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Bimba morta di malaria, i migranti non c’entrano nulla col contagio

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Da quando è arrivata la notizia della morte, avvenuta a Brescia, della bambina di quattro anni che aveva contratto la malaria in forma cerebrale, il caso di Sofia è stato discusso (e strumentalizzato) su quotidiani, social network e confronti politici. Alcuni partiti, ma anche molti utenti su Facebook e Twitter, hanno attribuito la responsabilità dell’accaduto ai migranti, e di conseguenza alle politiche sull’immigrazione seguite dagli ultimi anni. Capro espiatorio della situazione è ancora una volta la presidente della Camera Laura Boldrini, contro cui molti utenti dei social network si stanno scagliando. Peccato che ormai sia chiaro che il parassita che ha infettato la bambina sia lo stesso responsabile della malattia di altri due bimbi ricoverati nello stesso ospedale per malaria, dopo essere tornati da un viaggio in Burkina Faso.

L’equazione di chi sostiene questa tesi e punta il dito contro chi proviene dall’Africa è molto semplice, ma priva di riscontro scientifico. In sostanza si ritiene che la malaria sia stata reintrodotta nel nostro Paese proprio dai flussi migratori, poiché il decesso registrato questa settimana è il primo in Italia dal 1997. Tuttavia, dal punto di vista medico, la situazione è molto meno banale, e approfondendo le dinamiche del contagio risulta che ci sono altri fattori molto più incisivi che possono spiegare il ritorno di questa malattia a livello autoctono, esponendo a un piccolissimo rischio di contagio anche chi non è mai stato nei Paesi in cui la malaria è endemica.

Come ci si ammala di malaria

Il plasmodio della malaria può essere trasmesso all’uomo attraverso la puntura di alcune particolari specie di zanzare che fanno parte del genere Anopheles. Queste zanzare, per poter trasmettere la malattia, devono aver precedentemente punto un’altra persona infetta. La malaria infatti non si può trasmettere per contagio diretto tra due persone, a meno che non venga eseguita una trasfusione con sangue infetto.

Nel nostro Paese fino ad alcuni decenni fa non era affatto raro contrarre la malaria, ma a partire dagli anni Cinquanta la frequenza dei casi nella forma autoctona ha iniziato a diminuire progressivamente. Nell’aprile dell’anno scorso l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che in tutta Europa la forma autoctona della malattia è stata eradicata, ma in molte altre aree del Pianeta la malaria è ancora molto diffusa e mortale. E questa considerazione viene spesso ripresa sui social media per colpevolizzare i migranti, che avrebbero fatto tornare anche qui delle malattie ormai dimenticate, con la complicità delle aziende farmaceutiche che trarrebbero un guadagno grazie alla riapertura di settori di mercato in crisi da molti anni.

Un’origine ancora incerta, ma con poche ipotesi plausibili

Come si è trasmessa allora la malattia alla sfortunata bambina? Tutti concordano che si tratti di un evento eccezionale e poco probabile, ma l’ipotesi più accreditata è che la malattia sia stata trasmessa da una zanzara infetta. Una possibilità è che un esemplare di una particolare specie di zanzara, normalmente presente anche in Italia, abbia punto prima una persona già malata e poi abbia contagiato la bambina. Tuttavia, non è mai stato registrato un contagio di malaria cerebrale per quella specie di zanzara, dunque si tratterebbe di una via di contagio del tutto nuova.

L’altra possibilità, ritenuta più verosimile, è che la zanzara vettore della malattia sia di una specie presente sul territorio italiano in via eccezionale, arrivata qui per qualche coincidenza. In questo caso esiste una maggiore varietà di specie di zanzara compatibili, dunque sarebbe più plausibile la forma di malaria cerebrale. Dal momento che questa zanzara dovrebbe aver infettato Sofia dopo aver punto altrove una persona malata, quest’ultima potrebbe essere entrata in contatto con la zanzara fuori dall’Italia (quindi l’insetto sarebbe arrivato nel nostro Paese già infetto), oppure potrebbe essere uno dei due bambini tornati dal Burkina Faso che avevano contratto la malaria ed erano ricoverati nel reparto di pediatria a Trento contemporaneamente a Sofia.

Come può arrivare in Italia la malaria a bordo di una zanzara?

Una zanzara già infetta potrebbe raggiungere il nostro Paese attraverso un bagaglio o un indumento trasportato in aereo dall’Africa oppure attraverso un carico di merci della stessa provenienza. In questo senso i potenziali responsabili sarebbero i viaggiatori, i turisti o i commercianti, mentre il trasferimento di una zanzara infetta tramite i pochissimi oggetti personali di un migrante sembra molto meno probabile, per via delle modalità con cui avviene il viaggio. Se le zanzare possono sopravvivere comodamente nella stiva di un aereo, è difficile pensare che un migrante possa aver avuto una zanzara viva accattata al proprio corpo o a un indumento durante tutta la traversata del Mediterraneo.

Il ruolo dei migranti (italiani inclusi)

In Italia mediamente vengono segnalati poco più di 600 casi di malaria ogni anno, e negli ultimi vent’anni tutti sono importati dall’estero. Secondo uno studio dell’università di Southampton pubblicato su Lancet Infectious Diseases siamo terzi in Europa per numero di casi, dietro a Francia e Regno Unito. Oltre la metà dei casi di malaria ha provenienza africana, e nel 20% del totale le vittime della malattia sono cittadini italiani. Per la maggior parte, dunque, i casi di malaria affrontati dai medici nel nostro Paese riguardano persone straniere che hanno contratto la malattia altrove. Tuttavia questi numeri non hanno a che fare con la forma autoctona della malaria, poiché il bacino umano di malati, come è stato definito anche in queste ore, non rappresenta una possibile fonte di contagio, dal momento che manca in Italia la specie di zanzare che possa trasmettere la malattia.

Ma c’è anche il riscaldamento globale

La situazione è comunque estremamente complessa, con un intreccio di fattori sanitari, ambientali e sociali davvero difficile da districare. Un’ipotesi messa sul tavolo, ma ancora tutta da dimostrare, è che il cambiamento climatico e il riscaldamento globale possano favorire la moltiplicazione degli insetti vettori della malattia, o addirittura spingere alcune specie a diffondersi più a nord di quanto sia accaduto negli ultimi decenni. Se ammettiamo che le zanzare tradizionalmente africane possano diffondersi anche in Italia, allora tutte le persone che hanno contratto la malattia potrebbero essere una fonte di infezione. Questo includerebbe, oltre ai migranti, anche tutti gli italiani (e i turisti) che arrivano o tornano in Italia dopo essere stati infettati altrove. Anche senza contare i migranti, in questa ipotesi avremmo oltre un centinaio di untori l’anno.

Le prossime mosse

Dal punto di vista delle indagini sul recente decesso, tutti i luoghi frequentati dalla bambina saranno controllati per campionare le zanzare presenti, per capire se possano esserci altri esemplari potenzialmente pericolosi. Sul lungo periodo, invece, sarà necessario contrastare in modo sempre più efficace la proliferazione degli insetti tramite antagonisti biologici, soprattutto se dovesse emergere la presenza in Italia di specie di zanzare capaci di trasmettere la malattia.

Aggiornamento

La direttrice dell’unità operativa di pediatria dell’ospedale di Trento, Nunzia Di Palmaha fatto sapere nel pomeriggio di mercoledì 6 settembre che il parassita responsabile della morte di Sofia, il Plasmodium falciparum, è lo stesso presente nei due bambini ricoverati all’ospedale di Trento contemporaneamente a Sofia. L’Istituto Superiore di Sanità è al lavoro per cercare di stabilire se si tratti o meno del medesimo ceppo: in caso positivo sarebbe molto probabile che il contagio sia avvenuto all’interno dell’ospedale, anche se non è chiaro con quale modalità.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cari razzisti, il complotto per nascondere il “bambino biondo” del bus non esiste

Da qualche ora gira una strana teoria che coinvolge giornali, lo ius soli e il racconto della tragedia sfiorata a San Donato Milanese: dietrologie razziste su tre amici e compagni di scuola

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Da qualche ora una parte non marginale del dibattito pubblico su internet è dedicata a una strana teoria del complotto, secondo cui i media italiani starebbero tramando per riscrivere la storia della tragedia sfiorata a San Donato Milanese, in modo tale da tributare gli onori dell’eroico salvataggio a due ragazzi di origine straniera e cancellare dalle cronache la storia di Riccardo, l’unico vero eroe sullo scuolabus dirottato da Ousseynou Sy, incidentalmente biondo e italiano.

A lanciare per prima l’allarme su Twitter è Francesca Donato – Lady Onorato, per i frequentatori del social network di Jack Dorsey – l’avvocato che da qualche tempo anima le serate di La7 con le sue ospitate a Di Martedì, in qualità di rappresentante di Eurexit, “un’associazione no-profit, nata dall’incontro fra liberi professionisti e imprenditori”, naturalmente euroscettica. Il messaggio è di quelli che puntano a scuotere le coscienze: “Il ragazzino che ha chiamato la polizia intervistato ieri era biondo e di pelle bianca.

Se oggi un giornale tenta di propinarci un eroe per forza musulmano e immigrato, questa è manipolazione dell’informazione“.

A preoccupare Donato è soprattutto la dichiarazione di Khalid Shehata, il padre di uno di uno dei ragazzi che secondo le ricostruzioni avrebbero lanciato l’allarme, che al Corriere della Sera aveva confidato la speranza di ottenere per il figlio la cittadinanza italiana, proposta rilanciata dal vicepremier Luigi Di Maio e accolta con una timida apertura anche dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

In poco tempo il tweet fa il giro dell’internet italiano e questa eccentrica variazione sul tema della sostituzione etnica inizia a solleticare gli ambienti più avvezzi al complottismo – e al razzismo – da tastiera, che si intestano la battaglia per la verità, iniziando ad accumulare indizi. Se avete del tempo da impiegare molto male, provate a usare su Twitter la chiave di ricerca “bambino biondo.

Al centro di ogni speculazione c’è un video, circolato negli istanti successivi alla liberazione degli ostaggi, in cui i giornalisti accorsi sul posto raccolgono le parole di Riccardo, detto Ricky, in cui il ragazzino racconta i tragici momenti del sequestro, spiegando come sia riuscito a liberarsi dalle fascette con cui era stato ammanettato per recuperare il cellulare con cui ha poi allertato i soccorsi. Ovviamente gli indagatori su Twitter non mancano mai di sottolineare quelle che ritengono essere le caratteristiche fondamentali del bambino-eroe: è biondo, italiano e soprattutto cattolico.

Gli approfondimenti delle ore successive, effettivamente, spostano il fuoco del racconto sui profili di altri due protagonisti. Si tratta di Adam, un ragazzo di origini marocchine il cui padre vive in Italia dal 2002, anche se non continuativamente, e di Rahmi, uno studente figlio di migranti egiziani al quale i giornali si riferiscono anche come Ramy o Rami. Entrambi, come molti ragazzi nati in Italia ma figli di immigrati di prima generazione, non godono dei diritti di cittadinanza e le loro storie, una volta emerse, sono servite a completare il mosaico della mattinata di paura a San Donato Milanese.

Ma a parlare per la prima volta di Rahmi e Adam non è stata una fantasiosa ricostruzione della stampa volta a reintrodurre il tema dello ius soli nel dibattito politico: è stato proprio Riccardo, il ragazzino biondo, in un’intervista rilasciata al Corriere: “Un mio compagno, Rami, aveva nascosto il cellulare, ha fatto le prime chiamate al 112” ricorda Ricky, divenuto suo malgrado l’eroe degli sciacalli su Twitter. “Ad un certo punto gli è caduto per terra, senza farmi vedere sono andato a raccoglierlo e l’ho passato ad Adam, dietro di me“.

 

Riccardo, insomma, ha giocato un ruolo fondamentale nella brutta storia a lieto fine svoltasi nell’autobus, ma le telefonate al 112 sono realmente state effettuate fa Rahmi e Adam. Se davvero si tornerà a parlare di ius soli – per quanto la cittadinanza non sia e non dovrà mai essere considerata un premio, ma un diritto – sarà solo perché tre ragazzi, amici e compagni di scuola, hanno collaborato per salvare 51 vite. Senza che nessuno, fuori da Twitter, vedesse alcuna differenza tra di loro.





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Le bufale sull’incidente del volo Ethiopian Airlines

Geoingegneria con le scie chimiche, massoneria, censura dei media e negazionisimo sono solo alcune delle ipotesi (campate in aria) che sono spuntate sul web dopo che il Boeing 737 Max di Ethiopian Airlines è precipitato

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Ormai è un’abitudine: a ogni grande sciagura, incidente o calamità fanno seguito bufale e false informazioni di ogni sorta. E la tragedia del volo ET 302 di Ethiopian Airlines, precipitato ad Addis Abeba nella mattina del 10 marzo uccidendo 157 persone, non poteva certo sottrarsi a questa triste tendenza. Così, mentre ancora sono in corso le operazioni di recupero di ciò che rimane del velivolo e dei passeggeri, e sono ancora incerte le cause dello schianto, in rete hanno iniziato a circolare strane storie a proposito di complotti internazionali architettati per eliminare alcune persone scomode.

Nonostante le varie teorie del complotto siano in qualche modo interrelate, abbiamo cercato di metterle in ordine dividendole in 7 temi principali. Tutte quante, ovviamente, sono prive di fondamento.

1. L’ipotesi della geoingegneria
Secondo questa prima teoria, che è anche la più chiacchierata ed elaborata, lo schianto dell’aereo non sarebbe stato accidentale. Il velivolo sarebbe stato abbattuto di proposito per liberarsi di alcune persone, in particolare di studiosi di fama internazionale che si opponevano alla pratica della geoingegneria e delle irrorazioni malvagie come arma di guerra climatica.

In pratica, dunque, si sarebbe trattato di un gesto deliberato da parte di coloro che volevano mantenere segreta la prassi di spruzzare i cieli con alluminio e solfuri, mettendo a tacere per sempre le pericolose voci discordanti. Questa idea ha iniziato a circolare poche ore dopo lo schianto, già dalle 18 di domenica sera, in seguito alla pubblicazione di un decalogo complottista su un sito in lingua spagnola.

La prova di una simile teoria, dicono i suoi sostenitori, sarebbe la meta verso cui erano diretti alcuni passeggeri, ossia a Nairobi per partecipare a un’iniziativa organizzata dall’Onu: l’assemblea per l’ambiente Unea (qui il programma in pdf). Per le fonti complottiste, il tema del convegno sarebbero le scie chimiche, ma in realtà si tratta di una conferenza molto più ampia che spazia dalla gestione dei rifiuti all’inquinamento, sopratutto in merito all’attività antropica. Come ha fatto notare Next Quotidiano, nel programma si cita effettivamente una conferenza di un paio d’ore in cui si affronta in tema della geoingegneria. Tuttavia il materiale informativo indica chiaramente che il giorno dell’iniziativa è stato mercoledì 6 marzo, quattro giorni prima dell’incidente aereo. Se davvero i passeggeri avessero dovuto partecipare a quel convegno, sarebbero stati terribilmente in ritardo. Naturalmente, poi, in quell’occasione non si è affatto parlato di scie chimiche come esperimento occulto, e non è nemmeno chiaro quali dei passeggeri sarebbero dovuti essere i fantomatici esperti oppositori della geoingegneria.

2. La complicità oscurantista dei media
Leggendo quanto riportato in alcuni post pubblicati su Facebook, anche televisioni e giornali europei sarebbero coinvolti nel complotto delle scie chimiche, e infatti nessuna fonte avrebbe riportato la notizia del convegno internazionale di geoingegneria a Nairobi.

Ovviamente la notizia non è stata battuta dalle agenzie perché il convegno è del tutto irrilevante in relazione al disastro aereo, e poi perché nessuno dei passeggeri si stava recando a un seminario scientifico sulle irrorazioni (perché, come già detto, l’unico evento vagamente collegabile al tema si era tenuto quattro giorni prima).

3. Guai a chi nega il riscaldamento globale
In una variante della prima teoria complottista, alcuni passeggeri dell’aereo si stavano dirigendo a Nairobi non per parlare di scie chimiche, ma per esporre le proprie tesi negazioniste sul cambiamento climatico. Per evitare che fossero messe in circolazione prove di quanto il riscaldamento globalesia un grande inganno, gli scienziati ribelli sarebbero stati eliminati brutalmente.

4. L’aereo fantasma
La più semplice delle versioni complottiste: l’aeromobile precipitato in realtà non è mai esistito. A sostegno di questa storia, le prove inattaccabili sarebbero le foto delle agenzie di stampa in cui non si vedono ritratti né i resti del velivolo né i cadaveri dei passeggeri, fatta eccezione per una scarpa da ginnastica. Peccato però che tutto ciò sia semplicemente falso, dato che – come mostrano anche la foto d’apertura di questo articolo e quella qui di seguito – nelle ore successive sono arrivate molte altre fotografie in cui sono mostrate altre parti dell’aereo distrutto.

volo Ethiopian Airlines

(foto: Jemal Countess/Getty Images)

5. Omicidi mirati massonici

Rivelazione a sorpresa, secondo alcuni commentatori sui social almeno uno dei passeggeri del volo ET 302 sarebbe stato un massone. Ciò significherebbe, completando questa teoria, che lo erano anche altri passeggeri, anche se nessuno ha chiarito quali siano i nomi di questi fantomatici consociati. L’incidente aereo sarebbe quindi stato un attentatocontro la massoneria, oppure (in alternativa) la morte di alcuni massoni rappresenterebbe il risvolto positivo della tragedia.

6. Una mossa anti-Boeing e anti-assicurazioni
In base a un’altra teoria, il disastro aereo non sarebbe frutto di un attacco alle vite umane, ma a un sistema economico. I veri bersagli del complotto, dunque, sarebbero l’azienda Boeing (il cui titolo, effettivamente, ha risentito dell’accaduto in borsa) e le compagnie assicuratrici, che ora sarebbero costrette a spendere molti soldi in rimborsi. Alla faccia del guerrilla marketing.

7. Altri due complotti minori
Li riportiamo in rapida sequenza. C’è chi sostiene che l’azienda Boeing sia controllata dal Vaticano tramite i Gesuiti, e che quindi tutto verrà oscurato per volere della Chiesa, o al contrario che si sia trattato di un attacco contro gli interessi economici della Santa sede. Altri invece, proponendo una variante della storia dell’aereo fantasma, dicono che l’aereo sarebbe stato per qualche ragione colpito direttamente mentre era in volo, e che poi per occultare le prove tutti i resti siano stati fatti sparire.





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Tutte le bufale su Cesare Battisti

Dalle presunte strade dedicate al terrorista da parte del Pd alle false citazioni di Roberto Saviano, le fake news più virali delle ultime ore sull’ex terrorista appena catturato in Bolivia

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Il terrorista Cesare Battisti è arrivato, nella serata di lunedì 14 gennaio, al carcere di Massama a Oristano, dove ha iniziato a scontare la pena dell’ergastolo che gli era stata comminata dalla giustizia italiana. Rientrato in Italia dalla Bolivia, catturato dopo 37 anni di latitanza, l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo (i Pac) è stato trasferito in Sardegna “per ragioni di sicurezza” (come ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede), e da quanto si è appreso resterà in isolamento diurno per i prossimi 6 mesi.

Insieme alla nuova ondata di attenzione mediatica sulle vicende di Battisti, in rete sono ritornate a circolare alcune vecchie falsità sulla lunga e intricata vicenda destinata a entrare nei libri di storia, ma hanno anche segnato la loro comparsa alcune bufale mai viste prima. Ecco quali sono le 5 complessivamente più chiacchierate, sistemate in ordine.

1. Il Pd NON ha dedicato strade al terrorista Cesare Battisti
Decisamente la più semplice da trattare dal punto di vista del debunking, è anche la falsa storia che ha raggiunto la massima viralità sui social.

Secondo un meme molto condiviso negli ultimi giorni che ritrae il volto dell’ex latitante Battisti, “il governo Conte lo ha arrestato”, mentre “il Pd gli dedicava strade. A supporto di questo forte contrasto tra l’esecutivo gialloverde e chi lo ha preceduto, è mostrata una foto che ritrae il nome di due vie, di cui una dedicata a Giuseppe Mazzini e l’altra a Cesare Battisti.

cesare battisti

cesare battisti

In realtà è assolutamente vero che esistono vie dedicate a Cesare Battisti, anche in gran numero e distribuite in tutta Italia, ma si tratta di un caso di omonimia. Come si può agevolmente dedurre dalle date di nascita (1875) e morte (1916) riportate anche nel meme sotto al nome della via, la persona a cui si fa riferimento non è il noto terrorista, ma il patriota italiano catturato e impiccato per alto tradimento dagli austriaci durante la Prima guerra mondiale, per questo considerato tra le figure chiave dell’irredentismo italiano (e dunque un eroe nazionale). Solo qualcuno particolarmente disattento – o del tutto disorientato rispetto ai cosiddetti anni di piombo – può aver creduto alla tesi sostenuta da queste immagini.

2. Saviano NON ha scritto che Battisti è “un uomo onesto”
Bufala sì, ma con un piccolo fondo di realtà. Circola sui social un altro meme, questa volta solo testuale, con una citazione che viene attribuita allo scrittore Roberto Saviano“Cesare Battisti, un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista, in una parola un intellettuale vero”. Se si intende che Saviano abbia scritto o pronunciato quelle parole riferite a Battisti, allora siamo di fronte a un falso, in quanto le frasi in questione non sono state formulate da lui.

In verità la citazione è stata abilmente estrapolata da un testo che è online fin dal febbraio 2004, pubblicato sul sito Carmilla Online e pensato per essere un appello proprio a favore di Cesare Battisti e della sua liberazione. La citazione andrebbe dunque attribuita a chi ha scritto quella lettera, ossia a qualcuno che certamente non è Saviano.

cesare battisti

Come ricostruito da Bufale.net e Open, in effetti però Saviano compare (o meglio, compariva, come dimostra Web Archive) tra i firmataridell’appello, insieme ad altre 1499 persone. Ma se già si può considerare una storpiatura l’attribuire a una persona – come se fosse una citazione originale – una singola frase di un appello che ha sottoscritto, va aggiunto anche che Saviano nel gennaio 2009 ha chiesto e ottenuto di rimuovere la propria firma dall’appello, dichiarando di non saperne abbastanza sulla vicenda e di non sentirsi parte della causa. Lo scrittore non ha negato di aver sottoscritto in precedenza l’appello, ma ha detto di non ricordare la dinamica che lo avrebbe portato ad apporvi il suo nome. Se quindi il collegamento Saviano-Battisti non è del tutto campato in aria, lo scrittore ha comunque chiarito la sua posizione ormai 10 anni fa.

3. Mattarella NON ha firmato il decreto per la grazia per Battisti
Un simile decreto non è mai esistito. La notizia della presunta grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al terrorista deriva da un finto articolo – senza firma né attribuzione – datato 30 maggio 2015, ossia qualche mese dopo l’inizio del suo mandato.

Anche se, dalla grafica, si potrebbe credere che la notizia sia stata ricavata da un giornale online, basta leggere la notizia fino in fondo per accorgersi che a un certo punto si passa inspiegabilmente dall’italiano all’inglese. All’epoca nessun giornale riportò la notizia, né esiste traccia del fantomatico decreto. La storia, dunque, è una totale invenzione, e ha avuto come unici risultati una marea di condivisioni online (oltre 14mila solo su Facebook) e una serie di insulti contro lo stesso Mattarella sui social.

4. Battisti NON ha evitato l’estradizione con un matrimonio
Sempre nel 2015, appena qualche giorno più tardi della bufala precedente, si era molto discusso di come Battisti potesse aver scongiurato definitivamente l’ipotesi dell’estradizione grazie al matrimonio con la fidanzata di lungo corso Joice Lima. Secondo la versione circolata all’epoca, Battisti avrebbe potuto ottenere in anticipo la cittadinanza brasiliana, riducendo i tempi di attesa (di norma 15 anni, che sarebbero stati completati solo nel 2019) a un solo anno, grazie all’aver sposato una cittadina brasiliana. La notizia è uscita, tra i tanti giornali, su OggiIl GiornaleDagospia e Il Tempo, ed è stata prontamente discussa anche da alcuni siti anti-bufala.

Anche se i tempi per la cittadinanza previsti dalla legge erano stati descritti correttamente, il punto fondamentale è che diventare cittadini brasiliani non impedisce in assoluto che si possa essere estradati, ma blocca solo le procedure di espulsione, che sono un’altra cosa. La teoria dell’estradizione impossibile, tra l’altro, era stata smentita proprio lo scorso 14 dicembre, quando il presidente brasiliano uscente Michel Temer, dopo la revoca a Battisti dello status di residente permanente, aveva firmato il decreto di estradizione. Il decreto poi non è stato sfruttato, visto che il fuggitivo è stato riportato in Italia direttamente dalla Bolivia.

5. Battisti NON è passato per il Brasile e NON è finito a Rebibbia
Più che di fake news, si tratta di indiscrezioni e anticipazioni giornalistiche che poi si sono rivelate sbagliate. Subito dopo la cattura del terrorista a Santa Cruz, pareva essere cosa certa il suo rientro in Brasile prima dell’estradizione verso l’Italia, con la conseguente riduzione della pena dall’ergastolo (previsto dalla giustizia italiana) ai 30 anni di carcere della giustizia brasiliana. In realtà poi, a seguito di un intenso lavoro diplomatico, Battisti è tornato in Italia direttamente dalla Bolivia, mantenendo dunque la pena nella misura italiana.

Ancora più a lungo è stata riportata la notizia del trasferimento di Battisti, subito dopo l’arrivo all’aeroporto di Ciampino, nel carcere romano di Rebibbia. Solo all’ultimo si è appreso, invece, che il detenuto sarebbe stato trasferito a Oristano. Mentre alcuni giornali, come Il Messaggeroriportano ancora online la vecchia versione della notizia, altri come Rai News hanno del tutto rimosso gli articoli corrispondenti, di cui resta traccia solo nella url originale. Altre testate come il Corriere, infine, rivelano nella url la vecchia notizia ma nel testo degli articoli hanno fatto sparire qualunque riferimento a Rebibbia.





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