Angeli Ribelli
29 Giugno 2008
Irlanda, 1939: William Franklin ha combattuto nella Guerra di Spagna al fianco dei repubblicani ed al suo ritorno in patria l’unico lavora che trova, come insegnante, è presso il riformatorio religioso St. Jude. Il posto è gestito da una comunità di preti, tra i quali si distingue, per crudeltà e sadismo, padre John, che considera i ragazzi internati niente più che criminali da piegare alla sua volontà. Franklin non può fare altro che ribellarsi a questo stato di cose.
Tratto da una storia vera, Angeli ribelli può essere visto in diverse maniere. Un occhio smaliziato e attento troverà, a ragione, una serie infinita di citazioni e riferimenti, dal filone collegial-adolescenziale, inaugurato da un classico come L’attimo fuggente, agli struggenti ricordi della Guerra di Spagna di Terra e libertà, per arrivare al film-scandalo dello scorso anno, osteggiato con decisione dagli ambienti cattolici, Magdalene. E quest’occhio seguirà con crescente fastidio, accompagnato da una costante sensazione di prevedibile e déjà-vu, le vicende di un inferno chiamato St. Jude, in cui alle violenze seguono i rosari, in cui ragazzi abbandonati a se stessi (bravissimi ed intensi i giovani protagonisti della pellicola), che per sopravvivere hanno dovuto arrangiarsi in mille modi, vengono considerati alla stregua di criminali incalliti, creature senza cervello ma con pulsioni criminali che li rendono passibili di ogni forma di vessazione e privazione.
L’arrivo dell’insegnante laico (interpretato con partecipazione e sensibilità da Aidan Quinn), reduce dalla tragedia della guerra civile spagnola, in cui le illusioni si scontrarono con una durissima realtà che lasciava presagire i difficili tempi che l’Europa intera, con l’avvento del fascismo, avrebbe vissuto, rappresenta per quest’occhio smaliziato una svolta più che prevedibile, in cui il buono, dal passato tragico, comincia a fare uscire il vero spirito di questi ragazzi, “criminali” per necessità ma bisognosi di attenzioni e cure come tutti i giovani.
Le immagini della guerra civile si alternano alla scoperta della poesia e il déjà-vu diventa, in alcune occasioni, quasi aperto plagio, come nel finale, che manca solo del grido “capitano, mio capitano” (sostituito però da alcuni versi recitati da un novello Ethan Hawke) per riprendere in toto la scena finale dell’opera di Peter Weir. Pollice verso, allora? No, se si guarda il film con un occhio meno critico ma più partecipe e, soprattutto, se durante i titoli di coda si leggono le righe dedicate ai protagonisti, veri, della storia. Pochi ragazzi che ce l’hanno fatta, altri di cui si sono perse le tracce, preti mai veramente puniti per i loro abusi, ma semplicemente mandati in missione lontano, dove magari le loro perversioni non potessero essere condannate. La verde Irlanda, terra di fate e poesia, anche quest’anno sarà meta di molti turisti e magari qualcuno di essi ricorderà le ragazze-madri di Magdalene, mentre forse altri penseranno ai ragazzi di questo film. Che allora, per quanto ingenuo e senza picchi di originalità, avrà assolto ad una importante funzione: la conoscenza.
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