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Coronavirus, 5 nuove scoperte da tenere a mente su Covid-19

La ricerca sul nuovo coronavirus è fervente. Ecco cinque delle ultime scoperte e notizie scientifiche relative al virus, dalla permanenza sulle superfici ai rischi per i più piccoli fino a sintomi a volte trascurati

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(oto: NIAID-RML CC via Flickr)

Ricercatori di tutto il mondo continuano a studiare il nuovo coronavirus Sars-CoV-2. E online, ad esempio sulla banca dati di Pubmed, si rintracciano ormai migliaia di studi pubblicati. Analizzare sempre di più la malattia Covid-19 ci permetterà di conoscere e poter affrontare al meglio l’infezione e la pandemia. A questo proposito ecco cinque delle scoperte più recenti, da quando e come avviene il contagio, alle categorie più colpite fino all’attenzione ai sintomi nei bambini.

1. Coronavirus, quanto resta sulle superfici

Le più recenti prove scientifiche mostrano che il coronavirus Sars-CoV-2 può resistere sicuramente alcune ore e probabilmente anche qualche giorno – secondo una ricerca fino a 3 giorni, secondo un’altra anche fino a 9 – su superfici come plastica e acciaio, meno sul cartone. Ma quando è rintracciato sugli oggetti sembra essere meno infettante, dato che in questo caso il suo titolo virale risulta molto ridotto. Per questo l’Oms non ha posto alcun veto alla circolazione delle merci, che è sicura. Riguardo a vestiti e scarpe, è in generale buona norma toglierli e riporli quando si rientra in casa, ma anche questi oggetti non rientrano fra le principali vie di trasmissione, a differenza del contatto con particelle di saliva (vicinanza con le persone e strette di mano).

2. Bambini: neonati e bimbi piccoli più vulnerabili

Bambini e adolescenti e giovanissimi sono molto poco colpiti dal nuovo coronavirus, basti pensare che in Italia non ci sono decessi sotto i 30 anni. E anche i piccoli colpiti hanno i sintomi meno gravi rispetto agli adulti. Tuttavia, anche se le manifestazioni cliniche nei bambini risultano più moderate, soprattutto neonati e bimbi in età prescolare sono risultati suscettibili all’infezione. Ad affermarlo è un nuovo studio su duemila bambini e ragazzi cinesi, in via di pubblicazione su Pediatrics e attualmente in preprint. La ricerca mostra che nella maggior parte dei casi i disturbi sono leggeri o medi, tuttavia all’interno della categoria dei più giovani, in circa il 6% dei bambini ci sono state manifestazioni cliniche gravi.

3. Sintomi, quelli gastrointestinali spesso trascurati

Uno studio in via di pubblicazione sull’American Journal of Gastroenterology (qui in preprint) mette in luce che quasi la metà dei pazienti con Covid-19 nella provincia di Hubei ha presentato sintomi gastrointestinali, come diarrea o anoressia – intesa come sintomo legato al rifiuto del cibo e non come la malattia dell’anoressia nervosa. Inoltre lo studio rivela che peri pazienti con problemi digestivi e in assenza di problemi respiratori il tempo fra la comparsa dei sintomi e il ricovero era più lungo, mentre la probabilità di essere curati e dimessi più bassa. Insomma, è bene che chi ha manifestazioni gastrointestinali presti attenzione ai sintomi e non si escluda la possibilità che si tratti di Covid-19.

4. Due vittime su tre sono di sesso maschile

Alla data del 17 marzo l’Istituto superiore di sanità fornisce una fotografia delle persone colpite dal nuovo coronavirus in Italia. Parlando di numeri, 6 pazienti su 10 sono di sesso maschile e 2 vittime su 3 sono uomini. Un dato che però non deve far abbassare la guardia alle donne. I deceduti con meno di 50 anni sono solo 17, tutti con altre patologie precedenti – elemento informativo che non vuole sminuire la gravità del problema. L’età media dei contagiati è di 63 anni, quella dei deceduti di 80 anni.

5. Non ci sono prove che l’ibuprofene faccia male

Si discute da tempo del fatto che assumere antinfiammatori, fra cui l’ibuprofene, possa aumentare il rischio di Covid-19 o peggiorare i sintomi. Il ministro della Sanità francese aveva invitato i cittadini a non assumere questi farmaci in caso di Covid-19 perché potrebbero peggiorare l’infezione. Fermo restando che l’automedicazione è sempre da evitare, tanto più nel caso del nuovo coronavirus, questa è per ora soltanto un’ipotesi e il ministero della Salute italiano ha rimarcato che non ci sono prove che l’ibuprofene faccia male.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cerotti, profezie e santoni

Pazzesco dove può arrivare il delirio umano. Prenderemo anche il caffè in paradiso?

Siete sull’orlo del delirio, a parte che il controllo sociale esiste da anni, i cerotti a lento assorbimento anche.

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Pazzesco dove può arrivare il delirio umano. Prenderemo anche il caffè in paradiso?

marco dimitri

Siete sull’orlo del delirio, a parte che il controllo sociale esiste da anni, i cerotti a lento assorbimento anche. È come dire “Se hai la tessera Coop il terzo alimento è gratis”, “Non hai il marchio della Coop, il terzo alimento non puoi mangiarlo, devi pagare… Anzi la Coop sei tu…” e poi l’anti taccheggio che suona, le telecamere di sorveglianza, ecc…

Ora posso capire la follia… Ma la Bestia è chi mette in giro questo tipo di video. Bill Gates non è mai riuscito a fare un sistema operativo che non ti spegne il computer in faccia. Totalitarismo sanitario? Ma non vedete che la gente se ne sbatte della quarantena e questa si allunga di più perché vanno in giro a contagiare? Al mare, senza mascherina, ammassati…

C’è chi prende l’aperitivo, chi fa la danza della pioggia, il mimo, gente che per girare filma un fottuto stupido video e chiede i documenti alla polizia. Poi abbiamo parlamentari senza alcuna competenza medica che tratta il virus come se fosse un politico e non un batterio.

Ora Bill Gates è la Bestia dell’Apocalisse (i pazzi profeti ubriaconi di quel tempo si riferivano all’Impero Romano (città dai sette colli che sono nomi di sette Re… La fuga dal fumo dell’incendio

[ Nerone…]). Cavolate in pratica. Il prossimo che si presenterà chi sarà: Dracula? L’uomo lupo? Ligabue? Il Fantasma dell’opera?



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Facebook vuole portare in tutto il mondo la sua mappa dei contagi

Il sistema, creato in collaborazione con la Carnegie Mellon University, si basa sul somministrare una serie di domande sui sintomi del Covid-19 agli utenti (per ora solo americani) di Facebook

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Facebook può contare su un bacino vastissimo di utenti che comprende 2,5 miliardi di persone in tutto il mondo: un numero che dimostra una diffusione capillare del social network a livello globale e, che in un momento di emergenza sanitaria come quello che stiamo vivendo, può essere molto utile per tracciare la diffusione dell’epidemia di coronavirus. Infatti, Mark Zuckemberg insieme ai ricercatori del centro epidemiologico della Carnegie Mellon University (Cmu), sta creando un sistema di tracciamento dei positivi, sfruttando proprio gli iscritti a Facebook. Per ora, le ricerche sono concentrate solo negli Stati Uniti, ma in caso di risultati positivi potranno essere applicate su larga scala anche agli altri paesi del mondo.

Come funziona il sistema di Facebook

La Cmu ha creato un sondaggio da somministrare agli utenti iscritti al social negli Usa, chiedendo di rispondere ad alcune domande riguardo la presenza o meno di sintomi legati al Covid-19, come febbre alta, perdita di olfatto e gusto o problemi di tipo respiratorio. In seguito, tutte le risposte vengono processate e catalogate e viene creata una mappa dei contagi. Un prospetto che, grazie all’utilizzo di uno strumento chiamato Covidcast, permette anche di creare una distinzione territoriale e di dividere i positivi in base agli stati di appartenenza. Il sistema, inoltre, cerca di essere di essere il più sofisticato possibile isolando i casi che accusano semplici sintomi influenzali.

“Le stime che abbiamo ricavato dai nostri sondaggi corrispondono ai dati che abbiamo a disposizione riguardo l’attività del Covid-19”ha dichiarato in un comunicato Ryan Tibshirani, codirettore del team della Carnegie Mellon University. Infatti, i primi risultati pubblicati dai ricercatori il 20 aprile mostrano una stringente correlazione tra i dati raccolti su Facebook e quelli forniti dalla sanità pubblica. “Questo ci dà fiducia nel futuro perché presto pensiamo di essere in grado di fornire ai funzionari sanitari previsioni sull’attività della malattia”, ha aggiunto Tibshirani.

Anche Google sta partecipando al progetto, chiedendo a chi utilizza Google Rewards di rispondere alle domande del sondaggio della CMU. Secondo quanto riportato da Tech Cruchil progetto ha raccolto quasi un milione di risposte su Facebook e 600mila tramite le app di Montain View.



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Le piante comunicano tra loro usando reti sotterranee

È quanto ha rivelato uno studio condotto da un gruppo di scienziati dell’Università svedese di scienze agrarie, appena pubblicato su Plos One

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Le piante hanno sviluppato reti di comunicazione sorprendentemente complesse che consentono loro di comunicare su ciò che sta accadendo in superficie.

È quanto ha rivelato uno studio condotto da un gruppo di scienziati dell’Università svedese di scienze agrarie, appena pubblicato su Plos One. Nonostante il loro stile di vita “immobile”, in realtà le piante sono quindi più attive di quanto si possa pensare: sono in grado di comunicare sottoterra tra di loro, inviando messaggi complessi che arrivano dalla superficie.

Il merito è di alcune sostanze chimiche secrete dalle radici nel terreno, che vengono poi rilevate attraverso le radici delle piante vicine.In questo modo arrivano a sapere se le loro vicine sono parenti o estranee. E persino a dirigere la loro crescita di conseguenza. Man mano che crescono in prossimità di altre piante, controllano costantemente ogni segnale che si verifica in superficie, e fanno lo stesso anche sottoterra.

Come lo hanno scoperto? Per comprendere meglio come ciò possa avvenire e per saperne su come i fattori al di sopra del suolo influenzino ciò che accade al di sotto della superficie, gli studiosi hanno analizzato il comportamento di alcune piantine di mais, monitorando la reazione ai cambiamenti nella crescita in base alla vicinanza con altre piante.

Simulando il tocco con una foglia di una pianta vicina hanno scopeto le sostanze chimiche prodotte dalla radice della pianta. Il team ha quindi preso queste sostanze chimiche e le ha trasferite in altre piante, per vedere le reazioni. Hanno così scoperto che le piante esposte alle sostanze chimiche rispondevano indirizzando le loro risorse a far crescere più foglie e meno radici.

In pratica, il team ha dimostrato che ciò che accade al di sopra del suolo influenza ciò che accade sotto la superficie, e anche che il modo in cui le piante comunicano questo è più complesso di quanto pensassimo. Questo ha davvero molta importanza, dal momento che la capacità delle piante di rilevare i cambiamenti dell’ambiente circostante (e reagire di conseguenza) è essenziale per determinarne la sopravvivenza.



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