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Alzheimer e Parkinson, perché abbandonare la ricerca non è una buona idea

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A seguito di un recente lavoro di revisione dei nostri progetti, abbiamo deciso di terminare i nostri sforzi nella ricerca di base nel campo della neurologia e nello sviluppo iniziale di farmaci, e di riallocare i fondi in aree dove abbiamo maggiore leadership scientifica, il che ci consentirà di aumentare il nostro impatto sulla vita dei pazienti”

. Tradotto dall’aziendalese: non conviene più, dal punto di vista economico, lavorare a farmaci per il trattamento di malattie come il Parkinson o l’Alzheimer, quindi ci dedicheremo ad altro. Parole pesanti, tanto più che a comunicarle, in una mail ufficiale inviata a Npr, è stata Pfizer, colosso del farmaco, che appena due anni fa aveva lanciato (assieme ad altre case farmaceutiche, industrie e con la partecipazione del governo statunitense) il Dementia Discovery Fund, un fondo di investimenti dedicato proprio allo sviluppo di farmaci per il trattamento della demenza. La notizia, com’era prevedibile, ha avuto un impatto immediato sia sul mercato – il valore delle azioni di Pfizer ha subito una flessione dopo l’annuncio – che sulle associazioni di pazienti, che si sono unanimemente dette “preoccupate e allarmate” dalla decisione di Pfizer, anche per il timore che altre aziende ne seguano l’esempio.

 

Qualche numero

Quantificare esattamente il numero di pazienti potenzialmente coinvolti non è semplice, dal momento che il comunicato di Pfizer parla genericamente di “neurologia”. Possiamo però considerare due tra le più comuni patologie neurologiche, ovvero le demenze (e in particolare l’Alzheimer) e il Parkinson.

 

 

Nel 2016, in tutto il mondo, si contavano circa 44 milioni di persone affette da demenza, e si stima che solo un paziente su quattro sia stato correttamente diagnosticato. La malattia è particolarmente comune nei paesi più sviluppati (Europa occidentale e nord America sopra tutti) e lo scenario potrebbe essere destinato a peggiorare, soprattutto a causa dell’allungamento della durata della vita e del conseguente invecchiamento della popolazione, dal momento che la demenza è prevalentemente un disturbo della terza età. Il morbo di Parkinson, invece, si stima colpisca tra 10 milioni di persone in tutto il mondo, con una prevalenza di circa 41 persone su 100mila dopo i 40 anni, il che rende la malattia il secondo disturbo neurodegenerativo più comune dopo l’Alzheimer.

 

Più subdoli degli altri


Per #Parkinson e #Alzheimer, come per la maggior parte dei disturbi neurodegenerativi, nonostante i grandissimi sforzi della ricerca biomedica, al momento non esiste nessuna cura. Almeno intesa come trattamento in grado di arrestare definitivamente la malattia e farne scomparire del tutto i sintomi. Perché questi disturbi sono così difficili da curare? “La ragione principale”, ci spiega Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area neuroscienze alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, “è il fatto che si tratta di disturbi che aggrediscono il sistema nervoso in modo silenzioso, molto prima che si inizino a manifestare i primi sintomi visibili. In parte il fenomeno è dovuto all’estrema plasticità del cervello: nei primi stadi di malattie di questo tipo, i neuroni sono in grado di riorganizzarsi e ‘nascondere’ così il disturbo. Quando questa operazione non viene più eseguita in modo efficiente, la malattia diventa patente. Ed è ovviamente ancora più difficile curarla”. A questo si aggiunge la difficoltà di trattare con un apparato complesso come il sistema nervoso centrale: “Dal punto di vista dell’eziologia, dei fattori di rischio, della diagnostica, del decorso”, prosegue Gianluigi Mancardi, presidente della Società italiana di neurologia e direttore della Clinica neurologica dell’Università di Genova“le malattie neurodegenerative di solito sono multifattoriali ed estremamente complesse”.

 

Cosa abbiamo a disposizione

Ciò premesso, come trattiamo attualmente i pazienti che soffrono di queste malattie? È necessario fare un distinguo. “Il Parkinson”, spiega Mancardi, “è una patologia caratterizzata dalla mancanza di produzione di un neurotrasmettitore, la dopamina. Supplendo dall’esterno a questo deficit, si riesce a ridurre i sintomi e in qualche modo rallentare il progresso della malattia per un periodo relativamente lungo, dell’ordine di tempo di dieci anni”. Discorso diverso, invece, vale per l’Alzheimer, malattia che non è caratterizzata da un deficit biochimico integrabile dall’esterno, ma dalla formazione e dall’accumulo nel cervello di placche di una proteina, la beta amiloide. Il che rende la ricerca di un trattamento per la malattia ancora più complessa e delicata. Tanto che Joseph Belli, insigne neurologo e autore del libro In pursuit of memory – The fight against Alzheimer, ha recentemente ammesso che “gli attuali trattamenti per l’Alzheimer sono stati approvati, sostanzialmente, solo perché sono meglio di niente. Non c’è nient’altro in questo momento. Si tratta di farmaci scoperti negli anni settanta e ottanta, che cercano di mitigare i sintomi della malattia, ma non agiscono sui meccanismi biologici alla base del disturbo. Abbiamo scoperto che in circa sei pazienti su dieci questi trattamenti ritardano i sintomi di un tempo compreso tra sei mesi e un anno […] Il che, semplicemente, non è abbastanza”.

 

Cattive notizie, buone notizie

L’ultimo anno non è stato foriero di ottime notizie per quanto riguarda la ricerca di trattamenti per l’Alzheimer. In particolare, diversi trial clinici hanno dato esiti negativi: a febbraio, per esempio, i test di fase III condotti su una molecola, l’idalopirdina, sono falliti; stessa sorte è capitata ad altre molecole sperimentate da Merck e Accera. Il problema, insistono ancora gli esperti, sta nel fatto che la maggior parte degli studi e dei trial si concentrano su pazienti in cui la malattia è già in fase moderata o addirittura avanzata. Che, come abbiamo visto, sono molto difficili da trattare. Ma ci sono anche notizie più incoraggianti: “La ricerca, forse un po’ colpevolmente”, dice Mancardi, “si è focalizzata finora su pazienti già sintomatici. Ultimamente, per fortuna, il paradigma sta cambiando: ci si sta spostando su pazienti che non presentano i sintomi ma hanno esami di laboratorio alterati, e in cui quindi la malattia è probabilmente a uno stadio iniziale. Su questi pazienti, auspicabilmente, riusciremo ad avere dei buoni risultati: gli studi in corso sugli anticorpi monoclonali, per esempio, sembrano particolarmente promettenti”. E ancora: “Ci sono oltre 50 trial clinici in corso, prosegue Rossini, “relativi a molecole che agiscono a vari livelli, dal blocco della formazione delle placche all’azione sulla proteina tau a meccanismi antiinfiammatori e antiossidanti”. Molti dei risultati di questi trial sono attesi per il 2023.

 

La ricerca deve andare avanti

Tornando al caso Pfizer, è bene ricordare che le case farmaceutiche, naturalmente, sono aziende a tutti gli effetti. E come ogni azienda scelgono il modello di business che ottimizza e massimizza i propri profitti. Ma è altrettanto importante sottolineare, parafrasando Orwell, che se tutte le aziende sono uguali, qualcuna è più uguale delle altre. Chi si occupa di sanità e salute, pur non essendo un ente filantropico, ha inevitabilmente un carico di responsabilità maggiore degli altri, e di questa responsabilità deve rendere conto ai pazienti e all’opinione pubblica in generale. “Nessuno sostiene che le aziende farmaceutiche debbano dedicarsi alla ricerca per spirito di filantropia”, fa notare in proposito Michael Hitzik in una columnsul Los Angeles Times“ma Pfizer, per esempio, si è mostrata particolarmente avversa al rischio, almeno nel contesto statunitense. È la seconda più grande azienda farmaceutica degli Stati Uniti per volume di vendite (dopo Johnson & Johnson) e, negli ultimi anni, sembra essersi dedicata più a operazioni finanziarie [finalizzate in particolare a risparmi fiscali, ndr] che alla ricerca nel campo biomedico”. E Rossini rincara la dose: “Non è pensabile che alle aziende farmaceutiche sia permesso abbandonare un settore di ricerca così importante, lasciando orfani decine di milioni di pazienti in tutto il mondo”, conclude l’esperto. “Sarebbe auspicabile l’istituzione, per esempio, di un’authority globale che vieti alle case farmaceutiche di abbandonare specifici campi di ricerca, indipendentemente dal margine di profitto che generano”. Una soluzione drastica che andrebbe contro il mercato, ma necessaria per il benessere globale?

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cosa succede quando gli animali incontrano i loro simili stampati in 3D

Nel video che vi presentiamo, ecco filmati da vicino questi comportamenti.

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Rospi e tartarughe faccia a faccia con la loro versione robot: cosa succederà durante la stagione degli amori? Ce lo mostra questo video Che ci fa questo esercito di rospi roboticistampati in 3D, in mezzo alla natura? Ce lo spiega un team di ricercatori dell’Università di Windsor, che li sta impiegando per studiare da vicino il comportamento dei loro “colleghi” in carne e ossa. E, in particolare, quello delle femmine durante la stagione riproduttiva.

Gli esperimenti prevedono di esaminare come un esemplare di sesso femminile reagisce, nella scelta del partner ideale, in presenza di due RoboToads (così sono soprannominati i finti rospi) con sfumature di colorediverse.

Uno studio simile è stato portato avanti anche su una specie di tartarughe acquatiche. In questo caso servendosi di femmine di varie dimensioni stampate in 3D, al fine di indagare quali fosse la stazza preferita dagli esemplari maschi.

 
  

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Al via in Oman l’orto “marziano” made in Italy 15 febbraio 2018

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Osservando le immagini che arrivano dalle sonde in opera su Marte, l’accostamento viene facile. La superficie del pianeta rosso somiglia infatti -temperature a parte, decisamente più fredde- a quella di molti deserti terrestri.
Allora perché non sfruttare proprio le zone più desertiche del nostro pianeta per “addestrare” uomini e mezzi alle future missioni che porteranno presumibilmente anche l’uomo a visitare questo poco ospitale ma affascinante vicino del Sistema Solare?
Proprio a questo scopo è partita ufficialmente la missione Amadee-18 in Oman, nella penisola arabica, dove fino al 28 febbraio, 5 “astronauti” condurranno 15 esperimenti riproducendo alcune delle condizioni del pianeta rosso con l’obiettivo di testare strumenti e procedure per future esplorazioni spaziali.

 

A fornire cibo fresco a questi futuri astronauti ci pensa l’Italia, con un orto ipertecnologico realizzato da Enea, Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Università degli Studi di Milano nell’ambito del progetto “HortExtreme”. Grazie a una rete di sensoristica avanzata, i ricercatori italiani coordineranno e monitoreranno dal Centro Enea Casaccia le attività sperimentali fino alla fine della missione, in collegamento diretto con la base.

Per la missione Amadee-18 in Oman, coordinata dall’Austrian Space Forum, i ricercatori hanno allestito, all’interno di una tenda gonfiabile, una camera di crescita e un prototipo a contenimento per l’esperimento di biologia delle piante. Conclusa la fase preliminare della missione, necessaria a fornire il supporto logistico e scientifico all’avvio della sperimentazione, i ricercatori Luca Nardi (Enea), Sara Piccirillo (Asi) e Francesco Cavaliere (Università di Milano), hanno lasciato la “Kepler Station”, il campo base installato in Oman nel deserto del Dohfar, dove è iniziata la fase dell’isolamento e della conduzione diretta degli esperimenti a cura dei 5 astronauti “analoghi” a quelli di una futura missione su Marte.

Gli esperimenti sull’orto made in Italy serviranno non solo a verificare la fattibilità dell’impianto, ma anche a comprenderne i consumi energetici, a prevederne la produttività e a selezionare delle varietà di piante che possano adeguarsi alle condizioni ambientali sia di luoghi estremi terrestri, come l’Antartide, che di pianeti lontani, come Marte.
Con l’installazione di quattro comparti dedicati alla germinazione e alla crescita, i ricercatori hanno completato il sistema verticale multilivello di coltivazione idroponica “fuori suolo”, il cosiddetto orto “marziano” di 4 metri quadri composto da 4 specie di microverdure “rosse” – amaranto, cavolo cappuccio, senape e ravanello – accuratamente selezionate tra quelle con ciclo di coltura di 15 giorni. Grazie a luci a led, atmosfera controllata e riciclo dell’acqua, le microverdure senza pesticidi né agrofarmaci, garantiranno un corretto apporto nutrizionale e un’alimentazione di alta qualità ai “membri dell’equipaggio”.

«L’infrastruttura tecnologica interna renderà possibile osservare e monitorare la crescita delle piante in ogni loro fase e fungerà da controllo remoto in caso di possibili problemi legati allo svolgimento della missione, il tutto con un ritardo temporale di circa 20 minuti tra l’invio delle trasmissioni e la ricezione delle risposte, proprio come se gli astronauti si trovassero sul suolo marziano», evidenzia Luca Nardi dell’Enea.
«L’allestimento dell’ambiente di coltura è un passaggio delicato, fondamentale per il corretto avvio dell’esperimento che ci permette di verificare l’accuratezza della prima semina e, attraverso una rete di sensoristica avanzata, di controllare le condizioni ambientali a cui saranno sottoposte le quattro colture vegetali nel prototipo», aggiunge Sara Piccirillo dell’Asi.

«La tenda gonfiabile è composta da 8 tubolari di circa 35 cm di diametro e da una trave centrale dello stesso diametro. L’assemblaggio dei moduli è stato eseguito con tecniche in grado di evitare esplosioni dovute all’aumento della pressione a causa dell’irraggiamento solare. Abbiamo installato, inoltre, un telo che consente un flusso di aria costante, 6 stabilizzatori che rendono la tenda rigida e resistente ai venti forti e 8 finestre che permettono sia l’entrata dei cavi che l’uscita dei sensori per acquisire i vari parametri dell’esperimento», conclude Francesco Cavaliere dell’Università di Milano.

Come gli astronauti delle future missioni sul Pianeta rosso, i membri dell’equipaggio, durante la fase di isolamento in Oman, seguiranno un regime alimentare composto prevalentemente da cibo in scatola, che potranno integrare con le microverdure coltivate nell’ambito dell’esperimento. Tali microverdure sono state opportunamente selezionate perché in grado di accumulare grandi quantità di sostanze minerali e fitonutrienti quali vitamine, carotenoidi e flavonoidi tra cui le antocianine, molecole a elevato potere antiossidante, per un benefico effetto antistress sulla salute.

 

 
  

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“Tornerò in Italia, perché credo che la mia ricerca possa aiutare i bambini affetti da leucemia”

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Le leucemie pediatriche rappresentano la forma di cancro infantile più diffusa. Sul loro sviluppo e su un possibile percorso per aumentare la percentuale di guarigione, si è concentrato il lavoro di Claudia Alicata, ricercatrice 33enne nata in Sicilia e partita all’estero per apprendere nuove tecniche. Ora, è pronta a ritornare in Italia, per riportare qui i frutti dei suoi studi e migliorare la selezione dei donatori di cellule staminali, al fine di aumentare la percentuale di guarigione delle leucemie infantili.

Per le leucemie ad alto rischio, infatti, l’unica terapia salvavita è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore. Questi trapianti alle volte falliscono e la scienza non è stata ancora in grado di motivarne il perché. Per trovare una risposta la dottoressa Alicata analizzerà un gruppo di ragazzi che 5 anni fa ha ricevuto un trapianto, e i loro donatori.

 Claudia Alicata

Claudia Alicata

 

“Analizzerò i Kir, una classe di 15 geni dell’immunità che producono delle cellule afruttate per curare pazienti con la leucemia, attraverso il trapianto di cellule staminali ematopoietiche”, ha spiegato Alicata ad HuffPost, “Nonostante questi trapianti abbiano un’alta percentuale di successo, capita con una frequenza non troppo bassa che falliscano”.

Quando viene effettuata la selezione dei donatori, viene valutato se questi geni siano presenti o assenti, ma per la ricercatrice un ulteriore parametro potrebbe determinare il fallimento o successo di un’operazione: “Tutti questi geni esistono in varie forme alleliche. Avere un allele piuttosto che un altro ha un grande effetto sulla funzionalità del recettore. Noi al momento non abbiamo un sistema per sequenziare questi geni, poiché sono tra loro tutti molti simili, dunque è molto difficile operare una distinzione. Per questo motivo sono andata tre anni fa negli Stati Uniti, dove stavano attuando degli studi in merito. Adesso voglio tornare in Italia con in mano la tecnica appresa, riprendere tutti i miei pazienti di 5 anni fa e vedere se le differenze nell’esito del trapianto abbiano a che fare con la differenza allelica”.

Se le sue ipotesi venissero confermate, in futuro nella scelta di un donatore non si controllerà unicamente l’assenza o presenza dei geni Kir, ma anche la loro forma allelica, “aumentando ulteriormente la percentuale di guarigione dei bambini affetti da leucemie ad alto rischio”.

Nella sua ricerca ha creduto Fondazione Veronesi, che ha deciso di finanziare il progetto, convincendola così a ritornare qui per completare i suoi studi: “La situazione in Italia non la vedo così nera come la percepivo prima di partire. Sono andata all’estero pensando di trovare il mondo delle favole ed è vero,la ricerca è molto più finanziata e i ricercatori molto più considerati, ma credo si possa fare dell’ottima ricerca anche nel nostro paese. Sono convinta che l’Italia si stia sensibilizzando alle tematiche della salute pubblica. Ho la speranza che si possa migliorare, non sarei tornata altrimenti”

 
  

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