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Cos’è stato lo yellow journalism e cosa c’entra con le fake news

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Si dice che nel 1897 l’illustratore Frederic Remington del New York Journal, mandò un telegramma da Cuba al suo editore William Randolph Hearst“Tutto è tranquillo. Non ci sono problemi. Non ci sarà la guerra. Vorrei tornare a casa”. Hearst avrebbe risposto: “Per favore rimani. Fornisci i disegni e io porterò la guerra”. Con tutta probabilità questo scambio non è mai avvenuto, ma rende  bene il clima precedente alla guerra ispano-americana, la prima guerra mediatica della storia. E come già allora le fake news avessero gettato la loro ombra sul rapporto tra informazione, potere politico e cittadinanza.

Alla fine del 1900 nella città di New York Joseph Pulitzer (esatto, quello del’ambito premio) prende le redini del New York World e adotta una linea aggressiva per incrementarne la circolazione, spesso basata sul sensazionalismo.

Il successo di Pulitzer attirò l’attenzione del magnate William Randolph Hearst, e non è certo un caso che questa figura sia stata la base per il film Quarto potere (1941) di Orson Welles. Hearst a San Francisco comincia a gestire l’Examiner con la stessa logica di Pulitzer, bilanciando genuine innovazioni (per esempio lo spazio dato al giornalismo investigativo) con stratagemmi acchiappaclick  a base di immagini e titoli forti e fatti di rilievo discutibile. Nel 1895 Hearst compra il New York Journal e comincia la guerra con l’unico vero concorrente delle città: Pulitzer e il suo New York World.

Yellow journalism è l’espressione che comincia a diffondersi per etichettare, generalmente in modo dispregiativo, pubblicazioni come quelle di Pulitzer e Hearst.

Probabilmente il nome deriva dal fatto che sia il New York World sia il New York Journal pubblicavano una striscia che aveva per protagonista Yellow kid, un ragazzino con una grande camicia da notte gialla su cui erano scritte le parole che pronunciava. Questo antenato dei fumetti diventò estremamente popolare sulle pagine del New York World, tanto che Hearst pensò bene di rubare a Pulitzer l’autore Richard Felton Outcault. Pulitzer fece comunque proseguire la striscia originale Hogan’s alley, di cui deteneva il copyright del titolo, con un altro autore.

yellow journalism

Come accade con l’espressione fake news, lo yellow journalism definisce un fenomeno che non si può risolvere con una distinzione tra paladini della verità e mercanti di menzogne. New York World e New York Journalnon pubblicavano solo ed esclusivamente notizie esagerate, false o non verificate, ma assieme alle innovazioni nella grafica, nel rapporto formato/prezzo (più pagine a un prezzo più contenuto) esagerazioni e scandali diventarono uno degli ingredienti per intrattenere il lettore e, quindi, vendere. Tutto questo senza rinunciare a una vocazione politica: il giornale di Pulitzer e quello di Hearst erano entrambi molto vicini al partito democratico e, a differenza di gran parte della vecchia guardia, non esitavano a promuovere riforme sociali. Insomma, le fake news a fine Ottocento continuavano a essere un elemento caratterizzante dei mass media.

Mentre a New York la guerra tra i giornali era al culmine, a Cuba era scoppiata la seconda guerra d’indipendenza e il dominio della Spagna sulla sua colonia diventava sempre più debole. Molti vedevano in questo un’opportunità per gli Stati Uniti: da tempo gli Usa avevano Cuba, per così dire, tra i desiderata  e una guerra a fianco dei coloni avrebbe avvicinato l’obiettivo. Pulitzer e Hearst diventarono dei falchi, e inondarono i loro giornali delle atrocità commesse dagli spagnoli contro i cubani, sostenendo apertamente la necessità e l’urgenza di un intervento militare da parte degli Usa per appoggiare la rivolta.

Il confine tra realtà e fiction era molto frastagliato nelle notizie pubblicate sull’argomento: le tensioni con la Spagna e le violenze erano reali, ma molti particolari o episodi raccontati al pubblico no. Ogni incidente veniva deliberatamente ingigantito e distorto e con l’obiettivo di presentare la Spagna come un sanguinario tiranno ed escludere pertanto qualunque soluzione diplomatica. Gli articoli erano scritti in maniera incendiaria, col preciso obiettivo di infiammare l’animo dei lettori.

L’escalation di fake news raggiunge il culmine quando la corazzata Uss Maine il 15 febbraio del 1898 affonda nel porto di L’Avana, portando con sé buona parte dell’equipaggio. I giornali di New York, senza la minima prova, scaricano la responsabilità sulla Spagna inventandosi un attacco con un siluro. In realtà la Spagna non aveva nessun interesse ad attirare gli Usa in una guerra, e la Uss Maine è con tutta probabilità affondata a causa si una mina o addirittura un incidente alle caldaie. Ma ormai i patrioti caduti della Uss Maine meritavano la guerra, che arriva la primavera dello stesso anno e viene raccontata in diretta dai giornali che l’avevano così tanto desiderata.

yellow journalism

Hearst e Pulitzer si attribuirono il merito di questo sviluppo, ma quanto hanno contato davvero le fake news del Yellow journalism nel portare gli Usa alla guerra? Anche in questo caso bisogna resistere alle semplificazioni: a Washington non leggevano certi giornali di New York, e nella nazione altri influenti giornali avevano ben altra opinione sull’opportunità di un conflitto. Forse non sono stati determinanti per la guerra ispano-cubana, ma la rivalità tra Pulitzer e Hearst sembra aver insegnato che nulla è troppo audace per vendere più copie. Nemmeno una guerra.

Come scrive Alexandra Samuel su JStor Daily, la storia del yellow journalism ci può insegnare diverse cose ora che le cosiddette fake newsvengono additate come il nemico pubblico numero 1. Per cominciare dare la colpa delle bufale e della loro diffusione a internet vuol dire ignorare la storia del giornalismo e dei mass media. Inoltre il problema è più esteso delle fake news in senso stretto, cioè delle notizie inventate.

Sensazionalismo, linguaggio inappropriato, notizie che non sono tali, sono tutti espedienti per vendere a spese della verità dei fatti, e non c’è certo bisogno di capitare su una pagina fb creata ad hoc in Macedonia per incontrarli. Se il Daily Mail, un tabloid britannico che sembra l’ideale erede del Yellow journalism, è regolarmente saccheggiato dalle nostre redazioni non si può dare la colpa a internet. Scrive Samuel: Quello che gli osservatori del yellow journalism riconobbero -e quello che dobbiamo riconoscere oggi- è che le fake news non sono appaiono dal nulla. Affermati organi di stampa e social network non sono solo supportati dai dollari-per-click guadagnati dalla visualizzazione di titoli di fake news; sono sempre più costruiti su una cultura comune di titoli clickbait, iperboli faziose, e prevalenza di storie di interesse umano a scapito delle hard news”.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Tutte le bufale su Cesare Battisti

Dalle presunte strade dedicate al terrorista da parte del Pd alle false citazioni di Roberto Saviano, le fake news più virali delle ultime ore sull’ex terrorista appena catturato in Bolivia

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Il terrorista Cesare Battisti è arrivato, nella serata di lunedì 14 gennaio, al carcere di Massama a Oristano, dove ha iniziato a scontare la pena dell’ergastolo che gli era stata comminata dalla giustizia italiana. Rientrato in Italia dalla Bolivia, catturato dopo 37 anni di latitanza, l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo (i Pac) è stato trasferito in Sardegna “per ragioni di sicurezza” (come ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede), e da quanto si è appreso resterà in isolamento diurno per i prossimi 6 mesi.

Insieme alla nuova ondata di attenzione mediatica sulle vicende di Battisti, in rete sono ritornate a circolare alcune vecchie falsità sulla lunga e intricata vicenda destinata a entrare nei libri di storia, ma hanno anche segnato la loro comparsa alcune bufale mai viste prima. Ecco quali sono le 5 complessivamente più chiacchierate, sistemate in ordine.

1. Il Pd NON ha dedicato strade al terrorista Cesare Battisti
Decisamente la più semplice da trattare dal punto di vista del debunking, è anche la falsa storia che ha raggiunto la massima viralità sui social.

Secondo un meme molto condiviso negli ultimi giorni che ritrae il volto dell’ex latitante Battisti, “il governo Conte lo ha arrestato”, mentre “il Pd gli dedicava strade. A supporto di questo forte contrasto tra l’esecutivo gialloverde e chi lo ha preceduto, è mostrata una foto che ritrae il nome di due vie, di cui una dedicata a Giuseppe Mazzini e l’altra a Cesare Battisti.

cesare battisti

cesare battisti

In realtà è assolutamente vero che esistono vie dedicate a Cesare Battisti, anche in gran numero e distribuite in tutta Italia, ma si tratta di un caso di omonimia. Come si può agevolmente dedurre dalle date di nascita (1875) e morte (1916) riportate anche nel meme sotto al nome della via, la persona a cui si fa riferimento non è il noto terrorista, ma il patriota italiano catturato e impiccato per alto tradimento dagli austriaci durante la Prima guerra mondiale, per questo considerato tra le figure chiave dell’irredentismo italiano (e dunque un eroe nazionale). Solo qualcuno particolarmente disattento – o del tutto disorientato rispetto ai cosiddetti anni di piombo – può aver creduto alla tesi sostenuta da queste immagini.

2. Saviano NON ha scritto che Battisti è “un uomo onesto”
Bufala sì, ma con un piccolo fondo di realtà. Circola sui social un altro meme, questa volta solo testuale, con una citazione che viene attribuita allo scrittore Roberto Saviano“Cesare Battisti, un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista, in una parola un intellettuale vero”. Se si intende che Saviano abbia scritto o pronunciato quelle parole riferite a Battisti, allora siamo di fronte a un falso, in quanto le frasi in questione non sono state formulate da lui.

In verità la citazione è stata abilmente estrapolata da un testo che è online fin dal febbraio 2004, pubblicato sul sito Carmilla Online e pensato per essere un appello proprio a favore di Cesare Battisti e della sua liberazione. La citazione andrebbe dunque attribuita a chi ha scritto quella lettera, ossia a qualcuno che certamente non è Saviano.

cesare battisti

Come ricostruito da Bufale.net e Open, in effetti però Saviano compare (o meglio, compariva, come dimostra Web Archive) tra i firmataridell’appello, insieme ad altre 1499 persone. Ma se già si può considerare una storpiatura l’attribuire a una persona – come se fosse una citazione originale – una singola frase di un appello che ha sottoscritto, va aggiunto anche che Saviano nel gennaio 2009 ha chiesto e ottenuto di rimuovere la propria firma dall’appello, dichiarando di non saperne abbastanza sulla vicenda e di non sentirsi parte della causa. Lo scrittore non ha negato di aver sottoscritto in precedenza l’appello, ma ha detto di non ricordare la dinamica che lo avrebbe portato ad apporvi il suo nome. Se quindi il collegamento Saviano-Battisti non è del tutto campato in aria, lo scrittore ha comunque chiarito la sua posizione ormai 10 anni fa.

3. Mattarella NON ha firmato il decreto per la grazia per Battisti
Un simile decreto non è mai esistito. La notizia della presunta grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al terrorista deriva da un finto articolo – senza firma né attribuzione – datato 30 maggio 2015, ossia qualche mese dopo l’inizio del suo mandato.

Anche se, dalla grafica, si potrebbe credere che la notizia sia stata ricavata da un giornale online, basta leggere la notizia fino in fondo per accorgersi che a un certo punto si passa inspiegabilmente dall’italiano all’inglese. All’epoca nessun giornale riportò la notizia, né esiste traccia del fantomatico decreto. La storia, dunque, è una totale invenzione, e ha avuto come unici risultati una marea di condivisioni online (oltre 14mila solo su Facebook) e una serie di insulti contro lo stesso Mattarella sui social.

4. Battisti NON ha evitato l’estradizione con un matrimonio
Sempre nel 2015, appena qualche giorno più tardi della bufala precedente, si era molto discusso di come Battisti potesse aver scongiurato definitivamente l’ipotesi dell’estradizione grazie al matrimonio con la fidanzata di lungo corso Joice Lima. Secondo la versione circolata all’epoca, Battisti avrebbe potuto ottenere in anticipo la cittadinanza brasiliana, riducendo i tempi di attesa (di norma 15 anni, che sarebbero stati completati solo nel 2019) a un solo anno, grazie all’aver sposato una cittadina brasiliana. La notizia è uscita, tra i tanti giornali, su OggiIl GiornaleDagospia e Il Tempo, ed è stata prontamente discussa anche da alcuni siti anti-bufala.

Anche se i tempi per la cittadinanza previsti dalla legge erano stati descritti correttamente, il punto fondamentale è che diventare cittadini brasiliani non impedisce in assoluto che si possa essere estradati, ma blocca solo le procedure di espulsione, che sono un’altra cosa. La teoria dell’estradizione impossibile, tra l’altro, era stata smentita proprio lo scorso 14 dicembre, quando il presidente brasiliano uscente Michel Temer, dopo la revoca a Battisti dello status di residente permanente, aveva firmato il decreto di estradizione. Il decreto poi non è stato sfruttato, visto che il fuggitivo è stato riportato in Italia direttamente dalla Bolivia.

5. Battisti NON è passato per il Brasile e NON è finito a Rebibbia
Più che di fake news, si tratta di indiscrezioni e anticipazioni giornalistiche che poi si sono rivelate sbagliate. Subito dopo la cattura del terrorista a Santa Cruz, pareva essere cosa certa il suo rientro in Brasile prima dell’estradizione verso l’Italia, con la conseguente riduzione della pena dall’ergastolo (previsto dalla giustizia italiana) ai 30 anni di carcere della giustizia brasiliana. In realtà poi, a seguito di un intenso lavoro diplomatico, Battisti è tornato in Italia direttamente dalla Bolivia, mantenendo dunque la pena nella misura italiana.

Ancora più a lungo è stata riportata la notizia del trasferimento di Battisti, subito dopo l’arrivo all’aeroporto di Ciampino, nel carcere romano di Rebibbia. Solo all’ultimo si è appreso, invece, che il detenuto sarebbe stato trasferito a Oristano. Mentre alcuni giornali, come Il Messaggeroriportano ancora online la vecchia versione della notizia, altri come Rai News hanno del tutto rimosso gli articoli corrispondenti, di cui resta traccia solo nella url originale. Altre testate come il Corriere, infine, rivelano nella url la vecchia notizia ma nel testo degli articoli hanno fatto sparire qualunque riferimento a Rebibbia.





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La diffusione delle fake news è davvero “colpa” degli over 65?

Uno studio pubblicato su Science Advances sembra attribuire la proliferazione delle bufale a chi ha più di 65 anni. Ma il discorso è più complesso (e la tesi abbastanza opinabile)

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Per il modo in cui è stata presentata, la notizia parrebbe non lasciare adito a dubbi: come molti giornali hanno riportato nelle ultime ore, un nuovo studio scientifico ha stabilito che gli over 65 sono i principali condivisori e viralizzatori di fake news online. Con titoli più o meno simili, ne parlano ad esempio The Verge Vice, oltre a una miriade di altre testate d’Oltreoceano, e – al traino – alcuni giornali e siti italiani. Basta fare una rapida ricerca su Google per rendersi conto di quanto lo scoop abbia avuto successo presso le redazioni di mezzo mondo, riservando agli utenti del web meno giovani il ruolo ingrato dei somari che utilizzano male gli strumenti dello share e del like.

Al di là dei titoli giornalistici, molto netti nel riassumere in una battuta le conclusioni di uno studio ben più articolato, i contenuti degli articoli riprendono i contenuti di un paper scientificopubblicato mercoledì 9 gennaio sulla rivista Science Advances, un giornale di impact factor 11,5 (dunque piuttosto alto) che fa parte del gruppo Science.

Notizia vera, dunque, ma che merita diverse puntualizzazioni prima di poter essere generalizzata. Anche senza entrare nel merito dei dettagli fini della ricerca, condotta dalle eccellenti università di New York e Princeton, la metodologia adottata dagli autori dello studio – per loro stessa dichiarazione, nero su bianco – merita alcuni chiarimenti. Abbiamo raccolto qui quelli che ci paiono più significativi.

1. Lo studio è focalizzato solo sugli Stati Uniti

Prima di esportare i risultati fuori dal Nord America, può essere utile sapere che il campione di circa 3500 persone coinvolte nello studio è costituito esclusivamente da cittadini statunitensi. I ricercatori hanno cercato di scegliere un campione rappresentativo che tenesse conto non solo delle differenze di età, ma anche – tra le altre cose – di generelivello d’istruzionedisponibilità economiche e orientamento politico. Se da un lato è emerso che l’anno di nascita è il fattore più determinante rispetto a tutte le altre possibili categorizzazioni, dall’altro tutta la ricerca si concentra sulla sola società statunitense, tra l’altro in un intervallo temporale molto particolare quale il periodo pre-elettorale dell’ultima campagna presidenziale, nel 2016.

2. Facebook-centrismo e politico-centrismo
Come in ogni studio condotto seriamente, i ricercatori non hanno preteso di ricavare conclusioni assolute, ma hanno ben circoscritto il caso di studio in esame. In particolare, la ricerca ha riguardato esclusivamente Facebook, tralasciando tutti gli altri modi in cui la disinformazione può propagarsi in rete, da Twitter a WhatsApp, dal passaparola digitale ai risultati forniti dai motori di ricerca. Secondo altri studi di cui abbiamo già parlato qui su Wired, ad esempio, la responsabilità della viralizzazione delle fake news su Twitter sarebbe da attribuire prevalentemente ai bot e non agli account corrispondenti agli utenti umani.

L’altro aspetto, intrinseco alla ricerca, è che ci si è concentrati solamente sulle bufale a sfondo politico, ossia su quelle potenzialmente in grado di alterare l’orientamento dell’elettorato. Questo può indirettamente includere anche tematiche scientifiche (basta pensare al riscaldamento globalesecondo la linea politica di Donald Trump), ma lascia fuori tutti quei campi della disinformazione scientifica che non sono entrati nei dibatti della campagna elettorale statunitense, dalle pseudo-medicine all’alimentazione, dall’esplorazione spaziale ai complottismi di varia natura. Per non parlare di una serie di altri filoni quali le fake news legate alla sfera hi-tech, al mondo dello spettacolo o alle truffe informatiche.

fake news

(foto: NurPhoto/Getty Images)

 

3. Di quante persone parliamo davvero

Nello studio scientifico sono state interpellate 8763 persone, di cui solo meno della metà ha acconsentito all’inserimento dei propri dati personali (inclusa l’età) nel database dei ricercatori. Ma al di là della dimensione del campione statistico – grande, ma ben lontana dal paradigma dei dig data – può essere utile ricordare che a livello mondiale appena il 4% degli account attivi su Facebook è controllato da persone dai 65 anni in su. Se anche fosse replicabile a livello internazionale la statistica secondo cui i più anziani condividono le bufale fino a 7 volte in più della fascia d’età 18-29 e oltre il doppio della fascia 45-65 anni, quale sarebbe l’impatto reale di queste condivisioni sull’intero ecosistema Facebook? Se anche gli over 65 fossero mediamente i più disattenti, il loro contributo sarebbe davvero così determinante?

4. Notizie vecchio stile e La Rebubblica
Come si contano le fake news? Si tratta di un problema complicatissimo, che necessariamente impone di fare delle scelte e quindi di avere delle limitazioni. In questo caso i ricercatori hanno deciso per prima cosa di limitarsi alle sole notizie in formato tradizionale, ossia a quelle con la struttura di un articolo di giornale online, condivisibili su Facebook con la classica anteprima foto-più-titolo. Ciò significa aver trascurato del tutto la galassia delle bufale raccontate attraverso fotografie, meme, video, didascalie alterate e post testuali, formati che sono il piatto principale della dieta mediatica degli utenti più giovani. Questa limitazione, da sola, potrebbe giustificare buona parte dello squilibrio per età che è emerso nei risultati.

Altra questione è come identificare il campionario delle notizie da considerare bufale. I ricercatori in proposito si sono affidati a una lista di siti selezionati da BuzzFeed tra quelli più attivi nel creare fake news, qualcosa di analogo (ma ben più ridotto in quantità) alla black listrealizzata per l’Italia da Bufale.net. Di 30 siti bufalari individuati, alla fine sono stati considerati solo i 21 domini meno “dichiaratamente partigiani”, per i quali tutti gli articoli sono indiscriminatamente stati considerati fake. Al contrario, nessuna fake news rilanciata da altri siti o giornali è stata inclusa nel computo, e l’unico criterio di classificazione è basato sulla url (la sequenza di caratteri del link) della notizia. Sarebbe un po’ come, cercando di creare un’analogia per l’Italia, se considerassimo solo i contenuti pubblicati su domini come La Rebubblica (scritta con 3 b), Il Fatto Quotidaino (a vocali invertite) e Diodidream, trascurando le fake news occasionali che escono anche sui giornali più autorevoli, le notizie distorte e quelle raccontate con una visione colpevolmente parziale.

5. Quindi di chi è la colpa delle bufale?
La domanda non ammette una risposta semplice, soprattutto se si affronta la questione con un approccio scientifico. Per dare un’idea della complessitàdel fenomeno, restando sempre negli Stati Uniti, l’università di Santa Barbara, in California, ha raccolto oltre una quindicina di studi accademicisul tema (di cui la maggior parte pubblicati tra il 2017 e il 2018) che esaminano una vastità di dinamiche tra cui il ruolo dei condizionamenti cognitivi, degli algoritmi che determinano la visibilità dei contenuti, dell’intervento di bot e troll sui social e di come gruppi diversi di persone reagiscono in modo differente davanti a notizie rivolte a un preciso target di pubblico.

Probabilmente non sono del tutto infondati o insensati i tentativi di interpretazione dello studio appena uscito su Science Advances, che vorrebbero attribuire un ruolo importante nella défaillance degli over 65 alla loro scarsa alfabetizzazione digitale e al rafforzamento – con l’età – dei pregiudizi come il confirmation bias. Tuttavia ricondurre il tema delle fake news a un problema di età anagrafica pare davvero troppo semplicistico, e difficile da sostenere se si considera il fenomeno nella sua complessità e pluralità di forme.





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Le bufale sul diabete che stanno girando su Internet

Gli italiani eleggono i social a canale di informazione principale sul diabete, ma tra i primi 100 contenuti virali 60 sono bufale

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social network la fanno da padroni. Anche quando si tratta di informarsi su questioni di salute. È quanto rivela la prima ricerca scientifica italiana sulle fake news in rete sul diabete, presentata oggi proprio in occasione della Giornata mondiale del diabete. Secondo lo studio – promosso da Sanofi e realizzato da Brand Reporter Lab in collaborazione con l’Associazione medici diabetologi (Amd) – in testa c’è Youtube (87,5% delle interazioni), seguito da Facebook (33,3%) e Twitter (29,8%), mentre assai poco gettonate sono le piattaforme di news (5%) e ininfluenti gli addetti ai lavori. Ma attenzione: tra le prime 100 dichiarazioni diventate virali, ben 60 sono false.

In Italia sono oltre 4 milioni le persone affette da diabete. Ma come si informano gli utenti in rete? Da dove prendono le notizie? E poi, si tratta di contenuti di qualità? L’indagine restituisce un quadro molto particolare e per certi versi allarmante.

Gli italiani scelgono i socialsocial vengono eletti a canali informativi principali, senza se e senza ma.

La ricerca, effettuata tramite la piattaforma BlogMeter, ha analizzato 133mila post a tema diabete per un totale di 11,4 milioni di interazioni complessive dal 1 gennaio al 30 settembre 2018. Provenienza principale con l’87,5% dell’engagement (like, condivisioni, etc) è YouTube, a cui seguono Facebook (33,3%) e Twitter (29,8%). Siti di notizie e blog vengono completamente surclassati.

diabete

(fonte: Brand Reporter Lab – Sanofi)

Il problema dell’attendibilità

La maggior parte delle fonti consultate, però, risulta non accreditata: il 30%, per esempio, è rappresentato da canali di salute e benessere di dubbia attribuzione, il 18% da influencer, l’8% da individui singoli.

Ci sono anche canali tematici specializzati (6%), ma spesso anche questi risultano di scarso livello editoriale. E le piattaforme di news? Per trovare la prima testata giornalistica dobbiamo scorrere la classifica fino al 39° posto. Non classificati, invece, i contenuti prodotti da esperti o operatori sanitari, praticamente assenti dalla lista.

Cattiva informazione
A caccia di suggerimenti sull’alimentazione (38%) o su come affrontare il diabete (18%), di informazioni sui dispositivi medici (17%), sulle cause della malattia (9%) e sugli stili di vita (8%), oppure in cerca di confronto sui sintomi (12%), in questo panorama di fonti così poco accreditate gli utenti italiani finiscono per incappare in vere proprie fake news. Tra i primi 100 fatti espressi nei post più virali, 60 sono completamente errati dal punto di vista medico-scientifico, 8 sono parzialmente veri e solo 32 attendibili.

Tra i contenuti del tutto errati si annoverano affermazioni del tipo

“Se si è bravi si riesce a capire il valore della glicemia in base alle proprie sensazioni corporee”

oppure

“Il diabete tipo 2 è una patologia che si può prevenire e curare con la sola alimentazione. La dieta è la chiave del successo”

e

“Alcuni prodotti naturali, combinati tra loro, sono più efficaci dei farmaci nel combattere alcune malattie, tra cui il diabete”.

O ancora

“I ceci come legume per trattare il diabete: aiutano a prevenire il diabete in quanto impediscono la resistenza all’insulina”.

Per non parlare di chi consiglia la carbonara per risolvere l’ipoglicemia. Perchè sul figlio funziona.

Quanto possono far male un 6o informazioni false su 100? Abbastanza, dicono gli esperti di Amd: in una scala di pericolosità da 0 a 5, solo 6contenuti risultano completamente innocui.

Fact checking e altre risposte

Un disorientamento generale, dunque, con potenziali effetti deleteri sulla salute pubblica. Il web e i social, comunque, confermano il grandissimo potenziale informativo. Un potenziale che le istituzioni, gli addetti ai lavori, ma anche i privati che operano nel settore della salute devono imparare a sfruttare, potenziando la loro presenza e fornendo agli utenti gli strumenti per interpretare i contenuti online e a discernere le informazioni attendibili da quelle che non hanno validità scientifica. Fact checking prima di tutto dunque, ma è possibile pensare anche a percorsi di formazione condivisi con i pazienti.





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12/23/2013

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