Bimba morta di malaria, i migranti non c’entrano nulla col contagio

Anche se la forma autoctona della malaria risulta debellata in Italia, è possibile come eccezione che una zanzara infetta proveniente dall’Africa possa aver trasmesso la malattia. Il colpevole? Più il turismo che le migrazioni

Da quando è arrivata la notizia della morte, avvenuta a Brescia, della bambina di quattro anni che aveva contratto la malaria in forma cerebrale, il caso di Sofia è stato discusso (e strumentalizzato) su quotidiani, social network e confronti politici. Alcuni partiti, ma anche molti utenti su Facebook e Twitter, hanno attribuito la responsabilità dell’accaduto ai migranti, e di conseguenza alle politiche sull’immigrazione seguite dagli ultimi anni. Capro espiatorio della situazione è ancora una volta la presidente della Camera Laura Boldrini, contro cui molti utenti dei social network si stanno scagliando. Peccato che ormai sia chiaro che il parassita che ha infettato la bambina sia lo stesso responsabile della malattia di altri due bimbi ricoverati nello stesso ospedale per malaria, dopo essere tornati da un viaggio in Burkina Faso.

L’equazione di chi sostiene questa tesi e punta il dito contro chi proviene dall’Africa è molto semplice, ma priva di riscontro scientifico. In sostanza si ritiene che la malaria sia stata reintrodotta nel nostro Paese proprio dai flussi migratori, poiché il decesso registrato questa settimana è il primo in Italia dal 1997. Tuttavia, dal punto di vista medico, la situazione è molto meno banale, e approfondendo le dinamiche del contagio risulta che ci sono altri fattori molto più incisivi che possono spiegare il ritorno di questa malattia a livello autoctono, esponendo a un piccolissimo rischio di contagio anche chi non è mai stato nei Paesi in cui la malaria è endemica.

Come ci si ammala di malaria

Il plasmodio della malaria può essere trasmesso all’uomo attraverso la puntura di alcune particolari specie di zanzare che fanno parte del genere Anopheles. Queste zanzare, per poter trasmettere la malattia, devono aver precedentemente punto un’altra persona infetta. La malaria infatti non si può trasmettere per contagio diretto tra due persone, a meno che non venga eseguita una trasfusione con sangue infetto.

Nel nostro Paese fino ad alcuni decenni fa non era affatto raro contrarre la malaria, ma a partire dagli anni Cinquanta la frequenza dei casi nella forma autoctona ha iniziato a diminuire progressivamente. Nell’aprile dell’anno scorso l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che in tutta Europa la forma autoctona della malattia è stata eradicata, ma in molte altre aree del Pianeta la malaria è ancora molto diffusa e mortale. E questa considerazione viene spesso ripresa sui social media per colpevolizzare i migranti, che avrebbero fatto tornare anche qui delle malattie ormai dimenticate, con la complicità delle aziende farmaceutiche che trarrebbero un guadagno grazie alla riapertura di settori di mercato in crisi da molti anni.

Un’origine ancora incerta, ma con poche ipotesi plausibili

Come si è trasmessa allora la malattia alla sfortunata bambina? Tutti concordano che si tratti di un evento eccezionale e poco probabile, ma l’ipotesi più accreditata è che la malattia sia stata trasmessa da una zanzara infetta. Una possibilità è che un esemplare di una particolare specie di zanzara, normalmente presente anche in Italia, abbia punto prima una persona già malata e poi abbia contagiato la bambina. Tuttavia, non è mai stato registrato un contagio di malaria cerebrale per quella specie di zanzara, dunque si tratterebbe di una via di contagio del tutto nuova.

L’altra possibilità, ritenuta più verosimile, è che la zanzara vettore della malattia sia di una specie presente sul territorio italiano in via eccezionale, arrivata qui per qualche coincidenza. In questo caso esiste una maggiore varietà di specie di zanzara compatibili, dunque sarebbe più plausibile la forma di malaria cerebrale. Dal momento che questa zanzara dovrebbe aver infettato Sofia dopo aver punto altrove una persona malata, quest’ultima potrebbe essere entrata in contatto con la zanzara fuori dall’Italia (quindi l’insetto sarebbe arrivato nel nostro Paese già infetto), oppure potrebbe essere uno dei due bambini tornati dal Burkina Faso che avevano contratto la malaria ed erano ricoverati nel reparto di pediatria a Trento contemporaneamente a Sofia.

Come può arrivare in Italia la malaria a bordo di una zanzara?

Una zanzara già infetta potrebbe raggiungere il nostro Paese attraverso un bagaglio o un indumento trasportato in aereo dall’Africa oppure attraverso un carico di merci della stessa provenienza. In questo senso i potenziali responsabili sarebbero i viaggiatori, i turisti o i commercianti, mentre il trasferimento di una zanzara infetta tramite i pochissimi oggetti personali di un migrante sembra molto meno probabile, per via delle modalità con cui avviene il viaggio. Se le zanzare possono sopravvivere comodamente nella stiva di un aereo, è difficile pensare che un migrante possa aver avuto una zanzara viva accattata al proprio corpo o a un indumento durante tutta la traversata del Mediterraneo.

Il ruolo dei migranti (italiani inclusi)

In Italia mediamente vengono segnalati poco più di 600 casi di malaria ogni anno, e negli ultimi vent’anni tutti sono importati dall’estero. Secondo uno studio dell’università di Southampton pubblicato su Lancet Infectious Diseases siamo terzi in Europa per numero di casi, dietro a Francia e Regno Unito. Oltre la metà dei casi di malaria ha provenienza africana, e nel 20% del totale le vittime della malattia sono cittadini italiani. Per la maggior parte, dunque, i casi di malaria affrontati dai medici nel nostro Paese riguardano persone straniere che hanno contratto la malattia altrove. Tuttavia questi numeri non hanno a che fare con la forma autoctona della malaria, poiché il bacino umano di malati, come è stato definito anche in queste ore, non rappresenta una possibile fonte di contagio, dal momento che manca in Italia la specie di zanzare che possa trasmettere la malattia.

Ma c’è anche il riscaldamento globale

La situazione è comunque estremamente complessa, con un intreccio di fattori sanitari, ambientali e sociali davvero difficile da districare. Un’ipotesi messa sul tavolo, ma ancora tutta da dimostrare, è che il cambiamento climatico e il riscaldamento globale possano favorire la moltiplicazione degli insetti vettori della malattia, o addirittura spingere alcune specie a diffondersi più a nord di quanto sia accaduto negli ultimi decenni. Se ammettiamo che le zanzare tradizionalmente africane possano diffondersi anche in Italia, allora tutte le persone che hanno contratto la malattia potrebbero essere una fonte di infezione. Questo includerebbe, oltre ai migranti, anche tutti gli italiani (e i turisti) che arrivano o tornano in Italia dopo essere stati infettati altrove. Anche senza contare i migranti, in questa ipotesi avremmo oltre un centinaio di untori l’anno.

Le prossime mosse

Dal punto di vista delle indagini sul recente decesso, tutti i luoghi frequentati dalla bambina saranno controllati per campionare le zanzare presenti, per capire se possano esserci altri esemplari potenzialmente pericolosi. Sul lungo periodo, invece, sarà necessario contrastare in modo sempre più efficace la proliferazione degli insetti tramite antagonisti biologici, soprattutto se dovesse emergere la presenza in Italia di specie di zanzare capaci di trasmettere la malattia.

Aggiornamento

La direttrice dell’unità operativa di pediatria dell’ospedale di Trento, Nunzia Di Palmaha fatto sapere nel pomeriggio di mercoledì 6 settembre che il parassita responsabile della morte di Sofia, il Plasmodium falciparum, è lo stesso presente nei due bambini ricoverati all’ospedale di Trento contemporaneamente a Sofia. L’Istituto Superiore di Sanità è al lavoro per cercare di stabilire se si tratti o meno del medesimo ceppo: in caso positivo sarebbe molto probabile che il contagio sia avvenuto all’interno dell’ospedale, anche se non è chiaro con quale modalità.

     
 
 

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Crediti :

Wired

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Bufale

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma
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