Africa: Papa su Aids niente profilattico
18 Marzo 2009
“Grandissima preoccupazione”. E’ questa la posizione espressa dal ministero degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per “le conseguenze” sulla lotta contro l’Aids delle parole del papa tedesco Ratzinger controll’uso del preservativo. Il “Santo Padre”, in visita pastorale in Africa, aveva affermato che il contraccettivo non è “l’arma adatta” per combattere la malattia, ma il “rinnovo spirituale e umano nella sessualità”. Che cosa sia il rinnovo spirituale della sessualità potrebbe essere oscuro alla maggiore parte degli interlocutori, la Chiesa dietro parole discutibili o prive di logica continua la sua campagna alla diffusione dell’Aids.
“La Francia esprime viva preoccupazione per le conseguenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI - ha detto alla stampa il portavoce del ministero degli Esteri, Eric Chevallier - se non ci spetta esprimere un giudizio sulla dottrina della Chiesa, riteniamo che tali dichiarazioni mettano in pericolo le politiche sanitarie pubbliche e gli imperativi di tutela della vita umana”.
Le parole del Papa criticate anche dalla Germania
Anche il governo tedesco ha criticato le parole di Benedetto XVI sull’Aids. In un comunicato stampa congiunto le ministre della Salute, Ulla Schmidt, e della Cooperazione economica e dello sviluppo, Heidemarie Wieczorek-Zeul, hanno spiegato che “i preservativi giocano un ruolo decisivo” nella lotta all’Aids. “I preservativi salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti”, precisa il testo. “Una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare ai poveri l’accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in particolare anche l’impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe irresponsabile”, conclude il comunicato.
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Giudice rimosse crocifisso dal tribunale. Assolto
17 Febbraio 2009
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Sei pedofilo? Fingiti prete
6 Febbraio 2009
Anche gli orchi si aggiornano, niente più costose caramelle ai ragazzini da adescare, meglio fingersi prete è più credibile.
Un uomo di 53 anni, che diceva di essere un sacerdote e viveva in una casa-chiesa, è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di aver abusato sessualmente di diversi minorenni. L’arresto è stato eseguito da agenti della Squadra mobile della questura di Bari. L’uomo è accusato di violenza sessuale e di sostituzione di persona. I reati sono stati compiuti, secondo l’accusa, in comuni del Barese e del Brindisino.
Sostiene di essere un sacerdote e si fa chiamare ‘padre Pietro Maria’ il cinquantatreenne arrestato dalla squadra mobile della questura di Bari con l’accusa di aver abusato sessualmente di diversi minorenni fingendosi sacerdote. L’uomo nel suo sito internet missionarimadonnadellacava.org sostiene di essere stato “ordinato sacerdote l’8 settembre 1990 a Roma dall’arcivescovo Giovanni Enrico Boccella, coofondatore del Pio Istituto (+1992)”.
Il 9 settembre 1990 - spiega - l’arcivescovo Boccella, titolare di Smirne e di Efeso, ha benedetto e approvato la comunità da lui fondata: i ‘Missionari di nostra Signora della cava’. L’Opera religiosa - sostiene - è stata incoraggiata e benedetta da due Papi e da cardinali e vescovi. Secondo l’arrestato, scopo della comunità è “la divulgazione del culto al Cuore Immacolato di Maria, ed il Messaggio della Divina Misericordia”.
Le opere di carità - continua - sono rivolte ai più bisognosi (”drogati, ex-carcerati, anziani, ciechi”) e sono svolte dai missionari della Madonna della cava. Nella casa-chiesa fondata dall’uomo ogni giorno si recitato preghiere, il Rosario, e “la coroncina della Divina Misericordia (per la santificazione dei sacerdoti e suore)”, oltre alla Santa Messa. Simbolo di appartenenza alla comunità - si legge sempre nel sito - “è una tunica bianca con cappuccio e mantella ai fianchi, un cordone celeste con Rosario e al petto l’emblema del Cuore Immacolato di Maria”.
La storia è però stata smentita dalla curia. Dalle indagini coordinate dalla squadra mobile di Bari, diretta da Luigi Liguori, è emerso che l’uomo durante le vacanze estive avrebbe accolto nel suo finto oratorio, che si trova tra le province di Bari e Brindisi, diversi minorenni (bambini e ragazzini) dei quali avrebbe abusato sessualmente e ai quali avrebbe fatto compiere reciprocamente atti sessuali. Il provvedimento restrittivo in carcere è stato firmato dal gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi su richiesta del pm inquirente Lydia Deiure.
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G8, Diaz: assolti vertici polizia
13 Novembre 2008
Genova, grida in aula: “Vergogna”
Per l’irruzione alla scuola Diaz nel G8 del 2001 il Tribunale di Genova ha assolto per non aver commesso il fatto 16 dei 29 imputati al processo. Tra questi Francesco Gratteri (oggi direttore del Servizio anticrimine), Giovanni Luperi al vertice dell’Aisi, e Gilberto Caldarozzi, direttore dello Sco. Le condanne sono state 13 per un totale di 35 anni e sette mesi. Alla lettura della sentenza in aula si è levato dal pubblico il grido “vergogna!”.
Dopo dieci ore di camera di consiglio il Tribunale di Genova, presieduto da Gabrio Barone, ha ritenuto di dover assolvere per non aver commesso il fatto, perché il reato non sussiste, i 13 imputati tra cui i vertici della polizia. Insieme a loro sono stati assolti Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro. Per ognuno di loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale.
Il Tribunale ha assolto inoltre per non aver commesso il reato o perché il fatto non sussiste Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Assolti anche da ogni responsabilità Massimo Nocera, Maurizio Panzieri e Salvatore Gava.
Massimo Nocera era accusato di aver simulato un finto accoltellamento e il pm aveva chiesto per lui 4 anni di carcere. La totalità delle condanne riguarda i componenti del settimo nucleo mobile di Roma, dal suo capo dell’epoca Vincenzo Canterini condannato a 4 anni e accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni, e dai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, condannati a 3 anni e accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Angelo Forni è invece stato condannato a due anni di reclusione.
Per la vicenda delle molotov introdotte all’interno della scuola Diaz invece Pietro Troiani è stato condannato a 3 anni e Michele Burgio a 2 anni e 6 mesi, ambedue erano imputati di calunnia, falso ideologico e violazione della legge sulle armi. Infine Luigi Fazio è stato condannato a un mese di reclusione. Il Tribunale ha anche comminato la pena accessoria di sospensione nei pubblici uffici a tutti gli imputati condannati per l’ammontare della stessa pena e ad un anno per Fazio. Al ministero dell’Interno è stata poi comminata una provvisionale a favore delle oltre 70 parti civili per le lesioni riportate dai ricorrenti da un minimo di 5mila a un massimo di 50mila euro. Le richieste della pubblica accusa erano state complessivamente di 109 anni di reclusione, il Tribunale ne ha comminati 35,7. La sentenza della Corte è stata accolta con urla e fischi di disapprovazione dal pubblico presente in aula.
Avv. Biondi: “Sconfitto teorema procura”
“E’ sconfitto il teorema della procura”, ha commentato l’avvocato Alfredo Biondi, difensore del vicequestore Pietro Troiani e del funzionario di polizia Alfredo Fabbrocini. Il pm non ha voluto rispondere alla domanda se farà appello alla sentenza.
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Parma - Ghanese picchiato, vigili indagati
12 Novembre 2008
Parma, per la Procura fu razzismo
La Procura di Parma ha iscritto nel registro degli indagati dieci vigili urbani del capoluogo emiliano per il presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu Foster. Il ragazzo ghanese di 22 anni venne fermato da vigili nel corso di un’operazione antidroga al parco ex Eridania e poi, secondo il suo racconto, fu picchiato e insultato. La Procura ha formalizzato i capi di imputazione nei confronti dei vigili: violenza e offese razziste.
Quaranta giorni dopo l’episodio che è costato alla polizia municipale di Parma l’accusa di violenza e offese razziste, la procura ha formalizzato i capi di imputazione su cui procedere nei confronti di chi ha organizzato, coordinato e diretto l’operazione antidroga e di chi ha eseguito il fermo del ragazzo di colore e il successivo interrogatorio nella sede del comando di via Del Taglio: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d’ufficio. Reati commessi in concorso, con l’aggravante dell’abuso di potere.
Secondo l’imputazione formulata dalla Pm Roberta Licci, il ragazzo non ha reagito con violenza quando è stato fermato dagli agenti in borghese che non si sarebbero neppure qualificati. Bonsu avrebbe fatto l’unica cosa che poteva fare legittimamente: è scappato. Uno dei vigili gli avrebbe puntato la pistola. Fermato a terra, il ghanese è stato ammanettato. Secondo le accuse, uno dei vigili gli avrebbe tirato un pugno nel fianco mentre veniva condotto verso l’auto di servizio. Altre botte sarebbero arrivate durante il trasporto al comando.
“Scimmia” e “negro” gli insulti
“Negro” e “scimmia”. Sarebbero questi gli insulti razzisti che gli uomini della polizia municipale di Parma avrebbero rivolto contro Emmanuel Bonsu Foster. Stando agli inquirenti insulti e percosse avevano la funzione di far confessare al ragazzo “un reato mai commesso”: fare da “palo” ad un pusher palestinese. Gli agenti avrebbero cercato di farlo confessare “asserendo, peraltro falsamente, di avere le prove documentali della sua responsabilità”. Senza esito. “Mentre era rinchiuso nella cella”, si legge nelle ipotesi di reato della Procura, Bonsu “veniva colpito con calci, pugni e schiaffi”. Dopo essere stato portato negli uffici della polizia territoriale “con una bottiglia di plastica sulla testa”, il ragazzo sarebbe stato fatto spogliare e, una volta nudo, costretto a fare ripetuti piegamenti.
Trattenuto in centrale per quattro ore, senza che nulla fosse comunicato all’autorità giudiziaria, ad un certo punto Bonsu si sarebbe trovato di fronte un agente con un modulo per l’autocertificazione in mano. Il vigile gli avrebbe detto che doveva firmare senza fare storie, “anche si fosse trattato della sua condanna a morte”.
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