Contattaci

Cultura Pagana

Animali considerati demoniaci: storie e tradizioni

Pubblicato

il

Nei secoli e nelle varie tradizioni sono stati attribuiti connotati sacri o demoniaci ad una vasta moltitudine di specie animali. Questo ha portato in un caso allo sterminio (e talvolta all’estinzione) della fauna locale, altre volte alla sovrappopolazione di una razza considerata inviolabile.

Miti e leggende sono radicate tutt’oggi nelle consuetudini tipiche delle differenti culture, tanto è vero che l’incontrare o il sognare talune fiere viene spesso interpretato come presagio di fortuna o di sventura, a seconda del capriccio folcloristico.

1) Il gatto

splendido_gatto_nero

 

Probabilmente non esiste un animale più simbolico di questo per la cultura europea da quando, nei primi decenni del 1200, papa Gregorio IX diede inizio allo sterminio del gatto considerato incarnazione del Diavolo. Ad essere presi particolarmente di mira furono i gatti dal pelo nero, spesso gettati dai campanili durante le funzioni sacre, bruciati vivi e perfino crocifissi.

Solo al dilagare della peste bubbonica, causata dal crescente numero di topi privati del loro predatore naturale, tale superstizione venne abbandonata.  Ancora oggi però, incontrare un gatto nero, rimane sintomo di sventura.

Secondo la demonologia Re Baal e Duca Aim possiedono tre teste, una di queste parrebbe essere di gatto.

2) Il Serpente

10453371_736693876369884_7813792185765435938_n

 

Il serpente ha assunto differenti significati nel tempo e nei luoghi del mondo, tra cui: l’eterno ciclo naturale delle cose (Uroboro)la regalità (cobra nell’antico Egitto), il cambiamento espresso nella muta della pelle (presso popolazioni africane ed indiane), la conoscenza (Bastone di Asclepio), la fertilità e la sessualità (vedasi la Dea dei serpenti minoica).

Ciò a cui pare comunque legato in maniera più salda è l’immaginario dell’esegesi ebraica, secondo cui il Diavolo tentatore assunse le fattezze di un serpente nel famoso episodio di Eva e della mela. In virtù di ciò questo rettile sarà spesso considerato metafora di astuzia e malvagità, di superbia ed intelligenza perversa. Durante il Medioevo venne persino associato alle attività delle streghe, in virtù del suo potere velenifero.

L’ignoranza e la superstizione portano queste affascinanti creature a riscoprirsi tutt’oggi vittime inconsapevoli dell’idiozia umana, con grande danno nei confronti della biodiversità.

In demonologia Duca Astaroth, Re Asmodeus, Marchese Marchosias, Conte Vinè, Re Balam e Conte Andromalius appaiono legati alla figura del serpente.

3) Il ragno

1174829_650583624952238_1860982310_n

 

Nonostante il ragno sia rappresentativo di valori considerati generalmente positivi (varie sono le leggende che lo collegano alla creazione del mondo, al dono del fuoco e al buon augurio), esso viene spesso associato ad una paura atavica insita nell’uomo.

Il ragno non solo sa dimostrarsi un abile e paziente predatore, ma anche e soprattutto un letale killer. Agile, intelligente, dall’aspetto raccapricciante e molto spesso velenoso si insinua con molta facilità negli incubi più frequenti.

4) Il pipistrello

10484939_736680376371234_8911668857557209663_n

 

In molte leggende il pipistrello appare al servizio di streghe e vampiri, considerato animale astutissimo fin dalle favole di Esopo.

Se in Cina e presso i nativi americani questa creatura veniva tenuta in gran considerazione, presso i bestiari medievali venne associata all’idolatria e alla depravazione del peccato (avendo questi la tendenza ad accoppiarsi anche con esemplari del medesimo sesso).

Lo stesso Dante munirà il suo Lucifero Trifronte di ali da pipistrello.

5) Il corvo

10603299_772487122790559_8259631033237742321_n

 

Il corvo costituisce un archetipo ambivalente, rappresentando infatti tanto la fine quanto il principio di tutte le cose. Storicamente è prevalsa però una simbologia legata al morte e alla sfortuna:  «Ero così giunto alla concezione di un Corvo, l’uccello di malaugurio che va reiterando con monotonia l’unica parola “mai più” …» per citare Edgar Allan Poe.

Il suo manto nero e la sua attitudine a nutrirsi di carogne lo ha dunque relegato ad un immaginario spettrale.

In demonologia Marchese Aamon, Marchese Naberius, Principe Stolas, Presidente Malphas e Marchese Andras vengono rappresentati con fattezze di corvo.

 

 

Crediti :

Giulia Conti

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Continua a leggere
Clicca per commentare

Lascia una recensione

Per commentare puoi anche connetterti tramite:




avatar
  Iscriviti  
Notificami

Cultura Pagana

La storia di Jack la Lanterna, Jack o’Lantern

Pubblicato

il

Una vecchia leggenda narrana di un certo Jack o’Lantern, un fabbro irlandese, ubriacone e taccagno, che incontrò il Diavolo in un’osteria nella notte del 31 ottobre, dopo l’ennesima sbronza. L’uomo, rimasto senza soldi per un’ultima bevuta, barattò la propria anima in cambio di una moneta con la quale avrebbe pagato l’ennesimo bicchiere di vino. Il  Diavolo si trasformò allora in una moneta da 6 pence.

Jack però non utilizzò la moneta per pagare la consumazione ma se ne impossessò mettendola nel proprio portafoglio.  Afferrò avidamente la moneta e la mise nel suo portafoglio accanto ad una croce d’argento. Il Diavolo rimase così imprigionato. Riottenne la libertà posticipando di un anno la morte di Jack, visto che  era diventato il padrone della sua anima, dopo il patto stipulato nell’osteria, vista la situazione imbarazzante che lo costringeva nel portafoglio dell’uomo, regalò un anno di vita in più. Jack liberò così il Diavolo.

Quando il Diavolo si ripresentò l’anno successivo per impossessarsi dell’anima di Jack, questi lo ingannò con una scusa, gli disse: «Verrò con te, ma prima potresti prendermi una mela da quell’albero?». Il Diavolo, pensando di non aver nulla da temere, balzò sulle spalle dell’uomo per prendere la mela. L’artigiano tirò fuori un coltello e intagliò una croce sul tronco dell’albero. Questo lasciò il Diavolo a mezz’aria, incapace di raggiungerlo. Il fabbro gli fece promettere di non tornare mai più per reclamare la sua anima e, non vedendo via d’uscita, il Diavolo acconsentì. La leggenda, però, non spiega come il Diavolo sia riuscito a tornare di nuovo a terra.

Quando l’uomo morì, anni dopo, non fu ammesso in cielo a causa della sua vita dissoluta da ubriacone e truffatore. Così, si recò all’entrata dell’inferno, dove anche il Diavolo lo rimandò indietro. Quell’essere volle mantenere la promessa: quella di non prendere mai la sua anima. «Ma dove posso andare?», chiese allora il fabbro. «Torna da dove sei venuto!», gli rispose Lucifero. Ma la strada del ritorno era buia e ventosa e l’uomo implorò Satana di dargli almeno una luce per trovare la giusta via. Il Diavolo, spazientito, gli gettò contro un carbone ardente che proveniva dalle fiamme dell’inferno. Per illuminare il cammino e per non farlo spegnere dal vento, il fabbro lo mise in una rapa che stava mangiando. Da allora, il fabbro fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lucerna, fino al Giorno del Giudizio e divenne il simbolo delle anime dannate.

Finita la leggenda inizia la storia: il termine Jack o’Lantern apparve per la prima volta in uno scritto del 1750, in riferimento a una sentinella o ad un uomo che portava un lume. La sua storia cominciò quindi ad essere collegata al culto degli spiriti vaganti nella notte di Halloween. Per difendersi da spiacevoli visite la gente cominciò a intagliare e dipingere delle facce nelle rape in cui mettevano delle candele illuminate, sperando che il simulacro di un’anima dannata potesse far scappare i fantasmi.

La spaventosa carestia delle patate, in Irlanda (1845-50) obbligò più di 700 mila persone ad immigrare in America. Questi immigranti portarono con loro anche le tradizioni di Halloween. Ma negli Usa, le rape non erano così diffuse come in Irlanda (anche se venivano utilizzate persino le patate e le barbabietole), così le sostituirono più che egregiamente con le zucche americane. Oggi la zucca intagliata rappresenta la faccia sogghignante del furbo fabbro, l’icona più famosa di questa festa horror.

 
  

Licenza Creative Commons

Help Chat 
Continua a leggere

Cultura Pagana

Satanismo Razionalista e pensiero magico

Pubblicato

il

In un famoso racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, cui rimando, si fa riferimento ad una importante e compromettente missiva che, nell’intento di essere ben nascosta, viene posta praticamente sotto gli occhi di chi la vuole cercare.

orrei inoltrarmi nel cuore di questo articolo, di non certo facile approccio, proprio con la metafora di questo breve racconto: come mantenere un importante segreto? Semplice, mettendolo all’ovvia conoscenza di tutti. Come celare i suoi essenziali contenuti? Semplice, nascondendoli nella foga di un’ accurata e strenua ricerca.
Non credo sia azzardato trattare un argomento chiamato magia proprio come l’enigmatica lettera di Edgar Allan Poe. La magia, a pensarci bene, è da sempre sotto ai nostri occhi, chi la conosce e ne ha dimestichezza non fa altro che sviare i nostri sforzi verso una ricerca snervante che va a finire ad un palmo dal nostro naso, in una labirintica chiusura del cerchio che i più sagaci liquidano in un paio di mosse intuitive.

Ma attenzione, questi sagaci che scorgono la lettera senza affannarsi troppo nella sua ricerca sono giunti soltanto ad un primo livello di conoscenza: essi non sono in grado di decifrarne il suo contenuto, possono, al massimo, averne una vaga idea. I sagaci hanno solo compreso un machiavellico meccanismo per cui il segreto va custodito nell’ovvio, nel cesto delle cianfrusaglie, nella paccottiglia del quotidiano; essi sono a buon punto ma ancora ben lontani dalla verità.
Alla fine del racconto di Poe, infatti, noi non sapremo nulla degli scandali paventati nella missiva, ci rimarrà uno strano senso di inappagamento.
Questo articolo sarà qualcosa di simile alla “Lettera rubata”, esso non rivelerà nulla di più di ciò che sta proprio davanti al nostro sguardo (ma che spesso non si riesce a vedere) e non svelerà scottanti contenuti.

Quindi, se alla sola evocazione della parola magia vi aspettate un formulario per parlare coi defunti o una fattura per far ritornare il\la partner che vi ha lasciato, potete saltare direttamente la trattazione ed affidarvi alle numerose offerte che si prospettano in giro, dal web al giornale del parrucchiere, a vari costi e mai sicuri benefici.
Detto questo, come si evince dal titolo, la discussione è recintata nell’ambito del Satanismo Razionalista ed è quindi ad autori quali Anton Szandor LaVey e Peter H.Gilmore che farò riferimento.
Non è difficile scorgere una certa somiglianza di struttura tra La Bibbia Satanica del 1969 e le Scritture Sataniche del 2007: entrambi i saggi infatti sono quasi spaccati in due, come fossero attraversati da due anime. Dopo i principi, le discussioni, le tematiche sociali e concettuali del Satanismo, l’ultima parte dei testi è riservata agli aspetti magico-cerimoniali e alla descrizione di vari rituali.

Questo dulcis in fundo potrebbe rivelarsi qualcosa di ben più che una semplice scelta strutturale del testo, come esporrò nella conclusione di questo articolo. Ma non anticipo.
Anzitutto, cercherò, in modo sintetico e personale, di spiegare in cosa consistono magia e ritualistica nel Satanismo Razionalista, perlomeno da quel che se ne può dedurre dai testi ufficiali.
I concetti che ricorrono frequentemente sono “psicodramma”, “catarsi”, “esorcizzazione”, “immaginazione”, “potenziamento di sé”. Insomma, la trasformazione della realtà esterna ad opera del magus o della maga passa necessariamente attraverso una mutazione interiore. Azzardando un accostamento che va preso con le giuste cautele, si può notare che non siamo qui molto lontani dalla tradizione alchemica, nel suo versante più esoterico e simbolico: il passaggio dal piombo all’oro è anzitutto la metafora del raggiungimento di uno stato metafisico di conoscenza.
La trasmutazione è un fatto interiore e i suoi effetti possono ricadere nel reale cambiando lo stato delle cose; l’atto magico è principalmente una concentrazione energetica volta al sé, alla comprensione di ogni oscuro angolo della propria psiche e all’attuazione di un desiderato cambiamento. Di sicuro, l’accendere una candela o recitare alcune formule sono atti che non hanno nessun impatto sullo stato delle cose in modo diretto; possono tuttalpiù funzionare da “catalizzatori per le azioni”; ed è proprio con queste parole che Anton Szandor LaVey definisce i riti nel suo “The Satanic Rituals”.

Sempre citando questo testo, possiamo notare che la Messa Nera è definita “uno psicodramma nel senso più vero” il cui scopo è quello di “ridurre o negare lo stigma acquisito attraverso l’indottrinamento passato”. Dunque, al di là delle morbose chiacchiere riversate su questa pratica, essa rappresenterebbe, in fondo, una sorta di esorcismo interiore, una liberazione dai pesanti e umilianti condizionamenti della morale catto-cristiana.
Altro esempio: il rito di derivazione tedesca “Das Tierdrama” che rappresenta “l’ammissione della propria eredità di quadrupede” e il cui scopo è quello di “regredire spontaneamente ad un livello animale, assumendo attributi animali di onestà, purezza e un’aumentata percezione sensoriale”. Anche qui, lo psicodramma ci mette in contatto con la nostra natura istintuale permettendoci di riesumare aspetti della nostra essenza umana che tendiamo a soggiogare.
Questi esempi sono paradigmatici e possono fornirci la strada per comprendere la natura profonda della magia satanica razionalista.
Gli effetti a cascata sul reale che questi rituali possono scatenare sono molteplici: si potrebbe immaginare una persona che, liberata dagli orpelli dogmatici di una religione monoteista, si tuffi nella conoscenza scientifica e trovi una cura al cancro; oppure altri che, liberando la propria sessualità animale repressa, guariscano da malattie psicosomatiche o di stampo nevrotico. Non siamo qui nel campo dei miracoli ma di circostanze perfettamente spiegabili.
La magia del Satanismo Razionalista è un’apertura del possibile, un’elevazione del sé, un’autocelebrazione delle proprie potenzialità.
Non avrai una macchina nuova tracciando un cerchio nel pavimento ed evocando spiriti, la potrai avere se evochi in te stesso una forte motivazione e una determinazione atta a raggiungere l’obiettivo (ad esempio quella di lavorare per guadagnare).

A scanso di equivoci, è opportuno distinguere tra i termini magia e pensiero magico, sintetizzando in modo brutale poiché una dissertazione specifica di queste tematiche mi porterebbe ben lontano dagli spazi di questa trattazione. In pochissime parole, il termine “magia” deriva dal greco magheia (scienza, saggezza) e spazia dal corpus operativo in senso stretto alla storia di queste pratiche; il pensiero magico invece riguarda tutti quei processi cognitivi che esulano dal pensiero logico stabilendo connessioni altre tra causa ed effetto e tra eventi spazio-temporali.
I due concetti si compenetrano vicendevolmente, quel che li accomuna è il fatto che entrambi, molto spesso, si riferiscano a qualcosa di primitivo, infantile, arcaico. Non è raro che, in psicologia e antropologia, questi termini abbiano un’accezione negativa, ma in questa sede verranno trattati in modo neutro.
Il fatto che il pensiero magico sia legato alla primitività (Lévy-Bruhl) e all’infanzia (Piaget) non deve trarre in inganno: il pensiero magico è presente in ognuno di noi come una sorta di stratificazione, un basamento roccioso sopra il quale si sono formati altri strati di materiale che svettano, che chiamiamo pensiero logico-scientifico o pensiero adulto.
Con una metafora: il pensiero magico è l’Atlante che sorregge il nostro accesso all’intelletto, per questo motivo è semplicistico sbarazzarsene come qualcosa di ormai superato. Primitivo, arcaico e infantile non coincidono necessariamente col passato.
Gli studi recenti della psicologia e dell’antropologia, infatti, tendono sempre meno a distinguere nettamente tra pensiero logico e pensiero magico, privilegiando perlopiù un approccio olistico all’insieme dei processi cognitivi.

Tanto più che il dato storico va oltre le riduttive tesi evoluzioniste: dalle statistiche emerge che nella storia dell’Occidente, l’epoca della magia non è né il Medio Evo né il Rinascimento, dove pure tali interessi esistevano, ma è il XX secolo, nel quale si assiste ad una straordinaria rinascita dell’occultismo e dell’esoterismo. Il fenomeno è sorprendente se si considera il fatto che l’interesse per l’occulto perdura nel nostro secolo nonostante l’avanzato progresso tecnologico.
Il Satanismo Razionalista, nella sua ricerca di completezza umana, nel suo continuo affannarsi in una conciliazione degli opposti, difficoltosa e proficua, non può certo accantonare il problema: gettare il bambino con l’acqua sporca non è nel nostro stile.

Tutto ciò che esula dalla razionalità comunemente intesa è da noi rigettato: superstizione, credenze insulse, illusioni a buon mercato; ma l’irrazionale in sé, nelle sue manifestazioni umane, antropologiche, psicologiche ed artistiche è parte fondante della nostra filosofia cultuale. Se così non fosse, non potremmo definirci satanisti.
Il pensiero magico, così come l’atavico senso del sacro, non sono estirpabili dalla natura umana, possiamo accantonarli ma ciò non significa che essi smettano di esistere. Una loro razionalizzazione può essere utile per tenerne conto nel giusto modo, per inserirli nel tempo e nel pensiero avanzato della civiltà occidentale, con la loro dignità, espungendo da essi il senso del ridicolo di cui soffrono a causa della volgarità e della creduloneria della maggioranza.

L’approccio del Satanismo Razionalista va in questa direzione e pare spingersi sempre oltre in questo processo di razionalizzazione.
I segnali di questo corso si possono facilmente rinvenire, ad esempio, nelle affermazioni di Gilmore riguardo i rituali del Satanismo: essi non sono obbligatori e non hanno nulla di dogmatico, molti satanisti non sentono il bisogno di attuarli o li attuano intimamente con la creazione artistica e intellettuale.
Sulla scia delle frontiere aperte anche dalla Chaos Magic, il rituale va sempre più personalizzandosi, assumendo progressivamente ampi spazi di libertà dal già scritto e dal dogma. Nell’ambito della letteratura ritualistica esistente, scrive il Magus Gilmore: “You may even have multiple versions to be used for differing ritual intent. The choice is yours”.
La personalizzazione dei rituali, nel Satanismo Razionalista contemporaneo, allarga le maglie della loro operatività: essi si mantengono in equilibrio in una zona limbica tra stringente razionalismo e ancestrale irrazionalismo, il cambiamento del paradigma li rende adattabili al tempo e dunque ne perpetua l’efficacia.

Forse solo questa non facile posizione liminare può tentare di compiere l’agognata sintesi tra pensiero logico e pensiero magico; sappiamo che la scelta esclusiva dell’uno porta ad una perdita di contatto con la nostra archetipica essenza umana, mentre abbracciando senza riserve l’altro si rischia di scivolare nel baratro della volgare ignoranza.
E’ certo che questo tentativo di quadratura del cerchio ha affascinato nei secoli poeti, intellettuali, scienziati, artisti, politici.
In un testo illuminante di cui caldeggio la lettura, “La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale”di Giorgio Galli, troviamo tracce del pensiero magico in personaggi che hanno fondato il pensiero razionale, in scienziati e statisti di notevole levatura intellettuale e proverbiale spregiudicatezza: dal Richelieu a Thomas Hobbes, da Max Weber a Napoleone, da Newton a Cartesio, da Carl Marx a Mussolini.

E se poco ci sorprende scoprire movimenti magici dietro la rivoluzione francese, il bolscevismo russo, il nazismo di Hitler, i regimi totalitari di Ceausescu e Péron, rimaniamo leggermente scossi dalle scivolate magiche di un Romano Prodi, di un Ronald Reagan, di un Winston Churchill o di un Clinton.
Le riposte a tali evidenti attriti tra razionalità e forme di pensiero magico possono essere trovate su due piani interconnessi. Quello storico, a detta del Galli, che vedrebbe una sopravvivenza occulta di tutto un pensiero esoterico che va dal ’400 al ’600, da Marsilio Ficino ad Agrippa di Nettesheim, spazzato via dall’Illuminismo e messo in pericolo dal catto-cristianesimo, che sarebbe dovuto entrare, per forza di cose, in clandestinità. E quello antropologico, ovvero, lo zoccolo duro della parte più arcaica della stratificazione cognitiva umana che riemerge anche (e forse soprattutto) negli intelletti più fini.

Se il pensiero magico sopravvive in ambiti quali la politica e la scienza, come non trovarlo nella più spirituale di tutte le arti, la musica? Riporto un passo di Jules Combarieu in “La Musica e la Magia” che sintetizza anch’esso una tesi affascinante:
“Il canto impiegato nelle religioni antiche e moderne è una sopravvivenza di magia; deriva da quest’idea primitiva che vi sono degli Spiriti benigni e degli Spiriti maligni, e che si può essere graditi agli uni e ridurre all’impotenza gli altri, con l’aiuto del canto e delle offerte. Il canto magico è un ordine; il canto religioso una preghiera: ecco tutta la differenza. Ogni musica religiosa, qualunque essa sia, si ricollega a questo principio. Un’invocazione assira a Marduk, un inno orfico a Zeus, un salmo, un offertorio: un introito della messa cantata, un cantico sacro di Gabrieli o di Palestrina, una messa di Bach o di Beethoven, infine le nostre sinfonie profane, termine ultimo dell’evoluzione, derivano dallo stesso fatto: l’incantesimo primitivo”.
Ora, trarre delle conclusioni da questo discorso, per una satanista razionalista come me, non è affatto semplice. Ma il Satanismo Razionalista, come ho sempre detto, è un percorso difficile. Coloro che lo hanno codificato si sono trovati essi stessi in un un groviglio di rovi.

Come ho accennato all’inizio di questa trattazione, i testi di LaVey e Gilmore sembrano essere spaccati due: il pensiero logico e il pensiero magico. È una mia tesi personale e molto azzardata, ma credo che anche l’analisi della struttura dei testi possa rivelare in qualche modo il messaggio che un autore vuole veicolare.
Il Satanismo Razionalista è una filosofia cruda e realista dove non c’è spazio per il buonismo edulcolorato delle masse rimbecillite, il mondo è visto nella sua essenza spoglia di vittime e carnefici e il satanista razionalista ne è consapevole, al di là del ruolo che assume, che decide o è spinto ad assumere. Nelle maglie della lotta per la sopravvivenza, nei concetti di lex talionis e di stratificazione sociale, e nella continua affermazione di sé, oltre i dettami del conformismo, ci si può imbattere in un realismo aspro, freddo, deterministico, privo di illusioni, che pochi riescono ad accettare.
Al di là dei ragazzini che si vestono di nero e che ascoltano metal di scarso livello o delle adolescenti frustrate che si spacciano streghe da quattro soldi; il Satanismo Razionalista genuino, se visto nella sua profondità, è un pugno allo stomaco, lo ammetto senza riserve. Il contraltare magico, immaginativo, psicodrammatico, è necessario; il doversi auto-potenziare per avere la forza di poter cambiare uno status quo di inimmaginabile durezza, è necessario; il decomprimersi negli sforzi intellettuali della conoscenza e dello studio, è necessario.

L’apparente dualità dei testi principali di LaVey e Gilmore esprime questi bisogni, che sono i bisogni dell’uomo nella sua completezza: l’uomo razionale e cinico che non dimentica di essere stato mago, e che sogna di esserlo ancora. Come promesso all’inizio di questo articolo, il contenuto della “Lettera rubata” non è stato rivelato, ho fatto solo un giro all’esterno della sfera: “il magico con entrambi i piedi al suolo” è qui, “Non cercare altrove!”, così recita la Bibbia Satanica.

Testi citati:

La lettera rubata (The Purloined Letter), Edgar Allan Poe, 1845
The Satanic Bible, Anton Szandor LaVey, 1969
The Satanic Scriptures, Peter H. Gilmore, 2007
La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale, Giorgio Galli, 2004
La Musica e la Magia, Jules Combarieu, 1982.

Immagine: Emblema XIV, Atalanta Fugiens, Micheal Maier, 1617

 

Continua a leggere

Cultura Pagana

S.R. e la sua impostazione legalitaria, ovvero il Satanismo in un Paese “diversamente laico” – un’analisi di Alessandra Pilloni

Pubblicato

il

S.R. costituisce una realtà legalitaria

Come evidenziato dalla fondatrice Giulia Conti nella presentazione del Progetto leggibile sulla homepage del sito, “S.R. non è criminalità”.
Una frase di questo tipo è diretta, chiara ed incisiva, e di certo non si presta a fraintendimenti.
In un contesto sociale caratterizzato, al di là di poche gradite eccezioni, da una desolante assenza di informazioni imparziali sull’argomento, si rende tuttavia necessario un articolo esplicativo.
Attraverso una miscellanea di riflessioni ed approfondimenti di taglio sociologico e giuridico, mi riprometto dunque di fornire uno spaccato quanto più chiaro possibile della tematica, con l’auspicio che il Progetto S.R. possa contribuire ad una più chiara e trasparente dinamica dei rapporti tra informazione, cittadini ed istituzioni.

Satanismo, antisatanismo estremista e panici morali

“Claudicat ingenium, delirat lingua, labat mens” 
(Lucrezio, De Rerum Natura)

Il Satanismo non è, e non sarà mai, un fenomeno di massa.
Per questo il Satanismo tende a vivere “nell’ombra”, e non si configura come una realtà mirante al proselitismo ed all’espansione numerica e sociale.
Ciò non significa, tuttavia, che il Satanismo non possa e non debba reclamare l’esigenza di un’informazione corretta e professionale ed una laicità istituzionale che, nel nostro Paese, mi permetto di ritenere ad oggi ineffettiva.

Inoltre, dal momento che il Satanismo considera come proprio peccato capitale la stupidità, termine nel quale credo si possano far rientrare lato sensu anche stereotipi e superstizioni, una trattazione serrata dell’argomento è auspicabile- e spero possa altresì risultare gradita ai lettori, perché se il Satanismo si configura come anelito all’emancipazione da catene dogmatiche ed assunzione di consapevolezza, allora anche un maggior senso di coscienza sociale può rientrare a pieno titolo in una prospettiva satanica.

Qualche giorno fa ho letto un interessante saggio di Umberto Eco, Costruire il Nemico.

Non posso che consigliare a tutti la lettura di quest’opera, che può essere molto utile sia per inquadrare da un punto di vista sociologico il ruolo della figura di Satana (alla quale tra l’altro si fa espresso riferimento) nell’ambito delle religioni monoteiste, sia per comprendere meglio le dinamiche e le finalità della disinformazione sul satanismo e di un certo antisatanismo militante che negli anni ha messo radici non solo nell’informazione ma anche, come accennerò a breve, nelle istituzioni.

Una frase chiave del testo in questione è la seguente:
“Per tenere i popoli a freno, di nemici bisogna sempre inventarne, e dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza.”

Sottolineo la frase in questione perché costituisce una spiegazione concisa del ruolo dei cosiddetti “panici morali”.

Il concetto di panico morale è stato coniato dai sociologi negli anni ’70 del secolo scorso per descrivere una dinamica nella quale fatti aneddotici vengono utilizzati per creare un allarme sociale diffuso attraverso l’azione generalizzante di pregiudizi, stereotipi e paure socialmente diffuse.

Il celebre studioso Philip Jenkins definì il panico morale come elaborazione irrazionale che si configura come “risultato di timori non ben definiti che finiscono per trovare un centro drammatico e semplificato in un particolare incidente o stereotipo”.

Ancora, David Altheide nel suo libro “La Creazione della paura” scrive:

“Simili alla propaganda, i messaggi sulla paura sono ripetitivi, come stereotipi di minacce esterne e soprattutto si riferiscono al sospetto e agli altri come “cattivi”. Questi messaggi risuonano di panico morale, con la conseguenza che si deve far qualcosa non solo per sconfiggere un nemico specifico, ma anche per salvare la civiltà. Dato che tutto è a rischio, ne consegue che si devono prendere misure drastiche, che compromettono la libertà individuale e perfino le convinzioni sui “diritti”, i limiti di legge e l’etica devono essere “giustificati” e tenuti in sospeso a causa della minaccia.”

L’origine dei panici morali legati al satanismo si fa generalmente risalire al fenomeno del cosiddetto “satanic panic”, con il quale si designa un’ondata di panici morali sul satanismo scaturita negli USA a inizio anni ’80,e successivamente diffusasi in Europa ed in particolare in Italia, ove negli anni ’90, ma anche nei primi anni 2000, vi sono stati numerosi casi di inchieste errate sul fenomeno del cosiddetto “satanic ritual abuse” (noto con acronimo SRA).

Deve essere comunque immediatamente evidenziato che, sebbene il fenomeno delle inchieste errate su casi di SRA sia abbastanza recente, l’immaginario da cui certe inchieste e certi stereotipi hanno tratto a piene mani è ben più antico: non mi riferisco -necessariamente- alla caccia alle streghe medievale, sebbene in essa sia riscontrabile lo stesso elemento di panico morale, ma a qualcosa di ancor più datato; risale infatti al 510 la Lex Salica, che nell’introdurre il reato di “stregoneria” faceva già riferimento ad alcuni spauracchi di natura eminentemente sessuale.

Insomma, i panici morali sul Satanismo possono configurarsi come un fenomeno moderno che trae spunti da un immaginario datato.

La differenza sostanziale rispetto ai casi di superstizione medioevali è l’attuale presenza di un’informazione capillare, che fa sì che certi casi si diffondano presso l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando panici ed allarmismi di ben più ampia portata.

Il ruolo dei media nella creazione del panico

Il sistema dei media nelle società attuali è innegabilmente di enorme importanza nella costruzione sociale della realtà e nel determinare l’idea che le masse hanno del mondo e di se stesse.
I media, tuttavia, per necessità di spazi, devono necessariamente attuare un’operazione di selezione e di sintesi.

In questo processo di scrematura, essi ritagliano da tutta una serie di immagini e avvenimenti alcune loro parti, proponendo, in questo modo, una rappresentazione della realtà che non è la realtà stessa, ed attraverso la selezione delle notizie ed il ricorso a tecniche narrativo-retoriche che amplificano (o minimizzano) determinati fenomeni, si rivelano importanti veicoli nel trasmettere immagini, stereotipi, opinioni e pregiudizi.

Diffondendo certi tipi di messaggi a scapito di altri, i media influiscono in modo rilevante sulla percezione degli eventi, soprattutto quelli non immediatamente verificabili dai singoli individui, e propongono una visione del mondo per forza di cose parziale e, conseguentemente, distorta.

Un aspetto sul quale è necessario richiamare l’attenzione, al fine del tema che desidero affrontare, è quello dell’utilizzo, da parte dei mass-media, del sentimento della paura e sugli effetti perversi di tale meccanismo, che come già evidenziato si rivela un potente strumento di controllo sociale.

Con il termine “paura”si intende un sentimento, percepito dagli individui ma non necessariamente giustificato, di insicurezza e minaccia al proprio benessere fisico-materiale e alla propria identità soggettiva e sociale.

Nel 2007, al centro del rapporto annuale di Amnesty International sullo stato dei Paesi nel mondo, stava il tema del complesso rapporto tra la paura e i diritti.

Cito questo fatto perché il nocciolo della questione è che vi è un legame inscindibile e pericoloso tra paura e potere.
Il potere (qualsiasi tipo di potere) si serve, in maniera più o meno diretta, più o meno esplicita, più o meno subdola, della paura.
Già la nota riflessione di George Orwell esposta in “1984” mostrava come le politiche che diffondono insicurezza e paura siano uno strumento nelle mani del potere organizzato per legittimarsi e legittimare la propria azione, ridurre i diritti e le garanzie e spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da temi più pressanti e scomodi.

In altre parole, attraverso la diffusione di paura e insicurezza le istituzioni di potere hanno la possibilità di rendere legittimo un maggiore controllo sociale: così, la disseminazione tra l’opinione pubblica di un senso d’allarme sociale, diviene anche una dimensione politica creata ed alimentata ad arte dal potere per indurci ad adottare i suoi provvedimenti, o per distrarre l’opinione pubblica verso fenomeni o pericoli isolati, fornendo così la possibilità di evitare problemi più gravi che le istituzioni non sanno o non vogliono affrontare.

L’ingrediente principale in questo tipo di dinamiche è trovare qualcosa di “etichettabile” con il marchio della paura, ovvero un ‘‘diverso’’, un “pericolo” (percepito, non necessariamente reale…), come minaccia sempre “incombente“, da cui proteggersi, magari anche a costo di rinunciare a qualche libertà e, soprattutto alla razionalizzazione del presunto pericolo (che rischierebbe, con grande scoramento di qualcuno, di farlo sciogliere inesorabilmente, come la neve sotto il sole d’agosto…).

Ecco perché la “paura” è uno strumento di controllo sociale estremamente efficace e, per alcune istituzioni, estremamente vantaggioso, poiché chi teme per la propria incolumità si affida facilmente a chi dice di difenderci “dal male”.

Tale strategia che si basa sulla diffusione di paure e panici morali tra l’opinione pubblica e si avvale a tal fine del preziosissimo ausilio dei mezzi d’informazione, è astrattamente applicabile (ed è effettivamente stata messa in atto) ad una vastissima gamma di casi e situazioni differenti: dall’ arabo terrorista al satanista criminale, dal romeno stupratore all’italiano mafioso e così via…

Ciò che emerge da questa serie di banalissimi esempi, è che in tutti questi casi, per quanto differenti, vi è una costante, ovvero vi è sempre la medesima costruzione.

L’elemento comune è dato dal fatto che le strategie politiche e mediatiche della paura e dei panici morali giocano sulla generalizzazione che sfuma le differenze individuali per definire gli altri come accomunati da alcuni tratti specifici e imprescindibili, secondo un meccanismo basato su pseudo-sillogismi.

In altre parole, nella costruzione del ‘mostro’ e della paura si indica sempre, in maniera più o meno esplicita, un “Noi” in contrapposizione con un “Loro”.

Tale processo, come indicato dagli studi di psicologia sociale, è sempre in negativo (così, avremmo l’arabo, terrorista in quanto manca di qualità del noi come la pietà e lo sviluppo intellettuale e morale; mentre, sul versante opposto, ossia ponendoci dal punto di vista ‘arabo’, avremmo la minaccia occidentale, data dal fatto che l’occidentale manca della fede, dei valori musulmani, etc.), ossia presuppone sempre che il ‘Loro’ manchi di una caratteristica positiva posseduta dal ‘Noi’.

Il bello di alcuni “satanisti” è che se le dicono da soli!

Agire contro determinate tendenze mediatiche di stampo generalizzante è molto più difficile di quanto si potrebbe pensare.
La cruda verità è che da circa due-tre anni a questa parte nell’ambiente del satanismo italiano, al di là di qualche eccezione, ho avuto modo di notare un’ignoranza abissale su questa tematica, nonché una correlativa assenza di consapevolezza sociale francamente desolante.

Ricordo bene che, quando cominciai ad informarmi sul satanismo, ossia intorno al 2005, la situazione era ben diversa: i satanisti non erano una manica di sprovveduti, ed erano fondamentalmente a conoscenza del fatto che il satanismo sia territorio prediletto per allarmi sociali infondati e bolle mediatiche.
Si leggeva Luther Blissett, e di certo non si cascava come pere cotte dinnanzi al più demenziale articolo sull’ “allarme satanismo” trovato sul primo rotocalco di serie zeta che capitasse a tiro.

Il nocciolo della questione, insomma, non è semplicemente che alcuni organi di stampa di tanto in tanto si dilettino a propinare all’opinione pubblica dati inverificati e palesemente fasulli sulla presenza nel territorio di migliaia di pericolose sette sataniche: per appurare la non veridicità di questo fatto sarebbe infatti sufficiente la rapida ricerca di una fonte ufficiale.
Basterebbero pochi minuti per vedere come i nuovi movimenti religiosi nella loro globalità non sfiorino neppure  il migliaio, e come tra i questi i gruppi e movimenti satanisti si possano (letteralmente) contare sulle dita di una mano.
Il problema è che esistono schiere di sedicenti satanisti che si bevono acriticamente queste evidentissime bufale giornalistiche, e non si limitano -ahimè- a questo, che già di per sé è decisamente demotivante, ma vanno ben oltre, spingendosi a pubblicizzare le panzane più patetiche che si possono trovare in rete.

Sinceramente non so cosa sia accaduto negli ultimissimi anni per causare una tale tendenza: il mio sospetto principale ricade sulla diffusione di alcuni movimenti pseudo-satanisti con deprecabili tendenze new age che, con il loro pastone di ideologie, hanno finito per attirare schiere di ragazzini giovani d’età e di basso livello culturale (per usare un eufemismo), assolutamente inadatti a valutare criticamente l’impatto sociale del satanismo e la disinformazione in merito.

La necessità di ricondurre le problematiche alle loro dimensioni REALI e le ragioni delle critiche all’antisatanismo militante: un caso emblematico

Di recente mi è capitato tra le mani un libro, “Mostri dell’Inquisizione Moderna”, in cui Marco Dimitri, presidente e fondatore dell’associazione culturale Bambini di Satana, racconta le proprie traversie giudiziarie, ed in particolare l’inchiesta errata svoltasi negli anni 1996-1997 che gli costò ben 14 mesi di ingiusta detenzione, in attesa del processo che avrebbe demolito ad una ad una le terribili accuse che gli venivano rivolte.
In realtà conoscevo già piuttosto bene la vicenda, ben ricostruita sia nel libro “Lasciate che i bimbi” di Luther Blissett sia in “Processo al Diavolo: i reati mai commessi di Marco Dimitri”, della giornalista Antonella Beccaria, tra l’altro con una interessante prefazione di Carlo Lucarelli in cui si parla anche di un certo tipo di propaganda mediatica, eppure leggere un libro scritto in prima persona da chi quella vicenda l’ha vissuta è stata un’esperienza più forte.

Siamo abituati a considerare i casi di cui sentiamo parlare nei media, con i loro vari corollari di pettegolezzi-ipotesi degli inquirenti-discussioni in salotti mediatici senza alcuna dignità né competenza-sentenze-condanne-assoluzioni come ombre distanti, o peggio come uno spettacolo al quale assistere, spesso con un malsano senso di morbosa curiosità.

Ciò che ci manca, in fondo, è l’empatia.
La capacità di pensare, anche solo per un attimo, che dietro i martellanti servizi televisivi, le gogne mediatiche e giudiziarie di chi viene accusato di fatti mai avvenuti o comunque che non ha commesso, i titoloni allarmistici che svettano a caratteri cubitali sui quotidiani, ci sono delle persone in carne ed ossa, che quello che a noi appare come un patetico teatrino lo vivono sulla propria pelle.

Se nel momento in cui ci si trova al centro di un’inchiesta errata (cosa di per sé drammatica) si è anche satanisti, la questione diventa ancor più problematica, perché non ci si deve soltanto difendere da una serie di addebiti  infondati, ma anche da quella cortina di ombre, di stereotipi generalizzanti, di pregiudizi che circondano il satanismo.

E ci si deve difendere dinnanzi a rappresentanti della “Giustizia” di uno Stato formalmente laico che affermano con disarmante candore che di prove dei tuoi reati non ce ne sono da nessuna parte, ma siccome sei un satanista, qualcosa devi aver fatto, e soprattutto qualcosa deve essere fatto.

Perché se non si può più combattere l’eresia, si può ancora combattere l’eretico, e se non si possono più appiccare i roghi nella pubblica piazza, si può ancora procedere ad indegni linciaggi mediatici.

Ho citato il caso dei Bambini di Satana perché credo che rappresenti una pagina problematica e vergognosa della storia giudiziaria italiana, una pagina per molti da dimenticare, letteralmente: infatti, quando qualche anno fa a questa vicenda giudiziaria fu dedicato un servizio dalla trasmissione Bo-noir, una nota associazione “antisette” italiana arrivò a promuovere una serie di azioni tese a contestare il diritto di Dimitri di parlare di quanto aveva vissuto.
Insomma, il diritto di replica, anche di fronte a fatti di una gravità inaudita, non deve essere concesso a chi non appartiene alla maggioranza.

E allora meglio lasciare le pregevoli vesti di patria del diritto, e rivestirsi con quelle, certo meno dignitose, di patria dell’omertà.

Questa riflessione non è finalizzata alla aprioristica critica dei gruppi di “contrasto alle sette” (che però ebbero un innegabile ruolo chiave nella vicenda in esame), né al negare tout court l’esistenza di possibili casi di devianza all’interno del “satanismo”.

Per quanto concerne il primo punto, tuttavia, penso che i gruppi appartenenti all’ambiente cosiddetto “antisette” dovrebbero volgere la loro attenzione ai possibili casi di sofferenza umana legati all’abbandono di un movimento religioso e simili- anziché sfruttare il loro tempo in azioni di propaganda mediatica che causano la stigmatizzazione del “diverso” e spesso sfociano in azioni giudiziarie che, come in questo caso, si rivelano infondate.

Chi ha a cuore la sofferenza umana si preoccupa di fornire il proprio sostegno ad eventuali “vittime”, non di far circolare sui rotocalchi notizie prive di basi che possono distruggere la vita e la reputazione di un cittadino.

L’aiuto e la tutela alle vittime non può d’altro canto neppure spingersi alla aprioristica demonizzazione di qualsiasi gruppo non-cattolico, né – cosa ben peggiore – al voler negare perfino la parola a chi ha subito un grave errore giudiziario.

Per quanto concerne il secondo punto, il mio obiettivo non è quello di negare l’esistenza di possibili casi di devianza in qualche modo legati al Satanismo, ma di fornire una visione obiettiva di quella che è la reale situazione.

I casi di devianza possono esistere all’interno del Satanismo come all’interno di qualsiasi altro gruppo sociale, e al pari di quanto avviene in qualsiasi altro gruppo sociale devono essere contrastati secondo le normative vigenti.

In alcune ipotesi, nell’ambito del satanismo giovanile fai-da-te (spesso definito “satanismo acido”), slegato da vere dottrine e basi culturali, ma basato proprio sugli stereotipi dell’immaginario collettivo, gli allarmismi mediatici e la pubblicizzazione grottesca di casi (magari inesistenti) di devianza legata al satanismo possono rivelarsi addirittura criminogeni, in quanto passibili di divenire fonte di emulazione.

Fortunatamente, anche grazie alla diffusione sul Web di informazioni più accurate da parte di gruppi satanisti degni di questo nome, tale fenomeno risulta (alla faccia degli allarmismi) in netta decrescita rispetto ad alcuni anni fa.

Al di là comunque dei casi di criminalità che possono effettivamente esistere, ciò che mi sento di contestare è:

1- la generalizzazione mediatica che evita sempre con accuratezza di specificare che il satanismo nella sua globalità non è un fenomeno criminale, né espone di per sé al compimento di reati;

2- l’allarmismo ingiustificato: il satanismo non costituisce un allarme sociale, il suo impatto sociale è numericamente irrilevante, ed anche qualora esistessero dei casi di criminalità (che spesso comunque non superano le scritte vandalistiche sui muri) autentici e provati da sentenze passate in giudicato, essi sarebbero a propria volta numericamente irrilevanti.
Per quanto sia antipatico parlare di criminalità, magari anche di casi gravi, in termini di numeri e statistiche, nel momento in cui si vuole stabilire l’esistenza o meno di un allarme sociale non si può che parlare in termini numerici.
E in termini numerici non esiste alcun allarme sociale legato al satanismo.

3-il fatto che esistano numerosi casi di inchieste dimostratesi errate che dovrebbero indurre ad un serio ripensamento su alcune manovre mediatiche e non, mentre non solo non si fa nulla per evitare il ripetersi di questi casi, ma al contrario si continua imperterriti a commettere i medesimi errori, per giunta cercando sempre di far passare in sordina le varie assoluzioni dopo aver martellato l’opinione pubblica con vicende raccapriccianti e tese a suscitare panico poi dimostratesi inesistenti.

4-il fatto che si eviti quasi sempre con lodevole accuratezza di fornire all’opinione pubblica una trattazione laica e super partes dell’argomento.
Non si può continuare a fare servizi televisivi privi di contraddittorio e chiaramente orientati, né si può continuare a far sì che a fornire (non solo ai media, ma anche ad un apposito dipartimento della Polizia di Stato) “dati” sul satanismo siano sacerdoti cattolici, tra l’altro sacerdoti dimostratamente oltranzisti e palesemente avversi alle religioni minoritarie.
Su questo punto evito commenti e specificazioni ulteriori in questa sede, ma chi volesse approfondire sul Web troverà senz’altro pane per i suoi denti, giacché la questione sta suscitando accesi dibattiti.
A questo punto, per una mera questione di coerenza, si dovrebbero invitare esponenti del satanismo per parlare degli scandali che coinvolgono la Chiesa Cattolica.
Questo, giustamente, non avviene, ma altrettanto giustamente non dovrebbe avvenire il contrario.

5- le possibili influenze indebitamente esercitate da gruppi di contrasto ai nuovi movimenti religiosi sulla magistratura, cosa evidente nel caso dei Bambini di Satana.

In definitiva, giacché ogniqualvolta si parla di satanismo non si manca mai di sfoggiare con ipocrita aplomb una patina di inguaribile moralismo, in nome dei più elementari principi di coerenza sarebbe forse arrivato il momento che queste schiere di moralizzatori in estasi si interrogassero, una volta tanto, sull’eticità delle proprie azioni.

La libertà religiosa in un Paese “diversamente laico” 

Quest’ultimo paragrafo della mia disamina rappresenta, in qualche modo, una nota dolente dell’intero scritto.

Per quale ragione definisco ironicamente l’Italia un Paese “diversamente laico”?
In realtà la questione è molto semplice.
Non mi riferisco, in questo frangente, ai discutibili legami tra esponenti della religione maggioritaria ed istituzioni già sottolineati, ma ad un qualcosa di molto meno scontato- eppure sotto gli occhi di tutti.

Formalmente l’Italia è un Paese laico, come sancito dalla Costituzione (anche se giova ricordare che il concetto di “religione di Stato” è venuto meno solo nel 1984 con la riforma dei Patti Lateranensi).
Il punto è che si tratta di una laicità apparente sin dagli albori: è infatti lo stesso articolo 7 della Costituzione a recepire il contenuto dei Patti Lateranensi, definendo in questo modo un rapporto privilegiario tra Stato e Chiesa Cattolica- e lasciando alle altre confessioni religiose (ammesso e non concesso che vengano riconosciute come tali)  la più prosaica disciplina stabilita dell’articolo 8.

Se dalla Costituzione (di per sé problematica) ci spostiamo sul piano della legge ordinaria, la drammaticità della situazione aumenta.

Il nostro Paese è purtroppo legato ad una concezione estremamente retrograda della libertà di culto: basti pensare che abbiamo ancora un legge del 1929 (emblematicamente nota come “Legge sui culti ammessi nello Stato) che, per quanto ripetutamente “ammorbidita” da alcune pronunce della Corte Costituzionale, resta pur sempre figlia di un’epoca in cui non vi era un marcato pluralismo religioso, se non a livello pulviscolare, e soprattutto il pluralismo esistente si esauriva nell’ambito di due delle tre religioni del libro (cristianesimo ed ebraismo).

Il problema di questa concezione ristretta della libertà religiosa è che essa in un certo senso, in un Paese a forte tradizione monoconfessionista, ha costituito terreno fertile per l’insinuarsi nella mentalità comune di effetti paradossali che impediscono un vero cambiamento sociale.

La tendenza che si è affermata, infatti, è quella di rigettare qualsiasi forma di culto/religione che appaia troppo distante dagli archetipi tradizionali, di infangarla sistematicamente, di ridicolizzarla, di non rispettarla pregiudizialmente, considerandola sbagliata e criminale o, peggio ancora forse, considerandola non come una delle possibili espressioni del pensiero umano ma come mero sottoprodotto di una società malata.

Un’altra nota dolente di ascendenza costituzionale, anche se in tal caso involontaria, circa l’ineffettività di una reale libertà religiosa in Italia è rappresentata dal fatto che il nostro legislatore nella Costituzione parla di religione e libertà religiosa senza però lasciare né nella Costituzione stessa né nella legge ordinaria una norma che definisca la parola “religione”, la cui definizione quindi viene di fatto lasciata all’arbitrio e all’interpretazione dei posteri.

Nell’intento del nostro legislatore costituente probabilmente la parola religione non fu definita nel testo delle leggi perché, in memoria delle discriminazioni dell’epoca fascista, non si voleva precludere a nessun orientamento di godere della tutela costituzionale.

Ma nei fatti le cose sono andate nella direzione opposta, e questa assenza di definizione si è rivelata un’arma contro le minoranze, spesso escluse in quanto considerate dai giudici o dallo stesso legislatore come “non religioni”, in un subdolo tentativo di aggirare i diritti costituzionalmente garantiti escludendo una qualche forma di religione dal novero di quelle meritevoli di tutela.

Per il Satanismo, al quale la qualifica di religione in Italia viene spesso disconosciuta anche in ambito giuridico (è il caso ad esempio del pensiero del giurista Carlo Cardia, ammirevole per buona parte dei suoi scritti, ma purtroppo ancorato, relativamente alla sua concezione del Satanismo, ad una serie di stereotipi duri a morire), non resta che appellarsi ad un graduale processo di laicizzazione dello Stato e dell’informazione, al quale spero che S.R., nella sua preziosa opera di divulgazione di informazioni corrette, possa offrire un contributo, e far riferimento agli art. 19 e 21 della Costituzione, che non fanno riferimento né alla nozione di “confessione” (art. 19), né in qualsiasi modo alla sfera religiosa (è il caso dell’art.21, teso a tutelare la generica libertà di manifestazione del pensiero).

Una vittoria di Pirro, insomma, ma in attesa che le incrostazioni clericali revansciste che ancora dominano la legislazione e soprattutto la mentalità italiana vengano smantellate sin dalle fondamenta, ci si goda perlomeno questa piccola soddisfazione.

E non sarà difficile, in fondo, per noi eterni ribelli, far nostre le parole di Albert Camus che nella sua opera “L’uomo in rivolta”, ricordava che:

“L’unico modo per affrontare un mondo non libero è quello di diventare così tanto liberi da rendere la propria stessa esistenza un atto di ribellione.”

Continua a leggere

Newsletter

Cultura Pagana

Commenti più votati

  • 9 February 2018 by Giovanni Darko

  • 1 March 2018 by Graziella Di Gasparro

2

Tesla nello Spazio, smontiamo le obiezioni dei terrapiattisti

c’è bisogno di dare retta ai dementibiblici?
  • 20 February 2018 by

2

Tesla nello Spazio, smontiamo le obiezioni dei terrapiattisti

Sul serio c’è gente che pensa che la terra sia ...
  • 17 February 2018 by Simona Masini

2

I nanorobot sono in grado di distruggere ogni tipo di tumore

Trovi qualcosa qua : https://www.bambinidisatana.com/arrivo-la-pillola-inverte-linvecchiamento/
  • 14 February 2018 by Bambini di Satana

I più letti

Loading...