Contattaci

Medicina

Coronavirus, ecco cosa ancora ci sfugge sulla pandemia

Dall su reale diffusione, alla possibilità di una seconda ondata: ecco alcuni degli aspetti più incerti sul coronavirus

Pubblicato

il

Dall’inizio della pandemia, ma ancor prima, quando il coronavirus era una minaccia emergente solo in Cina, quello su cui molti scienziati hanno concordato è che su tanti aspetti quello che potessimo dire sul nuovo patogeno fosse limitato, appunto perché nuovo. Non lo conosciamo, non sappiamo come possa comportarsi, come evolverà e in che modo questo influenzerà la sua diffusione e il peso sulla popolazione. Se il sentimento di incertezza in parte sembra a tratti essere andato perso – e verrebbe da pensarlo a seguire le affermazioni perentorie di alcuni scienziati, specie negli ultimi tempi – in realtà le cose che ancora non sappiamo sul nuovo coronavirus e sugli effetti che determina nell’uomo sono tante. A cominciare dalla pericolosità del virus: quanto uccide Sars-Cov-2?

Quanto uccide il coronavirus?

Su questo tema si discute da tempo. Come è naturale che sia in buona parte all’emergere di un nuovo patogeno. Calcolare il numero di morti su casi accertati – e avere così la misura della letalità del virus, nel cosiddetto Case Fatality Rate (Cfr) – è limitante soprattutto per patologie con un elevato numero di casi che passano inosservati e non vengono intercettati (gli asintomatici in primis). Un tentativo di superarlo è quello di calcolare l’Infection Fatality Rate (Ifr), come vi avevamo raccontato, il rapporto tra morti e numero di infezioni totali (anche questo con dei limiti). Per il coronavirus l’Ifr diventa un dato più affidabile con il passare del tempo e l’avvio di indagini di sieroprevalenza che aiutino a stimare la diffusione dell’infezione nella popolazione. E oggi, dopo oltre sei mesi, sappiamo quanto uccide il coronavirus?

Dall’Organizzazione mondiale della sanità, attraverso la Chief Scientist Soumya Swaminathan si parla di una stima per l’Ifr dello 0,6%, secondo quanto riferisce il New York Times, che rimarca però tutti i limiti del considerare affidabile l’indicatore. Per motivi diversi, in parte legati al fatto che la pandemia è ancora in corso, e questo impedisce di fare stime accurate, depurate dei fattori confondenti che possano rendere difficile la conta dei morti (che rischiano in alcuni casi di essere sottostimati). In buona parte perché parlare di un unico Ifr a livello globale nasconde realtà tra loro molto diverse, come paesi in cui i sistemi sanitari (e sociali) sono più pronti a fronteggiare l’epidemia (e quindi a ridurre anche la conta dei morti) e condizioni anagrafiche e sanitarie della popolazione stessa che incidono sulla gravità della malattia. O ancora il periodo stesso in cui ha colpito la pandemia: non sappiamo cosa potrebbe succede in inverno, anche nei paesi più preparati. Ma soprattutto siamo ben lungi dall’esserne fuori: ogni bilancio o stima non può che essere a oggi parziale. Considerati anche i limiti metodologici e l’eterogeneità dei dati.

Non sappiamo effettivamente quanto è diffuso il coronavirus

La difficile stima della letalità del coronavirus in parte dipende anche dalle difficoltà di capire effettivamente quanto sia diffuso il patogeno nella popolazione. Senza conoscere gli infetti (o avvicinarsi quanto meno a stimarli), le persone già esposte al virus, è impossibile avere un’idea di quanto uccida il virus. In alcuni casi anche fare delle stime su campioni rappresentativi rischia di essere particolarmente difficile, come in Italia dove, riporta Repubblica, rischiamo seriamente di non riuscire ad avere dei dati significativi dall’indagine di sieroprevalenza promossa da Istat e ministero della Salute. Non solo per la bassa adesione alle chiamate (per i motivi che vi avevamo raccontato) ma anche per l’imminente scadenza dei test messi a disposizione. I dati che arrivano da indagini parallele, come quelle portata avanti dalla Regione Lazio, non permettono di fotografare l’effettiva diffusione del virus nella popolazione, perché sono condotti su una fascia della popolazione selezionata, quella di operatori sanitari, farmacisti e forze dell’ordine.

Arriverà una seconda ondata?

È una delle paure più grandi quando si parla dell’incertezza che ancora avvolge il coronavirus: avremo una seconda ondata? Vedremo nuovamente impennare numero di casi e morti come la scorsa primavera? La paura è che possa accadere quanto avvenne oltre un secolo fa con la Spagnola, quando la seconda ondata colpì più duramente della prima. Ma malgrado la somiglianza di Sars-Cov-2 con virus respiratori e stagionali come l’influenza, che tendono appunto a seguire un andamento stagionale, non possiamo affermare che il nuovo coronavirus sia un virus stagionale con certezza.

Lo ha ribadito, tra gli altri, Jeremy Rossman Honorary Senior Lecturer in Virology della University of Kent sulle pagine di The Conversation. Sì, ha scritto, alcuni fattori ambientali e comportamentali che caratterizzano il periodo estivo – come umidità, luce e vita all’aria aperta – possono certamente influenzare Sars-Cov-2 e le infezioni, ma una popolazione suscettibile perché ancora non immune al patogeno potrebbe avere più peso di tutti questi fattori. Tanto che Rossman critica l’idea stessa di una seconda ondata, e ricorda come nuovi casi si continuino a registrare ogni giorno, nel Regno Unito, da cui parla, ma non solo.

Il virus continua a esistere e il suo comportamento, il modo in cui colpirà o meno in futuro, non è indipendente dalle nostre azioni“Non siamo in balia del virus, né ora né in futuro. Questa è una buona notizia, ma conferisce l’onere della responsabilità su tutti noi – scrive – Dobbiamo continuare a combattere, ma così facendo non dovremo temere una seconda inevitabile ondata”. Un onere della responsabilità però che non ricada unicamente sui cittadini, ma sia prima di tutto una responsabilità politica e istituzionale, rimarca Guido Silvestri, virologo della Emory University su Facebook. Sì, scrive, la possibilità di una seconda ondata è molto reale, seppur incerta, ma che tanto, tantissimo, del peso che avrà dipende dalla nostra capacità di preparazione.

Non siamo certi che si possa diventare immuni al virus e per quanto

Le cose che ancora non sappiamo sul coronavirus sono diverse. A interrogarsi in materia, nei giorni scorsi, era stata anche la rivista Nature, con un articolo in cui, tra l’altro, ricordava come ancora uno dei dubbi che su Covid-19 riguarda l’immunità acquisita dopo l’infezione. Conosciamo il virus da soli sei mesi e non abbiamo dati di così lungo corso per stabilire se una nuova esposizione dopo una infezione fornisca immunità e per quanto, come si ripete da tempo. Sappiamo però che l’esposizione al virus induce la produzione di anticorpi (ed è su questo che si basano i test sierologici), ma non è chiaro se siano protettivi né quanto durino.

A tal proposito uno studio, pubblicato di recente, mostrava come la produzione di anticorpi diminuisse notevolmente dopo i primi mesi dall’infezione, mentre per altri coronavirus, come quelli della Sars e della Mers si osservavano per uno due anni. Ma la scoperta di cellule T, altri componenti del sistema immunitario, sia in pazienti guariti da Sars-Cov-2 che mai esposti (ma verosimilmente esposti ad altri coronavirus), potrebbe lasciar pensare a un altro tipo di immunità, forse più duratura.

Non sappiamo perché alcune persone sono più suscettibili di altre al virus

Oltre alla corsa ai vaccini, che non sappiamo ancora oggi se e quanto funzioneranno, alle mutazioni del virus e ai loro effetti nella popolazione, nella lista dei misteri che avvolgono il coronavirus rimane ancora anche quello al perché di risposte tanto diverse da persone a persone. Da tempo di parla di diversi fattori di rischio, più o meno certi: sappiamo che alcune patologie e l’età avanzata si associano al rischio di malattia più aggressiva, ma parallelamente alcuni scienziati sono al lavoro per capire se esistano differenze più sottili e invisibili, magari a livello genetico, in grado di rendere ragione della grande variabilità con cui si presentano (o meno) i sintomi. Un grande studio, per ora disponibile in preprint, pare aver identificato una suscettibilità genetica per l’insorgenza dell’insufficienza respiratoria da Covid-19 (in un caso riconducibile alla zona del genoma del gruppo sanguigno). Ma altri studi sono in corso per capire se esistano singoli geni in grado di giustificare la suscettibilità o meno alla malattia, scrive Nature.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Clicca per commentare

Leave a Reply



Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Medicina

Covid-19 sta tornando in Europa, Sileri: “Pronti a chiudere le frontiere e nuovi controlli”

Il vice-ministro alla Salute: “Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Ma…”

Pubblicato

il

Pierpaolo Sileri

Troppi si erano rilassati e tanti hanno fatto finta di non vedere che nel resto del mondo la pandemia continuava a mietere vittime. Così nel nome del business c’è stata una corsa ad abbattere tutte le norme e un’ondata negazionista. Ma è bene mettere un freno prima che sia troppo tardi.

“Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Sarà importante osservare quanto accadrà nelle prossime settimane del Nord Europa, dove le temperature caleranno prima che da noi e il virus potrebbe generare maggiori contagi”.

A sottolinearlo è Pierpaolo Sileri, vice-ministro alla Salute, che alla ‘Stampa’ dice: “Una seconda ondata nei termini di marzo la vedo improbabile. Allora non eravamo preparati. Oggi usiamo le mascherine, i medici gestiscono la malattia meglio, i posti in terapia intensiva sono raddoppiati”. Ma la ripresa dei contagi in Europa può portare a nuove restrizioni alle frontiere? “Qualora servisse sì. Per questo in più di un’occasione ho parlato di una strategia comunitaria, europea: per adottare misure più lungimiranti, come l’uso del tampone ripetuto a distanza di pochi giorni dall’arrivo dai paesi sotto osservazione per numero di contagi, come dalle aree extra Schengen. La sfida ora è controllare tutti coloro che vengono dall’estero”.

L’app Immuni l’hanno scaricata in pochi. E ancora uno strumento su cui puntate? “Certo che lo è, Immuni è arrivata in un momento in cui l’epidemia, almeno in Italia, si stava riducendo, anche se siamo stati i primi, in Europa, a fornire una applicazione di tracciamento del contagio. C’è stato un rilassamento che ha indotto a non scaricare l’app, ma adesso il download si rivela fondamentale e soprattutto peri più giovani, a cui voglio rivolgermi: siate intelligenti come avete già dimostrato di essere durante il lockdown, scaricate Immuni perché potrete contribuire ad un migliore tracciamento sanitario, a vostro beneficio vostro, di amici e famiglie”.

Nonostante la ribellione di Salvini verrà prorogato l’obbligo di mascherina? “La mascherina, dove non è possibile mantenere il distanziamento e sicuramente al chiuso nei locali pubblici, sarà ancora con noi: protegge noi e gli altri. Serve dare il buon esempio, non invogliare ad una deroga”.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

Ma quindi i bambini possono trasmettere il nuovo coronavirus?

Che ruolo hanno i più piccoli nella diffusione del nuovo coronavirus? Per ora una risposta non c’è, ma una nuova ricerca dimostra che possono presentare nel naso e nella gola livelli di rna virale da 10 a 100 volte superiori rispetto agli adulti

Pubblicato

il

(foto: Nicolò Campo/LightRocket via Getty Images)

È stata una delle domande più importanti fin dall’inizio della pandemia. E per cui ancora oggi non abbiamo una spiegazione definitiva. Qual è la relazione tra i bambini e il coronavirus e che ruolo svolgono nella sua trasmissione? Finora, infatti, sappiamo che i più piccoli presentano spesso sintomi più lievi da Covid-19 e che, quindi, vengono in qualche modo risparmiati dal virus. Ma oggi a tornare sull’argomento è un nuovo studio pubblicato sulle pagine di Jama Pediatrics, che ha evidenziato come i bambini al di sotto dei cinque anni possano ospitare nel naso e nella gola livelli di rna virale uguali e persino superiori agli adulti. Un dato, quindi, che indica per ora solo la possibilità che i più piccoli possano trasmettere il virus, ma che dovrebbe comunque far riflettere sulla tanto discussa riapertura delle scuole“Abbiamo scoperto che i bambini sotto i cinque anni con Covid-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, e ciò potrebbe suggerire una maggiore trasmissione”, ha spiegato l’autrice della ricerca Taylor Heald-Sargent, infettivologa del Ann and Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago. “Questi nuovi dati hanno importanti implicazioni per la salute pubblica, in particolare durante il dibattito sulla sicurezza della riapertura delle scuole e degli asili”.

Per capirlo, i ricercatori hanno analizzato campioni raccolti dai tamponi rinofaringeri tra il 23 marzo e il 27 aprile scorso in diverse aree di Chicago. I test provenivano da 145 persone positive al nuovo coronavirus, tra cui 46 bambini di età inferiore ai 5 anni, 51 bambini dai 5 ai 17 anni e 48 adulti dai 18 ai 65 anni. Il team ha incluso nello studio solamente i bambini e gli adulti che presentavano sintomi da lievi a moderati dell’infezione entro la prima settimana dall’esordio dei sintomi (sono stati esclusi, quindi, gli asintomatici e i pazienti che avevano sintomi da più di una settimana prima del tampone). Dai risultati, i ricercatori hanno osservato che i bambini più piccoli, quelli di età inferiore ai 5 anni, presentavano livelli di rna virale simili e persino superiori (da 10 a 100 volte) rispetto agli adulti. “Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono la Covid-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità”, spiega Heald-Sargent. “Dobbiamo tenerne conto nelle strategie per ridurre la trasmissione, mentre continuiamo a conoscere meglio questo virus”.

Sebbene il nuovo studio abbia alcune limitazioni, come l’aver coinvolto un piccolo campione di partecipanti e aver analizzato solo la presenza del’rna virale (e non il virus infettivo), gli esperti sottolineano che ci sono prove sempre più evidenti del fatto che i bambini piccoli possono trasportare quantità significative del nuovo coronavirus“Ho sentito molte persone dire che i bambini non si infettano. E questo ultimo studio dimostra chiaramente che non è vero”, ha commentato al New York Times Stacey Schultz-Cherry, virologa del St. Jude Children’s Research Hospital. “Penso che questo sia un primo passo importante, davvero importante, per comprendere il ruolo che i bambini svolgono nella trasmissione”.

Informazioni, quindi, preziose soprattutto per la tanto discussa riapertura delle scuole“Ora che siamo alla fine di luglio e pensiamo di riaprire le scuole a breve, questi risultati devono davvero essere presi in considerazione”, aggiunge Jason Kindrachuk, virologo dell’Università di Manitoba. “Sospetto che probabilmente queste evidenze si tradurranno nel fatto che c’è anche il virus, ma non possiamo dirlo senza vedere i dati”, commenta Juliet Morrison, virologa all’Università della California, a Riverside.“Riapriremo asili nido e scuole elementari”. Ma se questi risultati dovessero essere confermati, “allora sì, sarei preoccupata”.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

Due vaccini contro il coronavirus arrivano all’ultima fase di sperimentazione

La fase 3 del trial clinico del vaccino a mRna è partita e coinvolgerà 30mila persone negli Stati Uniti con l’obiettivo di verificarne l’efficacia

Pubblicato

il

I vaccini a mrna contro il nuovo coronavirus volano verso l’ultima fase della sperimentazione sull’essere umano. Sia la biotech statunitense Moderna Inc sia Pfizer/BioNTech hanno annunciato la partenza della fase 3 della sperimentazione clinica dei propri candidati basati sulla tecnologia a rna messaggero, rispettivamente il mrna-1273 (sviluppato in collaborazione con l’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid) del National Institutes of Health) e il Bnt162b2 . L’obiettivo primario per entrambi gli studi sarà valutare l’efficacia dei dispositivi contro Sars-Cov-2.

Il vaccino mrna-1273 di Moderna

La fase 3 dello studio clinico del candidato vaccino mrna-1273, ribattezzata Cove (Coronavirus Efficacy) ha preso il via il 27 luglio con la somministrazione di una dose da 100 microgrammi nei nuovi volontari. Si tratta, precisa l’azienda in una nota, di uno studio randomizzato controllato, che significa che i 30mila partecipanti previsti verranno assegnati in modo casuale a due gruppi: un gruppo riceverà effettivamente il nuovo vaccino sperimentale, l’altro una dose equivalente di soluzione salina (placebo). Sarà svolto in doppio cieco, ossia né i volontari né i ricercatori che monitoreranno i dati sapranno a priori chi davvero è stato vaccinato contro Sars-Cov-2.

I volontari sono stati selezionati in decine di centri di riferimento negli Usa per rispecchiare la popolazione adulta (dai 18 anni in su), con particolare attenzione alle categorie più a rischio di contrarre il nuovo coronavirus e quindi di ammalarsi di Covid-19.

L’obiettivo del trial Cove è di valutare l’efficacia del candidato vaccino a mrna: nell’arco di 2 anni un comitato esterno e indipendente di ricercatori del Niaid monitorerà i volontari annotando le infezioni contratte per capire se mrna-1273 è in grado in primo luogo di prevenire la malattia sintomatica. In alternativa, gli esperti dovranno capire se il dispositivo ha la capacità di prevenire l’infezione da Sars-Cov-2 oppure di evitare le forme gravi di Covid-19 (quelle che necessitano del ricovero). Un’altra domanda a cui dovranno trovare una risposta è se sia sufficiente una sola somministrazione di vaccino per ottenere protezione o se ne occorrano altre successive. E infine c’è da capire per quanto tempo durerà un’eventuale immunità.

La sperimentazione di Moderna rientra nel programma Warp Speed dell’amministrazione Trump e l’azienda ha da poco ricevuto 472 milioni di dollari dal governo per implementare lo sviluppo del suo vaccino. Se tutto andrà bene, mrna-1273 sarà il primo vaccino a mrna approvato dalla Fda e Moderna, grazie a accordi commerciali con diversi partner, prevede di riuscire a erogare da 500 milioni a 1 miliardo di dosi all’anno a partire dal 2021.

Il vaccino Bnt162b2 di Pfizer

Quasi in contemporanea anche Pfizer e la partner BioNTech hanno annunciato l’inizio del trial clinico di fase 2/3 del candidato vaccino a mrna chiamato Bnt162b2, a base di un mrna per una glicoproteina di Sars-Cov-2 ottimizzato per suscitare una potente risposta immunitaria. Le aziende ne stanno sperimentando altre 3 varianti ma Bnt162b2 ha dato i migliori risultati per il momento.

Lo studio è di tipo randomizzato controllato in doppio cieco e prevede la partecipazione di 30mila volontari tra i 18 e gli 85 anni presso 12o centri di riferimento internazionali (esclusa la Cina). I volontari che verranno effettivamente vaccinati (metà di loro invece costituirà il gruppo di controllo con placebo) riceveranno due dosi da 30 microgrammi di Bnt162b2.

Obiettivo è appurare l’efficacia del candidato vaccino: i ricercatori dovranno capire se previene Covid-19 in persone che non hanno mai contratto Sars-Cov-2 e poi se previene la malattia indipendentemente da precedenti infezioni. In secondo luogo valuteranno se il candidato vaccino previene le forme gravi di Covid-19 oppure se impedisca l’instaurarsi dell’infezione.

Le aziende sono fiduciose del successo della sperimentazione e stanno preparando la documentazione da sottomettere alla Fda per richiedere l’approvazione già il prossimo ottobre per poter distribuire 100 milioni di dosi entro la fine del 2020 e 1,3 miliardi entro il 2021.

 



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Chi Siamo

Sezioni

SCIENZA

Vuoi ricevere le notizie?

Dicono di noi

DAL MONDO DELLA RICERCA

  • Le Scienze
  • Nature (EN)
  • Immunologia

Comunicato stampa - Una pellicola sottilissima e biodegradabile in grado di rivestire volumi di acqu

Comunicato stampa - Un nuovo strumento bioinformatico individua rapidamente le alterazioni del genom

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico du

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02361-xThe tragedy is one of the la

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02338-wAstrophysicist Katie Mack’s

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02340-2Marine biologist Greg Rouse

Comunicato stampa - Lo rivela uno studio condotto dal Cnr-Ibcn in collaborazione con il laboratorio

Una molecola che si trova nei vasi sanguigni e interagisce con il sistema immunitario contribuisce a

Comunicato stampa - Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet mette in discussione la sicur

E’ davvero un medico?

Coronavirus

Casi in tempo reale . Clicca l’immagine per la mappa interattiva

Archivio

LunMarMerGioVenSabDom
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31 

Condividi o invia il post

direzione@bambinidisatana.com
Whatsapp
Tumblr

I più letti