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Altro che “culle vuote”: stiamo diventando troppi per un pianeta così piccolo

Come ogni anno l’Istat ha pubblicato le statistiche sulla natalità. E, come ogni anno, si sono subito alzati gli istituzionali lamenti, perché il calo continua. Il messaggio che ci vogliono trasmettere (non sempre implicitamente) è che sarebbe un male a prescindere, quasi il male assoluto: starebbero scomparendo gli italiani.

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Come ogni anno l’Istat ha pubblicato le statistiche sulla natalità. E, come ogni anno, si sono subito alzati gli istituzionali lamenti, perché il calo continua. Il messaggio che ci vogliono trasmettere (non sempre implicitamente) è che sarebbe un male a prescindere, quasi il male assoluto: starebbero scomparendo gli italiani.

Non è vero. Quello che è vero è che la popolazione mondiale continua invece a crescere a livelli sempre più insostenibili. Ma a quasi tutti i politici, i religiosi, gli storytellers sembra che i fatti non importino.

E allora, per affrontare seriamente una questione essenziale per le sorti dell’umanità, è forse utile partire da un episodio minore accaduto in una piccola realtà di provincia, che si è meritato la clericalata della settimana scorsa. Una vicenda in apparenza marginale è in grado di esemplificare meglio di tanti studi come vanno le cose, come dovrebbero andare e, purtroppo, come rischiamo che andranno realmente. Il contrasto non potrebbe essere maggiore, ma il futuro non potrebbe essere più fosco.

Il populismo popolazionista

Il Comune di Cremona pubblica un opuscolo sui cambiamenti climatici. Non contiene niente di particolare, in apparenza, ma illustra anche quelle che ritiene siano le “quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici”. Una di queste è fare “meno figli”. Non dovrebbe essere difficile capire che invitare a fare “meno figli” è faccenda molto diversa dall’invitare a non farne nessuno: per averne una riprova, basta dare un’occhiata ad altri due consigli, “no auto” e “no aereo”. E tuttavia, un semplice invito a fare meno figli è ormai di per sé sufficiente a far scoppiare polemiche su scala nazionale.

Per affrontare seriamente una questione essenziale per le sorti dell’umanità, è forse utile partire da un episodio minore

Il seguito è all’insegna della più scontata commedia all’italiana. Matteo Salvini tuona immediatamente su Facebook: “Ecco come il Comune di Cremona, a guida PD, usa i soldi dei contribuenti. Ma roba da matti!!!” Il sindaco giura di non saperne nulla e trova quanto scritto “profondamente sbagliato e stupido”. Lo sponsor protesta. Le assessore responsabili si scusano. L’opuscolo viene ritirato.

Scende in campo anche il quotidiano dei vescovi, Avvenire, che già nel titolo denuncia il “volantino choc”. Si percepisce che, in quanto natalisti, sono scioccati dall’invito a fare meno figli, ma dimenticano di spiegarne il motivo. Lasciano la parola al presidente del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo (già noto per essere stato nella giunta Alemanno e per aver proposto gli asili nido parrocchiali), secondo il quale “se hai un figlio anche fare la differenziata diventa un atto di amore e non un obbligo comunale”. Indubbiamente persuasivo.

Se davvero si vuole ridurre l’impronta ecologica degli umani, prima devono calare le nascite

Avvenire cita anche alcune frasi della nota diramata dalla diocesi di Cremona, che svicolano a loro volta dalle questioni di merito: “la difesa del Creato passa dalla difesa e generazione della vita”; “si deve puntare sulla sobrietà e sulla cultura della cura”; “la spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo”. A meno che non si siano convertiti alla decrescita (all’insaputa di tutti), il loro sembra un banale tentativo di greenwashing della teologia popolazionista. E comunque, se davvero si vuole ridurre l’impronta ecologica degli umani, prima devono calare le nascitepoi i consumi. Le nascite impattano enormemente più dei consumi.

Quale approfondimento, il sito di Avvenire rimanda a un articolo scritto qualche giorno prima da Alessandro Rosina, docente dell’università cattolica del Sacro Cuore. È il demografo italiano più in vista del momento: non scrive soltanto sul quotidiano cattolico, ma anche in luoghi che dovrebbero essere più laici come La Voce, il Sole 24 Ore e Repubblica; viene citato dal Fatto Quotidiano e pubblica libri per Laterza. Fa ‘opinione’. Ma anche Rosina si affida agli slogan a effetto.

Invita infatti i giovani a concepirsi come lobby: “meno peso elettorale per le nuove generazioni quindi anche meno forza per scelte collettive che inglobino le loro istanze e sensibilità”. Ricorda l’esigenza della “sostenibilità del sistema sociale” – che è come invitare i giovani a far figli per lo scopo egoistico di vedersi riconosciuta, prima o poi (molto poi), una pensione. Ci rammenta che “già oggi possiamo vedere in modo crescente in aree montane o decentrate l’effetto dello spopolamento con la presenza di soli anziani”, che tuttavia è un fenomeno ormai secolare e mondiale provocato da cambiamenti economici (e anche ambientali, nel caso degli Appennini). Non sapendo più a cosa aggrapparsi attacca chi chiede meno nascite, sostenendo che, “con la stessa logica si può, magari, pensare di ridurre anche la disoccupazione giovanile, le stragi del sabato sera, il bullismo nelle scuole, e così via”. È sgradevole vedere un accademico che, per assenza di argomentazioni, si riduce alla polemica gratuita. Nel suo articolo Rosina non ricorda mai il numero raggiunto dagli esseri umani e non cita alcuna previsione sul loro futuro. Purtroppo, non è l’unico a comportarsi così.

Ha infatti agito allo stesso modo persino il capo dello stato. Che, in occasione della pubblicazione dei dati Istat, ha ricevuto al Quirinale una delegazione del Forum delle associazioni familiari guidata, ovviamente, proprio da Gigi De Palo. E se ne è uscito, Sergio Mattarella (colui che dovrebbe rappresentare tutti), con dichiarazioni che più cattoliche sarebbe difficile scovare: “è un problema che riguarda l’esistenza del nostro Paese. Come conseguenza dell’abbassamento di natalità vi è un abbassamento del numero delle famiglie. Le famiglie non sono il tessuto connettivo dell’Italia, le famiglie sono l’Italia. Questo significa che il tessuto del nostro Paese si indebolisce e va assunta ogni iniziativa per contrastare questo fenomeno”.

Al sud c’è meno lavoro e meno sicurezza, e quindi si fanno ora meno figli che al nord

Sarebbe sin troppo facile, signor presidente, ricordarle quanto l’atavico familismo, o il più recente mammismo, hanno danneggiato l’Italia – e soprattutto il meridione. L’indipendenza economica delle donne italiane è ancora insufficiente (in Europa fa peggio soltanto la Grecia), eppure, anche se ne restano così tante a casa, non si verifica alcun aumento delle nascite. Il calo, come ammette anche Avvenire, è più accentuato in nazioni come Portogallo, Spagna, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia: paesi che non sono esattamente i motori dello sviluppo economico europeo. Avvenire non prova nemmeno a domandarsi perché: del resto, è riuscito incoerentemente a dare la colpa della detanalità anche al capitalismo (che pure qualche interesse potrebbe avercelo, a un aumento dei consumatori). In Italia, un paese oggettivamente sovrappopolato per il suo territorio prevalentemente montuoso, i connazionali che emigrano continuano a essere più numerosi di quelli che rientrano. Il sud è più cattolico e più familista, ma al sud c’è meno lavoro e meno sicurezza, e quindi si fanno ora meno figli che al nord. Succede perché gli europei sono enormemente più istruiti di quanto lo fossero i loro trisnonni, e quindi non abboccano alle argomentazioni retoriche dei natalisti. Sembrano quasi ribattere loro: “prima la stabilità esistenziale, poi i figli”. Come mantenerli, altrimenti?

C’è una drammatica confusione tra causa ed effetto: non è il calo delle nascite a mettere a rischio l’esistenza del paese, è la diffusa percezione che il paese è vicino al collasso a spingere a fare pochi figli. Purtroppo, questa convinzione non è diffusa ovunque. Le culle vuote andrebbero spedite in Africa.

2100: odissea sulla Terra?

Anche Rosina, nel suo articolo, cita di sfuggita il libro Population bomb di Paul R. Ehrlich, che nel 1968 diede avvio al dibattito sulla sovrappopolazione. Ehrlich è ormai diventato il bersaglio preferito dei natalisti, l’esempio vivente dello scienziato catastrofista le cui previsioni non si avverano. E questo è vero, quantomeno per ora. Com’è vero che, se le previsioni di Ehrlich non si sono avverate, è stato grazie alla cosiddetta “rivoluzione verde”, che nel 1970 fruttò al suo esponente più noto, Norman Borlaug, il premio Nobel per la pace. Le innovazioni agricole introdotte a quel tempo hanno effettivamente fronteggiato la crescita dell’umanità. Se è capitato una volta, sostengono i natalisti, perché non dovrebbe capitare nuovamente?

Così facendo, trascurano il monito che lo stesso Borlaug lanciò nel suo discorso di accettazione del Nobel: “la rivoluzione verde ha dato all’uomo un po’ di respiro. Ma lo spaventoso potere della riproduzione umana deve essere imbrigliato, altrimenti il successo della rivoluzione verde si rivelerà effimero”. La sua speranza era che, “entro le prossime due decadi, l’uomo riconoscerà il percorso autodistruttivo lungo la strada della crescita irresponsabile della popolazione”.

Si sbagliava anche Borlaug. Parte dell’umanità non sembra proprio voler limitare la propria riproduzione

Sfortunatamente si sbagliava anche Borlaug. Parte dell’umanità non sembra proprio voler limitare la propria riproduzione, e nello stesso tempo sta scomparendo anche la sensibilità al problema, all’epoca ben più diffusa. Quando Borlaug pronunciava il suo discorso eravamo 3,7 miliardi. Oggi siamo più del doppio, circa 7,7 miliardi. Nel 2050, prevede una stima (media) dell’Onu, saremo 9,7 miliardi; a fine secolo, 11 miliardi. Solo allora la popolazione mondiale potrebbe frenare la sua continua crescita.

Un piccolo sasso scagliato nell’universo può ospitare undici miliardi di persone? È la domanda da cui i demografi natalisti scantonano con sconcertante regolarità. C’è diffuso scetticismo che possa accadere. Più della metà della popolazione mondiale è stipata in centri abitati sempre più grandi: nel mondo vi sono ormai 548 città con più di un milione di abitanti, e il fenomeno è in ulteriore crescita, soprattutto dove le condizioni di vita sono peggiori. Già oggi non riusciamo ad alimentare tutti gli umani: uno su nove patisce ancora la fame, dicono le Nazioni Unite. Quasi un bambino su due che muore prima dei cinque anni ancora muore a causa della denutrizione, sua e/o di sua madre. Aumentare le nascite significa aumentare anche queste morti.

Quasi 800 milioni di umani, ricorda l’Oms, sono privi di acqua, e due miliardi accedono ad acqua contaminata con feci, provocando così quasi 500.000 morti all’anno per diarrea. Circa metà della popolazione mondiale vive in aree con carenze idriche – anche perché sono quelle più sovrappopolate. Il surriscaldamento climatico farà il resto, riducendo non soltanto l’acqua, ma anche la biodiversità e la terra coltivabile. L’Onu ha già messo le mani avanti, manifestando seri dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030 per un progresso sostenibile.

L’unica soluzione sinora individuata è invitare gli umani a mangiare meno carne. Ma per far fronte al riscaldamento globale, alla deforestazione e alla mancanza d’acqua il consumo dovrebbe ridursi del 90%, afferma uno studio pubblicato su Lancet. Senza peraltro spiegare come convincere gli umani a farlo, dal momento che una famiglia di dodici burundesi consuma mediamente meno di tre texani. Ed è quindi più facile pensare che siano i burundesi a voler (giustamente, dal loro punto di vista) consumare la stessa quantità di carne che si consuma in Texas. Oggi. E nel 2100?

Si finisce quindi per sperare nel “miracolo” di una nuova rivoluzione verde

Il tentativo della Fao di promuovere il consumo di insetti sembra tra l’altro già fallito. Si finisce quindi per sperare nel “miracolo” di una nuova rivoluzione verde. Eppure dovrebbe essere evidente che le nascite devono diminuire prima che siano attuati straordinari miglioramenti nella produzione alimentare che, al momento, sono ancora da individuare.

Senza dimenticare (ma come è possibile dimenticarlo?) che le varie zone del mondo sono come vasi che in passato erano relativamente poco pieni e scarsamente comunicanti. Oggi comunicano molto, e non si può quindi pensare di riempirli all’infinito, perché da qualche parte si perderà acqua. Le enormi implicazioni dei fenomeni migratori richiederebbero prima strategie razionali per affrontare il problema, poi la gestione degli eventuali trasferimenti di massa di centinaia di milioni di persone. Che aspirano legittimamente allo stesso tenore di vita dei paesi più sviluppati, e che dovremmo quindi cercare di accontentare. O li vogliamo lasciare in uno status perpetuo di minorità per il solito scopo egoistico di ricevere, prima o poi, uno straccio di pensione?

C’è chi ritiene non più impensabile una migrazione umana in Antartide: del resto, per la prima volta vi si sono superati i venti gradi. Roba da matti? Matteo Salvini non è un matto. Come quasi tutti i governanti africani, è soltanto uno a cui non importa nulla di cosa accadrà nel 2100, quando sarà ormai morto da un pezzo.

La ragionevolezza di controllare le nascite

Le critiche al popolazionismo mettono in seria difficoltà i leader politici e religiosi, che non sembrano in grado di confutarle. I natalisti vogliono una crescita della popolazione europea che risalga al cosiddetto livello di sostituzione (2,1 figli per ogni donna), ma non chiedono che scenda, in quei paesi dove oggi è molto al di sopra. L’esercizio della carità non è di aiuto: al contrario, a chi la riceve dà la falsa sicurezza che il cibo continuerà ad arrivare sempre, indipendentemente dal numero di figli generati. Di fronte a una situazione del genere il modello cattolico familista-popolazionista è ormai diventato inservibile.

È un messaggio, quello natalista, che tuttavia trasmettono anche altri. Si porta spesso a esempio la “laica” Francia per i suoi servizi di sostegno ai neo-genitori, che le permettono di avere tassi di natalità tra i più alti in Europa. La ragione è diversa, geopolitica: la secolare strategia di creare un contrappeso numerico alla Germania. Una scelta che diverse difficoltà comincia però a crearle, nella lotta alla disoccupazione.

Il natalismo viene promosso anche da qualche maldestro tentativo di incoraggiare la politica dell’accoglienza

Il natalismo viene promosso anche da qualche maldestro tentativo di incoraggiare la politica dell’accoglienza. Un buon esempio è rappresentato da una recente copertina di Internazionale: “Questo bambino salverà il mondo. La popolazione globale invecchia e secondo alcuni calerà entro la fine del secolo. Ma c’è un continente che potrà ancora contare sull’energia dei giovani: l’Africa”. Azzardato, come minimo. Per fare un esempio, la Nigeria ha ora 206 milioni di abitanti, che secondo le previsioni “medie” dell’Onu diventeranno 733 a fine secolo. Dovremmo tutti chiederci dove vivranno i 527 milioni in più, visto che già oggi più dell’8% della popolazione nigeriana vive all’estero, e il 45% di quelli rimasti manifesta a sua volta la volontà di andarsene a cercare fortuna altrove.

Piaccia o no, i dati sono questi. Le considerazioni da trarne dovrebbero essere obbligate. Non possiamo sperare che le tragga Salvini, di cui – guarda caso – non è possibile rintracciare alcuna dichiarazione a favore del natalismo africano. Chi è abituato a trarle, come gli scienziati statunitensi, ritiene invece (nell’82% dei casi) che la crescente popolazione mondiale costituirà un problema importante, perché non ci saranno cibo e risorse a sufficienza. È dunque tempo di pensare seriamente a un nuovo modello di sviluppo che consenta all’umanità di continuare ancora per millenni la sua avventura su questo pianeta, nelle migliori condizioni desiderate da ogni essere umano. Condizioni che prevedano anche la scelta di non diventare genitori, o di diventarlo quando, come e con chi si preferisce.

Non che non vi siano problemi. Lo squilibrio generazionale, per esempio, è un fenomeno indiscutibile che si riverbera sui sistemi pensionistici. Ma chi lo rimarca tralascia troppo spesso i suoi aspetti positivi: è anche il frutto della vittoria nella lunga battaglia scientifica per aumentare la lunghezza della vita. Dimentica anche i precedenti storici (si è verificato dopo ogni guerra particolarmente cruenta) e non ne analizza le cause, tra cui vi è l’esagerata natalità del passato – che dovrebbe quindi costituire anche un avvertimento a non ripetere lo stesso errore. Resta comunque un problema contingente: se riusciamo a superarlo, avremo creato le condizioni per un futuro enormemente più stabile.

Non siamo soli. Qualcuno che si batte contro la sovrappopolazione c’è per fortuna ancora

Non siamo soli. Qualcuno che si batte contro la sovrappopolazione c’è per fortuna ancora, ed è consolante constatare che è spesso di sesso femminile. Come la giovane promessa del Partito democratico Usa, Alexandria Ocasio-Cortez, che si è chiesta se sia giusto continuare a fare figli. O come Leticia Adelaide Appiah, che dirige il National Population Council del Ghana e che ha proposto di limitare a tre il numero dei figli per famiglia, negando nel contempo la gratuità dei servizi pubblici a chi supera tale limite nel suo paese.

Certo, per una politica globale di controllo delle nascite occorrono anche risorse economiche, che gli stati non sembrano avere molta voglia di erogare. Siamo arrivati al punto che la principale finanziatrice dell’Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) è la Bill & Melinda Gates Foundation. Per quando enorme possa esserne il beneficio, non servono però somme altrettanto enormi. E non è nemmeno determinante la politica del figlio unico, attuata in passato in Cina – che, per quanto ben poco laica, ha comunque evitato il collasso al paese, contribuendo a dare uno slancio economico che Africa e Medio Oriente hanno potuto soltanto sognare. È invece sufficiente diffondere consapevolezza, in modo che ogni essere umano sia libero di fare le sue scelte rendendosi conto delle conseguenze. A cominciare dalla correlazione indiretta (in quanto mediata dal reddito) tra numero di figli e felicità: maggiore il primo, minore la seconda. Vale per gli individui come per le nazioni.

Favoriamo quindi lo sviluppo degli esseri umani, non la loro massa. Diminuiamo drasticamente le nascite su scala mondiale, perché è l’unico modo per aumentare la qualità della vita di uomini e donne. Annulliamo la pletora di bonus-bebé che serve soltanto a disperdere gli scarsi fondi pubblici, e rendiamo palese che la libertà di procreare finisce dove inizia quella di chi è costretto a finanziare l’incoscienza riproduttiva. Libero chi vuole di essere irresponsabile, ma a proprie spese: vale per i troppi figli come per l’abuso di nicotina.

Siamo ancora in tempo per concretizzare una transizione razionale, senza conflitti generazionali

Anzi, cerchiamo di essere ancora più efficaci: visto che la maggior parte della natalità si concentra nei paesi in via di sviluppo, subordiniamo ogni aiuto economico all’attuazione di serie politiche demografiche. Siamo ancora in tempo per concretizzare una transizione razionale, senza conflitti generazionali. A Cremona come in Nigeria, nel Burundi come in Texas.

Quale prospettiva preferite, per il 2100? Un pianeta con undici miliardi di persone che fanno la fame e si fanno la guerra per le ultime risorse disponibili, o con sei miliardi che vivono molto meglio di noi? Quaranta milioni di italiani che si godono un magnifico paese, o sessanta milioni incolleriti perché soltanto pochi di loro riescono a tirare fine mese? La risposta dovrebbe essere scontata almeno quanto è importante.

A scanso di equivoci, non mi è di alcun interesse riflettere su quale sarà il colore della pelle di quei sei miliardi e di quei quaranta milioni. Mi piace invece pensarli felici. E mi piace impegnarmi perché siano davvero felici.



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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».



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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

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Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



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