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Come funziona un reparto di terapia intensiva

I reparti di terapia intensiva sono diversi dagli altri: l’estrema fragilità dei pazienti richiede un enorme sforzo organizzativo, strumentale e del personale, specialmente nel caso di una patologia straordinariamente contagiosa come COVID-19. Alcuni operatori di piccoli ospedali italiani ci hanno raccontato i problemi che devono affrontare ogni giorno

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“La vera cura dei pazienti COVID-19 in terapia intensiva è la ventilazione: il nostro lavoro è tenerli in vita affinché possano, quando possono, guarire da soli. Al momento l’unico farmaco che dà risultati è il cortisone, a cui si aggiunge l’eparina a basso peso molecolare per evitare embolie e trombosi.” Sono le parole di Maria Luisa Radice, responsabile di struttura di un piccolo ospedale di Genova, che in queste settimane si ritrova a dover riconvertire la propria terapia intensiva di 7-8 posti – perché questi sono i posti letto di una terapia intensiva di un piccolo ospedale – in reparto COVID, spostando i pazienti non COVID-19 in altre strutture.

È importante valutare la dimensione di un ospedale: abituati a sentir parlare dei grandi centri delle metropoli, fatichiamo a inquadrare l’impatto di questa pandemia sul resto del territorio.

A inizio novembre, contiamo oltre 2000 pazienti COVID-19 in terapia intensiva, l’equivalente di 200 reparti di un ospedale medio solo per pazienti positivi a COVID-19. Da più parti si levano le voci di chi sostiene che l’impatto del nuovo coronavirus sia irrisorio. Non è così: i flussi in terapia intensiva sono stati enormi, la mortalità complessiva in questi reparti è aumentata – almeno stando alle testimonianze dei nostri intervistati – e di fatto si tratta di polmoniti sempre gravissime.

In questa e nelle altre immagini, alcuni scorci del reparto di terapia intensiva e rianimazione del piccolo ospedale di Oglio Po durante la prima ondata della pandemia (© Nicola Marfisi/AGF)

La pressione sui piccoli ospedali

“La polmonite da patologia COVID correlata è molto più grave di una polmonite ‘normale’: i danni polmonari sono maggiori e soprattutto è maggiore la prevalenza di trombosi in conseguenza della malattia. Cose che io in vent’anni di lavoro non ho mai visto”, spiega Sebastiano Petracca, primario del COVID Hospital di Casalpalocco (30 posti di terapia intensiva più 19 ulteriori divisi in due sedi). “Nelle polmoniti che normalmente arrivavano in terapia intensiva il 50 per cento dei pazienti poteva superare la fase acuta con una ventilazione non invasiva, cioè con casco respiratorio e maschera full face, mentre quasi nessuno dei pazienti COVID-19 ce la fa in questo modo. Dobbiamo intubarli quasi tutti”.Il punto è che mantenere in vita un paziente che arriva in terapia intensiva – COVID-19 o meno – richiede risorse enormi rispetto a un reparto non intensivo, sia in termini di personale che di competenza nella gestione della fragilità. Un solo paziente COVID-19 sbilancia completamente un equilibrio delicatissimo.

Tenere in vita un paziente che altrimenti morirebbe in pochissimo tempo, è davvero molto complicato.Una rianimazione non è un reparto tradizionale, come siamo abituati a immaginarlo: con una trentina di posti letto almeno, compagni di stanza, personale sanitario che arriva all’occorrenza, sala TV e sedie di plastica in corridoio per chiacchierare con gli amici. La terapia intensiva è un luogo di cura per persone con grave insufficienza di uno o più organi dove è compromessa la funzionalità vitale, e che richiedono monitoraggio continuo, cateteri e strumenti invasivi, talvolta organi artificiali.

Alcuni pazienti sono svegli (si cerca di tenerli svegli il più possibile), ma la maggior parte è sedata, per esempio chi ha subito un intervento di neurochirurgia o un trauma oppure  dopo un incidente. Tutti gli intubati, che siano o meno sedati, sono attaccati a un respiratore, non solo i pazienti COVID-19. Tutti hanno un catetere vescicale, perché il paziente in terapia intensiva non può alzarsi dal letto, non può lavarsi né andare ai servizi.

Un incastro perfetto

Lavorare lì dentro significa realizzare un incastro perfetto di gesti, sguardi, cenni, senza perdere un dettaglio, senza sbagliare. Ce lo racconta molto bene un’infermiera di un ospedale universitario del nord est, con 13 anni di esperienza di lavoro in terapia intensiva alle spalle. L’ospedale universitario in questione, non fra i più piccoli, ha tre terapie intensive: una con 12 posti letto, e due da 8 posti ciascuna.

“I pazienti sono monitorati in continuo dagli infermieri tramite i monitor che mostrano i parametri vitali. Controlliamo costantemente frequenza cardiaca, pressione sistolica e diastolica media, pressione venosa centrale, valori legati alla respirazione, diuresi, pressione arteria polmonare, pressione intracranica e gettata cardiaca se il paziente ha problemi al cuore.”

Infine, oltre alla ventilazione, ai cateteri, e all’eventuale nutrizione parenterale cioè fatta in vena, ci sono i farmaci, che sono infusi nel paziente con pompe attaccate a cateteri venosi composti da più “lumi”, che normalmente permettono di somministrare da due a più farmaci ciascuno.

© Nicola Marfisi/AG

 

L’importanza dei dettagli

“I farmaci vanno calibrati con un’attenzione certosina. Un paziente non fra i più gravi ha almeno tre farmaci in infusione, mentre uno fragilissimo può averne anche 20 diversi distribuiti su più lumi”, spiega l’infermiera. “Una volta mi è capitato un paziente con 24 farmaci e 8 lumi. Abbiamo fatto un disegno appeso alla parete per non sbagliare neanche un minimo gesto.”

È fondamentale sapere se i farmaci che servono possono essere infusi insieme, se sono compatibili, in che dosaggio e con quale velocità, cioè quali sono i volumi di spinta tramite la pompa, affinché l’afflusso dell’uno non danneggi l’apporto dell’altro, trattandosi spesso di farmaci fondamentali per il mantenimento delle funzioni vitali. Più volte al giorno ai pazienti viene prelevato e analizzato il sangue, e vengono fatte medicazioni dalle più semplici alle più complesse.

Poi c’è il resto: le cosiddette “cure fondamentali” dell’infermiere, che richiedono molto tempo. Sì, perché in un reparto ad alta fragilità, l’igiene personale del paziente la deve eseguire l’infermiere, con l’ausilio del medico e degli operatori sociosanitari, per evitare rischi gravi; solitamente si procede al mattino, mentre si controlla tutto quanto appena detto.

Da due a cinque operatori

“Ruotare un paziente così fragile, attaccato a molte macchine, è rischioso, richiede almeno due-tre persone (la pronazione, cioè mettere una persona a pancia in giù, addirittura cinque operatori), specie se il paziente è sedato o curarizzato, cioè paralizzato. “Sta a noi evitare distorsioni, problemi alla colonna vertebrale, ai muscoli, ai tendini, alle articolazioni, e la maggior parte dei pazienti in terapia intensiva è in sovrappeso”, continua Radice.

Un altro aspetto importantissimo e peculiare delle terapie intensive è legato agli spostamenti, per esempio per eseguire una TAC o una risonanza magnetica. Il paziente va staccato dalle macchine e attaccato a macchinari sostitutivi portatili e ricalibrato, per poi lasciare la terapia intensiva con almeno un medico e un infermiere.

Ciò significa che il turno rimane momentaneamente con meno personale per gestire le emergenze, che possono verificarsi sempre. Un turno tipo di una terapia intensiva con 12 posti letto, prevede 1 o 2 medici (2 al mattino) e 6-7 infermieri (7 al mattino, 6 nel pomeriggio e durante la notte). Numericamente le terapie intensive sono programmate affinché ogni infermiere gestisca due pazienti o al massimo tre e tendenzialmente ognuno ha i propri pazienti, anche se deve essere consapevole delle condizioni cliniche degli altri, per intervenire in modo corretto in caso di emergenza.

Già prima di COVID-19, i reparti erano quasi pieni, fra urgenze da pronto soccorso – per esempio per incidenti stradali – aggravamenti da reparto e persone che hanno subito un delicato intervento chirurgico per cui si pianifica un ricovero in terapia intensiva per eventuali complicazioni. “Non eravamo in difficoltà – spiega Petracca – ma certo, lavoravamo già a pieno regime. COVID-19 ha cambiato tutto. Trattandosi di una malattia tremendamente contagiosa, in un luogo a fragilità così elevata, i pazienti COVID-19 vanno isolati, e questo significa una gestione del lavoro davvero molto pesante.”

© Nicola Marfisi/AGF

La carenza di personale

In questo contesto, un medico o un infermiere malato sono un problema enorme. Per questo articolo avevamo interpellato anche una struttura siciliana, che ci ha gentilmente risposto che il carico di lavoro sul personale è così ingente che hanno deciso di sospendere le interviste.“Da noi in terapia intensiva. COVID-19 il peso lo ha avuto: durante la prima ondata il tasso di mortalità complessivo che ho rilevato nel mio reparto è stato significativamente maggiore rispetto alla mortalità media”, racconta ancora Radice. Anche Petracca conferma: “Direi che in questi mesi in terapia intensiva abbiamo avuto una mortalità almeno doppia rispetto al solito. Non abbiamo mai avuto questi numeri”.

Questo nonostante misure di protezione mai viste in precedenza. “Di solito mettevamo le mascherine chirurgiche solo nel momento in cui trattavamo il paziente, mentre oggi indossiamo la tuta, i guanti, il casco, da tenere anche 6-7 ore di fila. Sudiamo, non respiriamo bene, ed è facile che non vediamo bene.”

E intanto il personale manca, e non è colpa solo di COVID-19: in Italia non ci sono abbastanza medici anestesisti disponibili. Nel corso degli anni il numero chiuso alla specialità ne ha prodotti pochi, e quei pochi un lavoro già ce l’hanno, qui o all’estero. Mentre racconta la situazione in cui si trova il suo ospedale, una delle persone intervistate chiede a chi scrive se conosce qualche anestesista disponibile. Un’altra conferma di aver assunto specializzandi al terzo anno (su cinque totali) “bravi sulla carta, ma certo non pronti per essere lasciati soli per un turno”.

La rianimazione è l’estrema cura dei dettagli, ma non possiamo curare i dettagli solo aumentando i posti letto e le ventilazioni, se manca personale specializzato e con esperienza in un luogo di tale fragilità. E serve personale anche per parlare con le persone. “Dentro le rianimazioni c’è uno spazio infinito per l’umanità – conclude l’infermiera – in epoca non COVID i parenti sono sempre presenti e sta agli operatori rassicurare i pazienti, incoraggiarli e accompagnarli nel loro percorso di cura, a partire dalla sveglia dopo la sedazione, aiutandoli a non confondersi.” Oggi invece in questa difficile situazione i malati sono soli, così come sono soli i parenti a casa.


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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Stiamo davvero usando la sesta dose del vaccino Pfizer?

I dati comunicati dal commissario Domenico Arcuri non permettono di stabilire quanto le regioni stiano utilizzando anche la sesta dose di ciascuna fiala

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Le regioni italiane stanno effettivamente sfruttando la sesta dose del vaccino prodotto da Pfizer e BioNTech? Una domanda di una discreta importanza a poche settimane dall’avvio della campagna vaccinale e nel pieno delle polemiche relative alle forniture della multinazionale del farmaco, con tanto di minacce di causa da parte governo italiano. Il problema è che la risposta è che non lo sappiamo. E non lo sappiamo perché mancano i dati che possano aiutarci a capirlo.

La scorsa settimana il commissario Domenico Arcuri   ha reso note delle modifiche rispetto alle consegne delle fiale di vaccino. Dati che Wired ha utilizzato per calcolare quanto sarebbero state penalizzate, in percentuale, le regioni e le province autonome. Questo il risultato.

 


Le regioni in verde più scuro sono quelle che non hanno subito riduzioni nelle consegne. A mano a mano che il colore vira verso il rosso, invece, cresce la percentuale di dosi non consegnate. I dati sono stati pubblicati lo scorsi 17 gennaio.

Al netto della riduzione temporanea della consegna delle fiale (in parte compensate dall’uso di 6 dosi invece di per ogni fiala), questo è l’unico dato che potrebbe consentire di capire se effettivamente si stia iniettando anche la sesta dose per ciascuna fiala. Potrebbe nel senso che basterebbe dividere il numero di dosi iniettate, disponibile in formato aperto, per le fiale consegnate e si saprebbe quante dosi vengono ricavate da una fiala.

Ancora, negli open data relativi ai vaccini si parla di dosi consegnate (ed iniettate) e non di fiale. E poiché qui è in discussione il numero di dose per fiala, questa circostanza che non permette di effettuare un raffronto e capire se effettivamente venga somministrata anche la sesta dose.

Certo, si potrebbe costruire almeno una stima prendendo in considerazione le siringhe. Sì, perché per riuscire a estrarre la sesta dose dalle fiale occorre impiegare le siringhe per dosaggio di precisione. Sapere in quali centri vaccinali sono state consegnate e in quali no permetterebbe di stimare quante fiale vengono spremute fino a ottenere sei dosi. Ma questo non è un dato che sia messo a disposizione del pubblico.

Che in alcune zone sia effettivamente avvenuto lo si può sapere calcolando la percentuale di dosi somministrate rispetto a quelle consegnate (visibile anche nella dashboard governativa). In alcuni casi questa percentuale, per esempio il 24 gennaio a Bolzano, ha superato il 100%. Questo errore immaginiamo sia dovuto al fatto che da alcune fiale siano state ricavate sei dosi e quindi risultino in eccedenza rispetto alle cinque previste inizialmente.

Insomma, con i dati che si hanno a disposizione non è possibile capire se l’Italia stia sfruttando al massimo la fornitura del vaccino di Pfizer/BioNTech. Una maggiore informazione su questi aspetti consentirebbe di misurare ancora meglio l’efficacia della campagna vaccinale messa in campo dal governo e dal commissario Arcuri, all’insegna di una ulteriore trasparenza.


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C’è qualcosa che non funziona nei dati italiani sui tamponi

Il tasso di positività comunicato dal governo ha due problemi: conta due volte alcuni casi testati e tiene conto dei tamponi di verifica. Per questo è così basso

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Chiunque segua il bollettino quotidiano della Protezione civile se ne sarà accorto: da qualche giorno il tasso di positività dei tamponi in Italia sembra essersi ridotto. Fino a giovedì scorso, il rapporto tra il numero di tamponi positivi sul totale dei tamponi eseguiti era intorno al 10%, da una settimana a questa parte è sceso intorno al 5%. Il problema è che questa contrazione è solo matematica. E non trova riscontri nella realtà, che è complicata non solo dal modo in cui viene calcolato e comunicato il tasso, ma anche dall’introduzione dei tamponi rapidi nei numeri e dalle diverse strategie di utilizzo di questi test da parte delle regioni.

Premessa: misurare il tasso di positività è importante perché, incrociandolo con il numero dei tamponi eseguiti, permette di capire come stia evolvendo la gestione della pandemia. Un alto tasso di positività e un basso numero di tamponi, per esempio, sono indice di un’epidemia in espansione e di un sistema di tracciamento saltato. Al contrario, un alto numero di tamponi e un tasso di positività non elevato indicano contagi in contrazione e tracciamento efficace. Che è esattamente la situazione che emerge osservando i numeri italiani.

Il problema, però, è che una parte del numero dei tamponi racconta una storia più complessa di una semplice cifra. Per alcuni positivi, infatti, si conteggiano due tamponi: un primo tampone rapido e un secondo molecolare di conferma. Questi vengono contati come due tamponi distinti anche quando riguardano la stessa persona e rientrano entrambi nel denominatore del tasso di positività (che, ricordiamolo, viene calcolato come rapporto tra positivi e numero totale dei tamponi).

In questo modo, usando semplice matematica, con l’aumento del denominatore, il tasso scende. Per provare a spiegare meglio la questione, Wired ha visualizzato i dati delle ultime due settimane in questa infografica:

Per comodità ecco come vengono calcolati i diversi tassi di positività:
– tasso comunicato (in verde): rapporto tra numero di positivi e tamponi totali (compresi i controlli);
– tasso primi tamponi (in rosso): rapporto tra numero di positivi e primi tamponi totali (casi testati);
– tasso tamponi molecolari (in blu): rapporto tra numero di positivi al tampone molecolare e totale tamponi molecolari;
– tasso tamponi rapidi (in azzurro): rapporto tra numero di positivi al tampone rapido antigenico e totale tamponi rapidi antigenici.

Osservando il grafico, si nota uno scalino tra il 14 ed il 15 gennaio. Un cambiamento che coincide con l’introduzione, nell’insieme dei dati, dei numeri relativi ai tamponi antigenici, prima non presenti. (Questi dati compaiono solo dal 16 gennaio perché nel dataset della Protezione civile ci sono solo i totali. E quindi per conoscere i tamponi e i positivi registrati nella data t occorre sottrarre al valore della data t quello della data t-1).

Per tornare alla visualizzazione, i due tipi di tampone sono rappresentati dai punti in blu e in azzurro. I punti verdi, essendo calcolati a partire dalla somma di molecolari e antigenici rapidi, si trovano correttamente nel mezzo tra i due. Le dimensioni dei punti, invece, rappresentano il numero dei tamponi eseguiti.

Come si vede, tra il 14 ed il 15 gennaio si registra un importante incremento. Cliccando sui punti, un popup mostra i dati: sono stati 160mila giovedì scorso per poi salire a 273mila il giorno successivo. In altre parole, è cresciuto il denominatore, quasi del 75%. Al contempo, il numero dei nuovi positivi (ovvero le persone che hanno scoperto di aver contratto il Sars-CoV-2) è rimasto sostanzialmente invariato: dai 17mila del 14 gennaio si è passati ai 16mila del 15 gennaio.

Il punto è che i test antigenici rapidi hanno fatto salire il numero dei tamponi eseguiti, ma non hanno contribuito in egual misura a far crescere quello dei positivi. A questo si aggiunge anche un altro fattore confondente, che riguarda le politiche regionali su come vengono conteggiati e considerati i tamponi rapidi.

Per spiegare meglio la situazione, prendiamo i dati di due regioni alla data di ieri: il Veneto comunicava 137mila tamponi rapidi eseguiti e 0 positivi, la Sicilia 116mila tamponi e 0 positivi.

Per capire come sia possibile, Wired ha contattato l’assessorato alla Salute siciliano. La risposta è stata che è in corso una campagna di screening tra insegnanti e genitori degli studenti delle scuole secondarie, legata al rientro in classe, che spiega l’alto numero di tamponi rapidi (103mila nell’ultima settimana).

Gli 0 positivi, invece, sono dovuti al fatto che quando una persona risulta positiva al tampone rapido, di default in Sicilia viene sottoposta a un tampone molecolare di conferma. Una procedura che, nel dataset, si traduce nel conteggio di due tamponi per ogni positivo individuato con questa modalità. Il risultato è che il tasso di positività si riduce, ma è una riduzione tutta matematica.

Che succede, invece, in quelle regioni che comunicano un numero di persone positive ai tamponi antigenici maggiore di 0Wired lo ha chiesto all’assessorato alla Sanità del Piemonte, che a ieri ha comunicato 62mila test rapidi eseguiti e 619 positivi. Qui la scelta è quella, in presenza di un positivo a un tampone rapido, di valutare il link epidemiologico, facendo quindi affidamento al contact tracing.

Per fare un esempio: una persona convivente di un positivo al tampone molecolare che risulti positiva a un antigenico rapido viene considerata come un caso positivo confermato, senza bisogno di ulteriori test. Lo prevede, del resto, la nota tecnica redatta dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità.

Siamo insomma di fronte a procedure diverse adottate dalle singole regioni e province autonome. Tutte legittime, sia chiaro. Il problema è che questa mancanza di uniformità toglie significato ai tassi di positività calcolati considerando anche i tamponi antigenici nel totale dei tamponi eseguiti.

Proprio per questo, ma anche per evitare di prendere in considerazione i tamponi su persone positive per testarne la negativizzazione (i cosiddetti tamponi di controllo), Wired calcola il tasso di positività mettendo in rapporto i nuovi positivi con i casi testati, ovvero con il numero di persone sottoposte per la prima volta a tampone.

Il risultato è rappresentato dai punti rossi sul grafico. In questo caso vediamo una tendenza del tasso di positività ad abbassarsi, edulcorata dal fatto che il numero di tamponi oscilla tra i 42mila tamponi dell’11 gennaio e i 92mila del 20 gennaio. Mentre quello dei nuovi positivi si muove tra gli 8mila del 18 gennaio e i poco meno di 20mila del 9 gennaio.

Calcolato in questo modo, il tasso di positività ieri era pari al 14,71%. Come a dire che ogni sette persone testate una era positiva. Un’incidenza ben più alta del 4,85% comunicato dalle istituzioni e ripreso da tutti i media, che però presenta tutti questi limiti. Ed ha quindi poco significato.


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I colori delle regioni: dall’11 gennaio Lombardia in zona arancione con Veneto, Emilia

L’ordinanza di oggi del ministero della Salute: nessuna regione in zona rossa. L’Istituto superiore di sanità: «Nuovo rapido aumento del numero di casi nelle prossime settimane» se non vengono implementate «rigorose misure di mitigazione»

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Lombardia,Veneto, Emilia-Romagna, Calabria e Sicilia andranno, da lunedì 11 gennaio, in zona arancione.

Le altre regioni dovrebbero rimanere in zona gialla.

Non ci saranno invece regioni in zona rossa.

I dati che emergono dal monitoraggio dell’Istituto superiore di Sanità hanno portato alla decisione del governo, ufficializzata da un’ordinanza del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza.

Qui trovate le regole per le regioni che entreranno lunedì in zona rossaqui quelle per le regioni in zona arancionequi quelle per le regioni in zona giallaQui l’autocertificazione che tornerà necessaria per spostarsi, in alcune occasioni.

Nel monitoraggio si spiega come la situazione epidemiologica nel Paese sia «in peggioramento» e che l’incidenza a 14 giorni «torna a crescere dopo alcune settimane», mentre «aumenta anche l’impatto della pandemia sui servizi assistenziali». L’indice Rt nazionale, sempre secondo il monitoraggio, «è in aumento per la quarta settimana consecutiva e, per la prima volta dopo sei settimane», sopra quota 1.

L’indice Rt nelle Regioni

Le tre Regioni con l’Rt puntuale significativamente superiore a 1 sono Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia; altre 6 lo superano nel valore medio (Liguria, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta), altre 4 hanno un valore uguale (Puglia) o che lo sfiora (Lazio, Piemonte, Veneto). Il Veneto «mostra un tasso di incidenza particolarmente elevato, rispetto al contesto nazionale».

Secondo il monitoraggio, l’epidemia si trova ora «in una fase delicata che sembra preludere ad un nuovo rapido aumento nel numero di casi nelle prossime settimane, qualora non venissero definite ed implementate rigorosamente misure di mitigazione più stringenti».

Ecco l’indice Rt nelle diverse Regioni:
Abruzzo: 0,9 (intervallo: 0.83-0.97)
Basilicata:0.83 (intervallo: 0.67-1)
Calabria: 1.14 (intervallo: 1.04- 1.24)
Campania: 0.83 (intervallo: 0.76- 0.89)
Emilia-Romagna: 1.05 (intervallo: 1.03-1.08)
Friuli Venezia Giulia: 0.91 (intervallo: 0.89-0.95)
Lazio: 0.98 (intervallo: 0.94- 1.02)
Liguria: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.08)
Lombardia: 1.27 (intervallo: 1.24- 1.3)
Marche: 0.93 (intervallo: 0.82- 1.05)
Molise: 1.27 (intervallo: 0.96- 1.63)
Piemonte: 0.95 (intervallo: 0.92- 0.99)
Provincia autonoma di Bolzano: 0.81 (intervallo: 0.75- 0.89)
Provincia autonoma di Trento: 0.85 (intervallo: 0.79- 0.91)
Puglia: 1 (intervallo: 0.96- 1.03)
Sardegna: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.09)
Sicilia: 1.04 (intervallo: 0.99- 1.08)
Toscana: 0.9 (intervallo: 0.87- 0.95)
Umbria: 1.01 (intervallo: 0.95- 1.08)
Valle d’Aosta: 1.07 (intervallo: 0.87- 1.27)
Veneto: 0.97 (intervallo: 0.96- 0.98)

Aumenta il rischio di una epidemia «non controllata»

Nel monitoraggio si riconosce anche che l’attuale incidenza, su tutto il territorio nazionale, è ancora lontana da livelli che permetterebbero il completo ripristino di un sistema di tracciamento efficace: «Il servizio sanitario», si legge, «ha mostrato i primi segni di criticità quando il valore a livello nazionale ha superato i 50 casi per 100.000 in sette giorni». L’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 giorni, si legge nel monitoraggio, è di 313,28 per 100.000 abitanti, con un picco in Veneto (927,36 per 100.000 abitanti negli ultimi 14 giorni). Per questo il monitoraggio parla di un «aumento complessivo del rischio di una epidemia non controllata e non gestibile».


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positive review  Da seguire !! Un analisi lucida e assolutamente razionale sui fatti scomodi alla chiesa che come sempre i media non hanno il coraggio di divulgare .

Fabio Gabardi Avatar Fabio Gabardi
3 January 2018

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