Contattaci

LAICITA'

Anche il buddismo discrimina le donne?

Pubblicato

il

L’induismo è patriarcale. Su questo non c’è dubbio. E lo sono anche il cristianesimo e l’islam, il culto sikh e shonto, lo giainismo e il giudaesimo. Ma il buddismo? Non è la prima religione che viene in mente quando si parla di misoginia. Il presupposto è che il buddismo sia razionale, moderno, agnostico e liberale in tema di genere e sessualità. Libri su libri ci hanno condizionato a vedere il celibe e casto Buddha come un saggio androgino, asessuato, gentile con un sorriso beato. Eppure, alcune delle prime e più sistematiche prove del rifiuto della sessualità femminile nella letteratura indiana vengono da scritture buddiste, soprattutto dalle regole della disciplina monastica (Vinaya Pitaka), tradizionalmente attribuite allo stesso Buddha.

Regole della disciplina monastica

Considerate questo:

  • Ci sono più regole per le monache (bhikkunis) che per i monaci (bhikkus), 331 contro 227, perché se tutti devono controllare i propri desideri, le donne hanno anche il peso di non «risvegliare i desideri degli uomini».
  • Ai monaci viene consigliato di dormire al chiuso, non all’aperto, dopo un incidente in cui delle donne hanno fatto sesso con un monaco mentre lui, sembra, dormiva sotto un albero. I monaci che non si svegliano, o che non cedono alla tentazione nonostante vengano avvicinati da donne per il piacere sessuale, sono ritenuti innocenti e non sono espulsi dall’ordine monastico. I monaci che volontariamente cedono al fascino femminile vengono dichiarati sconfitti (parajita).
  • Nella storia di Sudinna, un giovane monaco viola i voti di celibato dopo che i suoi vecchi genitori lo pregano di dare alla moglie, da lui abbandonata, un figlio in modo che la sua discendenza familiare possa continuare. Quando il fatto viene alla luce, il Buddha lo ammonisce così: «Sarebbe stato meglio per te aver messo la tua virilità nella bocca di un serpente velenoso o in una fossa di carboni ardenti che in una donna».
  • In una conversazione, il Buddha afferma «Di tutti i profumi che possono rendere schiavi, nessuno è più letale di quello di una donna. Di tutti i sapori che possono rendere schiavi, nessuno è più letale di quello di una donna. Di tutte le voci che possono rendere schiavi, nessuna è più letale di quella di una donna. Di tutte le carezze che possono rendere schiavi, nessuna è più letale di quella di una donna».
  • Ai monaci buddisti, a differenza di altri monaci di quel periodo, non è consentito girare nudi per paura di attirare le donne con il loro fascino, ritenuto maggiore per via della loro castità e celibato.
  • Ai monaci viene detto di camminare dritti, senza muovere troppo braccia e corpo, e di volgere lo sguardo al suolo e non davanti, per non rischiare di venire incantati dallo «sguardo di una donna». Ai monaci viene anche suggerito di non camminare con donne sole, o persino di non sedere in compagnia di uomini, perché potrebbe dare luogo a pettegolezzi.
  • In una conversazione con Kassappa, Bakulla dice che in 80 anni non solo non ha fatto sesso, ma che non lo ha neanche sfiorato il pensiero delle donne, non ne ha viste né ha parlato con loro.
  • Una volta una donna ha riso e mostrato il suo fascino a Mahatissa, ma lui è rimasto impassibile. Quando il marito gli ha chiesto se trovasse la moglie poco attraente, Mahatissa ha risposto che non aveva visto alcuna donna, solo un mucchio di ossa.
  • Nella storia di Sundarasammudha, che lascia sua moglie per diventare un monaco, la moglie avvicina il marito e gli dice, facendo riferimento al sistema ashrama dell’induismo, che dovrebbero godere dei piaceri della vita coniugale finché non diventano vecchi e solo allora entrare insieme nell’ordine buddista e raggiungere il nirvana (liberazione attraverso la cessazione dei desideri). Il monaco risponde che non si assoggetterebbe mai a queste seduzioni che sono le insidie della morte.
  • I testi descrivono ripetutamente i monaci celibi come incarnazioni del dhamma (la via all’illuminazione) mentre le insaziabili donne lussuriose sono descritte come incarnazioni del samsara (il ciclo di morte e rinascita).
  • Sangamaji lascia moglie e figlio per diventare un monaco. Un giorno, sua moglie e suo figlio vanno da lui e lo pregano di tornare ma lui non risponde, e non mostra alcun segno di istinti maritali o paterni e così viene lodato dal Buddha per aver raggiungo un vero distacco e illuminazione. Un vero monaco, per cui «la sessualità femminile è come il battito d’ali di un moscerino dinanzi a una montagna» è un vira (eroe).
  • Buddha fa entrare il suo fratellastro Nanda nell’ordine monastico ma Nanda si è impegnato a sposare la donna più bella del paese e si strugge per lei. Allora Buddha gli mostra le ninfe celesti che vivono nel paradiso dei 33 dei (lo Swarga dei Purana indù). Buddha chiede a Nanda se la sua fidanzata è bella quanto queste ninfe, e Nanda risponde che è come una scimmia deforme in confronto a loro. Buddha dice che se continua a camminare sulla via del dhamma rinascerà in quel paradiso e potrà godere di quelle ninfe. Spinto da questo pensiero, Nanda si impegna attivamente e con diligenza nelle pratiche monastiche. Nel momento in cui raggiunge l’illuminazione, tutti i desideri per le ninfe e per la fidanzata sono svaniti.
  • Vari tipi di queer (pandaka) sono indicati come coloro che non dovrebbero essere ordinati monaci. Questi includono ermafroditi, transessuali, eunuchi, travestiti e uomini gay effeminati. Questo viene fatto tramite storie di monaci che vengono sedotti, o corteggiati, da pandaka, e anche perché i custodi di una vicina stalla per elefanti prendono in giro un monastero perché uno dei suoi membri è un pandaka, che tenta costantemente di sedurli.
  • Gli ermafroditi femmina, donne che vestono come uomini, o quelle di sessualità deviante o semplicemente chi non sembra una donna ed è “mascolina” non possono essere ordinate monache.
  • Ci sono regole riferite alla bestialità. I monaci vengono messi in guardia contro il troppo affetto per le vacche e le scimmie femmina.

L’influenza del codice

Inizialmente, nessuna di queste restrizioni era codificata. Non c’era il Vinaya Pitaka. Ma poi in monastero sono entrate molte persone (vihara) che hanno iniziato a comportarsi in modi considerati indegni dei monaci e dei cercatori della buddità, e che hanno perfino iniziato a prendere in giro il metodo buddista. Così per proteggere la reputazione del dhamma e del sangha, Buddha ha iniziato a imporre queste regole. Questi codici sono stati compilati oralmente e narrati da Upali (un barbiere prima di diventare uno dei dieci principali discepoli del Buddha) nel primo concilio buddista, un anno dopo la morte del Buddha. Questo è accaduto 2.600 anni fa. Mille anni dopo, queste regole venivano sistematizzate e codificate da un Buddhaghosha che viveva nel monastero di Anuradhapura nello Sri Lanka. Nel momento in cui è arrivato l’islam, il buddismo aveva già invaso la maggior parte dell’India. Ma l’idea buddista che equipara la sessualità delle donne a insidia e contaminazione era presente negli ordini monastici indù (mathas), soprattutto in quelli di Adi Shankara. Shankara è stato spesso chiamato dai suoi critici un buddista con influenze indù. Nel suo ordine monastico ha fatto un passo ulteriore: non c’erano monache. Se crediamo nella teoria che «Gesù è vissuto in India», questo codice monastico potrebbe persino aver influenzato l’atteggiamento misogino al di fuori dell’India – anche nel cristianesimo, perché mentre il Buddha ha abbandonato sua moglie, Yashodhara, Gesù non si è mai sposato. È significativo che Buddhaghosa sia vissuto nello stesso periodo in cui Sant’Agostino di Hippo ha esposto il suo tropo anti-sesso e misogino nella Chiesa cattolica.

Buddismo “buono”, induismo “cattivo”

È interessante che in tutti i saggi sul patriarcato e sulla misoginia relativi all’India, gli studiosi citino il Ramayana e il Manu Smriti, che però storicamente sono stati scritti dopo il Vinaya Pitaka. Buddha è vissuto in epoca pre-Mauryan mentre il Ramayana, con la sua enfasi sulla monarchia, è stato scritto in epoca post-Mauryan. Le tesi di tradizione orale o basate sull’astrologia che datano il Ram in epoca pre-buddista convincono solo i nazionalisti, non gli storici. Manu Smriti e altri dharmashastra sono stati scritti nell’epoca del Gupta quando i bramini giocavano un ruolo chiave nella legittimazione della monarchia nella maggioranza dell’India peninsulare. I rituali vedici pre-buddisti parlano della sessualità femminile in termini positivi perché si interessano principalmente di fertilità e benessere generazionale.

Gli Upanishad pre-buddisti non si preoccupano troppo delle relazioni di genere e sono più interessati alla metafisica. La maggior parte della letteratura buddista è stata messa per iscritto molto dopo i testi sanscriti (gli editti Ashokan in Prakrit risalgono a 2300 anni fa; le prime iscrizioni reali sanscrite risalgono soltanto a 1900 anni fa). Questo fa dei testi buddisti lo spartiacque della letteratura indiana, dopo di che la femminilità viene vista come contaminante, ostacolo alla via della saggezza. Potremmo, naturalmente, obiettare che la maggioranza dei buddisti colti era composta originariamente da bramini che quindi hanno trapiantato il patriarcato indù nel buddismo, che il Buddha non aveva questa intenzione. Possiamo insistere che sono i Veda e soltanto i Veda, la fonte della misoginia.

Questo segue l’impostazione della struttura del buddismo “buono” e dell’induismo “cattivo” che troviamo nella maggioranza dei testi accademici coloniali e post-coloniali. Il completo silenzio sulla misoginia così fermamente radicata nelle scritture buddiste, e che risale al Buddha, è davvero notevole. La ricerca su questo aspetto è nota ma limitata ai circoli accademici. Troviamo Buddhism after Patriarchy di Rita Gross e Bull of a Man di John Powers, per esempio.

Ma c’è un forte desiderio in questi libri di glissare sul patriarcato, invece di mettere il riflettore su di esso. È quasi come se gli studiosi fossero irritati, e perfino imbarazzati, perché i fatti contraddicono le idee contemporanee sul Buddha. Abbandonare il sesso, che di fatto significa abbandonare le donne, per uno scopo “più alto” – che sia l’illuminazione o la spiritualità o servire la nazione – da allora è diventato un modello in voga, adottato da sette religiose e partiti politici come il Rashtriya Swayamsevak Sangh. È stato esaltato e valorizzato come il perfetto indicatore di mascolinità e purezza. Uno dei maggiori contributi a questa idea è attribuibile al Vinaya Pitaka del Buddha, che ha abbandonato sua moglie senza il consenso di lei.



Licenza Creative Commons




 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Clicca per commentare

Leave a Reply



Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LAICITA'

Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

Pubblicato

il

Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

Crediti e Fonti :
Continua a leggere

LAICITA'

No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

Pubblicato

il

Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

LAICITA'

Senza oneri per lo stato: perché non bisogna finanziare le scuole cattoliche

Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo

Pubblicato

il

Immagine al solo scopo di corredo articolo

150 milioni. A tanto ammonta l’ultimo regalo del governo alle scuole cattoliche. Un regalo che ha scatenato molte reazioni negative, alcune persino inaspettate. Che ci fanno ben sperare per il futuro.

Un esempio per tutti. L’europarlamentare Pd Pina Picierno, presentando l’ennesima concessione di fondi come “una buona notizia” e rilanciando una sua recente intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire, pensava probabilmente di incassare il plauso dei cattolici. Ha invece riscosso quasi esclusivamente critiche – soprattutto dalla sua base, che sembra ormai esasperata dal continuo, totale appiattimento nei confronti delle assillanti richieste delle gerarchie cattoliche.

Per rispondere a tali “attacchi” è quindi sceso in campo, sull’Huffington Post, un pezzo da novanta dei cattolici del Pd: il costituzionalista e deputato Stefano Ceccanti. Il quale ha fatto a sua volta ricorso ad affermazioni discutibili, come quella secondo cui “le scuole paritarie che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole pubbliche a tutti gli effetti”. A parte che di vincoli ne esistono purtroppo ben pochi, se fosse stato corretto avrebbe dovuto scrivere che “le scuole private che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole paritarie”. È evidente a tutti che non sono pubbliche, perché non sono né di proprietà pubblica, né a gestione pubblica. Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo: sanno bene che il lettore medio non gradirebbe granché. E cercano quindi di intortarlo.

L’argomentazione principale di Ceccanti è però che la costituzione autorizza tali finanziamenti. E su questo ha (parzialmente) ragione. L’articolo 33 recita infatti: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. La formulazione è (volutamente?) ambigua: il “senza oneri per lo stato” è valido sempre, o soltanto al momento dell’istituzione delle scuole? Nell’incertezza, entrambe le interpretazioni sono ahinoi legittime. Ha quindi buon gioco Ceccanti a sostenere la legittimità dei finanziamenti alle scuole cattoliche, che “non solo […] il decisivo passaggio [della legge] del 2000, ma anche la giurisprudenza costituzionale hanno confermato quell’impostazione, arricchita peraltro nel 2001 dal riconoscimento nell’articolo 118 della Carta del principio di sussidiarietà orizzontale”.

Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti

‘Legittimo’ non è però sinonimo di ‘auspicabile’. E dovremmo chiederci (Ceccanti non lo fa) perché, dall’approvazione della costituzione fino al 2000, nel corso quindi di oltre mezzo secolo dominato dalla Democrazia Cristiana, l’esigenza di una legge sulla parità scolastica non veniva manifestata così insistentemente. La ragione è semplice: è cambiata la società. La secolarizzazione ha continuato ad avanzare, i genitori sono diventati un filo più moderni e non hanno più spedito i figli in ambienti ritenuti protetti, i religiosi che insegnano gratis o sottopagati sono calati vertiginosamente. Le scuole cattoliche sono semplicemente andate in crisi. Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti.

Non lo sostengo io: lo affermano loro stesse. Anzi: lo affermavano già nel 1999. Nel 2000, il giorno stesso dell’approvazione della legge sulla “parità scolastica”, padre Perrone affermava di condividerne largamente il testo, ma nello stesso tempo si lamentava dei pochi soldi che avrebbe ricevuto, e già chiedeva “rimborsi alle famiglie calcolabili intorno all’80 per cento delle rette annuali”. I soldi erogati alle scuole cattoliche non sono però affatto pochi. Stando ai calcoli dell’Uaar, ogni dodici mesi ricevono infatti 430 milioni dallo stato e 500 milioni dalle amministrazioni locali. Con l’ultimo obolo si è quindi superato il miliardo in un anno.

Sono ben spesi, i nostri soldi? No. E per tante ragioni, che chiunque può approfondire: in sintesi, ne possiamo ricordare almeno dieci.

  • Le scuole cattoliche non rappresentano un risparmio per la casse pubbliche.
  • Troppo spesso si rivelano diplomifici.
  • Discriminano verso gli insegnanti che compiono scelte di vita e hanno orientamenti sessuali non conformi alla dottrina.
  • Respingono sovente anche i disabili.
  • Fanno parte di un’organizzazione, la chiesa, che nega costitutivamente le pari opportunità alle donne.
  • Sono scuole di parte: non sono quindi di tutti e per tutti.
  • Il modello educativo è di retroguardia.
  • La qualità del loro insegnamento è mediamente minore.
  • Il loro insegnamento non è imparziale, ma è basato sulla dottrina cattolica.
  • Creano quindi precoci cattolici, non futuri cittadini.

Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”

E dire che, in altri contesti, il Pd si batte contro discriminazioni di questo tipo. Quando il contesto è cattolico, il Pd si comporta però in maniera diametralmente opposta. Comprendiamo quindi perché Ceccanti sente la necessità di scrivere che la 62/2000 è “un’ottima legge dei governi di centrosinistra” senza nemmeno tentare di spiegarci perché lo sarebbe – come non ce lo spiega Picierno: non hanno alcuna valida argomentazione da proporci. Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”. Ma, per onestà, dovrebbero allora aggiungere che “la accontentiamo volentieri perché siamo clericali”.

Si tratta purtroppo di un atteggiamento che va ben oltre il Pd. Spetta quindi a noi far capire ai parlamentari che nessun genitore laico deve essere forzato a mandare i propri figli in istituti cattolici, e che nessuno studente ateo deve essere obbligato a frequentarli. Per lo stato, finanziare le scuole cattoliche è sempre e soltanto un onere, dei più gravosi e ingiustificati. Poiché la costituzione non impone di finanziarle, la legge che lo consente va quindi abolita.

E tutti a scuola nella scuola di tutti.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Chi Siamo

Vuoi ricevere le notizie?

Dicono di noi

Sbattezzo

Archivio

LunMarMerGioVenSabDom
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031 

I più letti