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Compagni (del profeta) che sbagliano

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L’attentato a Charlie Hebdo, ha detto bene Michel Onfray, è il “nostro 11 settembre“. Ha colpito un piccolo giornale laico e libertario, dichiaratamente ateo, scomodo e provocatorio, noto per satira verso tutto e tutti. Anche verso la religione, anche sfidando l’islam e rappresentando il profeta Maometto. Cosa vietata dalla dottrina e inaccettabile per un gruppo di estremisti, che ha deciso di massacrare i giornalisti. Dopo anni di denunce per blasfemia, minacce, insulti e accuse di razzismo, vandalismo, la redazione data alle fiamme.

Rispecchia la commozione generale e guarda oltre il rancore

Un episodio che ha scosso profondamente le nostre coscienze. Milioni di persone sono scese in piazza in Francia con lo slogan “Je suis Charlie”. Charlie Hebdo, nonostante il colpo subito, è ancora vivo: uscito in tutto il mondo con una tiratura eccezionale (anche in Italia, grazie a Il Fatto Quotidiano) con un editoriale del nuovo direttore Gérard Biard che è un inno alla laicità. Pure una copertina firmata Luz con Maometto in lacrime: certo più leggera e accomodante di altre ma che sfida sempre il dogma, rispecchia la commozione generale e guarda oltre il rancore. Persino questa è ritenuta offensiva dal mondo islamico: è stata prontamente censurata e ci sono state manifestazioni di protesta. Il gran muftì di Al Azhar ha persino parlato di atto razzista che fomenta odio.

Se ne discute molto, le passioni si scaldano, intuiamo di trovarci in un momento per certi versi storico, ma non bisogna farsi travolgere dall’isteria. Dobbiamo sforzarci, proprio in nome della nostra ragione laica e della nostra umanità, di andare oltre le reazioni pavloviane e speculari di intolleranza identitaria o di rimozione anti-occidentale che rumoreggiano.

Identitarismo anti-islamico (e clericale)

L’attentato ha dato slancio alla critica a tutto campo verso l’islam, che di certo non è un tabù ma che è inaccettabile quando sfocia in pose esplicitamente razziste e profondamente intolleranti. Hanno oggi buon gioco i nazionalisti che inneggiano all’identità cristiana come Magdi Cristiano Allam. Un’inquietudine serpeggia nelle nostre società impaurite dalla crescita dell’integralismo islamico — cui dà corpo Sottomissione, l’ultimo romanzo di Houellebecq — che rischia di ripercuotersi verso tantissimi musulmani integrati e portare a un’involuzione confessionalista nella società per reazione all’islam percepito come minaccia.

Impazzano le chiacchiere da bar degli xenofobi, che mettono tutti i musulmani dentro un unico calderone, bollandoli come terroristi o fiancheggiatori, invocano il blocco dell’immigrazione e la chiusura delle moschee, diffondono in maniera paranoica il terrore di una invasione, inneggiano allegramente allo sterminio o alla dittatura. Il leader della Lega, il clericale Matteo Salvini, ha subito cavalcato questo clima, rilanciando le parole d’ordine della sua propaganda: no immigrati, no moschee, no islam. E che rilancia l’imposizione di crocifissi e altri simboli cattolici proprio contro la “invasione” islamica. Particolarmente sconfortante, per chi è laico davvero e non a corrente alternata, che esponenti dell’ultra-destra si accaparrino le vignette di Charlie Hebdo. Alla manifestazione di venerdì a Piazza Farnese a Roma sono stati persino avvistati figuri come La Russa e Gasparri.

Censura per tutelare il sentimento religioso da “offese” e “razzismo”

Almeno, Jean-Marie Le Pen ha dovuto ammettere “je ne suis pas Charlie”. La strumentalizzazione della strage da parte dei clericali nostrani, per dare fiato alle trombe anti-islamiche, rischia di metter all’angolo i laici. Questa è l’occasione per affermare ciò per cui gli stessi vignettisti diCharlie Hebdo sono morti e che hanno sempre rivendicato: gli ideali di laicità, la libertà di espressione e di critica verso la religione. Ne approfittano anche azzimati islamici “moderati” (e ragazze rigorosamente velate) che occupano ogni spazio per dirsi vittime e che però quelli lì hanno esagerato. Gli stessi che non esitavano a fomentare contro Charlie Hebdo campagne diffamatorie, mentre gli imam aizzavano le masse islamiche, e che li hanno denunciati invocando la censura per tutelare il sentimento religioso da “offese” e “razzismo”. Persino per una copertina in cui Maometto piangeva dicendo “è dura essere amati da dei coglioni”, riferendosi agli integralisti. Pure papa Bergoglio, che giorni fa aveva pregato per le persone assassinate, ha ribadito che non si può uccidere in nome di Dio, ma non si deve neanche “provocare”, “prendere in giro la religione”. Se qualcuno “dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno“, si è lasciato scappare.

Il mondo islamico è vario. Una parte consistente degli islamici in Occidente è moderata o quanto meno si astiene dal fiancheggiare l’estremismo. Ci sono però delle situazioni critiche nelle comunità più chiuse, che limitano le libertà degli individui nel nome di un multi-culturalismo confessionale. Quello che dobbiamo cercare di fare è valorizzare, come fa notare in maniera autorevole anche Emma Bonino, proprio quei laici che levano la propria voce nelle comunità. La solidarietà manifestata dalle confessioni fa sperare che, proprio di fronte ad atti efferati del genere, i credenti si uniscano assieme ad atei e agnostici nella difesa dei principi laici. Quei principi che garantiscono anche la loro libertà di culto.

Una delle vittime era un poliziotto di nome Ahmed Merabet, preposto come guardia del corpo del direttore. Infatti un po’ in polemica è nato lo slogan “Je suis Ahmed”, dello scrittore libanese Dyab Abou Jahjah, perché lui ha difeso un giornalista che ridicolizzava la sua religione. Lassana Bathily, un giovane del Mali che lavorava nel supermercato ebraico, ha salvato diverse persone nascondendole nella cella frigorifero. Sono degli eroi, giustamente, ma in questi giorni nella foga di soccorrere l’islam vengono proclamati tali per il motivo sbagliato. Non sono eroi perché islamici, ma perché hanno manifestato una sensibilità umana a prescindere dal loro credo religioso, perché hanno incarnato principi di convivenza civile e professionalità. Ahmed avrebbe potuto dire: faccio obiezione di coscienza, se la prenda un altro una pallottola per quell’empio di un direttore. E invece ha fatto il suo dovere. Lassana si sarebbe potuto rifiutare di lavorare in un negozio kosher o darsi alla fuga, abbandonando altri ebrei alla mattanza, pensando che se l’erano meritata per ripagare la morte di bambini palestinesi. Molto meno risalto c’è stato per Michel Catalano e Lilian Lepère, il primo preso in ostaggio dai fratelli Kouachi mentre si erano asserragliati nella tipografia che ha persino medicato la ferita di uno dei due, l’altro che si è nascosto per ore e ha fornito informazioni preziose alle forze dell’ordine. Nessuno ha tirato in ballo la loro religione, dato che erano “caucasici”.

Chi conosce qualche musulmano sa che generalmente sono persone tranquille, non sono certo dei fissati estremisti che non aspettano altro che sgozzarci nella notte. Dobbiamo impegnarci per dare anche a loro, con l’istruzione e l’integrazione, gli strumenti per svincolarsi da una visione totalitaria dell’islam. Questo è l’islam che si può separare dagli islamisti. A meno di non coltivare il folle incubo di volerli sterminare o deportare a milioni nei paesi “di origine”, per purificare l’Europa.

Rimozione anti-occidentale

Particolarmente vocianti sono però anche le reazioni “sinistre”. Certo, anche in risposta all’accanimento dell’ultra-destra razzista. Ma la foga di prendere le distanze in questo gioco delle parti sconfina nella rimozione. Una certa sinistra ormai ha incorporato la fobia dell’”islamofobia“: rigettare aspramente proprio come fanno i fondamentalisti qualunque critica all’islam, da silenziare in maniera intimidatoria con lo stigma infamante del razzismo. Gli stessi che magari non risparmiano gli insulti alla Chiesa e ai cattolici e sono tutt’altro che devoti ferventi, si indignano se si tocca l’islam. A volte si degenera nel complottismo, con la costruzione di fumosi e complessi disegni che vedrebbero coinvolti governi o istituzioni in combutta con i gruppi terroristi, in scenari che neanche Le Carré.

Relativismo culturale che giustifica anche pratiche discriminatorie

C’è anche chi arriva a negare tout court la matrice religiosa, persino di fronte alle evidenze e i proclami degli stessi miliziani. Contribuisce in ciò l’antipatia verso l’establishment dei paesi occidentali, accusato di demonizzare il mondo arabo, e il sostegno a cause popolari nel modo arabo, in particolare sulla questione palestinese. Il terrorismo sarebbe la risposta all’imperialismo occidentale di popoli che non vogliono essere “colonizzati” e rigettano valori imposti. Da noi si genera un senso di colpa spesso nel nome del relativismo culturale che giustifica anche pratiche discriminatorie. Paradossalmente, questo atteggiamento ripropone uno schematismo simile a quello degli identitaristi: si nega la complessità e la storia dei paesi arabi, le istanze interne di autonomia ed emancipazione, si appiattisce la società sulla componente tradizionalista. Ma in quel mondo ci sono — e anzi crescono — i laici e le persone che si dichiarano esplicitamente atee e agnostiche, che chiedono libertà, dignità e diritti individuali. Come racconta Arabs Without God di Brian Withaker, di cui invitiamo a sostenere la traduzione in italiano.

La situazione in Medio Oriente è dannatamente complicata, l’Occidente ha responsabilità pesanti e ha portato conflitti. Ma occhio alle giustificazioni scivolose: come se la strage di donne e bambini opera di un drone possa essere bilanciata da un attentato a giornalisti un po’ cazzoni. Come se tutti fossimo in guerra e intruppati in questo o quello schieramento. È un pensiero pericoloso che divide senza scampo e genera un’escalation che porta dritti dritti allo sterminio reciproco. I filo-islamici di sinistra sarebbero i primi a perdere la libertà o la vita nelle zone dove vige la sharia, per il solo fatto di avere una certa idea politica e i comportamenti laici. Come puntualmente avvenuto, in Iran dopo la cacciata dello scià e l’ascesa degli ayatollah, o con casi recenti come quello di Vittorio Arrigoni o degli operatori umanitari uccisi dai miliziani dell’Isis e dai talebani.

Il passo successivo è negare che i terroristi non siano “veri” islamici, perché stravolgono i principi della religione. I capi di stato ci tengono, nei loro proclami, a dire che l’islam non c’entra nulla. A loro si può perdonare, devono essere diplomatici e rispondono a esigenze di politica interna e internazionale. Quel che è peggio è che taluni apologeti pretendono di ricamarci sopra, costruendo complicati castelli in aria pur di scagionare la religione. Se ne deduce, sulla base di questa teologia, che gli assassini sarebbero in realtà degli “atei”, che l’ateismo è uguale al male e che fare del male o uccidere è per definizione “ateo”. Ciò perché si è data in maniera assiomatica una definizione di dio e gli vengono attribuiti caratteri sublimi, come una sorta di deposito emotivo del wishful thinking del credente, una epitome del bene. Sono discorsi apodittici fondati su un pregiudizio positivo, puri sofismi. Questa è tra l’altro la vulgata dei leader religiosi, come papa Francesco, e generalmente dei “filosofi” bigotti o dei non credenti con un senso di inferiorità. Le religioni sono fenomeni storici e umani, come l’ateismo: né le une né l’altro rispondono a un modello idealizzato di purezza. A nessuno viene il sospetto che i non credenti potrebbero sentirsi un pochino urtati nella loro dignità da una mistificazione che di fatto nega alla radice la loro umanità. E che certa gente trovi proprio nella religione il carburante motivazionale per compiere gesti efferati, perché tanto glielo consente dio nel nome di un “bene” superiore.

Gli apologeti della religione alla riscossa

L’attacco a Charlie Hebdo ha dato pure l’occasione ai cattolici integralisti per rivendicare la superiorità morale e concettuale del cristianesimo. Mario Adinolfi ha proclamato che la fede cristiana è “attraversata dalla ragione” (sic!). Di sicuro i testi dell’islam, rispetto ai Vangeli, hanno più riferimenti alla guerra: somigliano al Vecchio Testamento. L’islam sconta per così dire la sua genesi: fiorisce come in un contesto di conflitto e così si diffonde. Maometto che cavalca per la penisola arabica con i suoi guerrieri sfuggendo ad agguati e compiendo stragi è un po’ diverso dalla storia del mite predicatore nazareno romanzata nei Vangeli (anche se il “buon” Gesù si lascia andare in preoccupanti proclami come “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”, maledice chi non lo segue e compie un raid nel Tempio prendendo a frustate i mercanti). D’altronde, quando il cristianesimo ha preso il potere, per oltre un millennio si è caratterizzato per oppressione, monopolio ideologico e violenza come l’islam. È il caso di segnalare un albo disegnato proprio da Charb e Zineb sulla vita di Maometto, che racconta con ironia ma anche rigore storico: è uscito nel 2013 e l’unica biblioteca aperta al pubblico ad averlo in Italia è quella dell’Uaar. L’islam si differenzia perché nella sua storia non si è imbattuto quell’illuminismo che invece ha temperato il cristianesimo (anche a colpi sferzanti di satira) e ha separato stato e chiesa, nonché per il carattere decisamente più prescrittivo del Corano: genera presto una giurisprudenza che regola i rapporti di persone e istituzioni, mentre il Vangelo ricorre a parabole e metafore ma non va molto oltre le affermazioni teologiche.

Confidare che i credenti maturino una sensibilità più evoluta, sotto il pungolo della critica laica

Non è ben chiaro quali siano i principi “veri” di una religione, dato che i testi sacri contengono tutto e il contrario di tutto: da sublimi inni all’amore e all’unità (soprattutto per i credenti della stessa fede) a incitamenti allo sterminio (per chi non si sottomette). E un invito all’uccisione o alla discriminazione non viene annullato da qualche sura che si può usare come un jolly, se è tutta parola di Dio. Possiamo confidare che i credenti maturino una sensibilità più evoluta, sotto il pungolo della critica laica, relegando nel dimenticatoio o nella comoda allegoria certi passi (come ha fatto la cultura cristiana). Ma ciò non cambia l’economia letteraria di quei libri, figli di culture pre-moderne.

A rompere questo tabù è stato paradossalmente il presidente egiziano Al Sisi, con un discorso all’università di Al Azhar, l’autorevole centro culturale riferimento per l’islam sunnita. È stato proprio lui ad ammettere: islam, abbiamo un problema. Di certo, il generale che ha preso il potere con un colpo di stato non è il più quotato a parlare di diritti, libertà e separazione tra stato e religione. Ha represso nel sangue le proteste dei Fratelli Musulmani contro la rimozione manu militari del presidente islamista Mohammed Morsi. Continua a imporre il conservatorismo anche contro categorie come laici, atei e omosessuali. Punta a un piano culturale — sempre in accordo con le comunità religiose — per contrastare la diffusione dell’incredulità. Eppure è stato proprio lui a chiedere agli ulema una “rivoluzione religiosa” per separare l’islam da quella dottrina “che abbiamo sacralizzato per secoli” ma genera jihad e timori nel resto del mondo. Chierici, siete “responsabili di fronte ad Allah”, perché la “umma si sta lacerando […] con le sue stesse mani”, ha aggiunto. Acutamente Linkiesta fa notare come questa considerazione sia particolarmente forte perché “si oppone alla narrativa, così popolare, dell’islam come vittima dell’Occidente e delle sue manovre”. Chiede loro inoltre di non rimanere “intrappolati all’interno di questa prospettiva mentale” e di “uscire al di fuori di voi stessi” per “osservare e riflettere da una prospettiva più illuminata”.

Se gli islamici in Occidente sono più moderati, non è un mistero che nei paesi islamici vi siano invece preoccupanti percentuali, rilevate da ricerche, di omofobia, intolleranza verso i non credenti, disprezzo per i diritti e la dignità delle donne. Viene spesso giustificato l’uso della violenza per tutelare il sacro: se è vero che le religioni non si riducono alla violenza, è anche vero che la sdoganano in certe situazioni. Tante volte abbiamo parlato degli attacchi a cristiani e atei, delle lacune nel rispetto dei diritti umani generate anche dalle leggi anti-blasfemia e dal lobbying dei paesi islamici per tutelare in maniera privilegiata la credenza contro la libertà di espressione. La cultura islamica tradizionalista e radicale finisce per legittimare certi atteggiamenti.

Una risposta laica, diversa da identitarismo e multi-confessionalismo

Le feroci azioni dell’insurrezionalismo islamista nel mondo sono ormai frequenti, vanno avanti da molti anni e rispondono a principi coerenti. Si alimentano con la propaganda sul web, sono coordinate, si fondano su comuni principi radicali, eccitano neofiti, derelitti ed esclusi e mirano a un disegno utopistico di “rivoluzione” nel nome della sharia e del Corano, per tornare alla presunta età dell’oro di Maometto e dei primi califfi. È innegabile il carattere unificante di stampo religioso. D’altronde il profeta e i suoi compagni diffusero l’islam con una guerra fulminante che travolse in pochi decenni nel VII secolo il Nord Africa, il Medio Oriente, la Persia e dintorni. Un’epopea celebrata con toni cavallereschi e propagandistici proprio nel Corano e negli hadith, che ricalca la sanguinosa conquista della Palestina da parte degli ebrei esaltata nella Bibbia. Lo stesso Maometto non esitava a impugnare la spada e a spronare i suoi seguaci a combattere contro i nemici, con la giustificazione che fossero empi, ingiusti o l’avessero attaccato. Il Corano unisce la versione dei vincitori in questa guerra tribale tra arabi a disposizioni precise, sul piano politico, culturale e sociale, per la costruzione di una nuova comunità che si fonda sull’autorità di Allah, oltre a una sequela di maledizioni contro i non credenti. Sconvolge ammetterlo, ma qual è la differenza rispetto a quanto sta facendo, nel suo folle sogno, il califfo al Baghdadi?

Per certi versi il terrorismo islamista ricorda quello politico, che ha sconvolto anche l’Italia negli scorsi decenni. I terroristi di sinistra erano un pezzo violento della sinistra, erano “parte dell’album di famiglia”, come ha ricordato Michele Serra riprendendo l’immagine usata a suo tempo da Rossana Rossanda. Una degenerazione che venne arginata anche perché la sinistra iniziò a riflettere criticamente su di sé, a riconoscere che gli estremisti non erano dei fascisti travestiti, degli infiltrati, ma una frangia che interpretava i testi marxisti in senso palingenetico, sentendosi investita dalla missione di essere l’avanguardia della rivoluzione proletaria.

Non possono essere ritenuti comodamente estranei all’islam o addirittura “atei”

I nostri intellettuali e soprattutto la comunità islamica dovrebbero rendersi conto di tutto questo, perché è il primo passo per uscirne. Gli integralisti islamici non possono essere ritenuti comodamente estranei all’islam o addirittura “atei” come fa qualche leader religioso per scaricare le responsabilità. Non possiamo trattare i musulmani in Occidente come terroristi da perseguitare, ma nemmeno accettare atteggiamenti discriminatori e contrari ai diritti consolidati. I musulmani non sono dei minorati o dei selvaggi, non sono antropologicamente “diversi” come vorrebbero i razzisti (ritenendoli “inferiori”) o i relativisti (ritenendoli irrimediabilmente “altro”, perché “è la loro cultura” che va rispettata), ma individui dotati di sensibilità e ragione. Per superare questa crisi non servono la rabbia e l’orgoglio: dobbiamo ripartire da quella piazza, quella piazza ferma ma gentile, gioiosa, unita nelle differenze, da tutta quella gente che a Parigi ha manifestato per ideali universali di libertà, tolleranza, laicità, convivenza civile che superano i rigidi steccati delle fedi, delle tradizioni e delle etnie, che ispirano all’ottimismo tante persone e che permettono di mettere in discussione le verità rivelate. Da quella che è stata, davvero, una manif pour tous.

 

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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positive review  Da seguire !! Un analisi lucida e assolutamente razionale sui fatti scomodi alla chiesa che come sempre i media non hanno il coraggio di divulgare .

Fabio Gabardi Avatar Fabio Gabardi
3 January 2018

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