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Bicarbonato di sodio contro il cancro, perché la “terapia Simoncini” è una bufala

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L’ultima notizia è la condanna di Tullio Simoncini, ex medico già radiato dall’ordine professionale in Italia, a cinque anni e mezzo con l’accusa di omicidio colposo ed esercizio abusivo della professione. Nel 2012 Simoncini, operando dal suo studio a Tirana in Albania, aveva convinto un paziente oncologico 27enne di Catania a sottoporsi a un trattamento a base di bicarbonato di sodio in somministrazione endoarteriosa come unica terapia contro il cancro al cervello. Si parla di migliaia di euro di spese, a cui ha fatto seguito la morte del paziente – sottratto ad altri trattamenti più efficaci – appena due giorni dopo l’inizio della terapia.

Non si tratta certo di una vicenda nuova per la cronaca italiana (qui su Wired se ne parlava già nel 2012), ma la condanna esemplare stabilita lunedì 15 gennaio dal tribunale monocratico di Roma è l’occasione per fare il punto sull’efficacia – o meglio, sull’inutilità – di iniezioni a base di bicarbonato o di qualunque altro tipo di assunzione per combattere il cancro.

In Italia la presunta cura anti-tumorale si è fatta conoscere con il nome di terapia Simoncini, ma l’origine del trattamento è da ricercarsi in un fenomeno scientifico ben studiato e noto come effetto Warburg. Otto Heinrich Warburg, a cui si deve il nome dell’effetto, è il fisiologo tedesco che nel 1931 ha vinto il premio Nobel per la medicina e la fisiologia grazie alle sue scoperte sul metabolismo dei tumori.

Che cosa ha davvero scoperto Warburg
Attraverso i propri studi di fisiologia, lo scienziato tedesco aveva verificato che i tessuti tumorali inducono un aumento locale della produzione di energia a livello cellulare.

 

Si tratta di un meccanismo detto glicolisi, che avviene tramite consumo di glucosio e normalmente si verifica solo quando un tessuto è in carenza di ossigeno. Fanno però eccezione i tumori, in corrispondenza dei quali la glicolisi può verificarsi anche in presenza di abbondante ossigeno.

L’energia prodotta attraverso la glicolisi ha come conseguenza l’accumulo di sostanze acide (che vengono smaltite lentamente) tossiche per l’organismo. L’ambiente acido che si crea facilita l’ulteriore proliferazione del cancro, siccome tende a corrodere i tessuti sani e lascia spazio per l’ingrossamento della massa tumorale.

L’idea terapeutica
In linea di principio potrebbe non essere del tutto folle l’idea di utilizzare una sostanza molto basica, come il bicarbonato di sodio, per contrastare gli effetti della glicolisi neutralizzando le sostanze acide prodotte. In questo consiste, in estrema sintesi, la terapia Simoncini: dato che c’è un accumulo di acidi, risolviamo il problema tramite l’introduzione nel corpo di sostanze basiche. Troppo semplice per essere vero.

Le smentite scientifiche
Già a metà del secolo scorso, ben prima che Simoncini proponesse la propria terapia, le prove scientifiche raccolte a confutazione dell’ipotesi terapeutica del bicarbonato di sodio erano più che sufficienti per abbandonare la sperimentazione. Le conclusioni a cui già allora si era giunti erano principalmente due. In primo luogo, l’assunzione di una sostanza basica ha un effetto sull’intero organismo e non localizzata nell’area del tumore, dunque l’effetto di neutralizzazione delle sostanze acide è molto limitato. Di conseguenza, occorre un’enorme quantità di bicarbonato di sodio per variare in modo significativo l’acidità dei tessuti. La seconda conclusione, derivante dalla prima, è che le quantità di bicarbonato richieste sono così elevate che danneggerebbero gli organi sani.

Quest’ultimo è proprio il caso del paziente catanese morto poco dopo le somministrazioni di Simoncini: la causa della morte, come riportato da Ansa, fu una grave alcalosi metabolica, ossia un’alterazione del pH del plasma corporeo dovuto all’accumulo di sostanze molto basiche come i bicarbonati.

Tullio Simoncini

Tullio Simoncini

In epoca più recente, una volta abbandonata l’idea che un trattamento a base di [glossary_exclude]sole[/glossary_exclude] sostanze basiche potesse costituire una terapia efficace, gli studi scientifici si sono concentrati sulla possibilità che il bicarbonato di sodio possa essere d’aiuto per potenziare l’azione di altri farmaci contro il cancro. L’effetto Warburg, in particolare, limita l’effetto dei farmaci chemioterapici per alcuni specifici tipi di tumore, come quelli al seno. In questo caso l’idea potrebbe essere di far agire il bicarbonato su aree specifiche identificate grazie a strumenti diagnostici ad alta tecnologia (come certi tipi di risonanza magnetica), evitando di contaminare i tessuti sani circostanti.

Attualmente però si tratta di teorie testate in laboratorio sui topi con cancro alla mammella ma non ancora sui pazienti, e quindi anche in questo caso l’efficacia terapeutica resta tutta da dimostrare. Infatti, se da un lato il bicarbonato di sodio può rallentare la crescita tumorale e dunque inibire le metastasi, quando assunto in quantità elevate per molto tempo può causare i già citati danni irreversibili ai tessuti.

Allo stato attuale…
… non c’è alcun effetto benefico dimostrato che derivi dall’assunzione di bicarbonato di sodio come rimedio anti-tumorale. Al contrario, un abuso della sostanza può avere conseguenze serie, danneggiando gli organi sani. Questo non significa che in futuro non potranno essere messe a punto terapie in cui il bicarbonato di sodio abbia un ruolo, ma al momento non esistono protocolli clinici scientificamente validati che includano l’assunzione di questa sostanza per combattere il cancro. Le conoscenze scientifiche consolidate fanno comunque escludere che possa essere messa a punto una terapia basata sul bicarbonato di sodio, ma al più una sostanza molto basica potrebbe fungere da potenziamento all’azione di altri farmaci.

Le fantasticherie di Simoncini
L’ex-medico Tullio Simoncini ha più volte affermato che tutte le forme tumorali sarebbero di fatto dei funghi: una tesi così folle che forse non meriterebbe nemmeno di essere seriamente discussa. Per i più curiosi, sul blog Medbunker è raccolto un ampio e aggiornato approfondimento che illustra e smentisce punto per punto le tesi pseudocientifiche del sedicente guaritore di tumori. Si tratta di una lunga storia che unisce la pseudoscienza alla truffa, tanto economica quanto nei risultati scientifici falsificati, mettendo insieme fotomontaggi, complottismi e manipolazioni scientifiche.

In estrema sintesi, Simoncini sostiene che i tumori sarebbero del tutto analoghi alle infezioni provocate dalla candida. E siccome nei bambini il mughetto (un’infezione del cavo orale) si tratta con semplici applicazioni di bicarbonato, allora tutti i tumori potrebbero essere trattati con la stessa sostanza, o in alternativa con tintura di iodio. Le tesi di Simoncini non prendono esplicitamente in considerazione le questioni relative al pH, all’effetto Warburg o alla glicolisi, ma affrontano l’oncologia in generale con un approccio che non ha il minimo fondamento scientifico.

Il bicarbonato di sodio per la prevenzione tumorale
Il tema delle terapie alternative pseudoscientifiche per i trattamenti anti-tumorali è strettamente legato anche ad alcune diete molto discutibili come quella alcalina, nella quale un ingrediente fondamentale è proprio il bicarbonato di sodio. Su Wired ne abbiamo diffusamente parlato qualche mese fa, raccontando entro quali limiti la dieta alcalina coincide con una semplice dieta equilibrata (assumere frutta e verdura fa bene) e quando invece sconfina nell’antiscientifico, nella truffa e nella magia.

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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  1. Anonimo

    18 gennaio 2018 at 12:28

    e ci sono cascati in tanti come la religione le bufale attirano

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Pesci vivi nel Mar Morto come in una profezia di Ezechiele nella Bibbia: l’ennesima fake news

Pesci vivi nel Mar Morto? Come sostiene Ezechiele nella Bibbia, dovrebbero fare presto ritorno. Ma l’immagine che circola recentemente in Rete non lo dimostra, né il fotografo a cui viene attribuita l’immagine sembra aver mai dimostrato di averli visti. Nessuna associazione – nemmeno la sua – ha annunciato la scoperta.

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Secondo diverse testate il fotoreporter israeliano Noam Bedin avrebbe fotogragato dei pesci vivi e vegeti nel Mar Morto. Non se ne vedevano letteralmente da tempi “biblici”, infatti alla foto che li immortala si correla volentieri una profezia di Ezechiele.

Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. (Ezechiele 47:8-9)

A tutto questo si aggiunge anche un messaggio volto a sensibilizzare l’opinione pubblica, infatti il Mar Morto perde ogni anno l’equivalente in acqua di 600 piscine olimpiche. Il problema è che – a prescindere dai passi biblici – non ci spiegano come sarebbe possibile trovare dei pesci vivi in un lago dall’alta concentrazione salina.

 

Il mistero odell’autore della foto

 

 

La notizia è stata riportata esattamente come viene descritta originariamente dai tabloid inglesi. La prima cosa che notiamo è che il fotografo in questione – anche se sembra affermare di aver visto pesci nel Mar Morto in un video – non fa accenno alla foto in questione, mentre ne mostra altre citando la profezia della Bibbia. Infine sensibilizza sui problemi relativi all’abbassamento del livello delle sue acque. É sufficiente dare un’occhiata all’associazione di cui Bedin fa parte per capire meglio. Come riportato nei vari articoli che rilanciano la notizia infatti risulta membro della Dead Sea Ravival. Secondo quanto scritto dagli autori degli articoli l’immagine associata proverrebbe proprio dal loro sito. Peccato che svolgendo una ricerca per immagini non si arriva mai a questa fonte. Non vi è traccia nemmeno nel profilo Instagram del fotografo. Continuando la nostra ricerca per immagini scopriamo in un sito di lingua polacca che rilancia la presunta scoperta, che esistono altri osservatori, i quali avrebbero visto questi pesci nel Mar Morto fin dal 2016, in particolare si cita una immigrata polacca in Israele, Samantha Siegel.

Cosa ha affermato davvero Noam Bedin?

 

Forse non sapremo mai chi è il vero autore dell’immagine, né se si tratta effettivamente di una pozza d’acqua situata nel Mar Morto – cosa piuttosto improbabile. Fatto sta che in diverse testate israeliane come Breaking Israel News nella foto si riporta la dicitura “Credit: Noam Bedein/Dead Sea Revival Project”, cosa che potrebbe far pensare che egli stesso sia stato contattato e si sia attribuito l’immagine. Una cosa sola è certa in tutta questa vicenda: Bedin nell’intervista originale non sostiene di aver fotografato pesci vivi nel Mar Morto, né viene riportata l’immagine in questione. Si specifica solo che i pesci da lui visti si trovavano in pozze d’acqua dolce nei dintorni, ed è probabile che siano stati messi lì da delle persone.

 
  

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La tubercolosi è tornata a diffondersi a causa dei migranti? Spoiler: no

Il ruolo degli stranieri è tutt’altro che trascurabile nelle statistiche, ma il trend generale in Italia è di diminuzione dell’incidenza di tubercolosi. Gli allarmismi, dunque, sono ingiustificati

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“Può una rondine far primavera? “, si chiederebbero alcuni. E, allo stesso modo, basta il caso di un solo migrante (o magari di una decina, come avevamo raccontato il mese scorso) malato di tubercolosi per giungere alla conclusione che c’è un allarme sanitario nazionale? O, a maggior ragione, per annunciare la presenza di una vera e propria epidemia in corso?

Dati alla mano, i numeri sembrano scongiurare la presenza di un’emergenza. Resta pur vero che mancano ancora le statistiche degli ultimi mesi (i dati per ora si fermano al 2016) e che sono possibili più interpretazioni dei dati ministeriali, ma le serie storiche suggeriscono che il trend evolva in maniera abbastanza regolare di anno in anno. E che sia di diminuzione.

L’episodio di cronaca

Ma andiamo con ordine. A far tornare il tema in primo piano sono state le dichiarazioni del presidente del consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, a proposito della fuga di un immigrato (che aveva contratto la tubercolosi) da una struttura di accoglienza della provincia di Vicenza, a Sandrigo. La notizia della fuga, riportata tra gli altri da Il Gazzetino, è stata commentata con relativa cautela da Ciambetti: “abbiamo una ulteriore riprova [che] la cittadinanza è chiamata a pagare i costi non solo economici ma anche sociali e sanitari di politiche scellerate”, ha dichiarato. E continua: “sono preoccupato [per il] passaggio dai 16 casi registrati nel 2015 ai 40 già individuati quest’anno nella provincia di Vicenza, un dato che non va sottovalutato ma nemmeno enfatizzato. L’incremento dei casi di tubercolosi e la diffusione di questa malattia gravissima tra immigrati ed extracomunitari richiede una energica e tempestiva risposta da parte delle autorità sanitarie”.A rincarare la dose è stato poi il vicepremier e ministro dell’interno Matteo Salvini, che su Facebook ha scritto, commentando la stessa notizia: “Immigrato malato e in fuga, forse inconsapevole della gravità della sua condizione. Purtroppo la tubercolosi è tornata a diffondersi, gli italiani pagano i costi sociali e sanitari di anni di disastri e di invasione senza regole e senza controlli”.

Reazioni e repliche
La prima risposta è arrivata da Maurizio Marceca, presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni. Ai giornalisti di Ansa Marceca ha rivolto un invito alla prudenza, spiegando che “in Italia non abbiamo alcun allarme tubercolosi legato agli immigrati” e che con le dichiarazioni inquiete sulla tubercolosi “si rischia di creare allarme, anche laddove un allarme non esiste. Intervenendo con affermazioni poco scientifiche”, ha aggiunto, “si rischia di creare panico sociale”. Mareca ha richiamato anche le linee guida dell’Istituto superiore di sanità per il contrasto delle tubercolosi tra gli immigrati in Italia (pdf), e ha dichiarato che al momento il sistema sanitario dispone “di tutti gli strumenti per governare il fenomeno”.

Nella stessa giornata è intervenuto anche Roberto Cauda, direttore del dipartimento di malattie infettive del policlinico Gemelli di Roma. Il medico ha riferito che “almeno in Italia non assistiamo in questo momento a un aumento dei casi”, e ha ricordato che le fluttuazioni statistiche sono il risultato di fenomeni “estremamente complessi, non attribuibili a un unico fattore”.

Un’ulteriore rassicurazione è giunta poi su scala locale, da parte del viceprefetto vicario di Vicenza Lucio Parente“Il protocollo è stato rispettato come da normativa, quindi sotto l’aspetto sanitario non c’è nulla da temere”, ha dichiarato. Il protocollo, in questo caso, è consistito nell’isolare i locali frequentati dal malato a Sandrigo e nell’esecuzione di screening di controllo sulle persone con cui ha avuto contatti. La trasmissione del batterio della tubercolosi, Mycobacterium tuberculosis, avviene infatti per via aerea, tramite saliva, con un colpo di tosse o uno starnuto. Contemporaneamente, Parente ha confermato che la persona in fuga continua a essere irreperibile, e che le forze di polizia sono al lavoro per rintracciarlo.

Il senso dei dati
Ma quindi la tubercolosi si diffonde sempre più, oppure no? Come abbiamo già raccontato in diverse occasioni, ragionando sul lungo periodo l’incidenza della malattia è drasticamente in calo. Basta pensare ai 12mila casi del 1955 conto i 4.032 del 2016. Solo negli ultimi 10 anni si è passati da 7,4 casi ogni 100mila abitanti nel 2008 a 6,6 nel 2016. In media ogni anno il numero di pazienti a cui viene diagnosticata la tubercolosi cala dell’1,8% (anche se ci sono fluttuazioni significative da un anno all’altro: basta pensare ai 5.200 casi del 2010), e in termini assoluti i decessi sono poco più di 300 all’anno sui 4mila malati totali.

In questo trend di diminuzione, è pur vero che sale sempre più l’incidenza degli stranieri. Il sorpasso rispetto ai nati in Italia è avvenuto nel 2009, e attualmente i cittadini stranieri coprono circa il 60% dei casi complessivi. A seconda di che cosa si vuol fare emergere, numeri uguali possono raccontare storie diverse. Se infatti si valuta l’incidenza della malattia sugli stranieri (e cioè si tiene conto anche dell’aumento nel numero di persone straniere in Italia negli ultimi anni), si scopre che l’incidenza della tubercolosi su soli stranieri è stata di 84 casi ogni 100mila stranieri nel 2006, e di 44 nel 2016. Il rischio di contrarre la malattia sta dunque calando anche per questa fascia di popolazione, nonostante in termini quantitativi l’incidenza resti quasi 10 volte più alta rispetto ai nati in Italia.

Per avere un’idea di quanto il tema sia articolato, anche dal punto di vista delle autorità sanitarie, basta dare un’occhiata al documento di 64 pagineredatto in proposito a febbraio dall’Istituto superiore di sanità. Per fare un’esempio, per gli immigrati esiste una dipendenza estremamente forte tra l’incidenza della tubercolosi e il Paese d’origine, anche di un fattore 10.

Che la presenza di stranieri sia un fattore che incrementa il numero di casi di tubercolosi è fuori discussione, ma ventilare l’idea di un’emergenza sanitaria – in un contesto in cui il trend generale complessivo è di diminuzione dell’incidenza – sa di allarmismo ingiustificato. Sempre ammesso che la statistica citata da Ciambetti e relativa alla provincia di Vicenza (ossia che si è passati dai 16 casi del 2015 ai 40 di quest’anno) non si dimostri in linea con un nuovo trend nazionale. Per ora, però, il dato è decisamente troppo locale per trarre conclusioni generali.

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10 bufale sul crollo del ponte Morandi a Genova

Purtroppo le bufale, chi le condivide e chi le mette online non mancano mai, anche in disastri come quasto

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Dalle teorie del complotto alle foto false, tutte le fake news che stanno circolando in Rete a proposito del disastro autostradale in Liguria. Finti salvataggi, cani eroi e strane compenetrazioni tra edifici: di bufale ce n’è di tutti i tipi

Insieme alla cronaca e alle valutazioni politiche, sul crollo del ponte Morandi a Genova non potevano mancare anche le fake news, che si sono moltiplicate nelle ultime ore. A fare da padrone, accanto alle valutazioni sulla mobilità, alle ricostruzioni storiche e alle tante immagini del disastro, sono anche teorie del complotto, notizie di falsi salvataggie soprattutto le foto decontestualizzate. Tra le tantissime bufale diventate virali in rete, abbiamo selezionato qui le 10 più significative.

1. Il ponte Morandi NON è stato fatto esplodere con il tritolo

Ponte Morandi

Foto: Valery Hache/Getty Images)

 

Anche stavolta non poteva mancare la bufala complottista, quella che attribuisce la responsabilità della tragedia all’atto volontario di qualche oscuro signore che si nasconde nell’ombra. Nello specifico, l’arma di distruzione sarebbe stato un ordigno al tritolo, e la prova schiacciantesarebbe stato il bagliore nel cielo prima del crollo che molti hanno associato a un lampo.

Tra i rilanciatori della fake news, segnalata tra gli altri da Bufale.netc’è anche il solito Rosario Marcianò, che ha parlato anche di una “demolizione controllata”. Altre versioni del complotto, ancora più fantasiose, riferiscono dell’utilizzo di sistemi bellici d’avanguardia come le non meglio precisate “armi a microonde”. La diffusione di storie come queste si spiega non solo con la volontà di identificare un nemico a tutti i costi, ma con il bisogno di ricercare cause sorprendenti per eventi eccezionali.

2. La foto del dettaglio arrugginito NON è autentica

Circola online un’immagine che mostrerebbe lo stato di degrado di una parte del ponte Morandi e che sarebbe stata scattata “qualche settimana fa”. In questo caso il mistero è presto risolto: la foto, facilmente cercabile online, è antecedente al 2011 e non riguarda il ponte Morandi a Genova bensì quello di Ripafratta in provincia di Pisa. Si tratta dunque di un palese falso, utilizzato per alimentare le polemiche in modo malizioso, come per primi hanno mostrato David Puente e Paolo Attivissimo.

3. Il cane eroe “angelo con la coda” NON c’entra con Genova

Altra immagine diventata virale sui social, altro fake. In questo caso si tratta della foto di un cane da soccorso che sarebbe stato trasportato nella zona delle macerie con un sistema di cavi e carrucole. Nonostante lo scatto sia autentico, non è relativo al disastro di Genova, ma risale al 15 settembre 2001 e riguarda le fasi di soccorso successive al crollo delle Torri Gemelle a New York. Lo scopo con cui è stata creata questa falsa notizia, segnalata da diversi siti anti-bufala, pare essere la valorizzazione del contributo degli animali durante le operazioni di soccorso. Forse, però, si rivelerebbe più utile alla causa l’utilizzo di foto autentiche.

4. NON c’è (né c’è mai stata) alcuna emergenza sangue

(Foto: Photofusion/Getty Images)

 

Circolata sui social – in particolare su Instagram – nelle ore immediatamente successive al disastro, la notizia della presunta carenza di sangueall’ospedale San Martino di Genova non ha alcun fondo di verità. Diverse istituzioni sanitarie sono intervenute per smentire ufficialmente la falsa notizia, tra cui le Avis di Chiavari e di Genova. D’altra parte il numero di persone ferite e ricoverate in ospedale non è stato particolarmente alto (si tratta di meno di 20 persone in tutto), dunque le riserve di sangue sono state sufficienti a gestire la fase dell’emergenza. Resta comunque l’invito ad “andare a donare periodicamente”, il “miglior modo per affrontare tutte le esigenze del sistema trasfusionale italiano”.

5. I palazzi NON sono resi instabili dal contatto con il ponte

(Foto: Google Street View)

 

Secondo una ricostruzione errata di cui si discute molto sui social, i palazzi in prossimità del ponte sarebbero stati evacuati perché la struttura stessa del viadotto poggerebbe contro le abitazioni. La foto che proverebbe questa teoria, pur essendo vera e correttamente attribuita, non dimostra affatto quanto si vorrebbe far credere. Si tratta infatti di un’immagine ricavata da un ingrandimento di Google Street View relativo a via Enrico Porro, la cui versione originale dovrebbe risalire (secondo Bufale.net) al 2009.

Seppur autentica, la foto non è di per sé sufficiente per giungere a conclusioni ingegneristiche, e di certo non può dimostrare una recente evoluzione della situazione, dato che risale a quasi 10 anni fa. I tetti di alcuni palazzi sono effettivamente stati modificati per lasciare spazio al ponte quando fu costruito, e proprio per questo il ponte e le abitazioni non dovrebbero avere punti di contatto. Il motivo delle evacuazioni, infatti, è il timore che altri crolli del ponte possano investire i condomini presenti sotto, ma è improbabile che il viadotto sia attualmente sorretto grazie a un fantomatico appoggio sui palazzi.

6. NON è stata estratta una bambina viva dalle macerie

Una di quelle notizie che tutti vorremmo sentire, ma che questa volta è solo un’invenzione creata per raccogliere qualche click. Viaggia infatti sui social l’immagine di una bambina portata fuori in braccio da un cumulo di macerie grazie all’intervento dei pompieri. L’immagine, tuttavia, è stata palesemente decontestualizzata, come dimostrano sia la conformazione delle macerie sia i dettagli riconoscibili sulle uniformi dei vigili del fuoco. Come ha stabilito Bufale.net, la foto è stata scattata in occasione del terremoto a Ischia, e il pompiere indossava un caschetto dedicato al terremoto a L’Aquila.

7. Il viadotto di Morandi in Sicilia NON è aperto al traffico

In questi giorni si discute molto anche di tutte le altre opere realizzate dall’ingegnere Riccardo Morandi. Tra queste c’è il viadotto che collega Agrigento a Porto Empedocle, sul quale si è diffusa parecchia disinformazione. Le foto autentiche che mostrano lo stato di degrado del ponte, infatti, spesso non sono accompagnate dalla precisazione che il viadotto è attualmente chiuso al traffico, e che rimarrà precluso al transito di veicoli almeno fino al 2021. Non c’è dunque alcun pericolo imminente per gli automobilisti, anche se ovviamente è necessario completare tutti i doverosi interventi strutturali prima di procedere con la riapertura. Qui trovate ulteriori dettagli in merito.

8. Le ambulanze NON pagano l’autostrada durante le emergenze

(Foto: Paolo Rattini/Getty Images)

 

L’idea che un’ambulanza debba pagare l’autostrada come un normale veicolo non è di per sé così assurda, visto che la questione è al centro di un dibattito che si protrae da anni ed è ben lontano da una soluzione. Tuttavia, come ha chiarito anche Bufale.net, nel caso specifico di Genova le ambulanze (in generale) non stanno pagando per transitare in autostrada quando svolgono un intervento emergenziale.

La storia del pagamento del pedaggio non è però una completa bufala, nel senso che – per poter entrare e uscire al casello – anche i veicoli di soccorso devono passare attraverso i sistemi automatici (o manuali) di riscossione dei pedaggi. Ciò significa che, almeno nei casi di emergenza, di norma la società che gestisce l’autostrada non riceve alcun compenso, ma i veicoli d’emergenza devono comunque rispettare tutti gli step di pagamento, e a posteriori avviene il rimborso oppure viene annullata la multa per mancato pagamento.

(Aggiornamento delle 17:00) La questione è diventata uno dei principali argomenti di discussione politica della giornata in seguito alla ricezione di alcuni verbali di mancato pagamento relativi ai mezzi della Croce Bianca di Rapallo. Sulla vicenda si sono espressi anche il vicepremier Matteo Salvini e il sottosegretario ai trasporti Edoardo Rixi. Oltre a confermare l’esenzione dal pedaggio per le ambulanze che rispondono a chiamate di emergenza, è stata annunciata la volontà di escludere dal pagamento anche tutti i transiti autostradali ordinari dei veicoli sanitari. Genova Today è uno dei giornali che ha seguito da più vicino gli sviluppi della vicenda.

9. Elena, Jacopo, Amanda e Paolo NON sono tra le vittime

(Foto: Paolo Rattini/Getty Images)

Tra le tante storie drammatiche che circolano sui giornali e in rete, ce n’è una completamente inventata. Si tratta del racconto strappalacrime relativo a una famiglia di quattro persone (Elena, Amanda, Paolo e Jacopo) che sarebbe rimasta interamente uccisa in seguito al crollo. Pur trattandosi di una narrazione verosimile, la storia è falsa sia perché non c’è corrispondenza con gli elenchi ufficiali delle vittime, sia perché è stata pubblicata a un paio d’ore dal disastro, decisamente troppo presto. Pizzicatada diversi siti anti-bufala la storia si avvale dell’espediente narrativo del narratore-bambino, che tipicamente viene sfruttato come trucchetto per moltiplicare le condivisioni sui social.

10. Il pilone senza supporto NON è del ponte Morandi

Un’altra immagine diventata virale in rete è quella che mostra il pilone di un ponte che poggia in maniera apparentemente instabile sul terreno sottostante. Tuttavia, come ha precisato Il Secolo XIX, l’immagine riguarda il viadotto di Mele sulla A26, e nulla ha a che fare con il ponte Morandi. Secondo la Società Autostrade, comunque, per il ponte ritratto “non sussistono pericoli”.

Extra. NON tutte le foto del ponte sono correttamente attribuite

In parallelo alle numerose bufale palesi che abbiamo raccontato qui sopra, c’è poi una serie di immagini controverse per quanto riguarda la corretta collocazione temporale. Alcuni scatti autentici, infatti, vorrebbero dimostrare lo stato di usuraassottigliamento o precarietà del ponte, ma non è chiaro se si tratti di immagini recenti o meno. La discussione sta coinvolgendo, tra gli altri, RepubblicaIl PostGenova TodayBufale.netPaolo Attivissimo e David Puente, e non è ancora del tutto definito chi abbia ragione e chi no.

Per evitare fraintendimenti, è importante sapere che una parte del ponte è sempre stata più sottile delle altre, e che quella parte non è stata interessata dal crollo. Altre immagini che ritraggono lavori di consolidamento in corso, invece, possono essere più o meno recenti, e alcune riguardano un importante intervento di manutenzione del 2006, quando il ponte fu anche chiuso per un periodo.

 
  

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Crediti :

Wired

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