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Compagni (del profeta) che sbagliano

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L’attentato a Charlie Hebdo, ha detto bene Michel Onfray, è il “nostro 11 settembre“. Ha colpito un piccolo giornale laico e libertario, dichiaratamente ateo, scomodo e provocatorio, noto per satira verso tutto e tutti. Anche verso la religione, anche sfidando l’islam e rappresentando il profeta Maometto. Cosa vietata dalla dottrina e inaccettabile per un gruppo di estremisti, che ha deciso di massacrare i giornalisti. Dopo anni di denunce per blasfemia, minacce, insulti e accuse di razzismo, vandalismo, la redazione data alle fiamme.

Rispecchia la commozione generale e guarda oltre il rancore

Un episodio che ha scosso profondamente le nostre coscienze. Milioni di persone sono scese in piazza in Francia con lo slogan “Je suis Charlie”. Charlie Hebdo, nonostante il colpo subito, è ancora vivo: uscito in tutto il mondo con una tiratura eccezionale (anche in Italia, grazie a Il Fatto Quotidiano) con un editoriale del nuovo direttore Gérard Biard che è un inno alla laicità. Pure una copertina firmata Luz con Maometto in lacrime: certo più leggera e accomodante di altre ma che sfida sempre il dogma, rispecchia la commozione generale e guarda oltre il rancore. Persino questa è ritenuta offensiva dal mondo islamico: è stata prontamente censurata e ci sono state manifestazioni di protesta. Il gran muftì di Al Azhar ha persino parlato di atto razzista che fomenta odio.

Se ne discute molto, le passioni si scaldano, intuiamo di trovarci in un momento per certi versi storico, ma non bisogna farsi travolgere dall’isteria. Dobbiamo sforzarci, proprio in nome della nostra ragione laica e della nostra umanità, di andare oltre le reazioni pavloviane e speculari di intolleranza identitaria o di rimozione anti-occidentale che rumoreggiano.

Identitarismo anti-islamico (e clericale)

L’attentato ha dato slancio alla critica a tutto campo verso l’islam, che di certo non è un tabù ma che è inaccettabile quando sfocia in pose esplicitamente razziste e profondamente intolleranti. Hanno oggi buon gioco i nazionalisti che inneggiano all’identità cristiana come Magdi Cristiano Allam. Un’inquietudine serpeggia nelle nostre società impaurite dalla crescita dell’integralismo islamico — cui dà corpo Sottomissione, l’ultimo romanzo di Houellebecq — che rischia di ripercuotersi verso tantissimi musulmani integrati e portare a un’involuzione confessionalista nella società per reazione all’islam percepito come minaccia.

Impazzano le chiacchiere da bar degli xenofobi, che mettono tutti i musulmani dentro un unico calderone, bollandoli come terroristi o fiancheggiatori, invocano il blocco dell’immigrazione e la chiusura delle moschee, diffondono in maniera paranoica il terrore di una invasione, inneggiano allegramente allo sterminio o alla dittatura. Il leader della Lega, il clericale Matteo Salvini, ha subito cavalcato questo clima, rilanciando le parole d’ordine della sua propaganda: no immigrati, no moschee, no islam. E che rilancia l’imposizione di crocifissi e altri simboli cattolici proprio contro la “invasione” islamica. Particolarmente sconfortante, per chi è laico davvero e non a corrente alternata, che esponenti dell’ultra-destra si accaparrino le vignette di Charlie Hebdo. Alla manifestazione di venerdì a Piazza Farnese a Roma sono stati persino avvistati figuri come La Russa e Gasparri.

Censura per tutelare il sentimento religioso da “offese” e “razzismo”

Almeno, Jean-Marie Le Pen ha dovuto ammettere “je ne suis pas Charlie”. La strumentalizzazione della strage da parte dei clericali nostrani, per dare fiato alle trombe anti-islamiche, rischia di metter all’angolo i laici. Questa è l’occasione per affermare ciò per cui gli stessi vignettisti diCharlie Hebdo sono morti e che hanno sempre rivendicato: gli ideali di laicità, la libertà di espressione e di critica verso la religione. Ne approfittano anche azzimati islamici “moderati” (e ragazze rigorosamente velate) che occupano ogni spazio per dirsi vittime e che però quelli lì hanno esagerato. Gli stessi che non esitavano a fomentare contro Charlie Hebdo campagne diffamatorie, mentre gli imam aizzavano le masse islamiche, e che li hanno denunciati invocando la censura per tutelare il sentimento religioso da “offese” e “razzismo”. Persino per una copertina in cui Maometto piangeva dicendo “è dura essere amati da dei coglioni”, riferendosi agli integralisti. Pure papa Bergoglio, che giorni fa aveva pregato per le persone assassinate, ha ribadito che non si può uccidere in nome di Dio, ma non si deve neanche “provocare”, “prendere in giro la religione”. Se qualcuno “dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno“, si è lasciato scappare.

Il mondo islamico è vario. Una parte consistente degli islamici in Occidente è moderata o quanto meno si astiene dal fiancheggiare l’estremismo. Ci sono però delle situazioni critiche nelle comunità più chiuse, che limitano le libertà degli individui nel nome di un multi-culturalismo confessionale. Quello che dobbiamo cercare di fare è valorizzare, come fa notare in maniera autorevole anche Emma Bonino, proprio quei laici che levano la propria voce nelle comunità. La solidarietà manifestata dalle confessioni fa sperare che, proprio di fronte ad atti efferati del genere, i credenti si uniscano assieme ad atei e agnostici nella difesa dei principi laici. Quei principi che garantiscono anche la loro libertà di culto.

Una delle vittime era un poliziotto di nome Ahmed Merabet, preposto come guardia del corpo del direttore. Infatti un po’ in polemica è nato lo slogan “Je suis Ahmed”, dello scrittore libanese Dyab Abou Jahjah, perché lui ha difeso un giornalista che ridicolizzava la sua religione. Lassana Bathily, un giovane del Mali che lavorava nel supermercato ebraico, ha salvato diverse persone nascondendole nella cella frigorifero. Sono degli eroi, giustamente, ma in questi giorni nella foga di soccorrere l’islam vengono proclamati tali per il motivo sbagliato. Non sono eroi perché islamici, ma perché hanno manifestato una sensibilità umana a prescindere dal loro credo religioso, perché hanno incarnato principi di convivenza civile e professionalità. Ahmed avrebbe potuto dire: faccio obiezione di coscienza, se la prenda un altro una pallottola per quell’empio di un direttore. E invece ha fatto il suo dovere. Lassana si sarebbe potuto rifiutare di lavorare in un negozio kosher o darsi alla fuga, abbandonando altri ebrei alla mattanza, pensando che se l’erano meritata per ripagare la morte di bambini palestinesi. Molto meno risalto c’è stato per Michel Catalano e Lilian Lepère, il primo preso in ostaggio dai fratelli Kouachi mentre si erano asserragliati nella tipografia che ha persino medicato la ferita di uno dei due, l’altro che si è nascosto per ore e ha fornito informazioni preziose alle forze dell’ordine. Nessuno ha tirato in ballo la loro religione, dato che erano “caucasici”.

Chi conosce qualche musulmano sa che generalmente sono persone tranquille, non sono certo dei fissati estremisti che non aspettano altro che sgozzarci nella notte. Dobbiamo impegnarci per dare anche a loro, con l’istruzione e l’integrazione, gli strumenti per svincolarsi da una visione totalitaria dell’islam. Questo è l’islam che si può separare dagli islamisti. A meno di non coltivare il folle incubo di volerli sterminare o deportare a milioni nei paesi “di origine”, per purificare l’Europa.

Rimozione anti-occidentale

Particolarmente vocianti sono però anche le reazioni “sinistre”. Certo, anche in risposta all’accanimento dell’ultra-destra razzista. Ma la foga di prendere le distanze in questo gioco delle parti sconfina nella rimozione. Una certa sinistra ormai ha incorporato la fobia dell’”islamofobia“: rigettare aspramente proprio come fanno i fondamentalisti qualunque critica all’islam, da silenziare in maniera intimidatoria con lo stigma infamante del razzismo. Gli stessi che magari non risparmiano gli insulti alla Chiesa e ai cattolici e sono tutt’altro che devoti ferventi, si indignano se si tocca l’islam. A volte si degenera nel complottismo, con la costruzione di fumosi e complessi disegni che vedrebbero coinvolti governi o istituzioni in combutta con i gruppi terroristi, in scenari che neanche Le Carré.

Relativismo culturale che giustifica anche pratiche discriminatorie

C’è anche chi arriva a negare tout court la matrice religiosa, persino di fronte alle evidenze e i proclami degli stessi miliziani. Contribuisce in ciò l’antipatia verso l’establishment dei paesi occidentali, accusato di demonizzare il mondo arabo, e il sostegno a cause popolari nel modo arabo, in particolare sulla questione palestinese. Il terrorismo sarebbe la risposta all’imperialismo occidentale di popoli che non vogliono essere “colonizzati” e rigettano valori imposti. Da noi si genera un senso di colpa spesso nel nome del relativismo culturale che giustifica anche pratiche discriminatorie. Paradossalmente, questo atteggiamento ripropone uno schematismo simile a quello degli identitaristi: si nega la complessità e la storia dei paesi arabi, le istanze interne di autonomia ed emancipazione, si appiattisce la società sulla componente tradizionalista. Ma in quel mondo ci sono — e anzi crescono — i laici e le persone che si dichiarano esplicitamente atee e agnostiche, che chiedono libertà, dignità e diritti individuali. Come racconta Arabs Without God di Brian Withaker, di cui invitiamo a sostenere la traduzione in italiano.

La situazione in Medio Oriente è dannatamente complicata, l’Occidente ha responsabilità pesanti e ha portato conflitti. Ma occhio alle giustificazioni scivolose: come se la strage di donne e bambini opera di un drone possa essere bilanciata da un attentato a giornalisti un po’ cazzoni. Come se tutti fossimo in guerra e intruppati in questo o quello schieramento. È un pensiero pericoloso che divide senza scampo e genera un’escalation che porta dritti dritti allo sterminio reciproco. I filo-islamici di sinistra sarebbero i primi a perdere la libertà o la vita nelle zone dove vige la sharia, per il solo fatto di avere una certa idea politica e i comportamenti laici. Come puntualmente avvenuto, in Iran dopo la cacciata dello scià e l’ascesa degli ayatollah, o con casi recenti come quello di Vittorio Arrigoni o degli operatori umanitari uccisi dai miliziani dell’Isis e dai talebani.

Il passo successivo è negare che i terroristi non siano “veri” islamici, perché stravolgono i principi della religione. I capi di stato ci tengono, nei loro proclami, a dire che l’islam non c’entra nulla. A loro si può perdonare, devono essere diplomatici e rispondono a esigenze di politica interna e internazionale. Quel che è peggio è che taluni apologeti pretendono di ricamarci sopra, costruendo complicati castelli in aria pur di scagionare la religione. Se ne deduce, sulla base di questa teologia, che gli assassini sarebbero in realtà degli “atei”, che l’ateismo è uguale al male e che fare del male o uccidere è per definizione “ateo”. Ciò perché si è data in maniera assiomatica una definizione di dio e gli vengono attribuiti caratteri sublimi, come una sorta di deposito emotivo del wishful thinking del credente, una epitome del bene. Sono discorsi apodittici fondati su un pregiudizio positivo, puri sofismi. Questa è tra l’altro la vulgata dei leader religiosi, come papa Francesco, e generalmente dei “filosofi” bigotti o dei non credenti con un senso di inferiorità. Le religioni sono fenomeni storici e umani, come l’ateismo: né le une né l’altro rispondono a un modello idealizzato di purezza. A nessuno viene il sospetto che i non credenti potrebbero sentirsi un pochino urtati nella loro dignità da una mistificazione che di fatto nega alla radice la loro umanità. E che certa gente trovi proprio nella religione il carburante motivazionale per compiere gesti efferati, perché tanto glielo consente dio nel nome di un “bene” superiore.

Gli apologeti della religione alla riscossa

L’attacco a Charlie Hebdo ha dato pure l’occasione ai cattolici integralisti per rivendicare la superiorità morale e concettuale del cristianesimo. Mario Adinolfi ha proclamato che la fede cristiana è “attraversata dalla ragione” (sic!). Di sicuro i testi dell’islam, rispetto ai Vangeli, hanno più riferimenti alla guerra: somigliano al Vecchio Testamento. L’islam sconta per così dire la sua genesi: fiorisce come in un contesto di conflitto e così si diffonde. Maometto che cavalca per la penisola arabica con i suoi guerrieri sfuggendo ad agguati e compiendo stragi è un po’ diverso dalla storia del mite predicatore nazareno romanzata nei Vangeli (anche se il “buon” Gesù si lascia andare in preoccupanti proclami come “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”, maledice chi non lo segue e compie un raid nel Tempio prendendo a frustate i mercanti). D’altronde, quando il cristianesimo ha preso il potere, per oltre un millennio si è caratterizzato per oppressione, monopolio ideologico e violenza come l’islam. È il caso di segnalare un albo disegnato proprio da Charb e Zineb sulla vita di Maometto, che racconta con ironia ma anche rigore storico: è uscito nel 2013 e l’unica biblioteca aperta al pubblico ad averlo in Italia è quella dell’Uaar. L’islam si differenzia perché nella sua storia non si è imbattuto quell’illuminismo che invece ha temperato il cristianesimo (anche a colpi sferzanti di satira) e ha separato stato e chiesa, nonché per il carattere decisamente più prescrittivo del Corano: genera presto una giurisprudenza che regola i rapporti di persone e istituzioni, mentre il Vangelo ricorre a parabole e metafore ma non va molto oltre le affermazioni teologiche.

Confidare che i credenti maturino una sensibilità più evoluta, sotto il pungolo della critica laica

Non è ben chiaro quali siano i principi “veri” di una religione, dato che i testi sacri contengono tutto e il contrario di tutto: da sublimi inni all’amore e all’unità (soprattutto per i credenti della stessa fede) a incitamenti allo sterminio (per chi non si sottomette). E un invito all’uccisione o alla discriminazione non viene annullato da qualche sura che si può usare come un jolly, se è tutta parola di Dio. Possiamo confidare che i credenti maturino una sensibilità più evoluta, sotto il pungolo della critica laica, relegando nel dimenticatoio o nella comoda allegoria certi passi (come ha fatto la cultura cristiana). Ma ciò non cambia l’economia letteraria di quei libri, figli di culture pre-moderne.

A rompere questo tabù è stato paradossalmente il presidente egiziano Al Sisi, con un discorso all’università di Al Azhar, l’autorevole centro culturale riferimento per l’islam sunnita. È stato proprio lui ad ammettere: islam, abbiamo un problema. Di certo, il generale che ha preso il potere con un colpo di stato non è il più quotato a parlare di diritti, libertà e separazione tra stato e religione. Ha represso nel sangue le proteste dei Fratelli Musulmani contro la rimozione manu militari del presidente islamista Mohammed Morsi. Continua a imporre il conservatorismo anche contro categorie come laici, atei e omosessuali. Punta a un piano culturale — sempre in accordo con le comunità religiose — per contrastare la diffusione dell’incredulità. Eppure è stato proprio lui a chiedere agli ulema una “rivoluzione religiosa” per separare l’islam da quella dottrina “che abbiamo sacralizzato per secoli” ma genera jihad e timori nel resto del mondo. Chierici, siete “responsabili di fronte ad Allah”, perché la “umma si sta lacerando […] con le sue stesse mani”, ha aggiunto. Acutamente Linkiesta fa notare come questa considerazione sia particolarmente forte perché “si oppone alla narrativa, così popolare, dell’islam come vittima dell’Occidente e delle sue manovre”. Chiede loro inoltre di non rimanere “intrappolati all’interno di questa prospettiva mentale” e di “uscire al di fuori di voi stessi” per “osservare e riflettere da una prospettiva più illuminata”.

Se gli islamici in Occidente sono più moderati, non è un mistero che nei paesi islamici vi siano invece preoccupanti percentuali, rilevate da ricerche, di omofobia, intolleranza verso i non credenti, disprezzo per i diritti e la dignità delle donne. Viene spesso giustificato l’uso della violenza per tutelare il sacro: se è vero che le religioni non si riducono alla violenza, è anche vero che la sdoganano in certe situazioni. Tante volte abbiamo parlato degli attacchi a cristiani e atei, delle lacune nel rispetto dei diritti umani generate anche dalle leggi anti-blasfemia e dal lobbying dei paesi islamici per tutelare in maniera privilegiata la credenza contro la libertà di espressione. La cultura islamica tradizionalista e radicale finisce per legittimare certi atteggiamenti.

Una risposta laica, diversa da identitarismo e multi-confessionalismo

Le feroci azioni dell’insurrezionalismo islamista nel mondo sono ormai frequenti, vanno avanti da molti anni e rispondono a principi coerenti. Si alimentano con la propaganda sul web, sono coordinate, si fondano su comuni principi radicali, eccitano neofiti, derelitti ed esclusi e mirano a un disegno utopistico di “rivoluzione” nel nome della sharia e del Corano, per tornare alla presunta età dell’oro di Maometto e dei primi califfi. È innegabile il carattere unificante di stampo religioso. D’altronde il profeta e i suoi compagni diffusero l’islam con una guerra fulminante che travolse in pochi decenni nel VII secolo il Nord Africa, il Medio Oriente, la Persia e dintorni. Un’epopea celebrata con toni cavallereschi e propagandistici proprio nel Corano e negli hadith, che ricalca la sanguinosa conquista della Palestina da parte degli ebrei esaltata nella Bibbia. Lo stesso Maometto non esitava a impugnare la spada e a spronare i suoi seguaci a combattere contro i nemici, con la giustificazione che fossero empi, ingiusti o l’avessero attaccato. Il Corano unisce la versione dei vincitori in questa guerra tribale tra arabi a disposizioni precise, sul piano politico, culturale e sociale, per la costruzione di una nuova comunità che si fonda sull’autorità di Allah, oltre a una sequela di maledizioni contro i non credenti. Sconvolge ammetterlo, ma qual è la differenza rispetto a quanto sta facendo, nel suo folle sogno, il califfo al Baghdadi?

Per certi versi il terrorismo islamista ricorda quello politico, che ha sconvolto anche l’Italia negli scorsi decenni. I terroristi di sinistra erano un pezzo violento della sinistra, erano “parte dell’album di famiglia”, come ha ricordato Michele Serra riprendendo l’immagine usata a suo tempo da Rossana Rossanda. Una degenerazione che venne arginata anche perché la sinistra iniziò a riflettere criticamente su di sé, a riconoscere che gli estremisti non erano dei fascisti travestiti, degli infiltrati, ma una frangia che interpretava i testi marxisti in senso palingenetico, sentendosi investita dalla missione di essere l’avanguardia della rivoluzione proletaria.

Non possono essere ritenuti comodamente estranei all’islam o addirittura “atei”

I nostri intellettuali e soprattutto la comunità islamica dovrebbero rendersi conto di tutto questo, perché è il primo passo per uscirne. Gli integralisti islamici non possono essere ritenuti comodamente estranei all’islam o addirittura “atei” come fa qualche leader religioso per scaricare le responsabilità. Non possiamo trattare i musulmani in Occidente come terroristi da perseguitare, ma nemmeno accettare atteggiamenti discriminatori e contrari ai diritti consolidati. I musulmani non sono dei minorati o dei selvaggi, non sono antropologicamente “diversi” come vorrebbero i razzisti (ritenendoli “inferiori”) o i relativisti (ritenendoli irrimediabilmente “altro”, perché “è la loro cultura” che va rispettata), ma individui dotati di sensibilità e ragione. Per superare questa crisi non servono la rabbia e l’orgoglio: dobbiamo ripartire da quella piazza, quella piazza ferma ma gentile, gioiosa, unita nelle differenze, da tutta quella gente che a Parigi ha manifestato per ideali universali di libertà, tolleranza, laicità, convivenza civile che superano i rigidi steccati delle fedi, delle tradizioni e delle etnie, che ispirano all’ottimismo tante persone e che permettono di mettere in discussione le verità rivelate. Da quella che è stata, davvero, una manif pour tous.

 

 

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Dall’Europa nuovo richiamo sul recupero dell’Ici della Chiesa. Il governo ha il dovere di accoglierlo

«Questo governo fa un gran parlare della volontà dei cittadini, e allora perché non tenere in considerazione che, secondo il sondaggio che abbiamo commissionato alla Doxa giusto un paio di mesi fa, il 54% degli italiani è favorevole alla tassazione degli immobili ecclesiastici tutti? E che un altro 30% a quella degli immobili per cui incassa profitti, come quelli del caso in ispecie?».

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«Un governo che ha urgente bisogno di soldi rinuncia a 4-5 miliardi “facili”, nonostante sette italiani su otto siano favorevoli alla tassazione (come dimostra il nostro sondaggio Doxa). E poi si vantano di essere gli amici del popolo attenti alla sovranità nazionale…».

Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così la notizia data ieri dal quotidiano La Repubblica in base alla quale l’Unione europea sarebbe tornata a sollecitare il Ministero del Tesoro italiano affinché riscuota le somme Ici non versate dalla Chiesa cattolica tra il 2006 e il 2011.

La vicenda inizia più di dieci anni fa, con la denuncia dell’ex deputato Maurizio Turco e del fiscalista Carlo Pontesilli, esponenti del Partito Radicale, per le esenzioni fiscali concesse agli enti ecclesiastici impegnati in attività commerciali. Nel 2012 la Commissione europea dà ragione ai ricorrenti ma accoglie la tesi della controparte in base alla quale sarebbe impossibile quantificare la somma dovuta. Poi, lo scorso novembre, la Corte di giustizia europea ribalta tutto, stabilendo che l’Italia ha l’obbligo di recuperare le somme dovute, non essendo più considerata valida la scusa delle “difficoltà organizzative” che ne avrebbero determinato l’assoluta impossibilità di determinare retroattivamente il tipo e la percentuale di attività (economica o non economica), e quindi la riscossione. Ma, ancora una volta, da Roma fanno spallucce, costringendo la Commissione europea a un nuovo richiamo, quello di questi giorni.

«L’atteggiamento del ministro Tria è inaccettabile», commenta Grendene: «Non solo non sta rispettando una sentenza della Corte di giustizia europea, rischiando che il nostro paese vada incontro a una procedura d’infrazione, ma sta rinunciando a 4-5 miliardi di euro (questa la stima dell’Anci): di cosa ha paura? Teme forse di non compiacere la Chiesa? La stessa Chiesa di Bergoglio che viene spesso dipinta come del cambiamento?».

«Questo governo fa un gran parlare della volontà dei cittadini, e allora perché non tenere in considerazione che, secondo il sondaggio che abbiamo commissionato alla Doxa giusto un paio di mesi fa, il 54% degli italiani è favorevole alla tassazione degli immobili ecclesiastici tutti? E che un altro 30% a quella degli immobili per cui incassa profitti, come quelli del caso in ispecie?».

«Per essere un governo del cambiamento ci sembra un po’ troppo simile ai suoi predecessori…», prosegue Grendene: «Per cambiare davvero direzione potrebbe cominciare ad accogliere la mozione depositata in questi giorni al Senato da Riccardo Nencini che, muovendo da un appello lanciato nei mesi scorsi dall’Uaar insieme ad altre realtà, tra le altre cose chiede proprio una revisione delle norme relative all’Imu sui beni immobili della Chiesa cattolica e l’avvio di un’azione finalizzata a recuperare l’Ici non pagata in passato. Non ci sembra tanto difficile. E avrebbe dalla sua proprio quel popolo italiano di cui tanto si riempie la bocca».

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Svolta storica in Botswana: non è più reato essere omosessuali

Il ricorso di un ragazzo di 21 anni contro una legge anti-gay è stato accolto: si tratta di una svolta storica per il paese africano

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La Corte Suprema del Botswana ha emesso una sentenza storica: da oggi, infatti, non è più illegale essere omosessuale nel paese africano dove fino a ieri si rischiavano dai due ai sette anni di carcere per qualsiasi “conoscenza carnale con un’altra persone contro l’ordine della natura in luogo pubblico e privato”.

I giudici si sono espressi in favore del ricorso di Letsweletse Motshidiemag, uno studente di 21 anni che sosteneva che la legge violeva le sue libertà fondamentali.
La sentenza dice esplicitamente che “l’orientamento sessuale non è dettato dalla moda ma è qualcosa di innato e la società non dovrebbe occuparsi degli atti privati tra due adulti consenzienti, perché punire queste persone in base alla loro identità sessuale è irrispettoso e discriminatorio”. “Una società democratica è una società che si basa sulla tolleranza, sulla diversità e sull’apertura mentale”, ha dichiarato il giudice Micheal Leburu “Ogni criminalizzazione dell’amore affievolisce la tolleranza e la compassione”.

L’annullamento della legge contro l’omosessualità è l’ultimo passo di un percorso di civiltà che il Botswana, grazie al costante impegno degli attivisti Lgbt, sta portando avanti dal 2010, anno in cui fu approvata una legge che impediva di licenziare una persona in base al suo orientamento sessuale. Un altro passo importante è avvenuto nel 2017, quando la Corte ha gettato le basi per far sì che le persone trans possano cambiare il proprio sesso sulla carta di identità. Addirittura Mokgweetsi Masisi, presidente del paese, si è dichiarato favorevole alle unioni omosessuali.
Purtroppo, nello scenario africano il Botswana è un caso raro: l’omosessualità è ancora punibile per legge in Nigeria, Uganda, Ghana e Kenya. Una felice eccezione è l’Angola, dove esistono delle leggi che proibiscono la discriminazione in base all’orientamento sessuale.





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Il vero rischio è abortire lo Stato di diritto

Qualunque conquista in tema di diritti rischia di essere rimessa in discussione nel momento in cui le vele vengono gonfiate dai venti reazionari che arrivano da prua, soffiati da movimenti identitaristi e clericofascisti.

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I continui attacchi ai diritti riproduttivi delle donne ci dicono, o meglio ci confermano, che nessun traguardo su questi temi è mai veramente raggiunto una volta per tutte. E ci dicono anche un’altra cosa, forse altrettanto scontata ma troppo spesso non tenuta nella dovuta considerazione: che qualunque conquista in tema di diritti rischia di essere rimessa in discussione nel momento in cui le vele vengono gonfiate dai venti reazionari che arrivano da prua, soffiati da movimenti identitaristi e clericofascisti. Come attualmente in Italia, secondo i dati appena arrivati dai risultati elettorali.

Mette al bando l’aborto anche in caso di stupro e incesto e prevede pene fino a 99 anni

Lo sanno bene gli americani che oggi, in piena era trumpista, vedono diversi Stati scommettere su una nuova sentenza che ribalti la storica Roe vs Wade e rimetta in discussione il principio secondo cui l’aborto è un diritto di tutte le americane. Ci scommettono perché vedono che la composizione della Corte Suprema è adesso favorevole, dopo la nomina del giudice Kavanaugh proprio da parte di Trump. Ci ha scommesso l’Alabama introducendo una legge, peraltro subito impugnata dall’associazione Planned Parenthood — ma è proprio quello che si aspettava il senato dell’Alabama — che mette al bando l’aborto anche in caso di stupro e incesto e prevede pene fino a 99 anni di reclusione. Subito dopo ci ha scommesso anche la Louisiana, che ha però optato per un emendamento costituzionale invece che una legge ordinaria, e che si è limitata a un divieto successivo al rilevamento di attività cardiaca nel feto.

Come loro decine di altri Stati americani, per lo più facenti parte della cosiddetta Bible Belt, avevano varato o hanno intenzione di varare provvedimenti restrittivi del ricorso all’aborto. Il che non è il solo problema, visto anche che comunque di leggi incostituzionali trattasi per il momento, ma è accompagnato da altri fenomeni non meno preoccupanti. A cominciare dall’impennata delle intimidazioni nei confronti dei medici che praticano aborti, dei picchettaggi in prossimità delle cliniche e in generale dell’aggressività dei gruppi antiabortisti, fino alle incursioni degli stessi gruppi nelle pubblicità offerte da Google allo scopo di sfruttarle indebitamente con messaggi fuorvianti. C’è perfino chi ipotizza una seconda guerra civileamericana, che verrebbe causata proprio dalla forte contrapposizione sul tema tra intere regioni pro e contro l’aborto.

E in Europa? Dal punto di vista politico, le elezioni ci hanno appena consegnato un parlamento che tutto sommato è meno peggio di come sarebbe potuto essere. Intendiamoci, anche a livello continentale c’è stato un avanzamento dei gruppi sovranisti, ma non sufficiente per poter ambire alla Commissione europea. Sembra piuttosto profilarsi una nuova maggioranza di centro sinistra, seppur con una diversa e più ampia composizione, che non dovrebbe rappresentare un pericolo. I trascorsi non sono del tutto confortanti: sei anni fa veniva bocciata di misura, pare addirittura a causa di un errore di traduzione, la proposta dell’europarlamentare socialista portoghese Estrela che avrebbe impegnato gli Stati membri a fare di più sui diritti riproduttivi e sessuali; due anni dopo, nel 2015, veniva invece approvata la proposta del socialista italo-belga Tarabella, che afferma sì la necessità di agevolare l’accesso all’aborto ma alla fine, grazie a un emendamento popolare, lascia libertà ai singoli Stati sulle rispettive legislazioni. Insomma, dovreste farlo ma la decisione spetta a voi. In compenso l’Italia ha incassato una sonora bocciatura sul tema dal Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa, per giunta perché recidiva.

In generale l’Europa non è al momento messa malissimo, ma neanche benissimo. Quelli liberticidi sono in prevalenza i micro Stati, compresa naturalmente la Città del Vaticano ma non solo: Malta non consente l’interruzione volontaria della gravidanza mentre San Marino, Liechtenstein, Andorra e Irlanda del Nord pongono restrizioni severe. Appena un po’ più larghe le maglie in Finlandia, Polonia, Regno Unito, Islanda e Monaco. Nel resto del continente non esistono serie limitazioni, compresa l’Irlanda che lo ha legalizzato sette mesi fa e che sta vivendo una stagione di diritti di tutto rispetto (giusto nei giorni scorsi ha anche abbreviato con un referendum plebiscitario i tempi necessari per il divorzio). Laddove è legalizzato da tempo, inoltre, il ricorso all’aborto presenta in genere un trend discendente; emblematico il caso della Romania, che dopo l’era Ceausescu in cui a causa del divieto di aborto venivano sovraffollati gli orfanotrofi, con tutte le conseguenze del caso, ha avuto in primo luogo un boom nella percentuale delle Ivg seguito da un altrettanto forte ridimensionamento.

Movimenti no-choice sono sempre più ag­guer­riti e so­prat­tutto rice­vono finan­zia­menti

Se però dal piano della legislazione ci spostiamo a quello squisitamente sociale le cose cambiano. Anche l’Europa, e in particolare l’Italia, vivono al momento una sorta di revanscismo applicato al terreno dei diritti, analogamente a quello che abbiamo visto accadere negli Usa. I movimenti no-choice sono sempre più ag­guer­riti e so­prat­tutto rice­vono finan­zia­menti da parte di organizzazioni reazionarie statunitensi e russe. L’Italia non fa eccezione, anzi. Le campagne di CitizenGo sono sempre più presenti e nelle città vengono organizzate manifestazioni per chiedere l’abolizione della legge 194 alle quali si accodano anche gruppi neofascisti, e i cui partecipanti sono in genere di orientamento per così dire “spiccato”. C’è purtroppo tanto da fare e, soprattutto, non c’è da abbassare la guardia. Men che meno quando si tratta di elezioni di qualunque tipo.





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