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Medicina

Coronavirus, prime risposte positive dal vaccino di Oxford

Quello sviluppato dall’Università di Oxford è il primo sperimentale, tra i tanti in fase di sviluppo, ad entrare nella fase 3 ed è quello di cui l’Italia ha prenotato 30 milioni di dosi. Gli studiosi che stanno lavorando su questo progetto parlano di distribuzione in tutto il mondo entro la fine dell’anno. Non si tratta però dell’unica ricerca: anche Usa, Cina e Russia stanno sviluppando un prototipo

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La sperimentazione clinica sul potenziale vaccino anti Covid-19 sviluppato dall’Università di Oxford sta fornendo risultati «estremamente promettenti», e potrebbe addirittura fornire – secondo gli scienziati coinvolti nella ricerca – «una doppia protezione» dal virus. Lo anticipano alcuni giornali britannici in attesa della pubblicazione dei dati scientifici sulla prima fase dei trials lunedì sul Lancet.

Il prototipo di Oxford, concepito in collaborazione con l’azienda italiana Advent-Irbm di Pomezia, è tra i pochi progetti al mondo arrivati alla fase 3 della sperimentazione clinica, la più importante e avanzata, estesa a migliaia di persone. Ma già la fase 1, avviata ad aprile su decine di volontari adulti sani, pare confermare che il farmaco è in grado di stimolare una risposta immunitaria significativa.

Restano tuttavia diverse cautele sulla durata potenziale dell’immunità, mentre il ministro della Sanità britannico Matt Hancock limita per ora a ipotizzare «nello scenario migliore» una distribuzione di massa entro fine anno, «ma più probabilmente nel 2021».

Le anticipazioni hanno fatto intanto crescere in borsa le quotazioni dei titoli di AstraZenica, colosso farmaceutico anglo-svedese con cui il governo britannico – principale finanziatore della ricerca – ha sottoscritto da mesi un pre-contratto di produzione commerciale di massa del prototipo di Oxford: per un prodotto di cui Londra s’è già assicurata la prelazione su una prima fornitura di milioni di dosi e gli Usa su una seconda ondata, con i Paesi Ue a seguire. 

I campioni di sangue che indicano la produzione sia di anticorpi sia di “cellule T killer” indotta dal prototipo, ha detto una fonte anonima interna al team di ricerca dell’istituto Jenner oxfordiano citata oggi dal Daily Telegraph. “Ed è la combinazione di questi due fattori che confidiamo possa proteggere le persone”, ha aggiunto, pur ammettendo che “resta ancora molto da fare” per passare da questa “fase importante” di sperimentazione all’auspicato, ma non certo, esito finale di un vaccino efficace da rendere disponibile al pubblico. I test dell’università di Oxford coinvolgono attualmente 4.000 volontari, tutti residenti nel Regno: un campione che presto verrà esteso ad altre 10.000 persone.


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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Mascherine sì o no? Ecco cosa dicono i dati

Gli studi confermano che l’uso delle mascherine salva molte vite umane, limitando la diffusione del coronavirus e le opportunità di contagio, e alcune ricerche suggeriscono addirittura che possa ridurre la gravità della malattia nel caso se ne venga colpiti. Malgrado questo, si continua a discutere della loro efficacia. Quante prove ci vogliono ancora per stabilire la loro utilità una volta per tutte?

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Quando i suoi colleghi danesi hanno cominciato a proporre di distribuire mascherine in tessuto alla popolazione della Guinea-Bissau per contenere la diffusione del coronavirus, Christine Benn non era del tutto convinta. “Ho detto: Sì, magari può essere un bene, ma i dati sull’effettiva efficacia delle mascherine sono limitati”, racconta Benn, che fa ricerca sulla sanità globale all’Università della Danimarca meridionale di Copenaghen, e ha contribuito per decenni a guidare campagne sanitarie nel paese dell’Africa occidentale, uno dei più poveri al mondo. Questo però accadeva a marzo. A luglio, Benn e la sua squadra avevano trovato il modo di raccogliere qualche dato utile sulle mascherine e di dare, sperabilmente, un aiuto alle persone in Guinea-Bissau. Hanno distribuito migliaia di mascherine di stoffa prodotte in loco, nel quadro di un trial controllato ad assegnazione casuale che potrebbe essere il più vasto test mai realizzato nel mondo sull’efficacia delle mascherine contro la diffusione di COVID-19.  

Washington, D.C., 5 ottobre: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si toglie la mascherina rientrando alla Casa Bianca dopo il ricovero al Walter Reed National Military Medical Center per COVID-19 (© ZUMAPRESS.com/AGF)

Le mascherine sono il simbolo onnipresente di una pandemia che ha colpito 35 milioni di persone e ne ha ucciso più di un milione. Negli ospedali e in altre strutture sanitarie, usare mascherine di tipo medico riduce chiaramente la trasmissione del virus SARS-CoV-2. Ma a causa della gran varietà di mascherine che usa la gente, i dati sono confusi, disparati e spesso messi insieme troppo in fretta. A ciò si aggiunge un discorso politico che provoca divisioni, con un presidente degli Stati Uniti che ne disprezzava l’uso solo pochi giorni prima di essere colpito lui stesso da COVID-19.

“La gente guarda alle prove disponibili ma le vede in modo diverso”, dice Baruch Fischhoff, psicologo della Carnegie Mellon University di Pittsburgh,, specializzato nell’analisi delle politiche pubbliche. “È legittimo sentirsi confusi.”

I dati scientifici, va detto chiaramente, sono a favore dell’uso delle mascherine, e gli studi recenti fanno pensare che questi dispositivi possano salvare vite umane in vari modi: ci sono ricerche secondo cui abbassano le possibilità sia di trasmettere che di prendere il coronavirus, e qualche studio suggerisce che la mascherina possa ridurre la gravità della malattia nel caso che se ne venga colpiti.

Ma dare una risposta definitiva su quanto funzionano o quanto usarle è più complicato. Ci sono tanti tipi di mascherine, e vengono indossate in molti ambienti diversi. Ci sono dubbi su quanto la gente è disposta a indossarle, né se lo faccia come si deve. Anche solo capire quale tipo di studi potrebbe dare una prova definitiva della loro efficacia è tutt’altro che facile. “Quanto devono essere buone le prove?” chiede Fischhoff. “È una domanda essenziale.”

Evidenze aneddotiche All’inizio della pandemia, gli esperti non avevano solide prove sul modo in cui si diffonde il virus SARS-CoV-2, e non ne sapevano abbastanza per formulare forti raccomandazioni sulle mascherine come misura di pubblica sanità.

La mascherina standard in uso nei reparti sanitari è il tipo N95, che è stata progettata per proteggere chi la indossa filtrando il 95 per cento delle particelle di diametro pari o superiore a 0,3 micrometri (μm) in sospensione nell’aria. Quando l’epidemia si è estesa, le forniture di queste mascherine si sono rapidamente rivelate insufficienti. Questo ha posto una questione che continua a sollevare polemiche: è il caso che la gente si prenda la briga di indossare mascherine chirurgiche o di stoffa? E se sì, in quali situazioni? “Queste sono cose che normalmente arriviamo a definire con le sperimentazioni cliniche”, dice Kate Grabowski, epidemiologa delle malattie infettive alla Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora. “Ma non c’è stato il tempo di farlo.”

   

Milano, 3 ottobre 2020: mascherine in città (© Nicola Marfisi/AGF)

 

Così, gli scienziati si sono affidati a studi osservazionali e di laboratorio, e a evidenze indirette provenienti da altre malattie infettive. “Se si guarda un singolo studio, una risposta indiscutibile non c’è. Ma prendendoli tutti insieme, io sono convinta che [le mascherine] stanno funzionando”, dice Grabowski.

La fiducia nelle mascherine è aumentata a giugno, con la notizia di due parrucchieri del Missouri risultati positivi a COVID-19. Durante il lavoro, i due avevano indossato una copertura facciale di cotone a due strati o una mascherina chirurgica; pur avendo trasmesso l’infezione ad alcuni dei conviventi, i loro clienti sembrano essere stati risparmiati (più di metà di essi ha rifiutato di sottoporsi ai test gratuiti). Altri indizi sull’efficacia delle mascherine sono emersi dai raduni di massa. Alle manifestazioni di protesta del movimento Black Lives Matter nelle città degli Stati Uniti, la maggior parte dei partecipanti indossava la mascherina; e a quanto sembra le manifestazioni non hanno prodotto picchi di contagi; invece alla fine di giugno il virus si è diffuso senza freni in un campo estivo in Georgia, dove ai ragazzi non era stato richiesto di indossare mascherine.

Le ragioni per prendere questi dati con una certa cautela abbondano: per esempio, le proteste si sono svolte all’aperto, dove il rischio di diffusione di COVID-19 è minore, mentre i partecipanti al campo passavano le notti negli stessi bungalow. E dato che nel corso delle proteste molti di coloro che non c’erano stavano [in isolamento] a casa, ciò potrebbe aver ridotto la trasmissione virale nelle comunità. In ogni caso, l’evidenza aneddotica “contribuisce al quadro complessivo”, dice Theo Voss, studioso delle politiche sanitarie all’Università del Washington di Seattle.

Analisi più rigorose hanno aggiunto prove dirette. Uno studio pubblicato in forma preliminare ai primi di agosto (e non ancora sottoposto a peer-review) ha trovato che gli incrementi settimanali della mortalità pro capite erano quattro volte più bassi rispetto alle altre regioni nelle zone dove l’uso della mascherina era imposto o raccomandato dalle autorità.  I ricercatori hanno considerato 200 paesi, fra cui la Mongolia, che ha adottato l’uso delle mascherine a gennaio, e a maggio non aveva registrato neanche un caso di morte legato a COVID-19.

Un altro studio ha guardato agli effetti delle norme con cui alcuni stati USA hanno imposto l’uso delle mascherine ad aprile e maggio. Stando alle stime dei ricercatori, queste norme hanno ridotto la crescita dei casi di COVID-19 anche di 2 punti percentuali al giorno. Come ipotesi prudenziale, e anche dopo aver tenuto conto di altre misure di mitigazione come il distanziamento fisico, gli autori suggeriscono che le norme potrebbero aver scongiurato ben 450.000 casi di malattia. “Non c’è da fare chissà quali calcoli per dire che è ovviamente una buona idea”, dice Jeremy Howard, un ricercatore dell’Università di San Francisco, che fa parte di un gruppo che ha riesaminato le prove a favore dell’uso delle mascherine in un articolo pubblicato in versione preliminare che ha avuto ampia diffusione.

Questo genere di studi parte però dall’assunto che l’obbligo di usare le mascherine sia fatto osservare e che la gente le indossi correttamente. Spesso poi l’uso delle mascherine coincide con altri provvedimenti, come le limitazioni degli assembramenti. Con l’allentarsi delle restrizioni, ulteriori studi osservazionali potrebbero forse cominciare a separare l’impatto delle mascherine da quello di altri interventi, suggerisce Grabowski. “Diventerà più facile vedere cosa fa cosa”, dice.

Una malattia meno grave Nelle popolazioni umane, gli scienziati non possono controllare molti dei fattori che confondono la situazione, ma negli studi sugli animali sì. I ricercatori guidati da Kwok-Yung Yuen all’Università di Hong Kong hanno messo criceti contagiati e sani in gabbie adiacenti, con partizioni fatte del materiale delle mascherine chirurgiche che separavano alcuni degli animali. Stando al lavoro, pubblicato nel maggio scorso, in assenza della barriera circa due terzi degli animali non infetti prendevano il virus SARS-CoV-2. Solo il 25 per cento degli animali protetti dal materiale delle mascherine, invece, veniva contagiato, e comunque, in base ai punteggi di valutazione clinica e ai danni tissutali, si ammalava meno gravemente rispetto ai vicini privi della difesa.

I risultati giustificano l’opinione condivisa che sta emergendo secondo cui la mascherina protegge sia chi la usa sia gli altri. E suffragano anche un’altra idea che può avere un forte impatto: “Forse la mascherina non protegge solo dal contagio, ma anche dalla forma grave della malattia”, dice Monica Gandhi, infettivologa all’Università della California a San Francisco. Insieme ad altri, Gandhi ha pubblicato verso la fine di luglio un lavoro che suggerisce che l’uso della mascherina riduce la quantità di virus che raggiunge chi la indossa, causando un’infezione meno grave o addirittura asintomatica. Un numero più elevato di virus dà origine a una risposta infiammatoria più aggressiva, aggiunge.

Ora Gandhi e colleghi stanno analizzando i tassi di ricovero ospedaliero per COVID-19 prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di usare le mascherine in 1000 contee degli Stati Uniti, per determinare se la gravità della malattia è diminuita dopo l’introduzione di linee guida per l’uso delle mascherine in pubblico.

L’idea che l’esposizione a un maggior quantitativo di virus dia un’infezione più grave “è decisamente sensata”, dice Paul Digard, virologo all’Università di Edimburgo, nel Regno Unito, non coinvolto nella ricerca. “È un altro argomento a favore delle mascherine.” Gandhi suggerisce un altro possibile vantaggio: se c’è più gente che si ammala in forma lieve, questo potrebbe contribuire ad accrescere l’immunità a livello della popolazione senza far aumentare il carico di malattie gravi e decessi. E pone la domanda: “In attesa del vaccino, è possibile che far salire i tassi delle infezioni asintomatiche sia un bene per l’immunità a livello di popolazione?”

Dimensioni e traiettorie Il dibattito sulle mascherine è strettamente legato a un’altra questione che ha suscitato forti divisioni: in che modo il virus si sposta nell’aria e diffonde l’infezione?

Quando una persona respira, parla, starnutisce o tossisce, prende il volo un sottile spruzzo di particelle liquide. Alcune sono grandi – persino visibili – e sono chiamate goccioline; altre microscopiche, e rientrano fra gli aerosol. I virus, fra cui SARS-CoV-2, viaggiano in queste particelle, le cui dimensioni ne dettano il comportamento. Le goccioline possono essere emesse ad alta velocità e atterrare in prossimità di occhi, naso o bocca di una persona vicina, provocando l’infezione. Ma la forza di gravità le porta rapidamente verso il basso; gli aerosol, invece, possono restare sospesi nell’aria per vari minuti e anche per ore, e diffondersi in una stanza mal ventilata come fa il fumo di sigaretta.

Che cosa implica tutto questo per la capacità delle mascherine di impedire la trasmissione di COVID-19? In sé, il virus ha un diametro di soli 0,1 μm. Ma dato che i virus non si allontanano dal corpo da soli, non è necessario che la mascherina blocchi particelle tanto piccole perché sia efficace: quello che conta sono le goccioline e gli aerosol che trasportano i patogeni, il cui diametro va circa 0,2 a qualche centinaio di micrometri. (Un capello umano, in media, è spesso circa 80 μm.) La maggior parte ha un diametro compreso tra 1 e 10 μm, e può restare in aria per parecchio tempo, dice Jose-Luis Jimenez, chimico ambientale all’Università del Colorado a Boulder. “È qui che succedono le cose.”

Gli scienziati sono ancora incerti su quali siano le dimensioni delle particelle più importanti nella trasmissione di COVID-19. Non sono neppure tutti d’accordo su quale sia il limite che definisce gli aerosol. Per le stesse ragioni, del resto, non sanno ancora qual è la principale forma di trasmissione dell’influenza, che pure viene studiata da molto più tempo. Molti ritengono che la pandemia di COVID-19 sia in larga parte sostenuta dalla trasmissione asintomatica, il che suggerisce che in genre il virus non si trasmette con tosse e starnuti. In base a questo ragionamento, l’aerosol potrebbe rivelarsi il più importante veicolo di trasmissione; vale la pena, quindi, di vedere quali mascherine riescono a bloccare gli aerosol.

La stoffa giusta Nell’uso concreto, anche le mascherine N95 ben aderenti al viso restano un po’ al di sotto della loro efficacia nominale del 95 per cento, e in realtà filtrano circa il 90 per cento dell’aerosol in entrata di diametro pari o superiore a 0,3 μm. E, secondo ricerche non pubblicate, le mascherine N95 senza valvole di espirazione – le valvole che espellono l’aria espirata senza filtrarla – bloccano un’analoga proporzione degli aerosol in uscita. Molto di meno si sa sulle mascherine chirurgiche e quelle di stoffa, dice Kevin Fennelly, pneumologo al National Hearth, Lung and Blood Institute degli Stati Uniti di Bethesda.

Passando in rassegna studi osservazionali precedenti, un gruppo di ricerca internazionale ha stimato che le mascherine chirurgiche e quelle di stoffa a esse paragonabili abbiano un’efficacia del 67 per cento nel proteggere chi le indossa. In un lavoro non pubblicato, Lindsey Marr, ingegnere ambientale al Virginia Tech di Blacksburg, e colleghi, hanno trovato che anche una maglietta di cotone può bloccare metà degli aerosol inalati e quasi l’80 per cento di quelli esalati del diametro di 2 μm. E quando si arriva ad aerosol di 4-5 μm, dice, quasi ogni stoffa può bloccarne più dell’80 per cento in entrambe le direzioni.

Con più strati di stoffa l’efficacia aumenta, e più fitta è la trama meglio è. Un altro studio ha trovato che le mascherine fatte con strati di materiali diversi – per esempio, cotone e seta – riescono a bloccare gli aerosol con più efficienza di quelle fatte di un unico materiale.

   

Benn, insieme ad alcuni ingegneri danesi della sua università, ha messo alla prova le mascherine di stoffa a due strati che avevano progettato, seguendo gli stessi criteri usati per i respiratori per uso medico. Hanno trovato, secondo Benn, che le loro mascherine bloccavano solo l’11-19 per cento degli aerosol di 0,3 μm. Ma dato che la maggior parte dei casi di trasmissione si verifica probabilmente attraverso particelle di diametro pari almeno a 1 μm, secondo Marr e Jimenez, la reale differenza di efficacia tra le mascherine N95 e le altre potrebbe non essere poi tanto grande.

Eric Westman, ricercatore clinico alla School of Medicine della Duke University a Durham, è fra gli autori di uno studio pubblicato ad agosto in cui si illustra un metodo per mettere alla prova l’efficacia delle mascherine. Il suo gruppo ha usato un laser e le videocamere degli smartphone per confrontare l’efficacia con cui 14 mascherine facciali chirurgiche e di stoffa bloccavano le goccioline quando una persona parlava. “Ho trovato rassicurante il fatto che molte delle mascherine che abbiamo usato funzionavano”, dice, parlando dei risultati relativi alle mascherine di stoffa e chirurgiche. Ma gli scaldacollo sottili in poliestere e spandex – una sorta di sciarpe elasticizzate che si possono tirare su per coprire la bocca e il naso – sembravano invece ridurre le dimensioni delle goccioline emesse. “Rischiano di essere peggio che non coprirsi affatto naso e bocca”, dice Westman.

Alcuni scienziati consigliano di non dare eccessiva importanza a questi risultati, basati soltanto su una persona che parlava. Marr e il suo gruppo sono fra quelli che hanno risposto con propri esperimenti, trovando che gli scaldacollo bloccavano la maggior parte delle goccioline più grandi. Marr dice che sta scrivendo un lavoro per la pubblicazione. “Ci sono tante informazioni in giro, ma a voler mettere insieme tutti i tipi di prove c’è da confondersi”, dice Angela Rasmussen, virologa alla Mailman School of Public Health della Columbia University a New York. “Andando al sodo, ancora non ne sappiamo granché.”

Questioni di comportamento Le questioni sulle mascherine vanno al di là della biologia, dell’epidemiologia e della fisica. Nella realtà quotidiana, l’elemento centrale per la maggiore o minore efficacia delle mascherine è il comportamento umano. “Non vorrei mai che una persona infetta che si trova in un’area affollata si sentisse tranquilla solo perché indossa una mascherina di stoffa”, dice Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy dell’Università del Minnesota a Minneapolis.

Forse è un caso, ma qualche elemento suggerisce che mettere la mascherina potrebbe indurre chi la indossa e chi gli sta attorno a rispettare di più altre misure, come il distanziamento sociale. Può darsi che le mascherine servano a farci ricordare che abbiamo tutti delle responsabilità condivise. Ma ciò richiede che vengano indossate.

Nel complesso, negli Stati Uniti dalla fine di luglio l’uso delle mascherine è rimasto stabilmente intorno al 50 per cento. Si tratta di un aumento sostanziale rispetto al 20 per cento di marzo e aprile, secondo i dati diffusi dall’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’University of Washington a Seattle. Il modello costruito da questo istituto ha predetto inoltre che, a partire dal 23 settembre, aumentando al 95 per cento l’uso delle mascherine negli Stati Uniti  – un livello effettivamente osservato a Singapore e in qualche altro paese – avrebbe salvato quasi 100.000 vite umane tra quel momento e il 1° gennaio 2021. “Ci piacerebbe saperne molto di più”, dice Vos, che ha collaborato all’analisi. “Ma dato che è un intervento così semplice e a basso costo, e che potrebbe avere un impatto così forte, chi può essere contrario?”

A confondere ulteriormente il pubblico sono studi controversi e messaggi incerti. Uno studio pubblicato ad aprile aveva trovato che le mascherine erano inefficaci, ma a luglio è stato ritirato. Un altro, pubblicato a giugno, appoggiava l’uso delle mascherine, ma poi decine di scienziati hanno sottoscritto una lettera che ne attaccava i metodi. Gli autori stanno respingendo le richieste di ritirare il lavoro. Inoltre,inizialmente  l’Organizzazione mondiale della sanità e i Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti (CDC)  hanno  evitato di raccomandare l’uso allargato delle mascherine, anche per un certo timore di ridurne la disponibilità per il personale sanitario. Ad aprile, i CDC hanno raccomandato di indossare le mascherine quando il distanziamento fisico non è possibile; l’OMS ha fatto lo stesso a giugno.

Anche tra i leader politici è mancata ogni coerenza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso il suo appoggio alle mascherine, ma raramente le ha indossate. Anzi, è arrivato a prendere in giro il rivale politico Joe Biden per il suo costante uso della mascherina appena pochi giorni prima di risultare lui stesso positivo al coronavirus, il 2 ottobre. Altri leader mondiali, come la presidente e il primo ministro della Slovacchia – Zuzana Caputová e Igor Matovic – hanno indossato le mascherine fin delle prime fasi della pandemia, pare per dare il buon esempio al proprio paese.

Nuove ricerche La Danimarca è stato uno degli ultimi paesi a rendere obbligatorie le mascherine, imponendone l’uso su mezzi di trasporto pubblici dal 22 agosto. Nel complesso, il paese ha mantenuto un buon controllo del virus grazie all’isolamento domiciliare obbligatorio precoce, ai tamponi e al tracciamento dei contatti. Ed è anche all’avanguardia della ricerca su COVID-19 e mascherine, con due grosse sperimentazioni cliniche controllate ad assegnazione casuale.

Un gruppo di ricerca ha arruolato circa 6000 soggetti in Danimarca, chiedendo a metà di loro di indossare la mascherina quando si recavano al lavoro. Anche se lo studio è stato completato, Thomas Benfield, ricercatore clinico all’Università di Copenaghen che è fra i responsabili dello studio, ha detto che il suo gruppo non è ancora pronto a condividerne i risultati.

Il gruppo di Benn, in un lavoro indipendente da quello di Benfield, sta arruolando circa 40.000 persone in Guinea-Bissau, con una metà delle famiglie, scelte a caso, che riceverà mascherine di stoffa a doppio strato, due per ognuno dei familiari di almeno 10 anni compiuti. Il gruppo li seguirà poi tutti per vari mesi per confrontare i tassi d’uso delle mascherine con quelli di malattia tipo COVID-19. La ricercatrice osserva che tutte le famiglie riceveranno consigli su come proteggersi da COVID-19, ma i membri del gruppo di controllo non riceveranno informazioni sull’uso delle mascherine. Il gruppo si attende di concludere la fase di arruolamento a novembre.

Molti scienziati dicono di aspettare i risultati con ansia, ma altri temono che questi esperimenti siano uno spreco, e che rischino di sfruttare una popolazione vulnerabile. “Se questo fosse un patogeno più lieve, sarebbe una grande idea”, dice Eric Topol, direttore dello Scripps Research Translational Institute a La Jolla, in California. “Ma non si possono, e non si devono, fare sperimentazioni ad assegnazione casuale su ogni cosa.” Come ama dire qualche volta chi fa ricerca clinica, nessuno ha mai fatto trial controllati ad assegnazione casuale sul paracadute.

Benn però difende il suo lavoro, spiegando che i soggetti del gruppo di controllo beneficeranno comunque delle informazioni su COVID-19 e riceveranno le mascherine al termine dello studio. Date le difficoltà incontrate per fabbricare e distribuire le mascherine, dice, il suo gruppo non avrebbe potuto “in nessun caso” distribuirle a tutti all’inizio dello studio. Anzi ha dovuto ridimensionare il programma iniziale, che prevedeva l’arruolamento di 70.000 persone. Benn ha buone speranze, comunque, che lo studio porterà vantaggi a tutte le persone coinvolte. “Ma nessuno, nella comunità, dovrebbe trovarsi in una situazione peggiore di quella in cui sarebbe se non avessimo eseguito lo studio”, dice. I dati ottenuti, aggiunge, dovrebbero essere utili al dibattito scientifico globale.

Per adesso, Osterholm, in Minnesota, porta la mascherina. Però lamenta la “mancanza di rigore scientifico” con cui finora è stata affrontata la questione. “Nel mondo della scienza siamo sempre critici verso chi parla senza dati”, dice. “Ma qui stiamo in gran parte facendo la stessa cosa.” Tuttaiva, la maggior parte degli scienziati ritiene di potersi esprimere in modo prescrittivo sull’uso delle mascherine. Non è l’unica soluzione, dice Gandhi, “ma credo che sia un pilastro di grande importanza per il controllo della pandemia”. Come dice Digard: “La mascherina funziona ma non è infallibile. Quindi, mantenete le distanze”.

————————- L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 6 ottobre 2020.


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Coronavirus, ecco le 3 sindromi di chi ha il “long Covid”

In alcuni casi i pazienti con Covid-19, soprattutto nei casi più gravi, sperimentano sintomi anche per mesi, fra cui in particolare stanchezza, affanno e dolori. Ecco le 3 sindromi più comuni fra chi ha il “long Covid”

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Numerose persone positive al coronavirus Sars-Cov-2 guariscono e non hanno più sintomi nel giro di due o tre settimane. Ma una parte di loro, ancora non quantificabile, continua ad avere strascichi anche per lungo tempo e anche quando l’infezione è passata: si parla di casi di long Covid, ovvero Covid-19 protratto nel tempo. Le esperienze si vanno accumulando, tanto che oggi il National Institute for Health Research (Nihr), agenzia governativa inglese, ha prodotto un rapporto sulla persistenza dei sintomi della Covid-19. A partire dalle testimonianze di 14 pazienti che raccontano di avere problemi da mesi, l’ente ha individuato tre possibili sindromi – ma ce ne possono essere altre – e gruppi di sintomi, che in alcuni casi sono sovrapposte e compresenti. Ecco chi ha il long Covid e quali sono le sindromi più frequenti.

Chi ha il long Covid

Molte persone risultate positive al coronavirus Sars-Cov-2 rimangono asintomatiche, anche se ancora non si sa qual è la loro reale proporzione sul totale dei contagiati. Altri, invece, presentano sintomi lievi o moderati e altri ancora gravi, che richiedono il ricovero o addirittura l’intubazione. Sintomi protratti, il cosiddetto long Covid colpisce soprattutto persone con forme gravi e ricoverate. Tuttavia, il Publish Health England – l’equivalente del nostro ministero della Salute – ha pubblicato un documento, nel mese di settembre 2020, che mostra che il 10% delle persone positive a Sars-Cov-2 con sintomi lievi o moderati, che non sono state ricoverate, riportano sintomi post Covid anche per più di 4 settimane. Uno studio su un campione di 640 pazienti intervistati (per lo più statunitensi, non ricoverati e di sesso femminile), con manifestazioni cliniche durate per più di 2 settimane, svela che nel 70% dei casi si tratta di sintomi diversi e che cambiano nel tempo, anche di intensità, scomparendo e poi riapparendo.

Long-Covid, la sindrome da terapia intensiva

Tornando ai pazienti ricoverati e poi dimessi, i Nihr indicano fra i possibili danni collaterali la sindrome da terapia intensivagià nota e riconosciuta in medicina e descritta ad esempio da una ricerca del 2017 pubblicata sul Journal of Translational Internal Medicine. La problematica riguarda pazienti con Covid-19 grave, ricoverati in reparti di cure intensive. Oltre a eventuali danni cronici ai polmoni, una volta guariti possono essere molto debilitati, in alcuni casi non riescono ad alzarsi dal letto o anche a parlare e deglutire, a causa dell’intubazione. Possono presentarsi danni fisici, come debolezza neuromuscolare, ma anche cognitivi e psicologici. Alcuni pazienti (ma nella pandemia di Covid-19 non solo quelli in terapia intensiva) possono presentare sintomi depressivi e sintomi collegati al disturbo da stress post-traumatico. Da uno studio coordinato dall’Università della Campania Luigi Vanvitelli è emerso che in un campione di italiani intervistati circa il 50% delle persone direttamente colpite dal virus e i loro familiari hanno presentato sintomi depressivi e il 30% ansia, stress e altri problemi legati al trauma.

Sindrome Covid a lungo termine: danni cronici

C’è poi chi, non necessariamente intubato, presenterà danni a lungo termine ai polmonie in qualche caso ad altri organi, fra cui il cuore e il cervello. Uno studio della Società italiana di pneumologia mostra che il 30% dei guariti potrebbe manifestare danni polmonari cronici. Il dato è in linea con quello relativo ad altre epidemie, quali la Sars e la Mers, in cui circa 3 pazienti su 10 ha manifestato danni persistenti, fra cui fibrosi polmonare, problemi cardiaci, metabolici, neurologici e psicologici.

La sindrome da fatica post-virale

C’è poi chi sperimenta fatica persistente, che stando ai dati attuali riguarda un’ampia fetta dei ricoverati poi guariti e che può perdurare anche dopo la guarigione. Uno studio della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs su 143 pazienti dimessi dall’ospedale indica che circa la metà ha riferito di avere ancora stanchezza (ricordiamo fra i sintomi più comuni di Covid-19) a distanza di 2 mesi dalla prima comparsa dell’infezione. Circa 4 su 10, poi, hanno riportato di avere affanno, uno dei sintomi più gravi associato al coronavirus (qui l’elenco dell’Oms). Fra gli altri problemi presenti dopo 2 mesi vi sono in alcuni casi dolori alle articolazioni e al petto, con un buon 40% che riferisce una riduzione della qualità di vita.

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La pericolosa alleanza tra influenza e Covid-19

L’influenza stagionale è in arrivo e rischia di mettere nuovamente sotto pressione il sistema sanitario con un’ondata di casi sospetti di Covid-19. Quali sono le somiglianze tra le due malattie e i loro sintomi? La campagna di vaccinazioni antinfluenzali sarà d’aiuto? E come si stanno preparando le strutture sanitarie nazionali?

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Oltre oceano l’hanno chiamata twindemic, una parola-macedonia che in italiano potremmo tradurre come “pangemia”, per descrivere la quasi certa, e imminente, sovrapposizione di influenza e Covid-19. La medesima modalità di diffusione dei due virus, unita alla sintomatologia quasi identica, minaccia di rivelarsi una tempesta perfetta per la tenuta del sistema sanitario nazionale, già messo alla dura prova dalla prima ondata di Covid-19. Certo, rispetto a sei mesi fa, quando del coronavirus sapevamo poco o nulla, le aziende sanitarie si sono attrezzate, mentre la popolazione è consapevole e preparata a ridurre il rischio di infezione. Tuttavia, la facilità di diffusione del virus continua a fare paura, peraltro giustificata dal progressivo aumento del numero di casi nelle ultime settimane. Per facilitare l’individuazione dei casi di Covid-19 dalle semplici influenze stagionali, la campagna di vaccinazione antinfluenzale di quest’anno sarà anticipata a ottobre e soprattutto estesa agli ultrasessantenni. “Non c’è evidenza di un effetto della vaccinazione antinfluenzale su Covid-19. Comunque, ridurre il carico di influenza comporta un minor sovraccarico delle strutture sanitarie e quindi, indirettamente, può favorire una più pronta diagnosi e una migliore assistenza delle persone affette da Covid-19”, spiegano a “Le Scienze” gli esperti del Ministero della salute. La vaccinazione è la forma più efficace di prevenzione dell’influenza. Ed è di particolare importanza nei soggetti ad alto rischio di qualunque età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti. Inoltre, vaccinando contro l’influenza, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso.  dispetto della scarsa considerazione di cui spesso gode, l’influenza è tutto tranne che innocua, classificandosi stabilmente tra le prime dieci cause di morte in Italia. Anche se si tratta di misure indirette basate sulla mortalità in eccesso, ogni anno in Italia si registrano circa 8000 decessi dovuti all’influenza e alle sue complicanze. A livello globale, il virus dell’influenza provoca ogni anno tra 290.000 e 650.000 decessi, con una media di circa 390.000. “Tutti i virus, compresi quelli dell’influenza, fanno da depressori della risposta immunitaria, spalancando le porte del nostro organismo a batteri, come pneumococchi e meningococchi, e altri microrganismi, subito dopo il proprio picco. E il dramma è che agiscono come una vera e propria associazione a delinquere: un virus è male, più virus insieme sono peggio”, conferma Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze. Entrambi i virus vengono trasmessi per contatto, attraverso le goccioline di saliva. “Di conseguenza, le stesse misure di salute pubblica, come l’igiene delle mani e il distanziamento sociale potrebbero prevenire sia la diffusione del Covid-19 che dell’influenza”, sostiene Bonanni. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, a oggi non ci sono prove che le persone che sono guarite da Covid-19 e hanno sviluppato anticorpi siano protette da una seconda infezione. E il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) riporta che la durata della risposta anticorpale rimane sconosciuta, ma è noto che gli anticorpi verso altri coronavirus diminuiscono nel tempo e sono state dimostrate reinfezioni omologhe. Questo è un problema perché le persone che ritengono di essere immuni perché risultate positive a un test per la ricerca di anticorpi potrebbero ignorare le raccomandazioni delle autorità sanitarie, aumentando il rischio di trasmissione di entrambi i virus.
Influenza A, le vittime sono quindici volte di più

Influenza A, le vittime sono quindici volte di più


Gli statunitensi Centers for Disease Control e Prevention (CDC) hanno elaborato una nuova stima dei decessi causati dalla pandemia influenzale provocata dal virus H1N1 tra aprile 2009 e agosto 2010. Il numero delle vittime oscillerebbe tra 151.000 e 575.000 circa, ovvero quindici volte di più rispetto alle stime precedenti. Il 59 per cento dei decessi sarebbe avvenuto nel Sudest asiatico e in Africa. La stima dei CDC è stata ottenuta con un nuovo modello della mortalità da influenza ponderato sui dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. La pandemia di influenza causata dal virus H1N1 (nota come influenza A) fra aprile 2009 e agosto 2010 avrebbe causato un numero di decessi enormemente più grande rispetto ai 18.500 per i quali era stata ottenuta la conferma dell’agente eziologico attraverso analisi di laboratorio. La nuova stima oscillerebbe fra 151.700 e 575.400 morti. Ad affermarlo è uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che pubblicano in merito un articolo sulla rivista “The Lancet” a prima firma Fatimah S. Dawood degli statunitensi Centers for Disease Control and Prevention. E’ noto che in generale il numero dei decessi per influenza confermati con test in laboratorio è significativamente inferiore al numero effettivo di vittime. Tuttavia spesso è difficile arrivare a una valutazione più precisa. I risultati suggeriscono che l’80 per cento delle decessi abbia riguardato persone di età inferiore ai 65 anni, a differenza di quanto avviene nel caso dell’influenza stagionale, dove la maggior parte delle morti si verifica tra gli anziani. Poiché la pandemia del 2009 ha colpito fasce di popolazioni mediamente più giovani, l’onere globale in termini di anni di vita persi è stato molto più alto rispetto a quanto lo sarebbe stato per una stagione influenzale tipica. Inoltre, lo studio di Dawood e colleghi suggerisce che il 59 per cento dei decessi potrebbe essersi verificato nel Sudest asiatico e in Africa. Per arrivare alla nuova stima, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello che ha usato i dati specifici sull’influenza in 12 nazioni a reddito basso, medio e alto. Inoltre hanno ipotizzato che il rischio di morte per influenza sia più alto in alcuni paesi rispetto ad altri, e hanno sfruttato per questa ponderazione statistica i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sui tassi di mortalità per patologie delle basse vie respiratorie nei diversi paesi. Le nuove stime si basano solo su dati provenienti dalle nazioni che durante la pandemia del 2009 hanno registrato sia il numero di persone che avevano sviluppato sintomi influenzali sia il numero di decessi tra i casi di influenza. Tuttavia, avvertono i ricercatori, la carenza nella disponibilità di dati di buona qualità per la maggior parte dei paesi colpiti, in particolare per quelli a basso e medio reddito,  può influire sulla precisione delle nuove stime. Secondo gli autori, “è necessario uno sforzo continuato per rafforzare la sorveglianza sull’influenza in tutto il mondo, in particolare per quanto riguarda la mortalità associata, sia per orientare le strategie di prevenzione contro l’influenza stagionale sia per costruire sistemi di sorveglianza che forniscano dati migliori, più tempestivi e rappresentativi a livello globale durante le future pandemie”. La previsione su quali saranno i principali ceppi di virus dell’influenza circolanti è affidata al Sistema globale di sorveglianza dell’influenza (GISRS), istituito dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1952. Attraverso una rete di 142 centri nazionali dedicati, cinque dei quali di riferimento per gli altri – Atlanta, Londra, Melbourne, Pechino e Tokyo – il GISRS monitora senza interruzione il virus e la sua evoluzione. Il centro per l’Italia è il Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. “Ogni febbraio gli esperti dell’OMS si riuniscono e, sulla base delle segnalazioni dei vari laboratori nazionali, elaborano degli algoritmi sui ceppi che potrebbero diffondersi maggiormente nella successiva stagione influenzale”, spiega Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze, che chiarisce: “Come per il meteo, si tratta di previsioni: la maggioranza delle volte gli esperti ci azzeccano, altre no. L’incertezza fa parte del gioco, con così tanti ceppi esistenti sarebbe impossibile comportarsi diversamente.” L’influenza è causata da quattro virus imparentati tra loro. Quelli di tipo A e di tipo B sono responsabili della sintomatologia classica, mentre quello di tipo C è generalmente asintomatico. Infine, esiste anche un virus di tipo D, la cui possibilità di infettare l’uomo rimane tuttavia poco chiara. I virus di tipo A circolano sia nell’uomo che in altre specie e sono ulteriormente suddivisi in sottotipi, distinti in base alle differenze tra le proteine di superficie: emoagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Ad oggi sono stati identificati 16 sottotipi di emoagglutinina e 9 di neuraminidasi. I virus di tipo B riguardano solo l’uomo e ricadono in due diversi lignaggi: Victoria e Yamagata. La combinazione di queste possibilità determina di anno in anno la formulazione del vaccino: il trivalente di quest’anno comprende i ceppi H1N1 e H3N2 dei virus di tipo A e un lignaggio Victoria del tipo B. Nel quadrivalente è presente anche un lignaggio Yamagata del tipo B. “Nel nostro paese sono stati approvati quattro vaccini, tre dei quali saranno presto in commercio: due quadrivalenti e un trivalente”, riassume l’infettivologa e igienista Antonella Spadea, direttrice dell’unità operativa complessa Accoglienza, tutela e promozione della salute del distretto 14 dell’ASL Roma 1 nonché membro del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG). Il quarto vaccino è il famigerato spray nasale quadrivalente, contenente virus vivi ma attenuati, usato diffusamente nel Regno Unito per i bambini e di cui la Regione Lombardia ha di recente annunciato la disponibilità. I due vaccini quadrivalenti della campagna 2020-21 si differenziano per l’origine della coltura – uovo oppure cellule renali di cane – e sono rivolti ai più giovani; mentre il trivalente, che contiene un adiuvante per il sistema immunitario, è indicato per gli anziani. “Superati i quarant’anni, il sistema immunitario tende a indebolirsi progressivamente. Per migliorare la risposta dell’organismo agli antigeni, in alcuni vaccini viene perciò aggiunto lo squalene, una molecola simile al cortisolo. Ecco perché è fondamentale che le Regioni offrano a ogni età il giusto vaccino”, aggiunge Scalea. Come tutti i virus, anche quelli influenzali sono incapaci di riprodursi in modo autonomo. Per sviluppare questi vaccini bisogna innanzitutto inocularli in una cellula ospite, attendere che si riproducano e quindi prelevarli e centrifugarli fino a ridurli in microscopici frammenti – i cosiddetti “split” – che contengono gli antigeni, cioè le proteine che, nel nostro corpo, sono in grado di indurre la risposta immunitaria.

© Science Photo Library/AGF


“Trattandosi di prodotti biologici, la produzione di vaccini richiede molto tempo, in genere fino a sei mesi. I controlli di qualità sono estremamente severi e inoltre, basta una qualunque contaminazione per dover eliminare l’intero lotto” nota Spadea. Nella frammentazione del servizio sanitario nazionale, alcune Regioni si sono mosse per tempo, acquistando un quantitativo idoneo di dosi con largo anticipo. Altre stanno cercando di colmare il ritardo, rivolgendosi anche al mercato estero, con grandi difficoltà: l’estensione della vaccinazione agli ultrasessantenni – circa 4 milioni di persone in più – ha fatto impennare le richieste, mettendo a dura prova la capacità produttiva delle aziende. Farmindustria ha dichiarato che la richiesta è aumentata del 40 per cento in base alle gare già fatte: in totale, i vaccini ordinati dalle Regioni quest’anno si aggirerebbero attorno ai 17 milioni contro i circa 10 dell’anno scorso. Pur essendo diversa da stagione a stagione, l’incidenza dei casi di influenza si aggira mediamente intorno al 10 per cento (range: 4-15 per cento) della popolazione generale, ogni anno, mentre nella fascia d’età 0-14 anni, che è quella più colpita, l’incidenza, mediamente, è pari a circa il 26 per cento (12-40 per cento). Lo scorso anno si è vaccinata il 16,8 per cento della popolazione generale, con punte superiori al 20 per cento in Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Molise. All’estremo opposto della classifica si posiziona la provincia di Bolzano (8,2 per cento), storica maglia nera delle vaccinazioni in Italia. Limitando l’analisi alla popolazione anziana, la percentuale nazionale si attesta al 54,6 per cento. Molise, Umbria e Campania guidano la graduatoria con valori superiori al 60 per cento, mentre a Bolzano si assesta al 32,5 per cento. Una copertura molto lontana da quella ideale, pari al 95 per cento delle persone a rischio, suggerita dall’OMS. L’obiettivo realistico è raggiungere almeno il 75 per cento necessario a ridurre nettamente la circolazione del virus.

Incidenza delle sindromi influenzali in Italia per classi di età nella stagione 2019-2020 (Da Rapporto Influnet – Istituto Superiore di Sanità)


Il rispetto delle misure di prevenzione e della quarantena resta un elemento cruciale per contrastare la diffusione dell’infezione. “È quindi necessario mantenere elevata la resilienza dei servizi territoriali, continuare a rafforzare la consapevolezza e la compliance della popolazione al rispetto delle misure di controllo, realizzare la ricerca attiva e l’accertamento diagnostico di potenziali casi, l’isolamento dei casi, la quarantena dei loro contatti stretti. Queste azioni sono fondamentali per controllare la trasmissione ed eventualmente identificare rapidamente e fronteggiare recrudescenze epidemiche”, fanno sapere dal Ministero della salute. Il supporto della medicina territoriale è stato fondamentale durante la pandemia per diminuire la pressione sugli ospedali. E lo sarà anche durante la campagna di vaccinazione antinfluenzale, a carico di medici di famiglia, aziende sanitarie locali e pediatri. Secondo la Società italiana di medicina generale, la grande mole delle richieste verrà smaltita nel primo mese, continuando la somministrazione anche a novembre e dicembre, come raccomandato da OMS e Agenzia italiana del farmaco (AIFA). Dovendo rispettare i protocolli anti-Covid, l’attività vaccinale assorbirà più tempo ai medici di famiglia e richiederà maggiore coordinamento con i servizi vaccinali regionali, anche nell’individuare spazi idonei diversi dagli ambulatori. Chi rischia di rimanere con il cerino in mano sono le persone che non rientrano fra le categorie per le quali la vaccinazione è raccomandata ma che ogni anno si rivolgono al farmacista per acquistare il vaccino a proprie spese. Secondo un’indagine di Assosalute, le persone che desiderano vaccinarsi sono passate dal 14 per cento dello scorso anno al 38 per cento di oggi. La crescita della domanda è confermata dalle previsioni di Federfarma, secondo la quale un milione di persone rimarranno a bocca asciutta.

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31 January 2020

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