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Al via in tutta Italia i Darwin Day Uaar 2018

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È davvero un calendario fitto di iniziative quello organizzato anche quest’anno dall’Uaar in occasione del Darwin Day, l’evento annuale internazionale che ogni 12 febbraio ricorda, con incontri e dibattiti, la nascita di Charles Darwin.

Anche quest’anno intorno a questa data si svolgeranno molte iniziative non solo per ricordare la nascita del padre della teoria dell’evoluzione, nel 1809, ma per creare un’occasione in cui raccontare la scienza agli appassionati e per coinvolgere grandi e piccini alla scoperta dei valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale.

Darwin Day

Si comincia il 9 febbraio, a Torino, con un incontro sulle biotecnologie dal titolo “Fiducia nella scienza e buona volontà: due strade che si allontanano?”, e Ravenna, con il monologo “Noi siamo il suolo, noi siamo la terra” di Roberto Mercadini. Si prosegue l’11 a Rimini, con un convegno dal titolo “Mostri degli abissi tra mito e realtà” con la naturalista Manuela Travaglio e lo zoologo Lorenzo Rossi, entrambi del CICAP Veneto.

Nella giornata del 12 febbraio tre sono gli appuntamenti previsti: a Firenze, dove si terrà un incontro con Fausto Barbagli, del Museo di Storia Naturale, Roscoe Stanyon e Gregorio Oxilia — entrambi del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Firenze; a Milano, dove Marco Ferraguti, della Società italiana di Biologia Evoluzionistica, e Claudio Bandi, docente di Evoluzione biologica all’Università degli Studi di Milano, sfateranno errori e preconcetti su Charles Darwin in un incontro intitolato appunto “Che cosa non ha detto Darwin?”; a Pordenone, infine, si ricorderà il grande scienziato attraverso la lettura e la presentazione di una selezione di documenti sulla sua attività scientifica.

Ma gli eventi in programma non finiscono qui. Tra gli altri segnaliamo:

  • il 14 febbraio a Modena, Mauro Mandrioli, docente del Dipartimento di Scienze della Vita – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, terrà una conferenza su “Genomi umani in evoluzione: il DNA per capire origine, migrazioni e futuro della nostra specie”;
  • Venezia il 16 febbraio “L’uomo sta creando l’uomo. Le nuove frontiere per modificare il genoma”, giornata di studio con la collaborazione dell’Ateneo Veneto ed il patrocinio della Facoltà di Scienze Università di Padova: partecipano Piero Benedetti (Biologia Molecolare, Università di Padova), Anna Meldolesi (specialista in comunicazione scientifica), Luigi Perissinotto (Filosofo del linguaggio, Università Ca’ Foscari di Venezia);
  • sempre il 16, a Torino, conferenza sull’evoluzione del volo con Alberto Massi, ornitologo e musicista, e Giorgio Pozzo, ingegnere aerospaziale;
  • e ancora, a Ravenna, presentazione del libro “Evoluzione al femminile. Il contributo delle femmine all’evoluzione dell’Homo sapiens” della biologa Bruna Tadolini;
  • Palermo il 18 febbraio “Darwin Family Day” al Planetario (Villa Filippina), con laboratori didattici gratuiti e una tavola rotonda per avvicinare i cittadini alla ricerca scientifica;
  • sempre il 18 febbraio, ad Ancona, conferenza “Umanesimo Darwiniano. Una nuova prospettiva su uomo e natura” con Roberto Verolini, docente di Scienze naturali;
  • il 19 febbraio, a Padova, “Introduzione all’epigenetica”: lezione divulgativa del prof. Giuseppe Macino, ordinario di Biologia Cellulare presso l’Università di Roma La Sapienza.

Per il calendario completo e in continuo aggiornamento degli eventi Darwin Day Uaar: www.uaar.it/uaar/darwin-day

Per altri Darwin Day organizzati in Italia: pikaia.eu

Per quelli previsti a livello internazionale: www.darwinday.org/events





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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3 Commenti

3 Comments

  1. Giovanni Darko

    9 Febbraio 2018 at 18:16

    Interessante!

    • Marco Dimitri

      9 Febbraio 2018 at 20:58

      Grazie @Giovanni 🙂

  2. Marco

    14 Febbraio 2018 at 20:58

    La fisica vince su ogni forma religiosa

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I costi della Chiesa e il governo del cambiamento (in peggio)

Se qualcuno si ostina a negarlo, in Italia esiste di fatto ancora una religione di stato

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Non c’è tre senza quattro: la Corte dei conti non molla. Come già nel 2014, nel 2015 e nel 2016, nei giorni scorsi ha diffuso l’ennesima relazione critica nei confronti del meccanismo dell’8×1000. Infischiandosene delle orecchie di tutti i mercanti.

È un’attività meritoria e impressionante, attestata ormai da diverse centinaia di pagine. Lo scopo, secondo le parole della stessa Corte, è quello di individuare “gli elementi di debolezza della normativa, risalente a oltre 30 anni, e della sua applicazione, al fine di indicare proposte per migliorarne l’impianto complessivo”. Cinque sono le “criticità più rilevanti”: “la problematica delle scelte non espresse e la scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote; l’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose; la poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse; la rilevante decurtazione della quota statale”. Se ci aggiungiamo il cospicuo numero di problemi minori, non possiamo che trarre la conclusione che l’8×1000 ha bisogno di urgenti lavori di ristrutturazione. Come minimo. Perché i lati oscuri sono così numerosi e significativi che la sua completa demolizione sarebbe sicuramente più semplice.

Interferenza nel processo decisionale delle opzioni operate dai contribuenti

Sono almeno tre gli aspetti importanti su cui si sofferma l’ultima deliberazione. Per cominciare, la Corte è tornata a esaminare l’operato di alcuni Caf cattolici, a cui ha nuovamente addebitato una — non così tanto sporadica — “infedele trasmissione e interferenza nel processo decisionale delle opzioni operate dai contribuenti”: due comportamenti che rappresentano “un grave vulnus all’istituto”. Il sito del Caf Acli si permetteva addirittura di linkare al controverso concorso I feel Cud, riservato alle parrocchie. La Cei l’ha ora trasformato in un meno imbarazzante TuttixTutti: l’entità dei premi assegnati continua tuttavia a mostrarci platealmente quanto accentuato sia l’interesse dei vescovi per questa caccia al tesoro. Le buone notizie sono due: il collegamento non è più presente, e la Consulta nazionale dei Caf ha dovuto diffondere ai suoi aderenti raccomandazioni specifiche per evitare che si ripetano le malversazioni.

I magistrati contabili denunciano inoltre, con ancora più forza che in passato, che, “in violazione dei principi di buon andamento, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione, lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza”. Per la precisione, risulta essere “l’unico competitore che non sensibilizza circa le proprie attività l’opinione pubblica con campagne pubblicitarie”, dando così “l’impressione che l’istituto sia finalizzato — più che a perseguire lo scopo dichiarato — a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni”. Va detto che, nel 2017, proprio in seguito alle numerose sollecitazioni, per la prima volta abbiamo potuto assistere a uno spot a favore dell’8×1000 statale. Ma, come rileva implacabilmente la stessa Corte, “l’attività segnalata è risultata irrilevante rispetto alla pubblicità posta in essere dalle confessioni religiose”. Vere e proprie briciole. Come se non bastasse, nel 2018 si è tornati alle cattive abitudini: la totale inattività dello stato. A tutto vantaggio delle confessioni religiose.

Se qualcuno si ostina a negarlo, in Italia esiste di fatto ancora una religione di stato

Una vera e propria novità contenuta in questa deliberazione è la pubblicazione dei verbali della commissione paritetica Italia-Santa Sede, incaricata di proporre modifiche al meccanismo. Per la parte governativa ne fanno parte la pressoché silente Fabrizia Lapecorella (direttrice generale delle Finanze), il prof. Carlo Cardia (opinionista del quotidiano dei vescovi Avvenire) e il molto più determinato prof. Francesco Margiotta Broglio. La parte ecclesiastica è invece guidata da mons. Nunzio Galantino: già segretario generale della Conferenza episcopale italiana, è ora diventato (per meriti acquisiti sul campo?) presidente dell’Apsa, l’ente che amministra l’immenso patrimonio economico della Santa Sede. Si noti come la commissione lavori in assenza delle altre undici confessioni religiose sottoscrittrici di intese con lo stato, che un interesse per l’8×1000 ce l’hanno ovviamente a loro volta. Anche se qualcuno si ostina a negarlo, in Italia esiste di fatto ancora una religione di stato.

Dalla pubblicazione dei verbali ricaviamo un’informazione importante: la parte governativa non è così arrendevole come potevamo supporre, risultati alla mano. Per esempio, ha chiesto che la Chiesa non usi le somme dell’8×1000 per i suoi tribunali ecclesiastici e per i suoi mezzi di comunicazione. Tali somme dovrebbero invece essere rese disponibili per gli interventi caritativi. Non è bello che i nostri soldi siano utilizzati per la sua evangelizzazione, giusto? Anche se è proprio ciò che accade con la messa domenicale trasmessa dalla Rai…

Tuttavia, ogni modifica al meccanismo deve essere concordata tra le parti. E la Chiesa (nonostante i suoi tanti spot, nonostante le sue tante dichiarazioni urbi et orbi), a leggere i verbali, non sembra molto interessata ad aumentare i fondi destinati alla carità. Alla proposta governativa ha infatti opposto un deciso “no”. E non ha avuto alcuno scrupolo a dichiarare che “il contributo ai tribunali ecclesiastici risponde a una precisa visione ed esigenza pastorale”: a riprova, la sua delegazione ha chiamato in causa direttamente papa Francesco, secondo il quale rappresenterebbero un “servizio alla verità nella giustizia”. A seguire le cronache, i tribunali cattolici sono ormai soprattutto uno stratagemma per non pagare gli alimenti in caso di divorzio. Del resto, ricordiamolo, sono stati condannati persino dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma pare proprio che dobbiamo continuare a pagarglieli noi.

Revisione della quota dell’8 per mille in vista di un suo possi­bile ridimen­siona­mento

Dai verbali siamo venuti anche a sapere che lo stato, a partire dal 2013, ha chiesto che, “tenuto conto degli anni trascorsi dalla data di entrata in vigore della legge n. 222/1985, venga concretamente discussa l’opportunità di una revisione della quota dell’8 per mille in vista di un suo possi­bile ridimen­siona­mento quantitativo”. È una modifica ritenuta necessaria dalla stessa Corte dei conti, “tenendo conto del più che soddisfacente livello del flusso finanziario e anche in ragione della generale crisi economica dell’area occidentale”. Per averne la prova provata sono sufficienti pochi numeri, nudi e crudi: “prendendo a riferimento i valori del 1990, si rileva che, nel 2011, il valore dell’Irpef erariale è aumentato del 179%, il PIL nominale del 126% e l’indice dei prezzi al consumo (inflazione) soltanto dell’84%. L’incremento dell’Irpef nel periodo (e, quindi, quello dell’8 per mille” risulta, pertanto, “molto superiore sia a quello dell’inflazione sia a quello del PIL nominale”.

E tuttavia, anche in questo caso la parte cattolica ha risposto con un sonoro “no”: non è in alcun modo disponibile ad accettare una riduzione del miliardo di euro che riceve ogni anno. E pazienza se quasi tre italiani su dieci sono a rischio povertà. Del resto, l’andazzo li indirizza sempre più spesso alle Caritas diocesane, estesamente finanziate dalle amministrazioni locali (che hanno ormai abdicato a svolgere funzioni di assistenza sociale) e, ora, persino da Poste Italiane.

Non vuole in alcun modo intaccare il malloppo che la Chiesa cattolica intasca

Lo stato sembra dunque essersi reso conto che l’importo destinato all’8×1000 è ormai enorme, e che è indispensabile ridurlo. È un dato da registrare positivamente, che si accompagna però a una notizia decisamente pessima, legata al cambiamento di governo: “nell’adunanza del 4 ottobre 2018 i rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei ministri hanno dichiarato che non vi sono state indicazioni da parte del vertice politico circa l’opportunità di porre in discussione la questione della riduzione della quota dell’8 per mille”. Pare proprio che l’esecutivo gialloverde la pensi diversamente da quelli che l’hanno preceduto e, ancor di più, dalla stessa Corte dei conti, perché non vuole in alcun modo intaccare il malloppo che la Chiesa cattolica intasca da tre decenni.

Stiamo parlando dello stesso governo che ci ha fatto fare una figuraccia con tutti i paesi dell’eurozona in quanto non sa dove recuperare le risorse necessarie a finanziare i suoi ambiziosi programmi. Ma non ci dobbiamo sorprendere. Perché è lo stesso governo che non vuole chiedere alla Chiesa l’Ici arretrata sugli immobili adibiti a uso commerciale (cinque miliardi, euro più euro meno). Ed è lo stesso governo che non intende trattenere tali fondi dall’8×1000, come ha confermato il ministro dell’economia Tria rispondendo a una interrogazione dell’on. Riccardo Magi: non intende farlo, ha affermato, per non “ledere le scelte dei contribuenti” (sic). Anche se lede ancor di più il dettato costituzionale stanziando fondi aggiuntivi per le scuole private — annunciandolo, peraltro, nel corso di un convegno delle scuole cattoliche. Insomma: c’è il concreto rischio che i costi pubblici della Chiesa (oltre sei miliardi l’anno) aumentino ulteriormente.

Il governo ha intanto proposto alla guida dell’Istat l’antiabortista Gian Carlo Blangiardo, che va ad aggiungersi al nutrito plotone integralista giunto al potere grazie alla Lega. Non c’è che dire: è proprio il governo del cambiamento. In peggio. Laicamente, dovrebbe essere mandato a casa al più presto.





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Silvana De Mari condannata per le sue frasi contro la comunità Lgbt. Disse: “L’omosessualità è contro natura”

L’autrice è stata condannata per diffamazione e dovrà pagare una multa di 1500 euro. Per il giudice “offendeva in più occasioni l’onore e la reputazione delle persone con tendenza omosessuale” e sosteneva che “tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia”

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Il suo nome è diventato molto noto per gli interventi critici contro la comunità Lgbt e gli omosessuali. Secondo lei l’omosessualità è “contro natura”, accostabile anche al satanismo. A darle sostegno, anche oggi in aula, c’erano invece simpatizzanti deimovimenti Pro Vita e del Popolo della Famiglia. La dottoressa Silvana De Mari, 65 anni, autrice di libri fantasy ha subito oggi una condanna per le sue affermazioni. Il tribunale di Torino l’ha ritenuta responsabile di diffamazione e le ha inflitto una multa di 1.500 euro, superiore rispetto a quella chiesta ieri dal sostituto procuratore Giuseppe Riccaboni.

Secondo la procura di Torino, Silvana De Mari offendeva in più occasioni l’onore e la reputazione delle persone con tendenza omosessuale” e sosteneva che “tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia”. Sul suo blog e in alcuni articoli aveva sostenuto che “se si stabilisce che l’omosessualità non è un disordine, allora anche la pedofilia lo può essere altrettanto”. E ancora: “Il movimento Lgbt vuole annientare la libertà di opinione e sta diffondendo sempre di più la pedofilia”. A La Zanzara, trasmissione di Giuseppe Cruciani e David Parenzo su Radio24, aveva dichiarato che i rapporti omosessualisono una forma di violenza fisica usata anche come iniziazione al satanismo. Il giudice Melania Eugenia Cafiero l’ha ritenuta colpevole di diffamazione per alcune affermazioni, mentre l’ha assolta per altre: quali siano le frasi diffamatorie si saprà soltanto con le motivazioni della sentenza tra trenta giorni.

Stamattina, poco prima della lettura del verdetto, la dottoressa ha tentato un’ultima difesa con alcune spontanee dichiarazioni: “In questo processo è fondamentale parlare della questione di maggiore ‘morbidità’ (indice delle statistiche sanitarie sulla frequenza di una malattia nella popolazione, ndr). Nel momento in cui dico che gli uomini che fanno sesso con altri uomini hanno rischi maggiori di contrarre malattie e tumori, è documentato. Se non ci fossero questi dati questo sarebbe un sacrosanto processo”. De Mari ha anche sostenuto che, in base a dei dati, “nel momento del gay pride le malattie sessualmente trasmissibiliaumentano”.

Non è bastato a evitare la condanna, anche se per il suo avvocato, il professore Mauro Ronco, Silvana De Mari “è stata condannata soltanto per una frase rivolta al movimento Lgbt” e non per le frasi pronunciate sui comportamenti omosessuali, quelle in cui denuncia i rischi sanitari. Lei si reputa soddisfatta: “La libertà di critica è salva. Da medico è un mio dovere denunciare i rischi – ha detto dopo la sentenza annunciando il ricorso in appello -. Quello Lgbt è un movimento politico che ho diritto di attaccare”. Dovrà risarcire due associazioni, il Coordinamento Torino Pride e la Rete Lenford, con una provvisionale di 2.500 euro ciascuno. L’avvocato che rappresenta la prima organizzazione, Nicolò Ferraris, si dice soddisfatto della decisione. “È una sentenza storica – afferma l’ex presidente del Coordinamento, Alessandro Battaglia -. A quanto ci consta mai è successo che un’associazione Lgbt venisse ammessa a un processo per diffamazione”. Nonostante la condanna, De Mari non intende indietreggiare. Tuttavia il 21 marzo prossimo dovrà ripresentarsi in tribunale per un altro processo per diffamazione, questa volta ai danni del Circolo “Mario Mieli” di Roma.





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La risposta definitiva di Einstein alla domanda su Dio

…l’universo e tutto quanto

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La “Lettera su Dio” è stata venduta all’asta ancora una volta e a un prezzo record. Scritta il 3 gennaio 1954, poco più di un anno prima della sua morte, contiene le ultime dichiarazioni di Einstein su temi religiosi. Se di alcuni miscredenti si racconta che all’approssimarsi della fine avrebbero abbracciato la fede, di Einstein — qualunque cosa abbia dichiarato in precedenza — bisognerà affermare l’esatto contrario: “La parola Dio per me non è altro che l’espressione e il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia una raccolta di leggende venerabili ma ancora puramente primitive e piuttosto infantili. Per me nessuna interpretazione, per quanto sottile, può cambiar nulla al proposito”. Questo il brano più diffuso della lettera, a partire dal 2008 quando fu resa pubblica per la prima volta.

Si tratterebbe di “uno dei più importanti manoscritti del XX secolo”

La stampa nostrana ha fatto girare la notizia con articoli sbrigativi, identici fra loro, spesso non firmati e talvolta confinati all’edizione online. Le testate cattoliche hanno accuratamente evitato la scottante faccenda. Le immagini della busta e della lettera sono state ampiamente divulgate, mentre è quasi impossibile imbattersi in una traduzione italiana integrale del testo (in rete qualcosa si trova). Tuttavia qualcuno si è spinto a sostenere che si tratterebbe di “uno dei più importanti manoscritti del XX secolo”, senza però chiarirne il motivo. Viene allora da domandarsi perché mai questa lettera abbia suscitato tanto interesse, fino ad acquisire un prezzo così alto. In linea di massima non c’è alcun motivo per ritenere che gli scienziati (o gli artisti o i politici o altri personaggi noti per i più disparati motivi) abbiano ragioni originali per credere o per non credere, diverse da quelle dei loro simili, o che possano addirittura illuminarli in qualche modo.

In genere, chi crede lo fa perché è stato educato in tal senso da bambino e, pur cresciuto, non intende rinunciare ai rassicuranti vincoli emotivi della fede. Analogamente, chi non crede lo fa perché fin da bambino è vissuto in un contesto libero dal fideismo e di conseguenza non ne ha mai avvertito l’esigenza, oppure ha smesso di credere perché a un certo punto gli è sembrato un passo indispensabile per la propria crescita. Einstein non fece eccezione. Proveniva da una famiglia ebraica non particolarmente credente, ma ricevette elementi di educazione religiosa, sia di quella cattolica obbligatoria nelle scuole bavaresi, sia di quella ebraica impartitagli in casa da un parente. Attorno agli undici anni visse persino un periodo di fervore religioso, piuttosto breve invero: “Attraverso la lettura di libri di divulgazione scientifica — raccontò in tarda età — mi ero convinto ben presto che molte delle storie che raccontava la Bibbia non potevano essere vere. La conseguenza fu che divenni un accesissimo sostenitore del libero pensiero”. La considerò sempre un’esperienza determinante.

Eppure tutti abbiamo letto numerose affermazioni di Einstein che suonano tutt’altro che religiosamente scettiche. Si tratta in molti casi di risposte a specifiche richieste (è il caso anche della nostra lettera): Einstein nega che le sue scoperte abbiano alcunché a che fare con la religione, è sempre attento a non ferire le credenze altrui, riconosce che talvolta la fede ha ispirato buone opere e arriva persino a scorgervi dietro un’esigenza che a suo modo condivide. Va anche ricordato che mentre si affermava il nazismo si riavvicinò alla comunità ebraica, considerandola sempre il proprio popolo. Sul versante opposto se la prese contro quegli atei “fanatici” che riducevano la religione a “oppio del popolo” (ben nota espressione cara all’altro grande totalitarismo). In certi casi invece parla di Dio, fede e religione in senso scopertamente metaforico. La più nota citazione di questo tipo, presente in tutti i libri a lui dedicati, è “Dio non gioca a dadi”.

Tu credi in un Dio che gioca a dadi, e io in leggi perfette che regolano il mondo delle cose

La frase è riportata persino nel recentissimo Cambridge Companion to Einstein, ma è davvero l’unica di questo genere: negli studi specialistici non c’è posto per simile aneddotica. Comunque è ben noto che si tratta soltanto di una battuta, per di più diretta contro la meccanica quantistica, ovvero funzionale a una battaglia di retroguardia cui Einstein testardamente non rinunciò mai del tutto. A voler essere ancora più precisi, a Born scrisse: “Le nostre aspettative scientifiche sono ormai agli antipodi. Tu credi in un Dio che gioca a dadi, e io in leggi perfette che regolano il mondo delle cose esistenti come oggetti reali, e che cerco affannosamente di afferrare con metodo speculativo”. La credenza in Dio è dunque attribuita al suo antagonista e non certo rivendicata per sé. Polemizzando invece con Bohr sulla stessa questione, una volta lo accusò di atteggiarsi a “profeta” e, in altra occasione, di essere un “mistico”.

 

Spesso Einstein sembra esprimersi per aforismi piuttosto ambigui su questioni non ben definite, forse volendo anche prendersi gioco degli interlocutori, specialmente di quelli che pretendevano di difendere tesi troppo apodittiche o speravano di riceverne da lui. Non di rado però, come abbiamo appena visto, reinserite nel contesto originario, quelle frasi acquistano un significato decisamente chiaro e terreno. Ad esempio, quando disse che “il Signore è sottile, ma non malizioso”, si riferiva alla controversia sull’esistenza dell’etere. Quando invece sentenziò che “la scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”, con “religione” alludeva solo alla fiducia “circa il significato e la grandezza di quegli obiettivi e di quei fini che trascendono la singola persona”. Il suo Dio era lo stesso di Spinoza (“il meraviglioso Spinoza”, come ribadisce anche in questa lettera).

Non parlava di un Dio rivelato, personale, creatore, trascendente

La “fede” nel quale, sia detto per inciso, stava anche alla base della sua polemica erronea contro la meccanica quantistica cui già si è fatto accenno. A scanso di equivoci, bisognerebbe anzitutto accordarsi sul significato delle parole: di certo non parlava di un Dio rivelato, personale, creatore, trascendente, provvidente, eccetera. Spinoza, suo malgrado, dai contemporanei era considerato un ateo. Einstein non amava essere incasellato né tra i credenti né tra gli atei né tra i panteisti, gli spiaceva meno l’etichetta di agnostico e fu membro di associazioni umaniste e razionaliste (come la First Humanist Society e la Union Rationaliste). Questione di gusti, ma anche questione piuttosto nominalistica.

I fideisti tuttavia non resistono alla tentazione di arruolare Einstein nelle proprie file, anche a prezzo delle mistificazioni più grossolane. A parte le bufale vere e proprie (la più diffusa vede un Einstein agostiniano umiliare un professore ateo), la via più battuta è quella di correggere Einstein usando Einstein oppure i suoi esegeti più improvvisati. Gennari arriva incredibilmente a negare le stesse parole testuali della lettera, dichiarando “Falso!” che “per Einstein tutte le religioni, a partire dalla ebraica” fossero “un insieme di leggende infantili”. Agnoli sostiene che Einstein neppure conosceva Spinoza e lo abbandonò del tutto nel 1933 quando si sarebbe avvicinato al cristianesimo.

Per Socci Einstein avrebbe addirittura formulato la prova razionale dell’esistenza di Dio. Come mai questa prova finora non abbia né trovato posto sui testi scientifici né persuaso gli stessi colleghi di Einstein, mentre appare perfettamente persuasiva solo a chi non è in grado di capirne i lavori più rilevanti, è davvero un grande mistero della fede. Si noti che la comunità scientifica è al tempo stesso quella della quale costoro accolgono fiduciosamente il giudizio a proposito della grandezza di Einstein ma della quale respingono con sufficienza il disinteresse per le proprie elucubrazioni.

Uno dei maggiori biografi di Einstein ha ironizzato sulla sua “beatificazione”

Uno dei maggiori biografi di Einstein ha ironizzato sulla sua “beatificazione” scientifica, per aver compiuto “miracoli di prima grandezza”, e sulla successiva “canonizzazione” a mezzo stampa. Ha insistito sulla nascita del suo “mito” di dimensione planetaria, sull’emergere della sua “figura carismatica, oggetto privilegiato di timore reverenziale, di venerazione e di astio”. Il tutto alimentato dalla “distanza fra l’uomo comune e l’eroe”, dal “senso di mistero che si accompagna alla sostituzione delle vecchie certezze con un nuovo ordine”, dal “suo linguaggio matematico sacrale”, dalle “stelle che hanno sempre avuto un posto nei sogni e nei miti” (e che durante l’eclissi di Sole del 1919 decretarono il suo successo).

Ha pure descritto il “singolare stato di eccitazione nel quale non conta più quello che si capisce, ma solo il fatto che ci si trova nelle immediate vicinanze di un luogo dove si verificano dei miracoli”, che mi pare il modo migliore per capire anche l’interesse per la nostra lettera: una santa reliquia da venerare piuttosto che un testo da leggere e meditare. Ma infine Einstein “soddisfa due esigenze profonde dell’uomo, quella di sapere e quella di non sapere, ma di credere”, che è proprio l’esigenza dei fideisti: avvezzi all’interpretazione guidata dalla fede, la applicano spontaneamente anche agli oracoli più improbabili. A dispetto della drastica sentenza di questi che “nessuna interpretazione, per quanto sottile, può cambiar nulla al proposito”.





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8/13/2017

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