo, sperando che la colpa la diano a lui:

” Oggi mi sento piĂą tranquillo. Un signor Nessuno, eletto da nessuno, che si chiama Ricardo Franco Levi ci ha rassicurato.
Il disegno di legge Levi-Prodi per imbavagliare la Rete farĂ  il suo percorso, ma sarĂ  sereno. In caso di dubbi sulle finalitĂ  di un sito o di un blog ci penserĂ  l’AutoritĂ  per le Comunicazioni. Sentite le parole di questo paraculo prodiano: “Distinguere tra attivitĂ  editoriale e privata non è semplice. Per questo sarĂ  l’AutoritĂ  per le Comunicazioni a indicare quali siti o blog siano tenuti all’iscrizione”.
Non solo fanno leggi non previste dal programma di governo, in silenzio, per non essere disturbati. Ma ci prendono anche per il culo. Levi, le do un consiglio: si tolga dalle palle, ma presto, torni alla panchina del parco dove l’ha raccattata il suo amico Prodi. “

Marco Dimitri

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