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26 ottobre: giiornata dell sbattezzo

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veronaLo sbattezzo non è una moda e neppure una scelta di convenienza, bensì è una seria decisione che comprende sia la sfera personale sia quella sociale e/o politica di un individuo.
All’interno della Chiesa cattolica si intende per iniziazione cristiana l’insieme della formazione, dei riti e dei sacramenti che si celebrano per diventare cristiani.
A livello antropologico l’iniziazione cristiana rientra nei riti di iniziazione conosciuti in tutte le culture e religioni.
A livello teologico-liturgico l’iniziazione cristiana è costituita dai 3 sacramenti principali: il Battesimo, la Cresima e l’Eucarestia.
La dottrina della Trinità, ossia che Dio Padre, Figlio e Spirito Santo sono tutti ugualmente ed eternamente l’unico vero Dio è il fondamento dell’insegnamento cristiano.
Quindi Dio è unico, composto da tre Persone e tutto ciò che esiste è stato creato da Dio.
Tornando al significato del battesimo questo sostantivo proviene da “baptismos”, un termine greco che significa appunto “immergere” ossia il credente si è ravveduto dei peccati ed ha accettato personalmente Dio come salvatore e dichiara di essere disposto a seguire questa religione.

 

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Quindi il battesimo è un impegno preso dal credente e con il battesimo il credente testimonia pubblicamente la sua scelta, perché il battesimo è un patto che il credente non fa solo con Dio, ma davanti a tutta la Chiesa cattolica e non solo.
Il rito esteriore non ha il potere di lavare i peccati e dare la vita eterna, perché il battesimo è una richiesta, un impegno, una promessa, un vero e proprio patto che si fa.
Lamentarsi e giustificando se stessi in quanto si è stati, ormai, battezzati dai genitori in fasce e non sentire, da adulti, nel proprio cuore una fede cristiana e giudicando i dettami religiosi lontani dal nostro modo di pensare, senza prendere una posizione ben precisa, porta ad una situazione non coerente e confusionale nello stesso tempo.
Nessuno è obbligato a seguire la religione cattolica se ritiene che non sia consona al suo modo di concepire la vita, nessuno è costretto in virtù di una tradizione famigliare a portare avanti un pensiero cristiano se non lo sento come suo in virtù di un ricatto affettivo- morale.
Decidere di sbattezzarsi non vuol dire non avere rispetto della religione.
Lo sbattezzo è una consapevolezza, è una libera scelta e come tale deve essere rispettata, essendo inoltre un atto formale di rinuncia ad aderire ad una determinata religione.
Nel 1956 una coppia di fidanzati si sposa con rito civile nel municipio di Prato; dopo aver appreso la notizia il vescovo di allora, monsignor Pietro Fiordelli, fece pubblicare una lettera denigratoria nei confronti dei due giovani coniugi bollandoli come “pubblici peccatori”.

 
La giovane coppia decise di sporgere denuncia in tribunale per diffamazione, la sentenza diede ragione agli sposi e monsignor Pietro Fiordelli fu condannato ad una ammenda di 40 mila lire: nello stesso anno, esattamente il 25 ottobre, la Corte d’appello di Firenze ribaltò la sentenza assolvendo il vescovo di Prato.
L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti dal 2008 organizza il 25 ottobre la Giornata Nazionale dello Sbattezzo, al primo evento parteciparono oltre mille persone.
La Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riconosce l’abbandono della propria religione come un diritto umano legalmente protetto dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, perché la libertà di scegliere una determinata religione implica necessariamente il diritto di modificare o religione o con un pensiero ateo.
All’interno dell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è scritto quanto segue: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.”
Lo Stato del Vaticano è una delle più potenti e vaste organizzazioni private esistenti in tutto il mondo, la sua base organizzativa è in Italia, dove risiedono gli organi dirigenti delle organizzazioni cattoliche, ma la sua rete è complessa ed abbraccia gran parte del globo.

 
Si parla spesso del Vaticano e della sua influenza senza conoscerne esattamente la struttura e la reale forza d’organizzazione e l’organizzazione ecclesiastica del Vaticano riflette il suo carattere internazionale.
A Roma si trova la direzione centrale di più 200 ordini religiosi e sempre a Roma risiede la Congregazione per la propaganda della fede con missionari sparsi in tutto il modo; per esempio la grande istituzione mondiale chiamata l’Apostolato della preghiera è creazione dei gesuiti, distribuisce una pubblicazione periodica in 51 edizioni diverse e in 39 lingue.
L’Apostolato della Preghiera è presente in tutto il mondo con circa 45 milioni di iscritti, l’AdP è nato nel 1844 in Francia dal padre gesuita Francesco Gutrelet.
Alla fine del XIX secolo esistevano in Europa già 35.000 centri locali con più di 13 milioni iscritti sparsi in tutto il mondo, la sede dell’AdP ovviamente è situata a Roma e sul territorio nazionale esistono attualmente 20.137 Centri locali AdP e 184 Direttori Diocesani.

 
Il 16 settembre 2013 Papa Francesco, durante la sua consueta omelia, ha dichiarato quanto segue: “Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare”.
Per il Pontefice il cattolico non deve rimanere al di fuori della politica e citando la Dottrina sociale della chiesa, afferma che “la politica è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune”; successivamente papa Francesco dichiara anche: “è vero che la Chiesa ha problemi gravissimi, ma è altrettanto possibile sostenere che mai la chiesa è stata bene come oggi; ci sono tanti santi e questo dà speranza……la santità – ha aggiunto – è più grande degli scandali”.

 
Certo che la Chiesa di Roma sta bene, il suo benessere economico è noto a tutti e nessuno nega alla Chiesa di esporre le proprie idee in uno Stato laico, ossia il nostro; ma affermare che la santità è più grande degli scandali non è solo offensivo, ma è vergognoso specialmente nei confronti di coloro (mi riferisco a bambini e/o adolescenti) che sono stati sfruttati, violentati psicologicamente e sessualmente per anni da vescovi, preti, sacerdoti.
Basta seguire le varie inchieste della Rete Nazionale l’Abuso per avere una minima idea, tenendo presente che lo sfruttamento sessuale di bambini è il terzo mercato al mondo più lucrativo dopo armi e droga.

 

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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».



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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

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Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



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