Mastella indagato. Nel mirino un finanziamento per una Loggia Massonica
20 Ottobre 2007
Nel mirino c’è il presunto utilizzo illecito di finanziamenti pubblici per una loggia massonica
ROMA - Indagato dallo stesso magistrato di cui ha chiesto il trasferimento cautelare d’urgenza. Il ministro della Giustizia Clemente Mastella finisce nell’ inchiesta ‘Why not’, nell’ambito della quale il pm di Catanzaro Luigi De Magistris ha gia’ iscritto nel registro degli indagati (lo scorso 13 luglio) il presidente del Consiglio Romano Prodi. Oltre all’abuso di ufficio contestato al premier, a carico del Guardasigilli sarebbe ipotizzata anche la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.
L’iscrizione nel registro degli indagati sarebbe datata 14 ottobre, e a controfirmarla non e’ stato il procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi (anche per lui Mastella ha chiesto al Csm il trasferimento), bensi’ l’aggiunto Salvatore Murone. Circostanza questa a riprova - se mai ce ne fosse bisogno - di un clima ‘avvelenato’ all’interno della stessa procura di Catanzaro e non solo tra politica e magistratura.
Mastella ostenta ‘’serenita”’ e torna a ribadire di ”non aver mai partecipato a comitati d’affari o a singoli affari”, o di esser mai stato iscritto ad alcuna loggia massonica, ne’ in Italia n’e’ all’estero”. Anzi, di una loggia ha sempre rivendicato di far parte: quella di Ceppaloni (dove e’ nato) e
di avere la tessera n. 52947 (giorno, mese e anno della sua data di nascita). Chi lo collega ad associazioni segrete verra’
denunciato perche’ l’accusa - afferma - e’ ”infamante, ridicola e ignobile”. Ma la tranquillita’ del Guardasigilli viene letta, da alcuni a lui vicini, come la presa d’atto di una mossa tatticamente errata di De Magistris, quasi potesse interpretarsi come una sorta di ‘ritorsione’ del pm nei confronti di chi ne ha chiesto il trasferimento. ”Se avessi voluto rabbonirmi il pm non avrei chiesto al Csm di mandarlo via”, e’ il ragionamento
fatto da Mastella ai suoi.
Vero e’ che la cronologia degli eventi puo’ essere letta sotto diverse chiavi. Risale allo scorso giugno la pubblicazione, da parte del quotidiano ‘Il Giornale’, di alcune intercettazioni telefoniche tra Mastella e l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e personaggio centrale nell’inchiesta ‘Why not’. Con un comunicato ufficiale del 20 giugno il procuratore capo
Lombardi precisa che ”nessuna attivita’ investigativa e’ in corso nei confronti del ministro della Giustizia”. Nel frattempo gli ispettori del ministero - al lavoro da circa tre anni negli uffici giudiziari della Calabria - allargano il loro raggio di azione anche alla fuga di notizie sull’iscrizione nel registro degli indagati di Prodi e sul ”clima del sospetto” nella procura di Catanzaro che indaga su alcuni magistrati di
Potenza.
Gli ispettori consegnano una prima relazione a Mastella che il 21 settembre avvia un’azione disciplinare nei confronti
di De Magistris e Lombardi e chiede al Csm di trasferire d’urgenza i due magistrati. Il 22 settembre la procura di Catanzaro incomincia a ”valutare” le intercettazioni dei colloqui telefonici di Mastella con Saladino, oltre che con l’ex giornalista Luigi Bisignani e con il costruttore Valerio Carducci. Il 4 ottobre De Magistris (assieme al gip di Milano Clementina Forleo) interviene alla trasmissione ‘Annozero’ di
Santoro, dicendo di aver subito ”pressioni” da ambienti istituzionali. Mastella, furibondo, il giorno dopo contrattacca puntando il dito contro il Cda Rai e, prima di partire per New York, firma un’integrazione dell’atto d’incolpazione, addebitando al pm altri ”comportamenti gravemente scorretti” nei confronti di colleghi e superiori e un ”disinvolto rapporto” con la stampa”.
L’8 ottobre la sezione disciplinare del Csm rinvia al 17 dicembre la decisione sul trasferimento. De Magistris torna a lavorare sull’inchiesta ‘Why not’ passando in rassegna, assieme al superconsulente Gioacchino Genchi, le intercettazioni che riguardano il ministro. Il 17 di ottobre un proiettile viene recapitato a De Magistris e uno al gip Forleo. Tre giorni prima, vale a dire il 14 ottobre, il pm di Catanzaro decide di iscrivere nel registro degli indagati il ministro della Giustizia. La notizia si viene a sapere solo oggi, quando il quotidiano ‘Libero’ titola a tutta pagina ‘Mastella indagato?’. Al Guardasigilli non e’ arrivato alcun avviso di garanzia, peraltro non previsto dal codice se non per atti per i quali e’ necessaria la presenza di un avvocato (perquisizioni, interrogatori, etc). Mastella si definisce ‘’sereno” perche’ consapevole di essere ”una persona perbene e pulita”. Ma per la prima volta dice basta e chiede che si torni alle urne in primavera.
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La fontana di Trevi si tinge di rosso
19 Ottobre 2007
Roma, 19 ott. - (Adnkronos) - La Fontana di Trevi (nella foto) si tinge di rosso. Un vandalo, giubbotto chiaro e cappellino in testa, ha infatti gettato nell’acqua un secchio contenente un non meglio identificato liquido, forse vernice, e poi si è dileguato tra la folla. Lo ’spettacolo’, immortalato da videofonini e macchine fotografiche dei tantissimi turisti presenti sul posto, è stato anche ‘rivendicato’. Vicino alla storica fontana romana progettata da Nicolò Salvi, uno dei monumenti più visitati di Roma, è stata infatti trovata una scatola con alcuni volantini siglati ‘Ftm Azione futurista 2007′. I vigili urbani che normalmente sorvegliano la piazza immortalata da Federico Fellini nella ‘Dolce Vita’ stanno ora ascoltando i presenti per cercare di identificare l’autore del gesto ‘futurista’. Saranno invece i tecnici dell’Acea a verificare che tipo di sostanza sia stata buttata nell’acqua e gli eventuali danni al monumento.
Nel testo della rivendicazione, lungo una trentina di righe, Azione Futurista 2007 annuncia: ”Noi precari, disoccupati, anziani, malati, studenti, lavoratori, stiamo arrivando con il vermiglio per colorare il vostro grigiore”. E poi: ”Voi solo un tappeto rosso, noi una città intera color rosso vermiglio. ‘Rieccoci…”’. Il riferimento alla Festa del Cinema di Roma è chiaro e viene ribadito più sotto nel documento: ”Viene sintetizzata in 15 milioni di euro scialacquati, 2,5 milioni di euro solo per pagare il conto degli alberghi, e la chiamano festa”. E ancora: ”Quattro cortigiane, una vecchia gallinaccia e un puffo, questo è il Cinema di Roma”.
Ma il volantino tocca anche altri temi. E dopo aver annunciato ”per noi futuristi un nuovo millennio, una nuova adesione alle evolute tecniche e ai nuovi mezzi espressivi, interpretando un rinnovamento totale”, esorta: ”Dare forza alla lotta contro gli scialacquamenti del regime, il precariato, l’usura, il mercimonio della bellezza, la falsità della legge, la provvisorietà della vita dei lavoratori, l’incertezza del domani e per la liberta’ dei popoli”. Il documento si chiude al ‘grido’ di ”Eja! Marciare per non marcire, lottare per non morire”. Sul retro del volantino una frase: ”’Una macchia di colore vi tumulera”’.
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Pasolini il fiore del male
19 Ottobre 2007
“Il grande niente” un disco della “Casa del vento“.
Ginevra Di Marco, una grande voce della musica rock italiana, canta il testo di una lettera dedicata a Pier Paolo Pasolini nel trentennale della morte.
Il brano è intitolato “Il fiore del male”, quale titolo piĂą azzeccato?
Pasolini con la sua delicatezza, la poesia, la grande capacitĂ di osservare e imprimere incarnava il male, il cancro di un organo repressivo quale il controllo sociale, il regime. Sono passati oltre trent’anni ma Pasolini rimane terribilmente attuale e non solo perchè, come diceva Moravia, di poeti così ne nascono due ogni cento anni ma perchè il meccanismo del messaggio, la dinamica dei fattori è talmente vera da adattarsi alle epoche fino ad una rivoluzione culturale in grado di sollevare l’uomo dal meschino meccanismo. Parlo da ottimista, lo so. Forse Pasolini non è riuscito a vedere oltre il muro della semplicitĂ che amava, non è riuscito a sfondare il muro della gente ed andare al di la dell’accattone, dove si cela il mostro. Sicurtamente è riuscito a devastare gli intoccabili a colpirli così forte da avere in cambio la morte. La morte dell’uomo ma non quella del poeta e qua dovrei osannare l’immortalitĂ dell’arte, allora si… farei centro.
Tutta la cultura che attenta al sistema soiale, la trovo amabile, la trovo vera e forse proprio per questo è la cultura del male, quella dei fiori di Charles Baudelaire..
Marco Dimitri
Il fiore del male (Luca Lanzi)
Che diresti dei campi di grano
Trasformati in un letto in cemento
Dove il sogno correva lontano
Vi è un silenzio che pare un lamento.
.
Che diresti delle belle borgate
Trasformate in geometrie oscene
Popolate da uomini grigi
Ripulite e tenute bene.
.
Che diresti se dopo trent’anni
Ti dicessi che è rimasto uguale
Sei ancora a volare.
.
Il fiore del male
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Il fiore del male lo soffia il cielo.
.
Che diresti di questa paura
Della fine della tradizione
Ammazzata ogni giorno da chi
Se ne vuole fare difensore.
.
Che diresti della morale
Dei ricatti della religione
Che il piacere è un peccato è una colpa
E che è giusto solo un tipo di amore.
.
Che diresti se dopo trent’anni
Ti dicessi che è rimasto uguale
Sei ancora a volare.
.
Il fiore del male
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Il fiore del male lo soffia il cielo.
.
Il tuo folle amore
Si alzava e volava piĂą in alto
Soffiato dal cielo.
.
Che diresti del potere di pochi
Che distrugge tutta la terra
Questo cielo che vomita fuoco
CiviltĂ che fabbrica guerra.
.
Il fiore del male
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Il fiore del male lo soffia il cielo.
.
Lo soffia il cielo.
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Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore
18 Ottobre 2007
In libreria sarĂ disponibile nel corso del mese di novembre. Contestualmente verrĂ messo online il pdf completo, essendo rilasciato con licenza Creative Commons. Ă? Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terrore, che inizia a essere presente sul sito del mio editore, Stampa Alternativa, tra le anteprime. La storia, come dice giĂ il titolo, riguarda una vicenda che, iniziata nell’ottobre 1987, si conclude nel novembre 1994 lasciando dietro di sĂ© 24 morti e 102 feriti. Una strage che, a differenza di quelle registrate in precedenza, è diluita nell’arco di sette anni e che, a fronte di motivazioni ufficiali attribuite esclusivamente al lucro, mantiene ancora oggi aspetti non chiari e comunque in diversi casi non spiegabili con ragioni pecuniarie.
La prefazione è stata scritta da Andrea Purgatori, che a lungo lavorò su Ustica ma che indagò in veste di giornalista anche su molte altre vicende rientrate poi tra i misteri italiani. Il testo che segue, invece, è l’introduzione che ho scritto ad apertura del libro per lavorare al quale ho utilizzato alcuni post qui pubblicati nei mesi scorsi.
Quando i conti non tornano mai
Iniziamo dalla fine. Di Uno bianca a lungo non si è piĂą parlato. O quasi. E invece ora, nel giro di pochi mesi, si infittiscono le notizie relative alla banda che dall’ottobre del 1987, vent’anni fa esatti, imperversò tra Bologna e le Marche fino al novembre 1994. Alla fine del marzo 2007, la Procura della Repubblica di Bologna aveva presentato ricorso contro la decisione del tribunale di sorveglianza che aveva concesso cinque giorni di permesso a Pietro Gugliotta, uno dei criminali condannati in questa vicenda, per consentirgli di lavorare presso una comunitĂ religiosa. La motivazione: una relazione della divisione anticrimine della questura di Bologna circa possibili relazioni tra l’ex bandito e la criminalitĂ organizzata.
Se non si erano fatte attendere le ovvie proteste dell’avvocato difensore, la famiglia di Gugliotta - come giĂ in passato - aveva manifestato il proprio dissenso verso una scarcerazione dell’uomo, e il comitato dei parenti delle vittime era insorto. E in proposito ha detto Rosanna Zecchi, presidentessa dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime dalla banda, in un’intervista al quotidiano Il Bologna del 23 marzo: «La richiesta di Savi [e si riferisce ad Alberto Savi e all'invocazione di perdono lanciata alla vigilia delle commemorazioni della strage del Pilastro, nel gennaio 2006, N.d.A.] ha generato perplessitĂ nel nostro comitato. Dubbi, per esempio, su aspetti ancora ambigui come il raid nel campo nomadi o il duplice assassinio nell’armeria di via Volturno: eventi non collegati alle finalitĂ della banda, quelle di sparare per profitto, per portare a termine le rapine. Cosa c’è dietro la Uno bianca? chiesero a Fabio Savi. Rispose: la targa. Una targa, evidentemente, di cui ancora oggi le vittime non leggono bene i numeri».
Benvenuti nei misteri della vicenda passata agli annali della cronaca e della storia piĂą recente come “la banda della Uno bianca”. Una storia che di qui ai prossimi anni continuerĂ a far parlare di sĂ© perchĂ©, tralasciando al momento gli interrogativi a tutt’oggi irrisolti e sui quali ci sarĂ modo di soffermarsi nelle pagine che seguono, c’è una realtĂ la cui presa di coscienza potrĂ essere rimandata ancora per poco. La introduce Walter Giovannini, il pubblico ministero che rappresentò l’accusa contro i Savi e i loro complici nel procedimento bolognese: «Forse un po’ di pudore e il rispetto per le vittime dovevano impedire di fare una domanda di permesso a poco piĂą di un anno dalla scarcerazione. Gugliotta porta il peso morale dei fatti di sangue accaduti dopo che lui ha abbandonato la banda».
L’uomo, infatti, era un agente di polizia e non fece nulla perchĂ© si fermassero i fratelli Savi: rimase zitto, al suo posto, in questura. Quando alla fine del 1994 finì anche lui nella rete degli investigatori, scampò la condanna all’ergastolo perchĂ© non venne riconosciuto colpevole di nessuno dei delitti che la banda commise e finì per essere condannato a una pena di ventotto anni di reclusione, sommando le sentenze di Bologna e di Rimini. Poi gli venne riconosciuta la continuazione e gli anni scesero a venti. Altri tre anni gli furono stralciati dall’indulto approvato dal Senato il 29 luglio 2006, la buona condotta e perizie psicologiche favorevoli: morale della sottrazione, Gugliotta tornerĂ libero tra poco, nell’estate 2008.
Ed è proprio questo il punto: a meno di nuove notizie di reato e di nuove indagini, occorre iniziare a fare realmente i conti con il fatto che prima o poi lui e i suoi complici potranno uscire. Certo, in modi differenti. Se infatti Gugliotta avrà chiuso i suoi conti con la giustizia, gli altri cinque componenti della banda - i fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli -, se anche fossero loro estesi in qualche forma i benefici di legge, non lo potranno fare probabilmente mai del tutto e saranno comunque sottoposti a misure restrittive della libertà personale.
Ma è possibile ipotizzare un loro ritorno in circolazione senza che sia mai stata fatta totale chiarezza sui crimini di cui si macchiarono? Per la giustizia sono rapinatori, non terroristi, eppure agirono come tali. La loro storia qua e lĂ tocca tangenzialmente l’eversione dell’estrema destra nazionale e straniera, ma non si sa a tutt’oggi se per via di fortuite quanto incredibili coincidenze o di un disegno prestabilito (o meglio: la giustizia sostiene la prima versione, ma le ricostruzioni sono in piĂą punti incoerenti e non fanno scartare la seconda). Ci sono poi i rapporti con trafficanti d’armi dell’Europa orientale finiti in manette - uno nello specifico, Tamas Somogyi, condannato a otto anni e poi rimesso in libertĂ per vizi procedurali -, forse non sufficientemente sondati e che con difficoltĂ si possono ridurre alla vendita di un singolo kalashnikov.
Inoltre, ad arresti effettuati e processi avviati, i familiari delle vittime hanno subito minacce anonime e pressioni: segno che fuori c’è qualche mitomane che si diverte sulla pelle altrui senza subire alcuna conseguenza (è possibile), oppure che una rete di complici mai individuati ha continuato a funzionare anche dopo la neutralizzazione dei criminali (è altrettanto possibile). E poi c’è la questione di alcuni depistaggi sulle cui responsabilitĂ e motivazioni ci ha pensato, nel marzo 2007, la prescrizione a tirare un colpo di spugna.
Soffermiamoci un attimo su questo punto. La ricostruzione dei singoli fatti troverĂ maggiore spazio piĂą avanti. Tuttavia qui si vuole sottolineare una specifica circostanza: se esisteva ancora una possibilitĂ di svelare in sede giudiziaria qualche elemento in piĂą sulla sanguinosa vicenda, di capire perchĂ© ci fu chi testimoniò il falso indirizzando le indagini verso piste sbagliate, quella possibilità è stata cancellata da una legge del dicembre 2005 che andava a ritoccare i tempi entro i quali i reati non erano piĂą penalmente perseguibili. PiĂą nota come «legge ex Cirielli», è la versione emendata di una proposta che porta il cognome di un deputato di Alleanza Nazionale il quale, durante il governo Berlusconi, se ne venne fuori con un testo di riforma giudiziaria ribattezzato dalla stampa come «legge salva Previti». Fatto sta che questo provvedimento, se ha evitato condanne a politici con una condotta tutt’altro che cristallina, ha avuto effetto anche sulla vicenda della Uno bianca e nello specifico si è riverberato in particolare su due testimoni che, ai tempi, confermarono l’orientamento di quei magistrati e di quegli investigatori che credevano nell’erronea pista della criminalitĂ organizzata.
La prima di queste false deposizioni riguarda un fatto che accadde il 26 giugno 1989: una rapina alla Coop di via Gorki, a Bologna, durante la quale morì Adolfino Alessandri, 53 anni, freddato dai banditi in fuga perchĂ© gridava al ladro. La seconda invece è relativa a quello che è forse uno dei piĂą celebri dei delitti dei Savi e complici: l’eccidio dei carabinieri consumatosi nel quartiere del Pilastro e durante il quale morirono, il 4 gennaio 1991, tre militari poco piĂą che ventenni, Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Per ognuno di questi fatti saltò fuori chi «aveva visto tutto» e poteva incontrovertibilmente inchiodare gli assassini alle loro responsabilitĂ . Per la Coop di via Gorki una donna, Anna Maria Fontana, si autoaccusò di complicitĂ e puntò il dito verso il clan dei catanesi. Per il Pilastro, quella che allora era una minorenne, Simonetta Bersani, finì per inchiodare i fratelli William e Peter Santagata facendoli così finire in galera e sotto processo insieme a Massimiliano Motta e a Marco Medda. Tutti insieme sarebbero stati elementi della mai esistita “quinta mafia” bolognese e per loro si sarebbe profilata una condanna all’ergastolo, se la cattura dei veri componenti della banda non avesse mandato a carte quarantotto il castello accusatorio del pubblico ministero, Giovanni Spinosa.
Le ragioni delle calunnie avrebbero potuto - e dovuto - essere chiarite. Anche perchĂ©, se coloro che finirono alla sbarra per l’omicidio dei carabinieri al Pilastro scontarono “solo” un periodo di carcere preventivo, ci fu invece chi, negli anni precedenti, la galera se la fece da colpevole al posto dei Savi. E invece no, c’è la prescrizione dei reati e così le due donne non devono piĂą fornire a chicchessia alcuna spiegazione sulle versioni che sostennero in passato. Tutto finito. O almeno così si vorrebbe nel quasi totale silenzio degli organi di informazione.
Tornando al discorso di poco fa, i familiari delle vittime - ma anche quelli di alcuni dei banditi, a leggere le dichiarazioni dei congiunti di Gugliotta - temono il rilascio di «quelli della Uno bianca». Ed evitare l’invocazione dei benefici di legge non è solo una questione di rispetto e pudore, come pur giustamente dice Giovannini; è anche una questione di sicurezza per i parenti e piĂą in generale per i cittadini. PerchĂ©, se dietro la Uno bianca ci fosse stata solo una targa, oggi non ci sarebbero ancora tante domande senza risposta.
Eppure nell’agosto 2006, quando si aprivano le porte per i detenuti indultati, Roberto Savi, rinchiuso nel carcere di Opera, faceva sapere di aver fatto richiesta di grazia dovendola ritirare una ventina di giorni piĂą tardi, dopo il vespaio sollevato e il no della Procura generale di Bologna. ChissĂ quale motivo ha portato la mente della banda a osare tanto, senza nemmeno passare attraverso il vaglio del proprio avvocato difensore, quando era chiaro che le famiglie non avevano dimenticato? Anna Stefanini, la madre di uno di carabinieri uccisi al Pilastro, era stata esplicita nella sua richiesta: «Io non sono per la condanna a morte, ma sono per la pena certa e allora se uno è stato condannato all’ergastolo trent’anni almeno deve scontarli». Lo aveva detto nel gennaio 2006 quando, alla vigilia delle celebrazioni in memoria dei militari caduti del 1991, le era giunta una lettera di Alberto Savi in cui l’ex poliziotto chiedeva perdono per quel triplice omicidio.
In ultimo, c’è un ulteriore discorso. Il periodo che andò dal 1987 al 1994 non fu caratterizzato solo dal terrore provocato con le incursioni di una banda di assassini, i cui componenti erano quasi tutti agenti di polizia. Altri episodi neri si intrecciano, almeno dal punto di vista cronologico, con la storia della Uno bianca. E ne viene fuori una trama oscura, minacciosa, a cavallo di un’epoca in cui, sotto lo sfavillìo tramontante degli anni ottanta e del loro ipocrita ottimismo, cadono muri e saltano organizzazioni militari clandestine, apogei politici inattaccabili si disintegrano e lo sdoganamento a destra e a sinistra rimescola le carte di mazzieri disorientati alla ricerca di nuovi padroni.
Aumentando lo zoom e andando a inquadrare situazioni piĂą circostanziate, si vede come in quegli anni anche l’Arma dei carabinieri era tutt’altro che estranea a crimini tali da far andare i giornali dell’epoca alla ricerca dei suoi “infedeli”. C’è poi la morte di un educatore professionale, assassinato davanti al carcere di Opera con una pistola «balisticamente compatibile» con una di quelle utilizzate dai Savi; e mai piĂą è arrivata una veritĂ sul particolare di quella morte (anche se le indagini hanno inforcato la strada della criminalitĂ organizzata) che - si dice - determinerĂ molti anni piĂą tardi il suicidio della compagna della vittima ai tempi in cui dirigeva un supercarcere da 41bis. C’è poi la banda dell’ex militare Damiano Bechis, a cui si aggiungono gli estorsori dell’entroterra romagnolo e i taglieggiatori degli hotel di Bologna, il cui destino finisce per incrociarsi a uno di quelli che nel capoluogo emiliano sono ricordati come i delitti del dams. Gente che alla luce del sole porta una divisa e, fuori servizio, arrotonda minacciando, sparando e, in qualche caso, uccidendo.
C’è anche la vicenda della strage di Bagnara di Romagna, cinque carabinieri assassinati ufficialmente per un raptus di follia che ha portato a un omicidio-suicidio, ma sulle cui ragioni c’è ancora chi si pone domande. C’è la Fiat Uno bianca che viene rubata dal blindatissimo Forte Braschi, sede del sismi, e ritrovata a poca distanza dopo aver percorso - dice il tachimetro - cinquecento chilometri, proprio mentre la direzione del servizio militare è vacante a causa del possibile impiego di Gladio nella lotta alla mafia e al narcotraffico. E ci sono i venti che soffiano dal Belgio, dove una vicenda molto simile a quella della banda dei poliziotti emiliano-romagnoli è giĂ accaduta e puzza di Patto Atlantico fin dall’inizio.
Ă? una stagione, questa, che si conclude con le indagini dei magistrati di Milano su un’intera classe politica, con le autobombe disseminate dalla mafia al di fuori della Sicilia e che, per una casualitĂ probabilmente dettata da un mercato automobilistico che vedeva l’utilitaria della Fiat il modello piĂą venduto, sono delle Uno, le piĂą invisibili e apparentemente piĂą innocue. Va detto che non tutti gli episodi citati nelle ultime righe e successivamente sono legati ai fatti della Uno bianca, ma ognuno di questi contribuisce a costruire un quadro di terrore che, anche laddove non merita la specificazione di «terrorismo» in senso stretto, contribuisce a tratteggiare l’incompiutezza di un paese che risente di due gravi carenze nella sua storia piĂą recente. Da un lato, la ancora attuale incapacitĂ nell’individuare, in molti fatti piĂą o meno nevralgici, tutti e tre i livelli di responsabilitĂ che compongono determinati eventi delittuosi: il livello di responsabilitĂ materiale, quello della committenza e quello di «coloro che hanno concretamente operato per ostacolare un accertamento di verità », per usare le parole del senatore Giovanni Pellegrino ai tempi in cui presiedeva la commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. Dall’altro, la fragilitĂ di una democrazia in cui l’impossibilitĂ di un’alternanza ha determinato un indebolimento dei controlli sull’operato della criminalitĂ , la quale ha potuto beneficiare anche di condizionamenti imposti, per dirla ancora con un’espressione di Pellegrino, da «un corso occulto che ha costantemente lambito, o direttamente riguardato, anche apparati istituzionali dello Stato».
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Tre avvisi di garanzia per gli orsi avvelenati nel Parco nazionale d’Abruzzo
18 Ottobre 2007
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Sarebbero tre gli avvisi di garanzia, pronti per essere emessi dal gip del Tribunale di Avezzano, nei confronti di altrettanti allevatori e titolari di aziende agricole, in merito alla vicenda del presunto avvelenamento dei 3 orsi, 2 lupi e 19 cinghiali avvenuto nel Parco nazionale d’Abruzzo, a partire dal 30 settembre scorso, quando fu ritrovato morto il primo orso dotato di radio collare. Alle immediate attivitĂ di investigazione, per la parte tecnico scientifica, parteciparono guardie del Parco, agenti della forestale ed esperti dell’UniversitĂ di Roma del dipartimento di ‘Biologia Animale e dell’Uomo’, coordinati dal prof. Luigi Boitani. Nelle 48 ore successive il fascicolo fu consegnato alla Procura di Avezzano, che nomino’ coadiutori di polizia giudiziaria il Cta del Corpo forestale dello Stato, con a capo il dott. Antonio Cavaioli e i carabinieri della Compagnia di Avezzano, comandati dal capitano Michele Borrelli.
Gli avvisi di garanzia permetteranno agli investigatori di ottenere mandati di perquisizione per le stalle degli allevatori e i rimessaggi delle aziende agricole.
Rainews24
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