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Campagna “Non affidarti al caso”: il Consiglio di Stato accoglie il ricorso del Comune di Genova

«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia».

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«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia». Così Adele Orioli, segretaria dell’Uaar, in merito alla notizia che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal Comune di Genova contro la campagna “Testa o croce? Non affidarti al caso” mirante a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di una scelta ragionata dei propri medici, con particolare riferimento all’obiezione di coscienza.

«Si tratta di una sentenza liberticida, sintomatica dell’aria che si respira nelle istituzioni dopo il convegno di Verona e che conferma ancora una volta che l’obiezione di coscienza è un nervo scoperto in questo paese», prosegue Orioli.

Le affissioni della campagna in questione hanno campeggiato negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale, ma non a Genova. Il Comune le aveva infatti rifiutate adducendo come motivazione «una possibile violazione di norme vigenti in riferimento alla protezione della coscienza individuale» e «al rispetto e tutela dovuti a ogni confessione religiosa». L’Uaar aveva presentato ricorso al Tar della Liguria contro la delibera del Comune, ricorso che era stato accolto. La sentenza del Consiglio di Stato ribalta ora a sua volta quella del Tar.

«Ovviamente la questione non finisce qui, anzi, rappresenta un’occasione per portare anche davanti alla Corte di Cassazione ben tre principi costituzionali: quello della laicità; quello della libertà di espressione e quello dell’eguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini (art. 3) a prescindere dalle convinzioni religiose personali di ognuno», dice ancora Orioli. «Siamo pronti a portare anche questo caso davanti alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, dove molte delle intemerate clericali del Consiglio di Stato sono già state smontate in passato. Perché l’Uaar, checché ne pensi il comune di Genova, c’è per creare un mondo più libero e migliore per tutti».

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L’ateismo che non osa pronunciare il proprio nome

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente

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Understanding Unbelief è un rapporto realizzato da ricercatori dell’Università del Kent e finanziato dalla Templeton Foundation – fondazione nota per aver spesso finanziato progetti che sostengono una visione religiosa del mondo – allo scopo di fornire un quadro per quanto possibile esplicativo e rappresentativo del variegato mondo dell’incredulità. L’indagine è stata condotta su campioni di non credenti da sei diversi Paesi: Brasile, Cina, Danimarca, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La cosa curiosa è che questo studio è stato presentato nientemeno che in Vaticano, nella Pontificia Università Gregoriana, nel corso di una conferenza dal titolo Cultures of Unbelief (letteralmente: Culture dell’incredulità) svoltasi a partire da giovedì 28 maggio scorso. Come dire che l’ateismo viene studiato più nelle università vaticane, o all’estero grazie anche a reti internazionali e interdisciplinari sorte negli ultimi tempi come Nsrn, che in quelle italiane.

La ricerca chiarisce già in premessa le principali conclusioni dello studio, a partire da quella secondo cui tra i cittadini di ognuno dei sei Paesi ci sono sensibili differenze nel modo di interpretare l’ateismo e l’agnosticismo, o una combinazione dei due, e che addirittura molti non credenti si identificano nella cultura religiosa dominante del proprio Paese. In pratica il 28% dei non credenti danesi si riconosce nella definizione di cristiano, mentre l’8% di quelli giapponesi si qualifica come buddista, nonostante abbiano affermato di non essere credenti. Va detto che il campione è stato suddiviso in atei e agnostici sulla base delle risposte a una domanda preliminare: chi ha dichiarato di non credere in Dio è stato classificato come ateo, chi ha dichiarato di non poter affermare con certezza l’esistenza di Dio è stato classificato come agnostico, chi infine ha dichiarato di credere in Dio solo sotto certi aspetti, o di credere in uno spirito superiore non meglio definito, non è stato qualificato come non credente.

È venuto fuori che la maggior parte di chi dichiara di non credere in nessun Dio non si riconosce nemmeno nella definizione di ateo, preferendo identificarsi piuttosto in altre definizioni. Nella fattispecie, a qualificarsi come atei sono in maggioranza gli statunitensi rispetto agli atei delle altre cinque Nazioni, ma pur sempre minoranza interna rappresentando il 39% degli atei americani, e diventano addirittura il 19% in Danimarca. In pratica meno di un ateo danese su cinque definisce se stesso ateo, mentre il 36% di essi preferisce più genericamente qualificarsi come non religioso. Va ancora peggio agli agnostici giapponesi: appena il 2% di essi si identifica come agnostico, il 34% preferisce definirsi non religioso mentre la definizione preferita dagli agnostici cinesi è, paradossalmente, quella di ateo. Non c’è che dire, effettivamente il significato di queste definizioni cambia parecchio da Paese a Paese.

Viene anche sfatata la percezione comune secondo cui atei e agnostici sarebbero tendenzialmente più dogmatici, più intransigenti rispetto alle loro convinzioni, rispetto alla popolazione generale, e anche quella secondo cui per un non credente il mondo sarebbe assolutamente privo di significato. L’incidenza di entrambe queste affermazioni è del tutto assimilabile a quella del resto della popolazione. Chissà se Oltretevere, dove queste statistiche sono state discusse, saranno rimasti sorpresi o meno. Lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda i valori etici e il rispetto per l’uomo e per la natura, così come per tutta una serie di valori che vengono percepiti allo stesso modo da religiosi e non, come la famiglia e la libertà.

Molti atei e agnostici, sebbene non credano nell’esistenza di divinità, ritengono tuttavia plausibile l’esistenza di fenomeni, o perfino entità, soprannaturali. Quasi un ateo brasiliano su tre ritiene che vi sia comunque una vita dopo la morte terrena, il 35% circa degli atei cinesi crede nell’astrologia, un quarto degli atei danesi pensano che esistono persone dotate di poteri mistici, quattro agnostici britannici su dieci ritengono che esistono forze soprannaturali del bene e del male. Per contro, più di un ateo statunitense su tre non concorda con l’esistenza di fenomeni soprannaturali e la percentuale scende significativamente solo riguardo agli atei cinesi: appena l’8% di essi rigetta l’idea che possano esistere fenomeni soprannaturali. In generale gli agnostici sono molto più possibilisti degli atei da questo punto di vista, com’è lecito aspettarsi; la proporzione va da circa uno su tre (un agnostico naturalista contro più di due atei naturalisti) in Brasile fino a uno su dieci in Cina.

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente. È chiaro che possono esserci diverse ragioni per preferire una definizione, o un’etichetta se così vogliamo dire, rispetto a un’altra, e sarebbe interessante conoscerle tutte, ma non si può non pensare che almeno in parte possa esserci un rifiuto di definizioni comunemente percepite con accezione negativa. Oppure di una classificazione ritenuta troppo drastica, netta e magari non del tutto aderente a un presunto dualismo tra atei da una parte e agnostici dall’altra. Perché poi, nella pratica, tra un insieme e l’altro ci sono tutta una serie di sfumature intermedie nelle quali molte persone potrebbero identificarsi meglio. Un’altra ragione potrebbe invece risiedere nel rifiuto più o meno inconscio di collocarsi all’opposto rispetto ai credenti, e quindi nel rigetto di una contrapposizione tra le due parti dovuta alla convinzione che potrebbero esserci più argomenti e interessi accomunanti che dividenti.

Anche nell’inchiesta commissionata di recente dall’Uaar e realizzata dalla Doxa ci sono dati interessanti in questo senso. A un complessivo 15,3% degli italiani che si dichiara ateo o agnostico, e quindi certamente non credente, si affiancano anche un 10,1% di soggetti che si definiscono credenti, ma si dichiarano anche non aderenti o comunque facenti riferimento ad alcuna religione esistente, e un 2,7% di persone che rifiuta proprio di essere classificata come credente o non credente. Il che può sembrare anche controintuitivo, perché si presume che non possa esserci una terza via tra il credere e il non credere, ma indubbiamente esiste e ce ne sarà pure una spiegazione. Probabilmente si tratta di almeno una parte di quelli che il sociologo Franco Garelli, in una sua inchiesta sulla religiosità italiana, definiva credenti a intermittenza, e che insieme a tutte le altre tipologie di scettici su Dio arriverebbe a rappresentare ben il 54,2% della popolazione.

Questo sesto di popolazione composto da non affiliati sono quelli che nel mondo anglosassone vengono definiti “nones”, un insieme che interseca sia l’area dei non credenti che quella dei credenti e che risulta ancora più variegato del già pluralissimo insieme dei non credenti, come dimostrato da numerose ricerche. Secondo un’inchiesta condotta dal Pew Forum il 19% di essi vede perfino con preoccupazione la crescita dei non credenti, mentre il 24% la giudica positivamente e il resto le è indifferente. Di fatto tutti insieme i non credenti, i non definibili e i non religiosi rappresentano secondo il sondaggio Uaar quasi un terzo dell’intera popolazione italiana; una bella fetta, pari circa a quella dei credenti cattolici praticanti e all’altra dei credenti cattolici non praticanti. Una fetta che probabilmente meriterebbe più attenzione e certamente potrebbe convergere su interessi comuni.

Perché poi le possibili strade per qualunque organizzazione di scettici, che in genere rivendicano istanze laiche, sono due: cercare di mantenere un corpo sociale in un certo senso integro, fatto di atei e agnostici che rivendicano un’accezione positiva delle rispettive definizioni e che tra le altre cose lottano anche per questo; cercare di avere una base sociale più ampia e plurale, comprendente anche chi non ritiene importante fissare delle definizioni standard e al tempo stesso focalizzata su obbiettivi comuni. In realtà il discorso potrebbe diventare più complesso se si analizza anche il problema rappresentato da quelle persone che interpretano l’ateismo in senso letterale, cioè quale antagonista del teismo ma non del deismo o del panteismo, e che magari credono in altri fenomeni ed entità soprannaturali, ma probabilmente queste non sarebbero di interesse di nessuna delle due categorie suddette. Alla fine quindi tutto va ricondotto all’individuazione dell’obbiettivo: viene prima l’orgoglio ateo esclusivo, oppure le rivendicazioni laiche inclusive, o anche in questo caso si può individuare una via di mezzo?

In ambito internazionale sembra sia stata preferita la seconda via, anche per il fatto che a trainare le federazioni Humanists International e European Humanist Federation sono in particolare le realtà continentali di lunga tradizione più laica che atea. Proprio quelle che hanno poi affrontato la questione anche dal punto di vista linguistico; non a caso i nomi di entrambe le federazioni recano all’interno l’aggettivo “humanist”, che in italiano fa ancora molta fatica ad affermarsi e non solo o non sempre per via della pretestuosa confusione tra umanismo e umanesimo. In ambito italiano l’Uaar, la maggiore delle organizzazioni scettiche, al momento si trova in una via di mezzo ma più tendente alla prima via, se non altro per via dell’acronimo già selettivo. Sarebbe interessante avere a disposizione i risultati di un’indagine come quella condotta dall’Università del Kent ma condotta tra i non credenti italiani, in modo da poter capire quanti sono gli atei e gli agnostici nostrani non sedicenti tali e regolarsi di conseguenza. Purtroppo al momento non sembra esserci nulla di simile e non si possono dunque che fare ipotesi partendo da un presupposto verosimile: non sappiamo quanti sono, ma è ragionevolmente sicuro che ci sono e probabilmente sono in percentuale significativa.





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Sanzioni aumentate contro la vera emergenza di Saonara: la bestemmia in pubblico

Il nuovo Regolamento di polizia urbana deliberato dalla giunta a chi bestemmia in pubblico va comminata una multa di 400 euro

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Esiste un paese, in Italia, dove la scala di gravità dei comportamenti sanzionabili è un po’ diversa che nel resto del territorio nazionale dal momento che uno specifico comportamento, la bestemmia, lì è stato ritenuto più grave di altri che altrove lo sono meno, come guidare col cellulare in mano o passare con il semaforo rosso. Quel paese è Saonara, comune di diecimila abitanti della provincia di Padova, dove secondo il nuovo Regolamento di polizia urbana deliberato dalla giunta a chi bestemmia in pubblico va comminata una multa di 400 euro. Il paragone con i suddetti reati del Codice della strada non è incidentale ed è perfino farina del sacco di Walter Stefan, sindaco di Saonara, che infatti li cita orgogliosamente nell’intervistapubblicata dal Corriere del Veneto.

In effetti 400 euro sono più del doppio del minimo previsto per chi viola l’art. 146 (violazione della segnaletica stradale) o l’art. 173 (uso di lenti o di determinati apparecchi durante la guida) del Codice della strada, il che fornisce proporzionalmente la misura di quanto assurda sia la norma introdotta a Saonara. La persona che bestemmia in pubblico sarà cafona e maleducata, se vogliamo anche offensiva nei confronti di qualcuno, ma la maleducazione di per sé è sterile, non produce alcun danno materiale. Al contrario, guidare messaggiando o attraversare un incrocio col rosso sono comportamenti che mettono a rischio l’incolumità fisica sia del guidatore che dei terzi malcapitati. Peraltro il ricorso al Regolamento di polizia urbana per ribadire il concetto che a bestemmiare si rischia una sanzione non è nemmeno una novità assoluta, ma altrove ci si limita in genere ad appunto ribadire quanto espresso dall’anacronistico art. 724 del Codice penale: che si rischia una sanzione amministrativa da 51 a 309 euro, come nel caso di Trieste.

Tuttavia la proporzione rispetto alle sanzioni per reati stradali non è il solo aspetto discutibile di questa norma evidentemente ideologica, come si evince dalle parole del sindaco e da quelle del testo del nuovo art. 12 il quale recita: «A salvaguardia del decoro, dell’igiene, della pulizia, della sicurezza e dell’immagine urbana è vietato bestemmiare contro le divinità di qualsiasi credo o religione e proferire turpiloquio nei luoghi pubblici o comunque aperti al pubblico, poiché considerati atti contrari alla pubblica decenza e alla sensibilità di persone terze presenti». Tanto per cominciare è lecito chiedersi cosa c’entrino igiene, pulizia e sicurezza con la bestemmia. Non risulta che gli agenti patogeni siano sensibili alle bestemmie, né che le onde sonore generate da chi le pronuncia imbrattino le strade o che in generale la sicurezza ne tragga nocumento. Avrebbe avuto molto più senso multare chi starnutisce senza portare la mano alla bocca, cosa effettivamente antigienica e senza dubbio maleducata. Probabilmente la giunta saonarese ha chiare cose che a noi invece sfuggono. Sull’offesa alla sensibilità delle persone si potrebbe invece discutere evidenziando che la stessa idea di tutelare in modo particolare il sentimento religioso, qualunque cosa si voglia intendere con tale espressione, è offensiva per chi ritiene che nessuno debba ricevere tutele derivanti da speciali privilegi.

A tal proposito si ricorda che attualmente in Italia non esiste solo l’illecito della bestemmia, originalmente limitato alla religione di stato e in seguito reso più generico verso “la divinità”, ma è tutt’oggi vigente il reato di offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone e cose, anch’esso ridimensionato in senso più generale rispetto alla precedente formulazione favorevole al solo cattolicesimo ma, soprattutto, punito con sanzioni ben più onerose della semplice bestemmia, compresa quella ad ammenda aumentata introdotta a Saonara. Va molto peggio in varie, troppe parti del mondo, come evidenziato dal rapporto sulla libertà di pensiero redatto da Humanists International sui cui dati si basano le campagne End Blasphemy Laws e Protect Humanists At Risk. Perché le restrittive norme anti-blasfemia e anti-apostasia possono costare veramente caro, altrove.

Il sindaco Stefan ha anche dichiarato: «Al di là degli aspetti religiosi è un fatto culturale e riguarda ogni divinità. Vale per Allah, Buddha o Maometto. Non è questione di fare la morale». Invece la questione è proprio fare la morale. La delibera della giunta saonarese fa la morale, il Codice penale italiano pure. Sono legislazioni da Stato etico, che non sono paragonabili a quelle saudite o iraniane per quanto concerne la gravità delle pene ma lo sono certamente sul piano del principio. Con la differenza che quegli stati mediorientali si definiscono islamici; l’Italia no, non si definisce più cattolica o religiosa da tempo e tantomeno può farlo Saonara, quindi non è sostenibile il principio del “fatto culturale” sostenuto da Stefan. Non esiste nessuna cultura religiosa che possa essere scissa dalla religione o prescinderne in alcun modo; esiste invece una cultura laica che mal si concilia con l’iniziativa in questione. Che a sua volta pare non conciliarsi molto bene nemmeno con il sentire comune, di solito usato come pretesto per avvalorare il “principio culturale”, visto che c’è perfino chi propone eventi di protestaclamorosa.

E comunque, Allah è una divinità che peraltro coincide esattamente con il dio dei cristiani, Buddha e Maometto invece non sono affatto divinità e non sono tutelati nemmeno dalla legge nazionale sulla bestemmia, che infatti non si applica ad esempio a frasi contro la Madonna. Il Prodigioso spaghetto volante invece tecnicamente lo sarebbe, sebbene gli stessi pastafariani esortino a bestemmiarlo. Qualcuno spieghi bene a Stefan il concetto di divinità; visto che intende tutelarle, sarebbe bene che almeno avesse chiaro cosa sono.





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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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