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Medicina

Come si sviluppa un’epidemia

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l morbillo è una delle principali cause di morte infantile, nonostante sia disponibile un vaccino, e nel solo 2013 è stato responsabile di 145.700 decessi nel mondo. Uno ogni 4 minuti, se il numero precedente non fa abbastanza effetto. Circa il 30% dei casi di morbillo può sviluppare una o più complicanze, con una maggiore frequenza nei bambini con meno di 5 anni o nei soggetti con più di 20 anni. (fonte e fonte). Prima della diffusione del vaccino a livello mondiale, si contavano (nel 2000) 548.000 decessi l’anno (soprattutto bambini sotto i 5 anni). Il virus si contagia per via aerea e una persona non protetta dal vaccino a contatto di un contagiato ha il 90% di probabilità di contagiarsi a sua volta (fonte). In pratica vuol dire che il contagio è quasi certo.

Nel 2002 si è verificata in Italia una vasta epidemia di morbillo, con una stima di oltre 40.000 bambini malati, più di 600 ricoverati in ospedale, 15 encefaliti e 6 decessi. Altre complicanze tipiche che si sono verificate hanno riguardato l’occhio o il canale uditivo, fino a seri problemi alla vista o all’udito. Successivamente, nel 2003, l’impegno del primo “Piano di eliminazione del morbillo” ha permesso di registrare nel 2005 il minimo storico di incidenza del morbillo ma, nonostante questo, continuano ad esistere un gran numero di individui suscettibili all’infezione a causa della copertura della vaccinazione che non supera il 90-95% in alcune fasce di età. Un dato importante è che la quasi totalità dei casi di morbillo registrati in Italia riguardava persone che non erano state mai vaccinate o lo avevano fatto in modo inapropriato, ad esempio senza eseguire il richiamo. L’efficacia della vaccinazione con due dosi correttamente somministrate è infatti del 98 – 99% (fonte).
A parte la storia del vaccino anti morbillo che causerebbe l’autismo, storia completamente inventata e originata da una truffa ordita proprio dal medico che affermava di aver effettuato la scoperta (vedi qui), gli oppositori delle vaccinazioni tipicamente affermano che la loro scelta di non vaccinarsi è solo loro, e non riguarda il resto della popolazione. Sono affari loro, insomma, è una loro scelta, e le eventuali conseguenze, essi affermano, non si capisce come possano ricadere sulla comunità. Una frase tipica è: “se uno è vaccinato, perché dovrebbe preoccuparsi se c’è gente che decide di non farlo?”

Vediamo di capire perché questa affermazione è una solenne sciocchezza. Perché il problema è che gli oppositori delle vacinazioni, nonostante parlino apparentemente con grande competenza dell’argomento, non hanno compreso affatto un punto fondamentale, e cioè a cosa servono realmente le vaccinazioni.

Prenderemo come esempio il caso del morbillo, ma il discorso è ovviamente del tutto generalizzabile. Un primo aspetto da tenere in considerazione è che una certa percentuale della popolazione, per motivi particolari di salute, non può vaccinarsi. Magari vorrebbe, ma non puo’. Inoltre la vaccinazione contro il morbillo avviene tra gli 1 e i 5 anni di età (a 1 anno la prima dose e a 5 il richiamo), e tutti i bambini al di sotto di quell’età non sono comunque vaccinati, e quindi suscettibili di contagio.

Teniamo questo in mente per il momento, e vediamo quali sono i fattori che determinano lo sviluppo di un’epidemia. Esistono dei modelli matematici che riescono a riprodurre molto bene le dinamiche delle epidemie, e che vengono utilizzati per simulare le eventuali situazioni che possono presentarsi al variare delle condizioni al contorno.

Supponiamo di avere una popolazione di individui sani. All’interno di questi una certa frazione è vaccinata, e quindi sostanzialmente immune da contagio. La restante frazione è quindi suscettibile di contrarre la malattia. Tanto minore è la frazione di vaccinati, tanto maggiore è quella dei suscettibili di contagio, naturalmente.  Supponiamo che ad un certo punto uno o più individui infetti entrino a far parte di questa comunità. Essi potranno quindi entrare in contatto e eventualmente contagiare soltanto coloro che non sono vaccinati, ovvero i suscettibili di contagio.

Il numero di contagiati nel tempo dipende sostanzialmente dalle seguenti quantità:

  • La facilità con cui si contrae l’infezione in presenza di un individuo infetto
  • La facilità con cui si può entrare in contatto con un portatore della malattia.
  • Il tempo in cui si rimane contagiosi dopo aver contratto la malattia.

Abbiamo visto che nel caso del morbillo la facilità di contrarre l’infezione è molto alta. Se un individuo sano ma suscettibile di contagio (non vaccinato o che non abbia già sviluppato gli anticorpi in seguito alla guarigione dalla malattia) entra in contatto con un portatore dell’infezione, nel 90% dei casi egli si ammala.

Il punto cruciale che determina lo sviluppo di una epidemia è la probabilità con cui un individuo sano ma suscettibile di contrarre la malattia può entrare in contatto con un malato.

Infatti se il numero di individui suscettibili di contagio è in percentuale sufficiantemente basso, sarà anche difficile che un portatore della malattia incontri qualcuno da poter contagiare. E siccome il malato smette di essere contagioso dopo qualche giorno (grosso modo una decina, nel caso del morbillo), l’epidemia si smorza da sola.  Se ad esempio un qualunque individuo infetto incontra un non vaccinato mediamente ogni 20 giorni, e lui rimane infetto in media soltanto 10 giorni, vuol dire che guarisce prima di diffondere la malattia. Il risultato è che l’epidemia non si diffonde.

Se invece il numero di individui suscettibili di essere contagiati è elevato, la probabilità per un malato di incontrare un individuo contagiabile nel periodo in cui egli stesso è contagioso diventa grande. E quindi egli passerà con facilità la malattia ad altri prima di guarire, e questi altri lo faranno con altri ancora, e così via. Se ad esempio un malato resta infetto mediamente 10 giorni, e nel luogo in cui vive entra casualmente in contatto con un non vaccinato mediamente ogni 2 giorni (perché i non vaccinati non sono sufficientemente rari) nel periodo in cui resta contagioso egli diffondera’ la malattia mediamente a 5 individui, ognuno dei quali a loro volta la diffonderà ad altri 5, etc, etc, con progressione geometrica.

In questo modo l’epidemia prolifera esponenzialmente e non si smorza finché il numero di ammalati che guariscono (e quindi acquisiscono immunità) diventa sufficientemente alto tanto da abbassare in modo significativo la probabilità per un nuovo malato di incontrare qualcun altro da contagiare prima della sua guarigione.

E’ evidente quindi che se chi decide di non vaccinarsi al giorno d’oggi non rischia comunque più di tanto di contrarre la malattia nel caso di un focolaio di epidemia, è perché la stragrande maggioranza degli altri cittadini è vaccinata!Questo fa sì che la sua probabilità di incontrare un individuo contagioso è sufficientemente bassa. E’ quindi l’immunità di gruppo che protegge i singoli non vaccinati!

Quindi quelli che sputano sopra i vaccini rifiutandone l’utilizzo in realtà possono permettersi di farlo perché la quasi totalità degli altri cittadini, più responsabilmente, ha deciso invece di vaccinarsi. Quello che li protegge da un eventuale contagio è il fatto di essere in pochi ad aver fatto quella scelta, e quindi di avere scarsa probabilità di entrare in contatto con un eventuale malato. L’alta percentuale di vaccinati quindi protegge non solo se stessa, ma anche quelli che, per scelta o per obbligo, non possono vaccinarsi. Ed ecco che emerge chiaro il punto fondamentale, assolutamente non capito dagli antivaccinisti: il motivo principale per cui ci si vaccina in massa non è quello di proteggere se stessi, ma quello di sopprimere la diffusione della malattia.

La situazione sarebbe infatti drasticamente diversa se il numero di non vaccinati, e quindi suscettibili di contrarre il contagio, aumentasse a causa di un calo delle vaccinazioni. E l’effetto di un eventale calo percentualer delle vaccinazioni non è graduale, come ingenuamente si potrebbe pensare. Esiste una specie di valore critico sulla frazione dei non vaccinati, che dipende molto dalla densità della popolazione, oltre il quale, in presenza di un focolaio, il contagio dilaga inarrestabile. Questo avviene sostanzialmente quando, nel tempo in cui si resta infetti, diventa elevata la probabilità di incontrare un non vaccinato a cui trasferire la malattia. E se la frazione dei non vaccinati supera un certo tot (tipicamente il 10% dalle nostre parti) la diffusione del contagio diventa improvvisamente molto facilitata.

E a quel punto a rimetterci sarebbero non solo gli antivaccinisti, ma anche tutti quelli che, per motivi di salute o di troppo giovane età, non possono sottoporsi alla vaccinazione e la cui salute, proprio per questo motivo, in caso di contagio sarebbe messa a repentaglio molto più che in un adulto sano.

Il problema può inoltre sorgere se il numero di non vaccinati, sebbene basso in media, sia elevato localmente, cioè ci si trovi in presenza di una comunità in cui, per motivi i più disparati, ha attecchito la convinzione che vaccinarsi è inutile. Questo è il motivo per cui le recenti epidemie sono avvenute in zone geografiche particolari, guarda caso tutte con una frazione di non vaccinati significativamente sopra il valore critico (fonte e fonte).

La conclusione quindi è che vaccinarsi non è una scelta soltanto personale, come portare i capelli lunghi o corti, o farsi o meno un tatuaggio.Vaccinarsi è innanzitutto un dovere verso gli altri: è un obbligo sociale. La vaccinazione infatti non solo protegge se stessi, ma protegge innanzitutto tutti coloro che non possono vaccinarsi. E già per questo motivo essi rappresentano una categoria più esposta e debole dal punto di vista della salute.  Non farlo affermando che è una scelta personale che non deve preoccupare gli altri è da irresponsabili, oltre che da incompetenti.

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Medicina

Tumori: scoperto meccanismo per il controllo della proliferazione cellulare

Ricercatori padovani dimostrano come il metabolismo controlli la via mediata dalla molecola Wnt nella crescita tumorale

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Agf/Science Photo Library
Si può agire sulla proliferazione delle cellule tumorali andando a modificare il metabolismo mitocondriale. Questo quanto emerge dallo studio di ricercatori dell’Università di Padova Impaired mitochondrial ATP production downregulates Wnt signaling via ER stress induction pubblicato sulla prestigiosa rivista «Cell Reports».

All’interno di tutte le cellule del nostro organismo ci sono degli organelli, i mitocondri, che hanno il compito di produrre una molecola che fornisce energia alle cellule stesse: l’ATP, utilizzata per le attività cellulari. Tra queste, ce n’è una particolarmente importante, la via di segnalazione mediata dalla molecola chiamata “Wnt”, regolata dallo stesso ATP.

Questa via di segnalazione mediata da Wnt costituisce di fatto una serie di reazioni che risultano essere implicate, tra l’altro, nella proliferazione cellulare che svolge un ruolo importante sia nello sviluppo embrionale sia nella formazione dei tumori.

«In questo lavoro abbiamo dimostrato che riducendo la produzione dell’ATP a livello mitocondriale – spiega il Prof. Luigi Leanza, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e coordinatore della ricerca che è stata svolta in collaborazione con altri gruppi dell’ateneo patavino, senza causare problemi alla vitalità delle cellule, è possibile attenuare notevolmente la via mediata da Wnt sia in vitro su linee cellulari tumorali, come ad esempio quelle di adenocarcinoma del colon, sia in vivo in modelli di Zebrafish. In questo modo abbiamo osservato che modulando il metabolismo mitocondriale è possibile ridurre la via mediata da Wnt e quindi potenzialmente la crescita tumorale, dando una nuova prospettiva di cura di vari tumori in cui questa via di segnalazione è molto attiva.»

Le implicazioni e le future applicazioni di questa scoperta, che per la prima volta collega il metabolismo mitocondriale ad una delle più importanti vie di segnalazione intracellulare, sono quindi molteplici e promettenti in diversi campi, dai tumori alle patologie del sistema nervoso centrale. La ricerca è stata finanziata dall’AIRC, dal Ministero (PRIN) e dal Dipartimento di Biologia.





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Medicina

Roberto Burioni e Guido Silvestri: Contro i negazionisti del metodo scientifico

La scienza è una sola, quella che adempie alle regole del metodo di Galileo. Le pseudoscienze sono dannose ed inutili

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L’ anti-vaccinismo, la contrarietà alla sperimentazione animale e agli ogm, il sostegno al metodo Stamina: sono importanti fenomeni di massa che hanno diviso e continuano a dividere non solo l’opinione pubblica ma anche i decisori politici, sia in Italia che all’estero. Secondo un recente sondaggio dell’Eurobarometro, ad esempio, il 48% degli europei crede a false leggende sui vaccini, ossia che causino spesso gravi effetti collaterali. In questi casi la comunità scientifica ha stigmatizzato tali prese di posizione, prive di oggettività, ma è stata spesso sotto attacco perché per molti un ragionamento basato sull’evidenza scientifica è solo un’opinione, e per di più con la stessa dignità di una affermazione di colui che non ha mai aperto un libro di medicina.

Tuttavia la ricerca medico – scientifica ha anche il nobile compito di demolire i nostri pregiudizi e migliorare le nostre esistenze. In questi ultimi anni, a causa anche di una diffusione incontrollata sui social network di gigantesche bufale, la credibilità della scienza è stata minata da parte della disinformazione e del nuovo oscurantismo in cui si moltiplicano i ciarlatani. Le fake news possono addirittura uccidere o ledere gravemente, se solo si pensa ad un bambino morto per una otite curata con l’omeopatia o a casi di rapporti sessuali non protetti da parte di persone affette da Hiv per le quali l’Hiv non esisterebbe o sarebbe un virus inoffensivo.

Potremmo citare centinaia di altri esempi ma quello che c’è da evidenziare è che per combattere questa pericolosa disinformazione occorre fare rete tra scienziati, politici, società civile, nel comune sforzo di diffondere la verità e combattere la pseudoscienza dilagante sulla rete, aiutando la cittadinanza a capire l’importanza dell’innovazione e supportando la politica a fare scelte sul modello dell’evidence-based policy making. Tutto ciò si rende ancora più necessario in un momento in cui, secondo gli ultimi test Invalsi, il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’italiano. Per questo è nato il Patto trasversale per la scienza (Pts), il cui obiettivo principale è «portare le evidenze scientifiche alla base delle scelte legislative e di governo di tutti i partiti politici, trasversalmente» oltre che quello di «promuovere la cultura della scienza e il metodo scientifico attraverso programmi formativi e divulgativi in ambito scolastico, sanitario e mediatico». Tra i padri fondatori di questo progetto ci sono due scienziati e divulgatori italiani: Guido Silvestri e Roberto Burioni

L’intervista di Valentina Stella a Roberto Burioni e Guido Silvestri prosegue su Left in edicola dal 23 agosto 2019





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Medicina

10 cose da sapere sull’arrivo della prima terapia Car-T contro i tumori

Quando si comincia, dove, come funziona, a chi serve e chi la paga, tanto per cominciare. Ecco perché l’Aifa ha deciso di dare il via libera in Italia

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Il 7 agosto 2019 è una data che resterà nella storia della farmacologiaitaliana: per la prima volta una terapia cellulare di tipo Car-T è stata approvata dall’Agenzia italiana del farmaco (l’Aifa), e perciò già entro quest’anno potrà essere messa davvero a disposizione dei pazienti oncologici che ne avranno bisogno.

Anche se per il momento sono previsti impieghi limitati e specifici, tutti relativi ai tumori ematologici, l’apertura definitiva verso questo nuovo filone terapeutico segna l’arrivo di un’opportunità in più per combattere il cancro. E lascia intendere che nel nostro paese potranno in futuro essere eventualmente approvati altri trattamenti dello stesso genere, al momento in fase di sperimentazione.

Ma in cosa consiste, nello specifico, la novità delle ultime ore? Abbiamo raccolto in 10 punti sintetici tutto quello che è utile sapere sul presente e sul prossimo futuro delle terapie Car-T in Italia.

1. Che cos’è una terapia Car-T?

In breve, si tratta di una riprogrammazione ad hoc del sistema immunitario del paziente, in modo che questo possa riconoscere e combattere le cellule tumorali. In particolare i linfociti T, che sono un tipo di globuli bianchi, vengono estratti dall’organismo del paziente, riprogrammati (ingegnerizzati) e poi reinfusi nel malato, in modo che una volta rientrati in circolo possano intercettare e attaccare tipi specifici di cellule tumorali.

Questa tecnica di frontiera è riassunta anche dall’acronimo Car, che sta per Chimeric antigen receptor (Recettore antigenico chimerico), in cui l’immagine mitologica della chimera viene sfruttata per indicare come il cuore del trattamento sia costituito dalla combinazione di un mix di porzioni di molecole diverse. Qui su Wiredavevamo già approfondito i dettagli scientifici della terapia Car-T, e un ulteriore racconto tecnico è stato pubblicato da Agi.

Come funziona la terapia genica Car-T (infografica: Malaghan Institute/Aifa)


2. Quale trattamento è stato approvato?

Il nome scientifico del trattamento che ha ricevuto l’ok di Aifa è tisagenlecleucel (non proprio semplice da pronunciare). Il processo di preparazione, che deve essere personalizzato su ciascun paziente, richiede poco più di 20 giorni per la complessa fase di ingegnerizzazione che sta tra il prelievo dei linfociti T dal malato e la loro successiva reinfusione.

Per gli addetti ai lavori il trattamento può essere indicato anche con la sigla Ctl019, mentre a livello commerciale il prodotto attualmente disponibile per il tisagenlecleucel è stato chiamato Kymriah, ed è stato messo a punto da Novartis.

3. A chi è rivolta la nuova terapia?

Al momento sono state indicate due precise categorie di pazienti che possono accedere alla terapia Car-T. Il primo caso è il linfoma diffuso a grandi cellule B (in sigla, Dlbcl), una particolare forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin. Il trattamento è rivolto nello specifico a pazienti adulti in cui il linfoma sia refrattario o recidivante, ossia in cui si sia palesata una resistenza verso le altre terapie disponibili oppure in cui la malattia sia ricomparsa nonostante un’iniziale risposta positiva ai trattamenti standard.

L’altro gruppo di pazienti sono i bambini, i ragazzi e gli adulti under 25 colpiti da Leucemia linfoblastica acuta (Lla) alle cellule B, un particolare tipo di tumore raro che colpisce i linfociti B e che nella maggior parte dei casi non risponde alle terapie convenzionali.

4. Quando si inizia davvero in Italia?

Al momento non esiste una data esatta di riferimento, ma sarà entro poche settimane. L’iter infatti prevede, ora che è stata archiviata la fase di approvazione dell’accordo da parte dell’Aifa, la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, dopodiché la decisione sarà a tutti gli effetti operativa.

Secondo quanto è possibile pronosticare, i primi pazienti a ricevere la terapia Car-T grazie alla nuova approvazione accederanno alle cure già nel mese di settembre di quest’anno.

5. Dove avverranno i trattamenti?

Al momento non esiste una lista pubblica dei centri dove effettivamente verrà erogata la terapia Car-T. La procedura richiede che ciascuna regione individui i centri specialistici in ematologia a cui concedere l’autorizzazione per eseguire il trattamento, in modo che l’accesso sia garantito in modo quanto più possibile uniforme su tutto il territorio nazionale.

Secondo quanto riferito da Franco Locatelli dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ad Adnkronos Salute, in Italia i centri dovrebbero essere almeno una decina, anche se non si arriverà a numeri molto più alti. Oltre a essere specializzati in onco-ematologia e dotati di personale qualificato sulle procedure necessarie per la terapia tisagenlecleucel, i centri abilitati dovranno essere dotati di una serie di infrastrutture, come per esempio un reparto di rianimazione sufficientemente attrezzato per soddisfare i requisiti richiesti per questa terapia dall’Agenzia europea per i medicinali(l’Ema).

6. Chi ha già ricevuto il trattamento?

Naturalmente, se la terapia Car-T è stata approvata da Aifa, significa che il trattamento è già stato somministrato a un numero di persone considerato sufficiente in termini di dimostrazioni di sicurezza e di efficacia del metodo. L’approvazione a livello europeo, per esempio, è arrivata già nell’agosto del 2018, e inoltre il trattamento era già disponibile in Italia grazie al canale delle cosiddette cure compassionevoli, ossia il criterio secondo cui alcuni trattamenti sperimentali (adeguatamente verificati) possono essere somministrati quando non esistono altre alternative terapeutiche disponibili.

In particolare, a oggi, solo in Italia negli ultimi anni sono già stati sottoposti alla terapia tisagenlecleucel 50 persone, tra cui 27 bambini. Di uno di questi casi, relativo al centro di onco-ematologia dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, avevamo già raccontato la storia qui su Wired all’inizio dell’anno scorso. Tutto ciò ha portato anche alla realizzazione di 3 studi clinici in altrettanti centri italiani specializzati: l’Istituto nazionale dei tumori di Milano, la Clinica pediatrica dell’università di Milano-Bicocca e la Fondazione Monza e Brianza per il bambino e la sua mamma all’ospedale San Gerardo di Monza.

7. Quanto sono efficaci la terapie Car-T?

Anzitutto, va ricordato che le nuove terapie sono state approvate solo per i casi in cui i trattamenti convenzionali per le stesse malattie sono inesistenti o sui pazienti su cui tutti gli altri trattamenti disponibili si sono dimostrati inefficaci. Secondo quanto riferito da Repubblica, la percentuale di guarigione completa dei pazienti dopo la terapia Car-T si colloca tra il 40% e il 50% (ma si arriva fino al 55%, secondo altre stime), mentre Agi ha aggiunto che una risposta positiva, almeno parziale, riguarda oltre l’80% dei casi. Insomma, valori particolarmente alti, dato che si tratta di casi fino a ora considerati disperati, in cui cioè non esisterebbero altre opzioni di cura.

L’altra faccia della medaglia di questa ottima notizia, però, è che occorre prestare particolare attenzione agli effetti collaterali. Uno dei rischi più noti è rappresentato dalla sindrome da rilascio di citochine, una reazione avversa immediata che si può manifestare subito dopo la reinfusione dei linfociti T. Proprio per questo è stata prevista una particolare attenzione alla gestione delle eventuali complicanze.

8. Chi paga?

Questo punto rappresenta una delle novità più significative, che potrebbe fare scuola anche per il futuro della sanità. Dopo una fase di negoziazione definita “responsabile” e “collaborativa” dalle parti in causa, Aifa ha stabilito che il nostro sistema sanitario si farà carico delle cure, ma con un modello di rimborso del tutto nuovo: si tratta del cosiddetto payment at results, ossia il pagamento avverrà solo dopo aver constatato l’esito del trattamento. Il sistema di rimborsabilità è stato spiegato, in una nota, dal direttore generale di Aifa Luca Li Bassi.

9. Quanti pazienti riceveranno la terapia?

Difficile dare una quantificazione precisa, ma tutte le stime disponibili lasciano intendere che si stia parlando di qualche centinaio di pazienti all’anno in tutta Italia. Secondo le fonti di Repubblica, per esempio, il range del numero di pazienti va dai 400 ai 600, e per il Fatto Quotidiano si tratta di poco più di 500 persone, tra cui qualche decina di pazienti in età pediatrica. L’approvazione da parte di Aifa, dunque, segna un netto cambio di passo rispetto a quanto era possibile fare con la sola via delle cure compassionevoli, aumentando il numero di pazienti trattabili di quasi due ordini di grandezza.

10. Quali sono i prossimi passi?

L’approvazione di Aifa non rappresenta certo la fine di un percorso, ma solo un passo importante di un cammino ancora molto lungo. Anzitutto perché le terapie di tipo Car in fase di sviluppo sono numerose, e potenzialmente in un futuro più o meno lontano potranno essere usate non solo per curare diversi tipi di tumore, ma anche per il trattamento di malattie di altro genere, dalle neurodegenerative fino a quelle cardiovascolari. Già nei prossimi mesi sarà discussa l’approvazione in Italia di altre terapie Car-T.

L’altro aspetto, al di là dell’efficacia del singolo trattamento, è la valutazione della sostenibilità delle terapie, tanto in senso economico quanto in termini di tasso di produzione, di impatto sul sistema ospedaliero e di tollerabilità clinica per i pazienti. In altri termini, un banco di prova per valutare l’impatto delle terapie Car sul nostro sistema sanitario.





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Crediti :

Wired

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