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Cos’è ICREACH, il Google della NSA

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safe_imageIcreach, «La National Security Agency sta segretamente fornendo i suoi dati a quasi due dozzine di agenzie del governo USA con un motore di ricerca ‘sulla falsariga di Google’ per condividere oltre 850 miliardi di registrazioni circa chiamate telefoniche, email, localizzazione di telefoni cellulari e chat via Internet», scrive The Intercept nella più recente rivelazione tratta dall’archivio Snowden.

È la «prima prova irrefutabile», si legge, che le informazioni in suo possesso vengono condivise con 23 agenzie governative, tra cui l’FBI e la DEA (affermazione contestata su Twitter da Caspar Bowden), grazie a ICREACH; secondo un memo del 2010, un database a cui hanno avuto accesso oltre mille analisti. E che, nonostante sia principalmente inteso al monitoraggio di soggetti stranieri, conterrebbe «milioni di registrazioni su cittadini americani non accusati di alcuna malefatta». Secondo The Intercept, poi, «le informazioni condivise tramite ICREACH possono essere utilizzate per tracciare i movimenti dei bersagli, mappare le loro reti sociali, contribuire a predire le loro azioni future e potenzialmente rivelare affiliazione religiosa e credo politico».

L’esistenza di ICREACH, precisa poi Ryan Gallagher, non è legittimata dalla sezione 215 del Patriot Act – come il controverso programma di raccolta di metadati telefonici rivelato all’inizio dello scandalo dal Guardian, oggetto delle attenzioni riformatrici del Congresso – ma sulla base dell’Ordine Esecutivo 12333, altrettanto controverso ed ereditato dall’era Reagan. Lo stesso, peraltro, che fornirebbe copertura legale all’intercettazione, da parte della NSA, del traffico tra i data center di Google e Yahoo e che secondo Spencer Ackerman potrebbe essere presto oggetto di una nuova inchiesta del PCLOB, che dovrebbe chiederne la riforma – peccato nelle precedenti si sia dimenticato di menzionarlo. Eppure conta eccome, dato che – ricorda invece The Intercept – consente sorveglianza senza autorizzazione giudiziaria e non ha ricevuto che una scarsa attenzione da parte del Congresso, visto che non riguarderebbe l’intelligence domestica. Anche se, come detto, il condizionale è d’obbligo.

Quanto al funzionamento, si tratta di una sostanziale replica dell’interfaccia di Google, scrive Gallagher, che consente agli analisti che lo utilizzano di compiere ricerche secondo particolari chiavi (selector) per ogni bersaglio: per esempio, l’indirizzo mail o il numero di telefono. L’obiettivo? Fornire agli agenti uno strumento per scandagliare la massa sterminata di metadati a disposizione della NSA – e, proprio grazie a ICREACH, delle altre agenzie governative – e scovare nuovi indizi per indagini in corso e per predire future minacce agli Stati Uniti.

Contrariamente a quanto avvenuto in passato, questa volta l’intelligence ha risposto nel merito alle richieste di The Intercept e TechCrunch di chiarimenti al riguardo:

“The appropriate and prudent sharing of information is a pillar of the post-9/11 Intelligence Community. Both the 9/11 and WMD Commissions, as well as Congress and two administrations, have urged the IC not to allow valuable intelligence to get stove-piped in any single office or agency. By allowing other IC organizations to query legally-collected foreign intelligence repositories of appropriately minimized data, analysts can develop vital intelligence leads without requiring access to raw intelligence collected by other IC agencies. In the case of NSA, access to raw signals intelligence is strictly limited to those with the training and authority to handle it appropriately. The highest priority of the intelligence community is to work within the constraints of law to collect, analyze and understand information related to potential threats to our national security.”

Comunque sia, tornano in auge le preoccupazioni sulla «costruzione parallela»rivelata per la prima volta da Reuters lo scorso anno: ovvero, la costruzione di prove a carico di un bersaglio sulla base dei dati ottenuti dalla sorveglianza segreta NSA e che, una volta occultata la reale fonte, diventano rilevanti in casi che nulla hanno a che fare con la sicurezza nazionale. Ora che abbiamo scoperto ICREACH, la domanda – formulata da un giurista a The Intercept – è se questo metodo sia molto più utilizzato di quanto credessimo, e se sia legittimo ingannare le corti giudicanti a questo modo.

Senza contare che l’obiettivo del raggiungimento di quota 850 miliardi di metadati raccolti risale al 2007 e, conclude Gallagher, oggi potrebbe essere abbondantemente superato.

Fonte

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Risolto uno dei misteri delle pietre di Stonehenge

Una nuova dettagliata analisi della composizione dei megaliti del monumentale sito neolitico ha rivelato che furono estratte a ben 25 chilometri di distanza. Ancora da scoprire, invece, come furono trasportati i macigni, che hanno un peso medio di 20 tonnellate

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Per più di quattro secoli, archeologi e geologi hanno cercato di stabilire l’origine geografica delle pietre utilizzate per costruire Stonehenge migliaia di anni fa. Individuare l’origine dei grandi blocchi di pietra detta sarsen che formano la maggior parte del monumento si è rivelato particolarmente difficile, ma ora i ricercatori hanno risolto il mistero: 50 dei 52 sarsen esistenti a Stonehenge provenivano dal sito di West Woods, nella contea del Wiltshire, situato a 25 chilometri a nord di Stonehenge. I risultati sono pubblicati su “Science Advances”.

I geologi spesso usano caratteristiche macroscopiche e microscopiche delle rocce per abbinarle all’affioramento da cui sono state prelevate. Queste tecniche hanno permesso ai ricercatori di determinare che molte delle “pietre blu” più piccole di Stonehenge erano state trasportate dal Galles sud occidentale.

Ma “il problema con la pietra di sarsen è che è tutta uguale”, dice la coautrice dello studio Katy Whitaker, dell’Università di Reading, e assistente listing adviser alla Historic England. “Guardandola al microscopio, si vedono granelli di sabbia di quarzo legati insieme con altro quarzo”. Così il team si è affidato alla spettrometria a fluorescenza a raggi X, una tecnica non distruttiva che bombarda un campione con raggi X e analizza le lunghezze d’onda della luce che il campione emette in risposta, mostrando la sua composizione chimica.

La tecnica ha rivelato la presenza di elementi traccia, che si trovano cioè in quantità minime, sulla superficie dei sarsen di Stonehenge. Quasi tutte queste pietre condividevano una composizione chimica molto simile, il che indica che si sono formate insieme. I dati non erano però sufficienti a individuare dove si trovava la fonte.

La svolta è arrivata inaspettatamente nel 2018, quando un campione estratto da uno dei sarsen di Stonehenge durante un restauro del 1958 è stato restituito all’Inghilterra dopo aver trascorso 60 anni in una collezione privata. I ricercatori hanno ottenuto il permesso di distruggere parte del campione per un’analisi più dettagliata. “Non riuscivamo a contenere l’eccitazione”, racconta l’autore principale, David Nash, geografo fisico dell’Università di Brighton.

Utilizzando due tipi di spettrometria di massa, il team ha determinato i livelli di 22 elementi traccia nel carotaggio e li ha confrontati con i livelli presenti nei campioni di sarsen provenienti da 20 siti diversi sparsi per l’Inghilterra meridionale. La firma chimica corrispondeva esattamente a quella di uno dei siti: quello di West Woods, un’area di circa sei chilometri quadrati.

La scoperta “appare abbastanza convincente e piuttosto conclusiva”, dichiara Joshua Pollard, archeologo dell’Università di Southampton, che non era coinvolto nella nuova ricerca. “È un risultato importante”. Situato appena a sud del fiume Kennet, West Woods è stato spesso trascurato nella ricerca archeologica, aggiunge. Finora la teoria prevalente aveva ipotizzato che i sarsen avessero avuto origine a nord del fiume, nelle Marlborough Downs.

Anche se il gruppo di Nash ha identificato l’origine di 50 sarsen, gli ultimi due – Stone 26 e Stone 160 – non corrispondono a nessuno dei siti studiati, e non corrispondono uno all’altro. Poiché dalla costruzione di Stonehenge sono andati persi fino a 30 sarsen, è impossibile sapere se quelle due pietre sono uniche oppure sono i resti di un grande nucleo di rocce portate da un sito diverso da West Woods.

Per Nash, l’implicazione più affascinante del ritrovamento è che le pietre di West Woods sono state probabilmente spostate tutte durante la seconda fase di costruzione del monumento, intorno al 2500 a.C. “Quello che mi colpisce di più è lo sforzo erculeo che è stato fatto per realizzare questa struttura in una finestra di tempo ragionevolmente breve”, sottolinea. Non si sa ancora come esseri umani del Neolitico siano riusciti a trasportare pietre così massicce, che hanno un peso medio di 20 tonnellate. Ma gli archeologi concordano sulla necessità di un coordinamento sociale su larga scala.

Le ricerche future cercheranno di scoprire il percorso seguito dai costruttori di Stonehenge per trasportare le pietre. E le tecniche geochimiche sperimentate dal team di Nash potrebbero portare ad approfondimenti su altri monumenti preistorici di Henge in Inghilterra. “Ci sono infinite domande, infinite aree che necessitano di ulteriori indagini e riflessioni”, dice Pollard. “Questo è un viaggio che non finirà mai”.

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 29 luglio 2020.



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WATCH NOW: SpaceX to Launch Starlink Falcon

SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission

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Come condividere il proprio computer per la ricerca contro il coronavirus

Il progetto di Ibm: raccogliere la potenza computazionale dei dispositivi nel mondo e concentrarla in un supercomputer virtuale per processare moli e moli di dati sanitari

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Ibm chiede l’aiuto di chiunque possieda un computer connesso a internet per partecipare al progetto OpenPandemics – Covid-19. Ogni utente avrà la possibilità di mettere a disposizione la potenza di calcolo della propria macchina per aiutare la ricerca di una cura al coronavirus.

Esattamente come avviene in Dragonball quando Goku chiede alle persone della terra di alzare le mani per donargli l’energia necessaria a sconfiggere MajinBu, Ibm, con il suo progetto OpenPandemics – Covid-19, chiede di mettere a disposizione la potenza computazionale dei loro personal computer. Più computer partecipano al progetto più aumenta la capacità di calcolo del supercomputer virtuale di Ibm.

World Community Grid come Goku, sfrutterà la potenza di calcolo dei computer degli utenti nel mondo per aiutare gli scienziati a sconfiggere il coronavirus


Il gigante dell’elettronica intende sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dai computer degli utenti, che decideranno di partecipare, per alimentare la sua World Community Grid. Grazie a questo supercomputer virtuale, gli scienziati che stanno cercando una cura per il virus, potranno elaborare l’immensa mole di dati raccolti in questi mesi d’emergenza.

La potenza di calcolo condivisa permetterà quindi alla World Community Grid di effettuare i milioni di calcoli al secondo necessari per le simulazioni dei composti bio-chimici necessari per debellare il virus.

Attualmente più di 770mila persone e 450 organizzazioni hanno già contribuito ad alimentare la World Community Grid fornendo quasi due milioni di anni di potenza di calcolo a sostegno di 30 progetti di ricerca, tra cui studi su cancro, Ebola, Zika, malaria e Aids.

Il progetto è stato ideato dall’istituto di ricerca Scripps Research e a dirigerne lo sviluppo c’è il ricercatore italiano Stefano Forli, assistente del dipartimento di Biologia integrativa strutturale e computazionale di Scripps Research.

Sfruttare la potenza di elaborazione inutilizzata su migliaia di dispositivi ci fornisce un’incredibile potenza di calcolo utile a selezionare virtualmente milioni di composti chimici”, spiega Forli in una nota: “Il nostro sforzo congiunto con i volontari di tutto il mondo promette di accelerare la nostra ricerca di nuovi, potenziali farmaci candidati ad affrontare le minacce biologiche emergenti presenti e future, sia che si tratti di Covid-19 o di un agente patogeno completamente diverso”.

Per mettere a disposizione la potenza di calcolo inutilizzata del proprio computer è sufficiente iscriversi al progetto e scaricarne l’applicazione. World Community Grid di Ibm opererà in background senza rallentare i sistemi degli utenti e garantendo la massima sicurezza della privacy proteggendone le informazioni personali.

 

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