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Anche il buddismo discrimina le donne?

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L’induismo è patriarcale. Su questo non c’è dubbio. E lo sono anche il cristianesimo e l’islam, il culto sikh e shonto, lo giainismo e il giudaesimo. Ma il buddismo? Non è la prima religione che viene in mente quando si parla di misoginia. Il presupposto è che il buddismo sia razionale, moderno, agnostico e liberale in tema di genere e sessualità. Libri su libri ci hanno condizionato a vedere il celibe e casto Buddha come un saggio androgino, asessuato, gentile con un sorriso beato. Eppure, alcune delle prime e più sistematiche prove del rifiuto della sessualità femminile nella letteratura indiana vengono da scritture buddiste, soprattutto dalle regole della disciplina monastica (Vinaya Pitaka), tradizionalmente attribuite allo stesso Buddha.

Regole della disciplina monastica

Considerate questo:

  • Ci sono più regole per le monache (bhikkunis) che per i monaci (bhikkus), 331 contro 227, perché se tutti devono controllare i propri desideri, le donne hanno anche il peso di non «risvegliare i desideri degli uomini».
  • Ai monaci viene consigliato di dormire al chiuso, non all’aperto, dopo un incidente in cui delle donne hanno fatto sesso con un monaco mentre lui, sembra, dormiva sotto un albero. I monaci che non si svegliano, o che non cedono alla tentazione nonostante vengano avvicinati da donne per il piacere sessuale, sono ritenuti innocenti e non sono espulsi dall’ordine monastico. I monaci che volontariamente cedono al fascino femminile vengono dichiarati sconfitti (parajita).
  • Nella storia di Sudinna, un giovane monaco viola i voti di celibato dopo che i suoi vecchi genitori lo pregano di dare alla moglie, da lui abbandonata, un figlio in modo che la sua discendenza familiare possa continuare. Quando il fatto viene alla luce, il Buddha lo ammonisce così: «Sarebbe stato meglio per te aver messo la tua virilità nella bocca di un serpente velenoso o in una fossa di carboni ardenti che in una donna».
  • In una conversazione, il Buddha afferma «Di tutti i profumi che possono rendere schiavi, nessuno è più letale di quello di una donna. Di tutti i sapori che possono rendere schiavi, nessuno è più letale di quello di una donna. Di tutte le voci che possono rendere schiavi, nessuna è più letale di quella di una donna. Di tutte le carezze che possono rendere schiavi, nessuna è più letale di quella di una donna».
  • Ai monaci buddisti, a differenza di altri monaci di quel periodo, non è consentito girare nudi per paura di attirare le donne con il loro fascino, ritenuto maggiore per via della loro castità e celibato.
  • Ai monaci viene detto di camminare dritti, senza muovere troppo braccia e corpo, e di volgere lo sguardo al suolo e non davanti, per non rischiare di venire incantati dallo «sguardo di una donna». Ai monaci viene anche suggerito di non camminare con donne sole, o persino di non sedere in compagnia di uomini, perché potrebbe dare luogo a pettegolezzi.
  • In una conversazione con Kassappa, Bakulla dice che in 80 anni non solo non ha fatto sesso, ma che non lo ha neanche sfiorato il pensiero delle donne, non ne ha viste né ha parlato con loro.
  • Una volta una donna ha riso e mostrato il suo fascino a Mahatissa, ma lui è rimasto impassibile. Quando il marito gli ha chiesto se trovasse la moglie poco attraente, Mahatissa ha risposto che non aveva visto alcuna donna, solo un mucchio di ossa.
  • Nella storia di Sundarasammudha, che lascia sua moglie per diventare un monaco, la moglie avvicina il marito e gli dice, facendo riferimento al sistema ashrama dell’induismo, che dovrebbero godere dei piaceri della vita coniugale finché non diventano vecchi e solo allora entrare insieme nell’ordine buddista e raggiungere il nirvana (liberazione attraverso la cessazione dei desideri). Il monaco risponde che non si assoggetterebbe mai a queste seduzioni che sono le insidie della morte.
  • I testi descrivono ripetutamente i monaci celibi come incarnazioni del dhamma (la via all’illuminazione) mentre le insaziabili donne lussuriose sono descritte come incarnazioni del samsara (il ciclo di morte e rinascita).
  • Sangamaji lascia moglie e figlio per diventare un monaco. Un giorno, sua moglie e suo figlio vanno da lui e lo pregano di tornare ma lui non risponde, e non mostra alcun segno di istinti maritali o paterni e così viene lodato dal Buddha per aver raggiungo un vero distacco e illuminazione. Un vero monaco, per cui «la sessualità femminile è come il battito d’ali di un moscerino dinanzi a una montagna» è un vira (eroe).
  • Buddha fa entrare il suo fratellastro Nanda nell’ordine monastico ma Nanda si è impegnato a sposare la donna più bella del paese e si strugge per lei. Allora Buddha gli mostra le ninfe celesti che vivono nel paradiso dei 33 dei (lo Swarga dei Purana indù). Buddha chiede a Nanda se la sua fidanzata è bella quanto queste ninfe, e Nanda risponde che è come una scimmia deforme in confronto a loro. Buddha dice che se continua a camminare sulla via del dhamma rinascerà in quel paradiso e potrà godere di quelle ninfe. Spinto da questo pensiero, Nanda si impegna attivamente e con diligenza nelle pratiche monastiche. Nel momento in cui raggiunge l’illuminazione, tutti i desideri per le ninfe e per la fidanzata sono svaniti.
  • Vari tipi di queer (pandaka) sono indicati come coloro che non dovrebbero essere ordinati monaci. Questi includono ermafroditi, transessuali, eunuchi, travestiti e uomini gay effeminati. Questo viene fatto tramite storie di monaci che vengono sedotti, o corteggiati, da pandaka, e anche perché i custodi di una vicina stalla per elefanti prendono in giro un monastero perché uno dei suoi membri è un pandaka, che tenta costantemente di sedurli.
  • Gli ermafroditi femmina, donne che vestono come uomini, o quelle di sessualità deviante o semplicemente chi non sembra una donna ed è “mascolina” non possono essere ordinate monache.
  • Ci sono regole riferite alla bestialità. I monaci vengono messi in guardia contro il troppo affetto per le vacche e le scimmie femmina.

L’influenza del codice

Inizialmente, nessuna di queste restrizioni era codificata. Non c’era il Vinaya Pitaka. Ma poi in monastero sono entrate molte persone (vihara) che hanno iniziato a comportarsi in modi considerati indegni dei monaci e dei cercatori della buddità, e che hanno perfino iniziato a prendere in giro il metodo buddista. Così per proteggere la reputazione del dhamma e del sangha, Buddha ha iniziato a imporre queste regole. Questi codici sono stati compilati oralmente e narrati da Upali (un barbiere prima di diventare uno dei dieci principali discepoli del Buddha) nel primo concilio buddista, un anno dopo la morte del Buddha. Questo è accaduto 2.600 anni fa. Mille anni dopo, queste regole venivano sistematizzate e codificate da un Buddhaghosha che viveva nel monastero di Anuradhapura nello Sri Lanka. Nel momento in cui è arrivato l’islam, il buddismo aveva già invaso la maggior parte dell’India. Ma l’idea buddista che equipara la sessualità delle donne a insidia e contaminazione era presente negli ordini monastici indù (mathas), soprattutto in quelli di Adi Shankara. Shankara è stato spesso chiamato dai suoi critici un buddista con influenze indù. Nel suo ordine monastico ha fatto un passo ulteriore: non c’erano monache. Se crediamo nella teoria che «Gesù è vissuto in India», questo codice monastico potrebbe persino aver influenzato l’atteggiamento misogino al di fuori dell’India – anche nel cristianesimo, perché mentre il Buddha ha abbandonato sua moglie, Yashodhara, Gesù non si è mai sposato. È significativo che Buddhaghosa sia vissuto nello stesso periodo in cui Sant’Agostino di Hippo ha esposto il suo tropo anti-sesso e misogino nella Chiesa cattolica.

Buddismo “buono”, induismo “cattivo”

È interessante che in tutti i saggi sul patriarcato e sulla misoginia relativi all’India, gli studiosi citino il Ramayana e il Manu Smriti, che però storicamente sono stati scritti dopo il Vinaya Pitaka. Buddha è vissuto in epoca pre-Mauryan mentre il Ramayana, con la sua enfasi sulla monarchia, è stato scritto in epoca post-Mauryan. Le tesi di tradizione orale o basate sull’astrologia che datano il Ram in epoca pre-buddista convincono solo i nazionalisti, non gli storici. Manu Smriti e altri dharmashastra sono stati scritti nell’epoca del Gupta quando i bramini giocavano un ruolo chiave nella legittimazione della monarchia nella maggioranza dell’India peninsulare. I rituali vedici pre-buddisti parlano della sessualità femminile in termini positivi perché si interessano principalmente di fertilità e benessere generazionale.

Gli Upanishad pre-buddisti non si preoccupano troppo delle relazioni di genere e sono più interessati alla metafisica. La maggior parte della letteratura buddista è stata messa per iscritto molto dopo i testi sanscriti (gli editti Ashokan in Prakrit risalgono a 2300 anni fa; le prime iscrizioni reali sanscrite risalgono soltanto a 1900 anni fa). Questo fa dei testi buddisti lo spartiacque della letteratura indiana, dopo di che la femminilità viene vista come contaminante, ostacolo alla via della saggezza. Potremmo, naturalmente, obiettare che la maggioranza dei buddisti colti era composta originariamente da bramini che quindi hanno trapiantato il patriarcato indù nel buddismo, che il Buddha non aveva questa intenzione. Possiamo insistere che sono i Veda e soltanto i Veda, la fonte della misoginia.

Questo segue l’impostazione della struttura del buddismo “buono” e dell’induismo “cattivo” che troviamo nella maggioranza dei testi accademici coloniali e post-coloniali. Il completo silenzio sulla misoginia così fermamente radicata nelle scritture buddiste, e che risale al Buddha, è davvero notevole. La ricerca su questo aspetto è nota ma limitata ai circoli accademici. Troviamo Buddhism after Patriarchy di Rita Gross e Bull of a Man di John Powers, per esempio.

Ma c’è un forte desiderio in questi libri di glissare sul patriarcato, invece di mettere il riflettore su di esso. È quasi come se gli studiosi fossero irritati, e perfino imbarazzati, perché i fatti contraddicono le idee contemporanee sul Buddha. Abbandonare il sesso, che di fatto significa abbandonare le donne, per uno scopo “più alto” – che sia l’illuminazione o la spiritualità o servire la nazione – da allora è diventato un modello in voga, adottato da sette religiose e partiti politici come il Rashtriya Swayamsevak Sangh. È stato esaltato e valorizzato come il perfetto indicatore di mascolinità e purezza. Uno dei maggiori contributi a questa idea è attribuibile al Vinaya Pitaka del Buddha, che ha abbandonato sua moglie senza il consenso di lei.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Più soldi di tutti alla scuola di tutti, quella pubblica

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

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La presentazione del secondo rapporto nazionale sulla povertà educativa minorile in Italia, a cura di Openpolis e Con i bambini, sottolinea la necessità di maggiori investimenti negli asili nido (fascia di età 0-3 anni) e nelle scuole dell’infanzia (fascia d’età 3-5 anni). Nonostante il nostro Paese risulti sotto la media Ocse in termini di percentuale del Pil speso per l’istruzione della prima infanzia, la politica insiste su ragioni di risparmio e sulla conseguente e presunta necessità di destinare soldi pubblici alle scuole private paritarie, in larga parte di orientamento religioso.
Costituzione alla mano, vi è una differenza fondamentale tra l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Il primo è un servizio, sicuramente importante, mentre la seconda è scuola. E come tale è un dovere costituzionale che lo Stato la garantisca.

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Non c’entra nulla che non sia scuola dell’obbligo. È un dovere della Repubblica istituirla ove vi sia richiesta, gratuita e statale. È facoltativo per le famiglie chiedere che i figli la frequentino. Si pensi alla quarta e alla quinta superiore: non è scuola dell’obbligo, ma non s’è mai visto un liceo statale che si ferma alla terza superiore.

Eppure da quando la legge clericale 62/2000 ha reso possibile il finanziamento pubblico alle scuole private – legge voluta dal secondo governo D’Alema, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer -, destra e sinistra hanno fatto in modo che l’istituzione di scuole statali dell’infanzia statali venisse frenata, e che soldi pubblici venissero dirottati su scuole paritarie che in larga misure sono scuole-parrocchia. Fu esplicito nel 2014 Luca Zaia, governatore del Veneto: «Il governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali».

Fu altrettanto esplicita la rossa Bologna, che pur sconfitta nel referendum comunale del 2013 da un 60% di cittadini che chiedevano di destinare i fondi comunali alle scuole pubbliche fino all’esaurimento delle liste d’attesa, confermò invece il finanziamento di un milione di euro alle scuole paritarie, quasi tutte cattoliche. E non è da meno l’attuale esecutivo: quello che si definiva “del cambiamento”, ma che continua come i governi precedenti a stanziare mezzo miliardo l’anno per le scuole private paritarie. Ancora maggiore è il contributo totale che le amministrazioni locali devolvono alle scuole paritarie: l’inchiesta dell’Uaar icostidellachiesa.it quantifica che solo quelli per scuole cattoliche o che si ispirano alla morale cattolica ammontino a 500 milioni l’anno.

Le scuole private sopravvivevano anche prima di iniziare a ricevere contributi pubblici, grazie alle rette e a sponsor privati, e avevano sostanzialmente lo stesso numero di studenti che hanno adesso. La ricetta per contrastare la povertà educativa minorile in Italia? Recuperare questi fondi, aggiungerne altri e destinarli esclusivamente alla scuola di tutti, a una scuola laica, pubblica e all’avanguardia. Iniziando dalle scuole dell’infanzia statali ovunque vi sia richiesta. Come Costituzione comanda, come comandano ragione e laicità.





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“Simpatie per coprofagi” Multa per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari

La dottoressa Silvana De Mari condannata per diffamazione: aveva detto che il circolo gay era simpatizzante di “pedofilia, necrofilia e coprofagia”

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Arriva un’altra condanna per diffamazione per Silvana De Mari, la dottoressa torinese già nella bufera per aver sostenuto che l’omosessualità è contronatura.

Stavolta il medico dovrà risarcire il circolo “Mario Mieli” di Roma di cui aveva parlato in un’intervista al quotidiano La Croce. “Il circolo LGBT di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, aveva detto, “Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia“.

Ora il tribunale di Torino ha condannato la De Maria a pagare una multa di mille euro, più il risarcimento dei danni – non ancora quantificati – e le spese legali. “Sono felice che questa notizia arrivi mentre una nutrita delegazione del Circolo Mario Mieli e di numerosissime altre realtà LGBT+ italiane, si trova a New York per il grande World Pride”, dice Sebastiano Secci, presidente dell’associazione, “Quella notte di 50 anni fa le ragazze di Stonewall ci hanno insegnato a dire basta ai soprusi e alle umiliazioni ricevute, questa condanna è figlia di quegli insegnamenti”.





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