Pier Paolo Pasolini
29 Luglio 2008
Nemico dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, dell’era globale, portavoce della massa suburbana in quella Roma non più teatro del conflitto borghesia imprenditoriale-proletariato di fabbrica, lotta rimpiazzata dallo scontro ben più banale e meschino tra ceto impiegatizio e masse sottoproletarie, nella capitale in cui aveva riparato ventisettenne, per sottrarsi ai pregiudizi sulla sua omosessualità, nel 1949;all’indomani di un 18 aprile tragico per le sinistre e dell’affermarsi del potere cattolico pre-capitalista, il “Corsaro” Pier Paolo Pasolini rivendica orgoglioso una sua diversità originaria. La diversità è la chiave di tutto. L’etrogeneità stessa della platea a cui si rivolge. In questo forse il suo paradosso: Pasolini non esita ad impiegare i mezzi di comunicazione più potenti messi a disposizione dalla tecnologìa, nonostante combatta la tecnocrazìa. La borghesia ha lanciato una maledizione sull’umanità e lui risponde. Lancia
Pasolini
un’offensiva costituita da una bizzarra filmografia. Si mostra eclettico: dai versi degli esordi in quel suo friulano famigliare, natale, deliziosamente anonimo nella sua intemporalità, vergine poichè preletterario, ai romanzi del periodo anni 50-60(”La meglio gioventù”,”Vita violenta”, “Ragazzi di vita” che sarà oggetto di denuncia per oscenità) al grande schermo (l’innalzamento a livello epico-religioso dei gesti quotidiani in “Accattone” e “Il vangelo secondo Matteo” ed il lirismo di “Teorema” e “Uccellacci e uccellini.” ) al recupero, negli anni ‘70 del teatro greco con “Calderòn” e “Pilade”. Forse l’autore ha contribuito a creare quella stessa omologazione che si era prefissato di combattere. “chiunque si proponga di combattere la mostruosità deve curarsi che, nel processo che compie non divenga egli stesso un mostro” avvertiva un saggio nato a Rocken. Dopo la cosiddetta “trilogia della Gioia” “i racconti di Canterbury”,”Decamerone”,”Il fiore delle mille e una notte” Pasolini sembra pentirsi di tutta questa spensieratezza realizzando “Salò e le 120 giornate” in cui cade nell’errore di mettere in scena quella dimensione corporea facile preda dell’apertura al sadismo, quella pura offerta amorosa che cede alla potenza perversa dell’odio. Dal lato della contestazione, sembra guardare con un miscuglio di disprezzo ed ammirazione ai sessantottini: sono un prodotto della stessa borghesia, certo, ma ammirevole è il loro culto della prassi e la vitalità contenuta nella loro parola -azione. Di contro, quasi a ribadire quello “scandalo della contraddizione” costitutivo di una delle più alte espressioni poetiche del secondo Novecento (”Le ceneri di Gramsci”),l’uomo colto che è in lui non può tuttavia esimersi da un biasimo rivolto al loro disamore per gli studi umanistici. Fermamente convinto che la vittoria delle sinistre nel ‘60 non abbia frenato il livellamento e la degenerazione delle coscienze, ne tantomeno arginato l’imbarbarimento etico e culturale, che i cattolici siano peggio dei fascisti e che il potere sia il fattore di disumanizzazione dell’uomo, Pasolini sembra a suo agio solo nell’estetica dello squallore freak delle masse metropolitane, nell’inno disperato alla vitalità contro l’ottundimento dell’essere collettivo, nell’ossessivo riproporre-anche con linguaggio terroristico negli “scritti corsari” una dialettica masse- spirito libero. La diversità del singolo,la devianza dell’escluso si deve uniformare all’anomia della collettività. Fulcro dell’intera produzione pasoliniana nonchè della sua gnoseologìa il dualismo vita contadina-vita cittadina; la prima associata alla fecondità dell’infanzia, la seconda al grigiore del mondo adulto. Pasolini denota un senso rurale del sacro costituito dall’infrangersi del macrocosmo universale nei microcosmi individuali , vuole tornare ad un mondo misterioso, quel mistero sacro i cui elementi sono la morte, il sesso ed il sangue…
Eliphas
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