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Coronavirus e contact tracing, cosa fanno gli altri stati in Europa

Sono 12 i paesi dell’Unione che stanno arruolando tecnologie per monitorare la diffusione del Covid-19. Ecco a che punto siamo

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Sono già 12 gli stati europei che hanno adottato o stanno reclutando tecnologie e app per monitorare il coronavirus. A cominciare da Austria e Italia, che ha scelto la sua piattaforma per raccogliere dati utili a fare contact tracing. Ma dalla Francia alla Spagna, dalla Germania a Cipro, poco più di un terzo delle 27 cancellerie dell’Unione ha comunicato alla Commissione progetti per sorvegliare la diffusione del Covid-19 con strumenti digitali. E ora Bruxelles vuole fare ordine.

A quasi due mesi dal primo caso di coronavirus in Italia, la Commissione ha messo nero su bianco le otto regole a cui tutti gli stati devono attenersi per sviluppare app, strumenti di tracciamento e analisi di big data. Elementi fondamentali per tenere alta la guardia sul coronavirus, come hanno ribadito la presidente Ursula von der Leyen e il commissario al mercato interno, Thierry Breton (il vero artefice di questa campagna). Ma su cui la Commissione non può tollerare che i 27 stati si muovano in ordine sparso. Anche perché, se si vogliono (e Bruxelles lo vuole) riaprire le frontiere, servono standard omogenei, scambio di dati e comunicazione tra le autorità sanitarie del Vecchio continente.

Da qui la linea univoca tracciata dalla Commissione. E una prima ricognizione sui progetti in campo per far fronte all’emergenza Covid-19: da chi si limita a informare i cittadini su nuovi focolai e sintomi, a programmi e portali per fare autodiagnosi, fino alle app per raccogliere i contatti utili e, in caso di test positivo al coronavirus, ricostruire la catena del contagio.

Chi vuole raccogliere dati via app

Uno dei nodi più duri da sciogliere a livello europeo sulla possibilità di tracciare i contagi da coronavirus passa dalla scelta di adottare o meno una soluzione decentralizzata. La differenza tra questo tipo di architettura rispetto a una centralizzata risiede nel modo in cui i dati vengono conservati ed elaborati: tutto il prodotto dei servizi di tracciamento deve essere conferito a un unico cervello nazionale o è meglio che ciascun dispositivo lo archivi al suo interno? Il dibattito è stato tanto aspro da causare una rottura all’interno del progetto Pan-european Privacy-preserving proximity tracing (Pepp-pt), che avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo sulle caratteristiche tecniche da adottare e al contempo avrebbe dovuto fornire una serie di soluzioni unificate nella disponibilità dei membri dell’Unione europea.

Tuttavia, l’armonia si è presto rotta nella conferenza di esperti guidata dal Fraunhofer Heinrich Hertz Institute per le telecomunicazioni di Berlino, che ha deciso unilateralmente di escludere il progetto di tracciamento decentrato denominato Dp3t, “senza avvisare nessuno”, come denunciano i membri dell’iniziativa. Gestito dalla Scuola politecnica federale di Losanna, Dp3t sarebbe dovuto essere la soluzione decentralizzata promossa da Pepp-pt, che invece sembra non abbia più alcuna proposta ma sia diventato più un collettore delle rappresentanze di tutte le iniziative europee, accomunate dall’uso principale del bluetooth, ma senza più alcun riferimento alla decentralizzazione dei dati. Tra queste figura anche il progetto italiano di Bending Spoons.

Convergendo un passo alla volta verso il consorzio Pepp-pt, tutti i Paesi europei stanno studiando l’applicazione di tecnologie per il tracciamento. Come l’Estonia. O la Germania, il cui ministro della Sanità, Jens Spahn, ha annunciato che saranno pronti a rilasciare lo strumento informatico “entro tre o quattro settimane”. Come nella gran parte dei casi già osservati – di cui molti raccontati da Wired – anche Berlino si adegua alla prassi dell’utilizzo del bluetooth, come come riportato dal Financial Times. Tuttavia non si sa se si tratterà di un sistema centralizzato o meno. Linus Neumann, membro della più grande organizzazione europea di hacker, Chaos Computer Club, ha commentato l’iniziativa tedesca affermando che sarebbe possibile comprometterne la sicurezza con dei cambiamenti minimi.

La Polonia ha dichiarato di essere pronta al lancio di un’app, dopo una campagna di informazione che va avanti da fine marzo. Anche in questo caso il download è volontario e i contatti sono tracciati con il bluetooth. In aggiunta, l’app avrebbe un diario personale del paziente, per fare autodiagnosi da sottoporre alle autorità sanitarie. Il governo di Varsavia ha anche dotato il profilo internet di ciascun cittadino, collegato alla tessera sanitaria, di un chatbot che informa su sintomi, misure di prevenzione e regole della quarantina, e di un test di autodiagnosi, che, al termine del checkup, consiglia se allertare il medico di base o stare a casa.

Dopo un primo impiego di dati anonimi raccolti dalle celle telefoniche, anche l’Austria si è dotata di un’app di tracciamento. Stopp-Corona permette un handshake digitale (la cosiddetta stretta di mano, quando due dispositivi si riconoscono tra loro) utilizzando la tecnologia Bluetooth a basso consumo. Per perfezionarne il risultato, Stopp-Corona utilizza anche il segnale della rete wireless, Google Nearby e la tecnologia P2p, che permettono di avere un maggiore dettaglio della distanza effettiva tra più dispositivi. Disponibile esclusivamente sugli store austriaci di Apple e Google, il servizio permette a chi sia risultato positivo al virus di inviare un avviso di contatto ravvicinato agli utenti che gli sono stati vicini nelle ultime 54 ore.

Si basa invece sulla tecnologia del Massachusetts Institute of technology (Mit) Cipro, che ha sviluppato l’infrastruttura Tracer proprio partendo dalla personalizzazione di quella creata e messa a disposizione gratuitamente dalla prestigiosa università statunitense. Geolocalizzazione e bluetooth permettono a Tracer di tenere traccia degli spostamenti e dei dispositivi incrociati dall’utente direttamente sullo smartphone. Nel caso in cui l’utente dovesse risultare positivo al contagio, sarà lui a dover condividere autonomamente le informazioni raccolte dall’app in modo anonimo con il personale sanitario.

Il funzionamento del progetto SafePaths del Mit, alla base della tecnologia di Cipro, prevede una pulizia dei dati di comune accordo con il medico – con il quale è possibile scegliere quali luoghi rimuovere dalla lista – prima che questa venga inviata a un sistema centrale che a sua volta redistribuisce e sincronizza l’intero archivio di dati di tutti gli utenti su ogni dispositivo. In questo modo il principio di decentralizzazione dei dati è assicurato e sarà ciascun singolo dispositivo a controllare se è stato in presenza di altri risultati infetti, eventualmente notificando il potenziale contagio al suo proprietario. Come altre soluzioni proposte, anche SafePaths è open source, consentendo a chiunque lo desideri di consultarne il codice sorgente (ovvero il genoma del programma informatico) alla ricerca di imperfezioni o di eventuali backdoor.

Buttando il cuore oltre l’ostacolo della privacy, la Repubblica Ceca sta adottando una strategia basata sulla raccolta di dati delle celle telefoniche, che vengono quindi forniti dagli operatori. Già avviata in fase pilota in tre regioni, Smart Quarantine memory maps fornisce una serie di strumenti di supporto al personale sanitario per consentirgli di ricostruire gli spostamenti di un cittadino. Secondo le informazioni fornite dal Paese alla Commissione europea, verrebbe comunque chiesto il consenso al cittadino prima di acquisirne i dati di tracciamento. E Seznam, il motore di ricerca locale e sviluppatore di una app di mappe, Mapy.cz, ha proposto di integrare le sue cartine con sistemi gps per localizzare i contatti con gli infetti.

Parallelamente, il Paese sta anche sviluppando un’app che impiega il bluetooth e che si dovrebbe integrare con la soluzione precedente: si chiama eRouska (dal ceco per indicare la mascherina sanitaria) e attualmente è temporaneamente disponibile solo per Android. La app è open source e consultabile sulla piattaforma online Github.

Cosa si dice dell’Italia

L’Italia ormai ha dato l’incarico ufficiale per la app di contact tracing. Il progetto, di cui ancora ci sono scarne informazioni pubbliche (salvo i criteri elencati dal ministro dell’Innovazione, Paola Pisano) è frutto del lavoro tra Bending Spoonssocietà specializzata in app di yoga e nel celebre gioco Live Quiz (partecipata tra gli altri dalla holding dei figli di Silvio Berlusconi, H14), e il Centro medico Santagostino, rete di ambulatori specializzata in digitalizzazione.

Il governo ha tenuto in considerazione anche una seconda proposta, diciamo di riserva: Covid Community Alert, formulata da un team internazionale di esperti e promossa dall’imprenditore ed ex parlamentare di Scelta Civica, Stefano Quintarelli. Di questo progetto fa menzione anche la Commissione europea. Anche perché sul sito dell’iniziativa, si riferisce di revisioni in corso con i governi di Brasile e Polonia e di primi contatti con la città di New York e il Canada.

In Italia, tuttavia, la Commissione ha già registrato che sono già in uso app per la telemedicina. Come quella della Regione LazioLazioDrCovid, che sostituisce la telefonata di alert al medico di base. In Svizzera invece è già adoperata su un campione di 100 pazienti Covid-19 la piattaforma eLifeCare del gruppo informatico Exprivia-Italtel, che serve per fare monitoraggio a distanza. Il programma è tra i 504 sottoposti al ministero dell’Innovazione per individuare soluzioni di telemedicina in Italia. E app sono state messe a punto anche da Reply, gruppo che realizza soluzioni tecnologiche (Ticuro), e dall’azienda fiorentina di software clinici Dedalus.

In parallelo, a quanto risulta a Wired, la Toscana, che ha puntato su una strategia di integrazione dei big data, raccolti e messi in rete per elaborare proiezioni aggiornate sul contagio, ha aggiunto alla app “A casa in salute” una pagina per registrare in autonomia i risultati dei test sierologici e inviarli alle autorità sanitarie. Al momento la campagna di esami del sangue, che rilevano se l’infezione da Sars-Cov-2 c’è stata (o c’è ancora), magari anche con pochi sintomi o senza, e se il paziente ha sviluppato gli anticorpi, coinvolge medici, infermieri e personale di ospedali e aziende sanitarie, operatori e ospiti di residenze per anziani o disabili, volontari, farmacisti, forze dell’ordine e vigili del fuoco. Una campagna di 180mila test. Attraverso la app, chi opera al di fuori degli ospedali potrà registrare il risultato, chiedere un referto se l’esito non è chiaro e geolocalizzarsi per consentire di mappare eventuali nuovi focolai.

Mentre bisognerà vedere come si muoveranno Umbria e Sardegna, che avevano scelto delle app per fare contact tracing, ma attendevano il via libera del Garante della privacy per il lancio.

Interoperabilità (dal documento della Commissione europea


Per fare autodiagnosi 

La Francia attende il via libera del Garante della privacy per una app utile al contact tracing, basata sul modello Pepp-Pt. Nel frattempo, oltre a un sistema di autodiagnosi, in due ospedali di Parigi si sta testando un questionario quotidiano sulle condizioni di salute. Un programma simile di monitoraggio a distanza è in uso anche in Irlanda.

La Spagna al momento ha investito su una app per fare una prima diagnosi in autonomia. Per informazioni e aggiornamenti, i cittadini possono fare riferimento al sito ufficiale (Covid19.es) o consultare un chatbot, anche via Whatsapp. Anche il vicino Portogallo per ora ha in mente di lavorare su strumenti di telemedicina per fare autodiagnosi. Tuttavia l’interoperabilità tra le piattaforme del sistema sanitario nazionale consentirebbe di fare anche monitoraggio e, soprattutto, lo sambio di cartelle cliniche e diagnosi per via telematica.

Notizie e informazioni

L’Olanda ha arruolato la redazione di The Optimist, magazine di innovazione, per sviluppare la app Medisch Dossier. Il programma non fa contact tracing, ma ha una funzione informativa: offre aggiornamenti sul contagio nei Paesi Bassi, una mappa dei focolai accertati, fornisce gli ultimi avvisi delle autorità sanitarie e risposte alle domande più frequenti. Le recensioni sull’App store, tuttavia, gli danno poco più della sufficienza.

(Photo by Ore Huiying/Getty Images)


Cosa succede nel resto del mondo

L’indagine della Commissione ha studiato anche alcune delle soluzioni adottate a livello mondiale. A cominciare da Singapore, uno dei Paesi asiatici considerati tra i più avanzati nelle soluzioni di tracciamento. La app del governo, Trace together, usa il bluetooth, raccoglie dati sugli altri dispositivi con cui entra in contatto e li archivia sullo smartphone per 21 giorni. Israele, invece, può accedere ai dati dei 14 giorni precedenti, raccolti con il gps.

Anche il Regno Unito sta studiando una soluzione simile, con un sistema di allerta a semaforo: disco giallo per allertare del contatto con una persona che si autodiagnostica i sintomi da Covid-19 e li comunica all’app, disco rosso se risulta positivo al test. Insieme al risultato dell’esame arriva un codice da inserire nell’app per lanciare la notifica. Brasile e Vietnam per ora hanno app pubbliche di telemedicina, mentre l’Islanda ha puntato su geolocalizzazione e un team dedicato.

In Norvegia per ora l’Istituto nazionale di salute pubblica e la direzione per l’e-health hanno messo online un portale dove chi accusa sintomi riconducibili al Covid-19 può registrarsi, ma il governo ha in mente di adottare una app per raccogliere informazioni utili al contact tracing, adoperando bluetooth, gps o la combinazione di entrambi.

Ma oltre ai governi si muovono anche gruppi spontanei di sviluppatori, accademie, ospedali e centri di ricerca. Come Coepi o lo Human Xd, che ha alle spalle il sostegno di università del peso di Harvard, Hopkins, Berkeley e Mit e sostenitori finanziari tra cui i fondi Union Square Ventures, Andreessen Horowitz e Y Combinator. In Belgio, dove hanno sede le istituzioni europee, la Commissione non ha ancora visibilità su un piano nazionale, mentre fioccano le iniziative di aziende di telemedicina, come Andaman7, Bingli, Numerikare.

Per permettere ai lettori di valutare quali siano le fasce di età che hanno visto un maggiore aumento della mortalità in questo primo trimestre del 2020



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Scuola,I pediatri: “Vaccino antinfluenzale obbligatorio a settembre”

Spiega il presidente dei pediatri: “Con l’apertura delle scuole a settembre, raccomandata dalla maggior parte degli esperti, quindi ben oltre la cosiddetta ‘fase 2’, ci sarà una vera e propria rivoluzione nei contagi da Covid-19″

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Immagine al solo scopo di corredo articolo

La Società Italiana di Medici Pediatri non ha dubbi: “Vaccinare i bambini dai 6 mesi ai 14 anni ci aiuterà a individuare meglio eventuali casi Covid”. Infatti potrebbero essere dal 42 al 47% i bambini asintomatici e/o con pochi e leggeri sintomi (paucisintomatici) con infezione da Covid-19 che attualmente si sta sviluppando nella popolazione pediatrica e che si vedrà appieno in autunno, all’apertura delle scuole, nella cosiddetta “Fase 3”. Senza interventi specifici saranno dunque i bambini i veri ‘untori’ da coronavirus, e quindi sarà fondamentale attivarsi proprio per loro.

Rivoluzione nei contagi

Spiega il presidente dei pediatri: “Con l’apertura delle scuole a settembre, raccomandata dalla maggior parte degli esperti, quindi ben oltre la cosiddetta ‘fase 2’, ci sarà una vera e propria rivoluzione nei contagi da Covid-19″.

​”È del tutto evidente che in queste condizioni la riapertura delle scuole favorirà la diffusione del contagio tra i bambini che a loro volta lo riporteranno a casa con il rischio reale di un nuovo picco epidemico. Si tratta di capire dunque come intervenire nel merito, come gestire le distanze in classe e negli spazi comuni, decisioni fondamentali da prendere al più presto. Inoltre si deve aggiungere che in autunno inizia la diffusione delle normali patologie infettive stagionali, compresa l’influenza, che renderanno ulteriormente confusa e difficile la valutazione della situazione epidemiologica. Sarà quindi fondamentale fornire da subito tutti quegli strumenti che possano consentire una indagine sierologica, da confermare con il tampone, e, naturalmente attivarsi per essere in grado di distinguere da subito i sintomi da Covid-19 ‘leggeri’, tipici dei bambini, da quelli influenzali o para-influenzali”.

Obbligo vaccinazione antinfluenzale

“Per questo chiediamo l’obbligatorietà della vaccinazione antinfluenzale per i bambini da 6 mesi a 14 anni. Lo chiediamo ora, per settembre ottobre, quando normalmente viene emanata la circolare ministeriale che indica le fasce che dovranno essere interessate dalla vaccinazione.”



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Cosa sarà monitorato per tenere sotto controllo il coronavirus nella Fase 2

Nel decreto del ministero della Salute sono elencati indicatori e soglie di allerta per la valutazione del rischio di una ripresa della curva epidemica. Qualora i dati siano allarmanti le misure di contenimento potrebbero tornare stringenti

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(foto: Getty Images)

Cantieri che ripartono (con immancabili anziani mascherina-muniti annessi), traffico come non se ne vedeva da un paio di mesi a questa parte. Oggi 4 maggio l’Italia si rimette in moto, almeno in parte. Perché se da un lato il lockdown ci ha permesso di appiattire la curva epidemica della diffusione di Sars-Cov-2, dall’altro il suo impatto economico e sociale è stato devastante. Il governo, dunque, allenta gradualmente le misure della fase emergenziale, anche se non siamo fuori pericolo e il rischio di ricaderci, facendoci molto più male, è in agguato. Ecco perché dal ministero della Salute, con il decreto del 30 aprile, arrivano indicazioni e direttive per salvarci da questa fin troppo attesa fase 2. Parole d’ordine: monitoraggio, diagnosi e sorveglianza.

Per consolidare la nuova fase, l’andamento della trasmissione del virus sul territorio nazionale deve essere monitorato con attenzione. Lo scopo è di raccogliere dati per stimare in modo tempestivo il livello di rischio e all’occorrenza rimodulare le misure per contenere l’epidemia.

I fattori da tenere sott’occhio, per i quali il Ministero ha definito indicatori e soglie di rischio, sono la tenuta del sistema sanitario, il monitoraggio dei cittadini con obbligo di quarantena, il tracciamento dei contatti, l’esecuzione tempestiva di tamponi. A questi si aggiunge la capacità di comunicare e di assicurare continuità tra l’assistenza sanitaria primaria e il ricovero in ospedale

Monitorare i cittadini significa che le autorità sanitarie dovranno raccogliere i dati relativi ai casi sintomatici per mese, indicandone i sintomi e la data della loro comparsa, la storia di ricovero in ospedale ed eventualmente l’ingresso in terapia intensiva, il comune di domicilio, etc.

 

Per quanto riguarda l’accertamento diagnostico si fa riferimento alla percentuale di tamponi positivi per mese e alla segnalazione delle tempistiche tra la data di inizio dei sintomi e quella di diagnosi. Da riferire saranno anche i dettagli del processo di contat tracing dei casi risultati positivi.

La stabilità di trasmissione del virus sarà monitorata attraverso la valutazione di numerosi indicatori tra cui il numero di casi riportati alla protezione civile, il parametro Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata dell’Istituto superiore di sanità, il numero di nuovi focolai di trasmissione.

Il numero di nuovi casi di infezione confermata per Regione non associati a catene di trasmissione note, il numero di accessi al pronto soccorso con sintomi riconducibili a Covid-19, i tassi di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e in generale di quelli nelle aree per pazienti Covid-positivi saranno invece indispensabili per monitorare la tenuta del sistema sanitario.

Nel caso in cui, sulla base di questi dati, il rischio stimato raggiunga valori oltre le soglie stabilite nel decreto o venga comunque ritenuto non gestibile, sarà fatta una rivalutazione delle misure di contenimento con il ritorno di maggiori restrizioni.



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Come si stanno regolando i paesi europei con la riapertura delle scuole

L’Italia ha già rimandato gli alunni a settembre, ma anche nel resto del continente la scelta non è semplice: abbiamo messo in fila la situazione dei difficili ritorni a scuola post-Covid-19 nel Vecchio continente

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Una maestra indossa una maschera in una classe vuota (Foto di Chung Sung-Jun/Getty Images)

Il governo italiano ha anticipato le decisioni sulle prossime settimane con un piano giudicato da molti confusionario. Di tutte le proposte che si sono lette e sentite nelle ore successive all’ultimo, contestato discorso del presidente del Consiglio, non sembra essersi fatta largo nel dibattito politico una questione centrale: la chiusura delle scuole. Quasi sicuramente riapriranno a settembre, ha spiegato il premier: l’età media dei docenti è altissima – la più alta d’Europa – e i focolai a scuola rischierebbero di fare una strage di insegnanti.

Eppure, lasciare le scuole chiuse non può rimanere un problema solo di chi ha figli. Come si fa riaprire uffici e aziende, se il necessario distanziamento sociale a cui sottoporremo gli anziani impedirà a molti di ricorrere ai nonni come babysitter? E chi non potrà permettersi di pagare qualcuno per prendersi cura dei bimbi a casa? E ovviamente sono tutte domande che si sommano alla questione, ben più profonda e complessa, degli effetti educativi e psicologici di un anno scolastico mandato in soffitta. Vale forse la pena, per capire se l’Italia sia diventata l’eccezione anche nel calendario della scuola, vedere come si stanno muovendo i diversi paesi europei.

In Francia, il rilassamento delle restrizioni sarà “progressivo” e “attento” e verrà rivalutato ogni tre settimane, con la possibilità di tornare a condizioni più rigide se il coronavirus riprende slancio. Lo ha annunciato il premier francese Edouard Philippe  davanti al parlamento, che lo ha votato dopo il dibattito. La fase 2 d’Oltralpe prevede un periodo di riapertura integrativa e facoltativa almeno delle scuole materne e primarie a partire dall’11 maggio. Le medie verranno riaperte solo nei dipartimenti in cui la circolazione del virus è molto debole, a partire dal 18 maggio. Quanto ai licei, “decideremo a fine maggio se potremo riaprirli, a cominciare da quelli professionali, ha spiegato Phillippe. Precisando che, se gli indicatori non saranno rispettati, si annullerà tutto.

Riusciranno i francesi a rispettare le regole che si sono imposti per le riaperture, tenendo che i dati sul contagio sembrano sballati un po’ ovunque in Europa? Non ci è dato saperlo, e del resto pare che Philippe sia stato molto criticato – nonostante una chiarezza oggettivamente superiore a quella di Conte – e potrebbe scaricare la colpa sui suoi ministri per l’eventuale fallimento.

In Spagna, per la prima volta in sei settimane di blocco completo, lo scorso weekend i bambini hanno potuto prendere una boccata d’aria. Per un massimo di un’ora, tra le 9 e le 21, e rimanendo entro un raggio di un chilometro da casa. Ma anche nel paese iberico – il secondo più colpito al mondo dal Covid-19 in termini di contagi ufficiali dopo gli Stati Uniti – le lezioni riprenderanno a settembre, salvo alcuni casi particolari. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio, Pedro Sánchez del Partito socialista, parlando di “de-escalation” del confinamento, senza però fornire molti dettagli sulle tappe.

Il ministero della Pubblica istruzione spagnola è stato più preciso, spiegando che nella fase 2 si potranno andare a scuola i bambini di età inferiore ai sei anni i cui genitori non possono lavorare da remoto e gli alunni particolarmente vulnerabili della scuola primaria che hanno bisogno di classi di sostegno: tra il 10 e il 12 per cento delle classi, fanno sapere le autorità, anche se alla fine saranno i collegi dei docenti a decidere quali studenti possono tornare in questa fase. Così come in Francia, le classi speciali non dovranno superare le 15 unità e dovranno comunque alternare le lezioni faccia a faccia con quelle online.

Il governo federale della Germania, invece, ha annunciato una settimana fa che le scuole riapriranno gradualmente dal 4 maggio. Ma anche da quelle parti non ci sono certezze incrollabili. Alcuni stati hanno già riaperto le scuole primarie, tra le polemiche dei genitori, come il Nord Reno-Westfalia, uno dei lander con il maggior numero di casi positivi in Germania. Il ministro dell’Istruzione ha poi precisato che la decisione su come riaprire spetterà alle amministrazioni statali tedesche, anche se l’intenzione generale è di far tornare gli studenti di ogni età in classe prima dell’estate.

 

Ascolta “Wired Coronavirus” su Spreaker.

In Belgio, dove proporzionalmente ci sono più contagi che in Italia, il primo ministro Sophie Wilmes ha delineato un piano per un progressivo sblocco del paese non troppo dissimile dalla strategia italiana, ma spiegato meglio. Le persone potranno praticare attività sportive all’aperto con un massimo di due persone che non appartengono alla propria famiglia, riceveranno gratuitamente una maschera di stoffa dallo stato, e verranno incoraggiate a lavorare da casa il più possibile. Dall’11 maggio, tutti i negozi potranno riaprire aderendo a rigide linee guida. I parrucchieri riapriranno dopo, il 18 maggio, che è anche la data a partire dalla quale l’istruzione scolastica tornerà progressivamente alla normalità. Per le università se ne riparla in autunno.

Nei Paesi Bassi, dove secondo alcune fonti giornalistiche i decessi sarebbero lungamente sottostimati, le scuole materne e elementari riapriranno già dall’11 maggio. Le autorità sanitarie hanno fatto sapere che il rilassamento delle restrizioni è giustificato dal fatto che i rischi per la salute dei bambini sono molto limitati. Gli studenti dovranno tuttavia mantenere una distanza di un metro e mezzo tra loro laddove possibile, e con classi suddivise in gruppi più piccoli. Le scuole secondarie seguiranno l’1 giugno. Ai bambini e agli adolescenti è nuovamente consentito di praticare attività sportive all’aperto, ma tutti i grandi eventi continueranno a essere vietati fino a settembre.

In Polonia, dove c’è grande consenso dietro le restrizioni pesanti imposte dal governo nazionalconservatore, tutti gli asili nido, le scuole e le università rimarranno chiuse fino al 24 maggio al meno. Chiusura fino a tempo indeterminato, per il momento, anche per le scuole dei paesi baltici, che si giustificano dicendo di essere riusciti in questo modo a contenere la pandemia

Al contrario, in Austria gli asili e le scuole primarie saranno riaperte entro il 18 maggio per quei bambini che non possono permettersi di stare a casa, ma verranno ridotte in dimensioni. Il caso della Repubblica ceca è interessante perché il governo non ha mai imposto un lockdown nazionale degli asili, rimettendo la scelta ai singoli amministratori scolastici e il paese ha già iniziato a consentire l’ingresso dei viaggiatori d’affari da altri paesi Ue (purché dimostrino di aver effettuato un tampone nei quattro giorni precedenti). Le scuole secondarie e le università sono invece chiuse da un mese e mezzo, e non è detto che riapriranno prima dell’estate.

Cè un pattern che va colto: l’Europa che ha reagito con più prontezza al virus, e ne ha subito un impatto più lieve, è anche quella che fa tornare gli alunni a scuola più rapidamente. Le nazioni più colpite, invece – Spagna, Francia e Belgio – hanno più difficoltà a tornare alla normalità. E, anche quando i loro governi si preoccupano di spiegare in parlamento cosa hanno intenzione di fare, le polemiche e i dubbi non mancano. Per una larga fetta di popolazione europea non è ancora chiaro chi tornerà in classe, per fare cosa, per quanto tempo, e in quanti stabilimenti.

Inoltre, si può osservare per concludere che un dato che manca completamente da questo dibattito è il parere dei genitori: sarebbero disposti, in Italia come altrove, a mandare i figli a scuola il prima possibile? E con quali garanzie? E siamo sicuri che lo saranno a settembre? I sondaggi in tal senso latitano.



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