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Coronavirus: in Lombardia 364 nuovi casi e 68 morti nelle ultime 24 ore

oronavirus: in Lombardia 364 nuovi casi e 68 morti nelle ultime 24 ore
„Tristemente raggiunta la cifra monstre degli oltre 15mila decessi, la metà dei morti italiani: in Lombardia 364 nuovi casi nelle ultime 24 ore, 70 a Brescia con tre decessi“

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L’altalena dei numeri non permette ancora di tirare il fiato: in Lombardia aumentano sia i nuovi casi di positività al Covid-19 che la loro percentuale sul totale dei tamponi effettuati (circa 150 in più rispetto a domenica, ma forse ancora pochi). Nel Bresciano sono ancora 70 i nuovi casi di Coronavirus, quasi 30 in più rispetto a due giorni fa: ma sono solo tre i decessi, uno nella Bassa Bresciana (a Visano, che piange la quarta croce) e due in Valle Camonica.

Gli ultimi aggiornamenti in Lombardia

Sono 364 in più i nuovi casi di Coronavirus in Lombardia nelle ultime 24 ore: il 4,84% del totale dei tamponi processati (ovvero 7.508: domenica erano 7.369, sabato 11.478) e il 48,92% di tutti i nuovi casi italiani, che sono 744 per un totale di 219.814 dall’inizio dell’epidemia (di questi 81.871 in Lombardia, il 37.24%). Aumentano (di poco) anche i decessi lombardi, che sono 68 tra domenica e lunedì: il 37,99% di tutti i nuovi decessi italiani, più 179 nelle ultime 24 ore, che portano il totale a 30.739, di cui il 48,97% in Lombardia, dove è stata superata quota 15mila (sono 15.054).

Dopo l’inattesa risalita dei ricoverati in terapia intensiva, i dati ricominciano a calare: sono 37 in meno le persone che attualmente si trovano in ospedale, totale 5.738 di cui 5.397 (il 94,05%) in buone condizioni e 341 in terapia intensiva, poco più di un terzo di tutti i ricoverati in terapia intensiva d’Italia (che sono 999, per la prima volta sotto i mille dopo due mesi).

I dati per provincia: a Mantova zero casi

I dati per provincia confermano aumenti ancora significativi a Milano (più 114 nelle ultime 24 ore, totale 21.490 di cui 9.071 in città), a Brescia (più 70, totale 13.620) e a Bergamo (più 50, totale 11.791). Sono 24 i nuovi casi a Pavia, totale 4.801, e 19 i nuovi casi a Monza e Brianza, totale 5.074: si avvicina alla soglia dello zero la provincia di Cremona, solo 2 nuovi casi nelle ultime 24 ore e 8 negli ultimi due giorni, totale 6.250 mentre sono davvero zero i nuovi casi a Mantova (uno negli ultimi due giorni), totale 3.251.

Coronavirus: in Lombardia 364 nuovi casi e 68 morti nelle ultime 24 ore
„E intanto che si avvicina la “data X” del 18 maggio, alcuni numeri sul tema delle riaperture differenziate: degli 82.488 pazienti attualmente positivi in tutta Italia, quasi il 70% (totale 56.249) è concentrato nelle quattro regioni più produttive del Nord. Sono 30.411 in Lombardia, il 36,86% del totale, poi 13.338 in Piemonte, 7.040 in Emilia Romagna, 5.460 in Veneto.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Bologna, a 40 anni dalla strage

la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari

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Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione 2 agosto, non fa nomi ma è facile verificare che dal 30 luglio 1976 e fino a un anno prima dell’eccidio il premier fosse Giulio Andreotti (al suo quinto mandato) e fino al 18 ottobre 1980 a guidare il governo fosse Francesco Cossiga. Agli atti dell’indagine che vede il defunto Licio Gelli tra coloro che pagarano i Nar perché facessero esplodere l’ordigno documenti inediti e fino a poco fa “insabbiatI” che hanno introdotto gli inquirenti verso nuovi percorsi investigativi

“Una luce in fondo al tunnel della verità ora c’è. Sarà un processo durissimo. Noi chiediamo ancora completa verità e dopo i mandanti, non più presunti perché ci sono i conti e non lo dico io mai i giudici, bisognerà individuare gli ispiratori politici. Tutti i capi dei servizi erano appartenenti alla loggia massonica P2 e li nomina il presidente del Consiglio. La strage è stata preordinata e calibrata un anno e mezzo prima del 2 agosto 1980″. Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione 2 agosto, non fa nomi ma è facile verificare che dal 30 luglio 1976 e fino a un anno prima dell’eccidio il premier fosse Giulio Andreotti (al suo quinto mandato) e fino al 18 ottobre 1980 a guidare il governo fosse Francesco Cossiga. Che da presidente emerito – come rivelato da MillenniuM – avrebbe raccontato al faccendiere Francesco Pazienza, una vita nei servizi segreti, che l’ordigno “era un transito. Una bomba esplosa per sbaglio. Io volevo dirlo ai giudici dell’ultimo processo ma non mi hanno voluto sentire…”.

La nuova inchiesta e i vecchi depistaggi – Ma Pazienza – insieme ai dirigenti del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, e Licio Gelli – è stato però condannato per aver depistato le indagini e aveva recentemente dichiarato che la strage era responsabilità di Gheddafi. E per questo la corte ha ritenuto quindi la sua testimonianza “inutile” o “addirittura fuorviante”. I giudici hanno respinto al mittente anche la proposta di Ilich Ramirez Sanchez, meglio conosciuto come Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano detenuto in Francia. Carlos sarebbe stato testimone della difesa di Gilberto Cavalliniil quarto Nar condannato all’ergastolo in primo grado, il 9 gennaio scorso. Mentre per Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, sentiti come testimoni, il verdetto di responsabilità è definitivo.

La “pista palestinese” è stata archiviata nel 2015 e per i giudici dell’Assise di Bologna non solo l’indagine, durata nove anni, ha esplorato ogni possibilità ma Carlos non è stato mai considerato credibile o attendibile, anzi valutato come reticente. La nuova indagine, quella sui mandanti, chiarisce che quella suggestione e la figura di Carlos “sono stati introdotti preventivamente alla perpetrazione della strage”, ricorda l’avvocato di parte civile, Andrea Speranzoni.

Le motivazioni dei giudici saranno depositate il 7 settembre. E sapremo perché i giudici, presieduti da Michele Leoni, per Cavallini hanno riqualificato il reato escludendo che avesse come finalità di attentare alla sicurezza dello Stato. E se è definitivamente chiusa l’era dei depistatori di professione e non. In attesa dell’individuazione degli “ispiratori politici“, a 40 anni dalla strage gli inquirenti di Bologna hanno ottenuto il fine pena mai e individuato il filo nero che dal Maestro Venerabile della P2 passa dal cuore dello Stato e finisce agli estremisti di destra. Seguendo la traccia dei soldi incassati per quella mattanza.

Cavallini, il quarto Nar che si dichiara innocente (come tutti gli altri)– “Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna”. Cavallini, come gli altri Nar, si è sempre dichiarato innocente. Per i magistrati che hanno condotto il processo, durato due anni, quaranta udienze e ascoltato oltre cinquanta testimoni, è lui il quarto uomo. Infanzia a Milano, padre fascista, madre che gli insegna “l’amore per il vangelo”, poi fondatore dei “Boys San” dell’Inter, picchiatore affascinato dalla Repubblica di Salò, assassino di rossi, poliziotti e giudici, come Mario Amato, reati sempre rivendicati, ma stragista “no”, Bologna “no”. Come del resto hanno sempre detto anche gli altri con Ciavardini che, sentito al processo, a un familiare ha detto di essere l’86esima vittima suscitando indignazione universale. Il nucleo storico dei Nar – senza dimenticare gli altri camerati come Walter Sordi (poi pentito) e Fabrizio Zani, anche loro di nuovo in aula chiamati a testimoniare – a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha insanguinato le strade. “Spontaneisti” per Fioravanti e Cavallini“carne da macello che doveva difendersi” per Mambro, “manovrati” da P2 e servizi segreti deviati per il collegio di parte civile e per i familiari delle vittime della strage, che non hanno perso una sola udienza, come fecero nei processi passati. In due anni c’è stato spazio anche per un accertamento genetico che ha visto la riesumazione della bara di una vittima, Maria Fresuscoprendo che il Dna dei resti contenuti nel feretro non era quello della giovane donna morta.

Da Licio Gelli mandante – Per anni i familiari delle vittime hanno chiesto di conoscere i mandanti dell’attentato come ora chiedono di conoscere gli “ispiratori politici”. Era uno dei tasselli mancanti nel grande mosaico storico giudiziario che gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme per cercare una ragione alla bomba fatta esplodere nella sala d’aspetto della stazione. Quest’anno ci sono quattro nomi, anche se rimarranno sulla carta: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi. Tutti e quattro sono morti e non potrà mai esserci un processo, né una sentenza di condanna o di assoluzione. Ma non tutti i protagonisti di questo nuovo capitolo sono usciti di scena. Ci sono Paolo Bellini, l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale, per concorso in strage; l’ex generale dei servizi oggi 90enne Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio; e l’amministratore del condominio di via Gradoli a Roma, Domenico Catracchia, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. Via Gradoli, la strada romana dove le Brigate rosse avevano allestito il carcere di Aldo Moro nel 1978, era emersa anche nel processo a Cavallini grazie ad alcuni documenti prodotti dalle parti civili. Nella stessa via, infatti, anche i Nar avevano due covi, nel 1981. E gli appartamenti in uso ai terroristi di estrema destra, così come quello delle Br, erano riconducibili a società immobiliari e a personaggi legati al Sisde.
La Procura generale, che nel 2017 ha avocato a sé l’indagine innescata dalla meticolosa analisi dei documenti da parte dell’Associazione 2 agosto, è arrivata alla conclusione che dietro alla bomba alla stazione c’erano quattro menti nere: quelle di Licio Gelli, del suo braccio destro Umberto Ortolani, del potentissimo capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e del piduista senatore del Msi, Mario Tedeschi. Gelli era stato già condannato come depistatore dell’attentato, mentre il suo braccio destro Ortolani era stato prosciolto. Accusato di essere stato al centro degli intrighi finanziari della loggia, Ortolani era sparito per sottrarsi a due mandati di cattura internazionali. Rifugiatosi a San Paolo, il Brasile si era sempre rifiutato di arrestarlo perché cittadino brasiliano. Nel 1996, nel processo sulla loggia P2, venne assolto dall’accusa di cospirazione politica contro i poteri dello Stato. Nel 1998 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva a 12 anni per il crac del Banco Ambrosiano. Gelli e Ortolani vengono considerati mandanti-finanziatori della strage. Il potentissimo D’Amato, ex agente anglo americano, regista delle principali trame occulte italiane, è invece accusato di essere mandante-organizzatore della bomba: uomo dei mille misteri, anche D’Amato era iscritto alla P2. Faceva parte della loggia di Gelli – tessera numero 1.643 – anche Tedeschi, storico direttore de Il Borghese e senatore del Movimento sociale: per gli inquirenti ha aiutato D’Amato nella gestione mediatica degli eventi preparatori e successivi alla strage, ma anche delle attività di depistaggio.
Paolo Bellini tra gli esecutori – È Paolo Bellini l’uomo con i baffi e capelli ricci, che si aggirava alla stazione di Bologna poco prima della disintegrazione della sala d’aspetto. Ex estremista nero protagonista di una vita spericolata, per la strage di Bologna era già stato indagato e prosciolto il 28 aprile del 1992: negò la sua presenza, indicata da due testimoni, in città la mattina del 2 agosto e fornì un alibi ottenendo il proscioglimento, annullato solo qualche mese fa dalla giudice Francesca Zavaglia. Una revoca che era stata richiesta dalla Procura generale e legata a tre nuovi elementi raccolti. Tra questi c’è il fotogramma che compare in un filmato amatoriale Super 8 girato da un turista tedesco negli attimi immediatamente precedenti alla strage. A recuperarlo nell’archivio di Stato i difensori dei familiari delle vittime, gli avvocati Andrea SperanzoniGiuseppe GiampaoloNicola Brigida e Roberto Nasci, che lo hanno poi depositato alla procura generale. A differenza di quello che avviene oggi con gli smartphone, infatti, nel 1980 le riprese amatoriali erano realizzate solo da pochi appassionati in possesso di videocamere. Il turista filmò dal treno l’arrivo in stazione sul primo binario, alle 10.13, 12 minuti prima dello scoppio. E riprese anche quell’uomo che per la sua ex moglie è proprio Bellini.
Il secondo elemento che “inguaia” Bellini è rappresentato da un’intercettazione ambientale del 1996: Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la strage di Brescia e ora deceduto, parlando con il figlio disse di essere a conoscenza della riconducibilità della strage di Bologna alla banda Fioravanti (“Sì sicuramente…sono stati loro… Eh, intanto lui ha i soldi”) e che all’evento partecipò un “aviere“, che portò la bomba. Proprio Bellini era infatti conosciuto nell’ambiente dell’estrema destra per la passione per il volo tanto che conseguì il brevetto da pilota. Per collegare mandanti ed esecutori, i magistrati e la Guardia di Finanza hanno seguito il flusso di denaro. Circa cinque milioni di dollari partiti da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani e alla fine arrivati al gruppo dei Nar, con una consegna in contanti di un milione, il 30 luglio, e non solo. Circa 850mila dollari, per gli inquirenti, furono intascati da D’Amato che secondo l’ipotesi investigativa teneva i contatti con la destra eversiva tramite Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia nazionale. E ancora un’altra fetta di quel denaro sarebbe servita invece a finanziare il depistaggio a mezzo stampa. In particolare, la Procura generale ritiene che una somma andò a Tedeschi perché portasse avanti una campagna sul suo giornale avallando l’ipotesi della “pista internazionale”.
Il flusso di denaro, i documenti “Bologna” e “artigli” – Il prezzo della strage, secondo gli accertamenti, fu pagato tra il 16 febbraio 1979 e il 30 luglio 1980, anche se il saldo economico inizia a sedimentarsi a partire dal 22 agosto 1980. La chiave di volta è stato il lavoro fatto sugli atti del crac del Banco Ambrosiano e sul documento Bologna, sequestrato nel 1982 al massone Gelli ma “fatto inabissare”. Il foglietto, il cui originale è stato scovato all’archivio di Stato di Milano nel portafogli sequestrato allo stesso Venerabile, aveva l’intestazione ‘Bologna – 525779 – X.S.’, con il numero di un conto corrente aperto alla Ubs di Ginevra dal capo della P2. Al documento Bologna c’è un riferimento in uno degli atti considerati più importanti dagli investigatori, il documento artigli. Un appunto per il ministro dell’Interno, all’epoca Amintore Fanfani, classificato come riservatissimo, datato 15 ottobre 1987 e firmato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Il documento mai protocollato è stato scovato tra le carte del cosiddetto deposito della via Appia: un archivio segreto dell’Ufficio Affari riservati, scoperto solo nel 1996, dopo la morte di Federico Umberto D’Amato. In quel documento top secret si ricostruiva il colloquio tra il legale di Gelli, Fabio Dean, ricevuto nell’ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione Umberto Pierantoni. L’avvocato non è certo sibillino nel suo discorso, sostiene che la polizia “può fare molto” per “ridimensionare il tutto”. Sostiene che il capo della P2 ha già “contattato” altri politici “del Psi e della Dc” e invita “il ministro” a “prendere in mano la situazione”. “Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”, disse Dean, parlando del suo assistito, in quel momento in carcere e di lì a poco interrogato, anche sul 2 agosto 1980. “Tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982 vi sono degli appunti con notizie riservate, che spetterà, poi, a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse”. Una minaccia allo Stato. Di cui ancora non si conosce origine, movente e appunto ispirazione. Ma proprio questi documenti inabissati stanno stanno introducendo gli inquirenti verso nuovi percorsi investigativi. Giovedì il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Bologna, ha chiesto di continuare nel percorso della ricerca della verità. Quella “completa” che invocano i familiari delle vittime che bollano come “depistaggio mediatico” la frase di Carlo Maria Maggi che, intercettato, dice che l’eccidio di Bologna “è stato un tentativo di confondere le acque, capisci?! Per far dimenticare Ustica”. La cui storia giudiziaria, nei soli processi civili, ha individuato però e per ora nello Stato l’unico responsabile.


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Coronavirus, Mattarella: “Libertà non è fare ammalare gli altri. No alle fake news”

l presidente della Repubblica durante la cerimonia del Ventaglio: “Apertura regolare scuole è primo obiettivo”. “Da Ue risposta straordinaria, ora programma tempestivo, concreto, efficace”

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“Non entro nel dibattito politico, come è dovere di chi ricopre ruoli di garanzia”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella spiegando ai giornalisti di non poter rispondere a tutte le loro domande durante la cerimonia del Ventaglio.

La cautela sulla pandemia è un “richiamo prezioso e opportuno. C’è infatti la tendenza a dimenticare e a rimuovere esperienze sgradevoli. Forse non era immaginabile che la rimozione affiorasse cosi presto mente nel nostro Paese continuano a morire persone per il virus. E’ un motivo per non abbassare le difese”. “C’è un pericolo ancora attuale – ha ammonito – ci sono contagi e vittime”

“Esattamente 4 mesi fa – ha ricordato il Capo dello Stato – sono morti in un solo giorno oltre 800 concittadini. Non possiamo e dobbiamo rimuovere tutto questo, per rispetto dei morti, dei sacrifici affrontati dai nostri concittadini, con comportamenti che oggi ci permettono di guardare con maggiore fiducia. Altrove il rifiuto o l’impossibilità di quei comportamenti ha provocato o sta provocando drammatiche conseguenze”.

Mattarella è poi intervenuto sul delicato tema dell’istruzione. Uno “sforzo”, ha detto, per approntare “tutte le misure e le attrezzature” destinate alla scuola tenendo conto della non uniformita’ territoriale “dovrà essere fatto da tanti protagonisti della società e della politica”.  “Ne va- aggiunge- della possibilità per le giovani generazioni di avere un futuro migliore e contribuire a futuro migliore”.

“E’ in gioco il futuro, un futuro che richiede determinazione. I nostri ragazzi hanno patito un anno di disagio. Il sistema Italia non può permettersi di dissipare altre energie in questo campo. Lo sviluppo della nostra società subirebbe un danno incalcolabile. L’apertura regolare delle scuole è un obiettivo primario. L’Italia deve raccogliere la sfida e deve essere fatto ogni sforzo”.

“Informazione vitale nel contrasto pandemia”

“Il mondo dell’informazione è stato interpellato dal virus e ha dato prova di esser stato al servizio dell’interesse generale e dei cittadini. Un ruolo di grande rilievo nel contrastare la pandemia. Un’opportunità forse inattesa che rilancia il ruolo del giornalismo. Ruolo opposto alle fabbriche della cattiva informazione, delle fake news. L’informazione professionale e di qualità è stata riconosciuta dai cittadini”.

“Grazie a quei Paesi solidali con Italia”

“Chiusi nelle nostre case – ha ricordato il presidente della Repubblica – abbiamo pensato spesso che il dopo avrebbe dovuto essere necessariamente diverso. E’ una consapevolezza del bisogno di cambiamento che non riguarda solo la sfera personale ma che si registra nei rapporti tra Paesi diversi. Tutti esposti alla medesima fragilità. La risposta si è tradotta in esperienze di preziosa, reciproca solidarietà, e desidero ringraziare quei Paesi che hanno dimostrato amicizia all’Italia, così come ha fatto l’Italia”.

“L’ambito europeo – ha aggiunto – è la cornice entro cui collocare la sapiente difesa degli interessi dei nostri concittadini. In questo ambito noi italiani siamo chiamati a fare la nostra parte e a utilizzare le risorse nell’ambito di un programma tempestivo, concreto e efficace”.

“Le scelte del Consiglio europeo – ha sottolineato – hanno una portata straordinaria e manifestano un’ambizione di portata storica. Manifestano una consapevolezza: nessuno si salva da solo”. “E’ importante che questa nuova strada che l’Europa ha aperto non si richiuda in una visione miope” centrata “sugli aspetti piu’ contingenti ma che guardi al futuro . Vi è un’aspettativa ricca di fiducia”.

“Da Ue risposta straordinaria, ora programma tempestivo”

Le risorse, ma soprattutto “la qualità e le formule profondamente innovative” messe in campo dalle istituzioni comunitarie hanno una “portata straordinaria” e “hanno aperto la possibiità di una strada nuova alla integrazione europea”. 

“Ora è importante che l’Europa non si rinchiuda in una visione miope che consideri solo gli effetti più contingenti della crisi ma guardi al futuro”. A sua volta, l’Italia è chiamata a varare un “programma tempestivo, concreto ed efficace di innovazione per recuperare le conseguenze negative della pandemia sul tessuto economico e sociale e avviare un consistente processo di crescita del nostro Paese. In questo è in gioco il futuro”.



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Coronavirus in Campania: focolai e nuovi ricoveri, c’è il rischio della seconda ondata

Covid-19 in Campania altri focolai, c’è il rischio di yna seconda ondata

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Si sono aggravate le condizioni di salute di un paziente di Giugliano giunto nei giorni scorsi al pronto soccorso del Cotugno insieme alla moglie. Alla febbre, che da un paio di giorni non passava, scambiata per un colpo di calore, si è associata ai tipici sintomi dell’infezione da Covid-19. La polmonite provoca una grave insufficienza respiratoria con livelli di ossigenazione del sangue molto bassi. In serie condizioni sempre al Cotugno un secondo paziente, non anziano, ricoverato in sub intensiva di ritorno da un viaggio nei Balcani. Grave anche un terzo paziente napoletano ricoverato nel Covid center di Scafati. A Napoli città intanto si registrano tre nuovi ricoveri per Sars Cov-2: uno l’altra notte al Cotugno, un giovane di 20 anni già positivo al tampone che accusa febbre e affanno. È ricoverato nel reparto di degenza ordinaria. Gli altri due sono stati invece dirottati al Covid center di Napoli est in trasferimento il primo dall’ospedale del mare, dove era in degenza per cure relative a una neoplasia del sangue, e l’altro al Pellegrini dove il paziente era giunto per una frattura alla spalla. Tutti erano negativi ai test sierologici per la ricerca di anticorpi, come spesso accade negli asintomatici.

In Campania la situazione epidemiologica dell’ultima settimana ha fatto accendere alcune spie rosse. L’accesso in ospedale di propria iniziativa di casi sintomatici anche gravi di cui peraltro non si riescono a decifrare le modalità di contagio non si vedeva dallo scorso marzo. Un secondo segnale di preallarme è il fatto che tutti gli otto posti di terapia sub intensiva del padiglione G del Cotugno dedicato ai pazienti Covid sono stati saturati in pochi giorni. Il quadro dei casi positivi è altalenante: ieri sono stati 6, il giorno prima 16, 19 il 22 luglio per poi tenersi piuttosto stabili in una media di 6 casi al giorno tranne il picco di 15 rilevati il 18 luglio in concomitanza con il focolaio di Mondragone. Ma il dato saliente è l’aumento casi che presentano sintomi e hanno bisogno di essere ospedalizzati. Sia perché sono maggiormente infettivi, sia perché sono lo specchio di una una base sommersa di contagiati più ampia. Tant’è che l’indice di infettività, ha per la prima volta superato 1 ridando un profilo esponenziale all’infezione. Negli ultimi quattro giorni sono stati registrati 32 casi di cui 13 sintomatici. 
Nell’hub del Cotugno con l’ultimo arrivato salgono a 18 i ricoverati di cui 8 in sub intensiva (di questi due sono in serie condizioni mentre la donna Rom di Scampia migliora così come lo skipper di Salerno). Gli altri 10 sono in degenza ordinaria. Al covid di Napoli est sono 8 i ricoverati. Da martedì il test sierologico sarà praticato in tutti i pronto soccorso della Asl di napoli. A Caserta sono una quindicina i pazienti ricoverati a Maddaloni. Tre o quattro nuovi ricoveri sonoi legati ad altrettanti focolai. Nessuno è grave. Tranquilla la situazione nell’avellinese e nel Sannio mentre nel Covid center di Scafati (Asl Salerno) sono 17 i degenti legati al focolaio di Salerno città e a quelli del Cilento, in particolare di Pisciotta. Un degente napoletano non anziano è in questo ospedale in gravi condizioni.

La maggior parte dei focolai sono sotto controllo grazie ai tracciamenti, tamponi e test sui contatti effettuati da parte delle Asl. A Capri l’unica novità sono due casi sospetti: due giovani in vacanza nella propria casa giunti in guardia medica per sintomi febbrili che hanno fatto scattare il protocollo “Capri sicura” con l’esecuzione dei tamponi. L’esito sarà noto oggi. Sono in isolamento domiciliare. A Caserta un focolaio è nato da una moldava si è sentita male al Casello di Caianiello. Il 118 l’ha condotta a Maddaloni in insufficienza respiratoria. Lavorava come badante a Conca della Campania: sono risultati positivi la vecchietta assistita dalla donna, il figlio, la nuora, un uomo che faceva da mediatore per le sua attività e la compagna. Un secondo focolaio è stato registrato a San Nicola la Strada: tre senegalesi provenienti da Dakar sono stati isolati e la comunità tamponata due volte. Infine una rom giunta al pronto soccorso di Aversa collegata con il focolaio di Scampia: positivi i 4 figli minorenni ospitati da una parente di Castelvotuno anch’ella positiva. Tutti in isolamento. Nel salernitano infine preoccupa il focolaio di Pisciotta dove è stato registrato il positivo numero 11. Focolaio partito da due coniugi di Salerno il cui figlio era positivo. Sono stati in visita da amici a Marina di Pisciotta. Durante una cena sono risultati molti contagiati nel gruppo. Degli altri 9 positivi 2 sono sono di Napoli e 2 di Taranto, gli altri della provincia di Salerno. Contagiata anche una venditrice ambulante.



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