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Dalle stelle alle leggi di gravità, le sfide di Gaia

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115749165-48c3e01a-8268-4a22-a231-f5960cd15b94Lanciata con successo alle 10:12 di giovedì mattina dalla base di Kourou nella Guyana francese, Gaia sta attraversando le fasi iniziali della missione. Prima di avviare le osservazioni, il nuovo satellite europeo dedicato all’astrometria dovrà infatti raggiungere la sua orbita, a circa un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Gaia effettuerà il più grande censimento stellare mai realizzato finora, producendo un catalogo che ci aiuterà a capire la storia e l’evoluzione della nostra Galassia. Ma i risultati scientifici della missione permetteranno di studiare anche altre problematiche di grande interesse, dalla verifica delle leggi della gravità fino alla scoperta di nuovi pianeti. E se non bastasse, Gaia rappresenta una sfida tecnologica senza precedenti per gli astrofisici. La mole di informazioni attesa da questa missione ha costretto i ricercatori a sviluppare sistemi innovativi di analisi e gestione dei dati scientifici. Un’impresa che vede in primo piano molti ricercatori italiani, coordinati dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Ora, a lancio avvenuto, il team attende in gran trepidazione l’inizio delle osservazioni, quando Gaia sarà arrivata alla sua destinazione finale.

Un posto all’ombra
A differenza di molti telescopi spaziali che orbitano intorno alla Terra, Gaia osserverà da un punto ben più lontano, a 1,5 milioni di chilometri da noi. Questo punto, detto punto Lagrangiano L2, è una regione di equilibrio gravitazionale nel sistema Terra-Sole, dove cioè l’attrazione gravitazionale del Sole e della Terra si bilanciano quasi esattamente. Si tratta di un punto di osservazione  privilegiato, perché in L2 la luce del Sole è bloccata dalla Terra. In questa regione di continua ombra, il satellite potrà quindi osservare continuamente senza essere disturbato dalla luce solare. Altri osservatori spaziali, come ad esempio il telescopio Planck, orbitano intorno a L2 per le stesse ragioni.

Il viaggio verso L2 durerà circa tre settimane, e ci si aspetta quindi che Gaia raggiunga la sua destinazione dopo la prima settimana di gennaio. A questo punto avrà già dispiegato il suo schermo solare da dieci metri di diametro e sarà alimentato da sei pannelli solari installati sullo schermo stesso. Una volta in L2 il satellite, dal peso di circa 2 tonnellate, sarà sottoposto alle fasi iniziali di calibrazione, che dureranno circa tre mesi. Dopo queste fasi di calibrazione e commissioning, sarà pronto a iniziare il suo lungo censimento della Via Lattea.

Con gli occhi di Gaia
“Per la prima volta potremo misurare direzioni e distanze su scala galattica”, ha commentato Mario Lattanzi dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Torino, responsabile del gruppo di coordinamento italiano “È come quando i cartografi hanno disegnato le prime mappe per guidare i capitani delle navi. In cinque anni avremo la più grande mappa celeste mai realizzata”.

In quei cinque anni il satellite infatti misurerà posizione, distanza e velocità di più un miliardo di stelle,  conducendo anche misure spettroscopiche per determinare altri parametri fisici come la temperatura o la gravità superficiale. La mappa tridimensionale che ne risulterà permetterà agli astrofisici di studiare la composizione della nostra Galassia e comprenderne la formazione e l’evoluzione.

Gaia osserverà circa un miliardo e mezzo di stelle fino alla magnitudine 20, ovvero circa 1 milione di volte più deboli degli astri visibili a occhio nudo. Per ciascuna, potrà misurare la posizione in cielo con una precisione di 10 milionesimi di secondo d’arco, che equivale alla capacità di misurare da Terra l’unghia di un astronauta sulla Luna!

Il satellite ha due “occhi” molto particolari: due telescopi che osservano in due direzioni di cielo separate da 106,5°. Ruotando sul suo asse ogni sei ore circa, Gaia potrà mappare la volta celeste con questi due telescopi. La luce è inviata, con un opportuno sistema di specchi, su un piano focale dove si trova una complessa “retina” elettronica, costituita da 106 rivelatori CCD, che in totale formano una enorme camera da 1 Gigapixel. Osservando ripetutamente il cielo nel corso degli anni, Gaia potrà evidenziare il moto delle stelle nello spazio. Inoltre, sfruttando il fenomeno della parallasse, con una tecnica ben nota in astronomia il satellite potrà determinare anche la distanza dei singoli astri. Ma nel suo lungo e complesso censimento stellare, Gaia potrebbe anche svelarci qualche nuovo segreto nelle leggi che governano la gravità.

Einstein sotto esame

Per ridurre i dati astrometrici, il team di Gaia deve infatti tenere conto delle leggi della teoria della Relatività Generale, pubblicata da Albert Einstein nel 1916. In base alla Relatività Generale, la presenza di una massa deforma la struttura dello spazio-tempo, curvando il percorso dei raggi luminosi. Il Sistema Solare diventa quindi un perfetto laboratorio naturale per mettere alla prova le equazioni di Einstein. La luce delle stelle osservate da Gaia, deve infatti compiere un vero e proprio “slalom” relativistico causato dal campo gravitazionale dei pianeti. I ricercatori di Gaia si aspettano di ottenere circa cento milioni di misure per quello che potrebbe diventare il più grande esperimento di relatività mai effettuato. In questo modo Gaia potrebbe confermare la Relatività Generale o persino rivelare delle piccole deviazioni dalla teoria di Einstein. Ciò avrebbe implicazioni profonde sulle moderne teorie cosmologiche, che basano le loro previsioni proprio sulla teoria di Einstein.

A caccia di pianeti
Guardando nelle zone più vicine al Sole Gaia potrà anche studiare a fondo le stelle più piccole e deboli. Entro una distanza di circa 650 anni luce, gli scienziati di Gaia si aspettano infatti di determinare la distribuzione spaziale e le proprietà delle nane rosse e delle nane brune.

Su distanze più piccole, cioè circa 80 anni luce, il satellite potrà anche evidenziare la presenza di pianeti extrasolari, compresi pianeti rocciosi di tipo Nettuno. Per farlo, Gaia osserverà i deboli spostamenti delle stelle causati dalla perturbazione gravitazionale indotta dai pianeti che ruotano intorno. Rispetto ad altri progetti legati allo studio dei pianeti extrasolari, come ad esempio il telescopio spaziale “Kepler”, il censimento di Gaia non discriminerà le stelle né per composizione chimica, posizione o età. Ciò è molto importante perché al momento non è possibile prevedere, alla luce delle attuali teorie, quali stelle possano essere dei Soli dotati di sistemi planetari. Solo un censimento completo come quello di Gaia potrà aiutare a risolvere questo problema.

Un grande sfida tecnologica

Il menu scientifico di Gaia è senza dubbio di grande rilievo e, come spesso succede per progetti così ambiziosi, le relative sfide tecnologiche non sono da meno. Oltre alla realizzazione del satellite vero e proprio, l’analisi dei dati ha infatti necessitato dello sviluppo di metodi e infrastrutture di calcolo apposite. Ad esempio, per ottenere la posizione e le altre informazioni relative a ciascuna stella, è necessario applicare una serie di complesse correzioni che tengono conto della perturbazione delle ottiche e degli altri effetti legati alla propagazione della luce nello spazio. Considerato il miliardo e mezzo di stelle di Gaia, ci si rende facilmente conto del problema.

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Tutte le misure devono poi essere convertite in posizioni sulla sfera celeste. Un progetto notevole, per il quale nel 2006 è stato fondato un Consorzio di analisi ed elaborazione dati (DPAC), che annovera più di 400 scienziati in 22 paesi. All’interno del DPAC, il centro di elaborazioni italiano (DPCT), con sede a Torino, si occuperà di verificare e calibrare le informazioni astrometriche.

“Il Data Centre realizzato a Torino presso ALTEC, che utilizzerà anche il supercalcolatore FERMI installato presso il CINECA di Bologna, è stato dimensionato per poter gestire ed archiviare l’enorme mole di dati che saranno raccolti dal satellite Gaia durante la sua vita operativa”, dice Barbara Negri, responsabile dell’ASI dell’Esplorazione e Osservazione dell’Universo.

La realizzazione del DPCT ha infatti visto la partecipazione anche di un partner industriale come ALTEC-Torino: “Il Data Processing Center Italiano a Torino ha costituito una grande sfida tecnologica dal punto di vista realizzativo che ha messo alla prova con successo le nostre capacità tecniche”, spiega Luigi Maria Quaglino, Amministratore Delegato di ALTEC, “e ora siamo pronti nella fase operativa a fornire il necessario supporto industriale al team scientifico per un pieno sfruttamento dei dati”.

Una montagna di DVD
Al termine dei cinque anni di missione, Gaia avrà collezionato uno dei più grandi cataloghi astronomici mai creati, che sarà a disposizione degli scienziati di tutto il mondo. Si stima che il catalogo occuperà circa un Petabyte, ovvero 1 milione di Gigabite, equivalenti più o meno a 200 mila DVD.

Per gestire e accedere ai dati, il team di Gaia userà l’Oracle EM 11g, uno dei più potenti sistemi di gestione dati oggi disponibili. Una copia di questo catalogo verrà ospitata all’ASI Science Data Center di Roma, il centro dati dell’ASI dove si trovano già le informazioni raccolte da molte altre missioni spaziali. Messi uno sopra l’altro, questi DVD formerebbero una pila alta come un grattacielo di 80 piani.  E i primi piani di questo grattacielo dovrebbero arrivare nel 2016, quando sarà pubblicata la prima versione del catalogo di Gaia.

Repubblica

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Aggirare le difese del cervello per curare i tumori

In topi di laboratorio è possibile trattare efficacemente un tumore cerebrale grave come il glioblastoma con l’immunoterapia, stimolando il drenaggio dei vasi linfatici del cervello e lasciando inalterata la barriera ematoencefalica

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Microfotografia di linfocita T (in rosa) all'attacco di una cellula tumorale (© Science Photo Library / AGF)

L’immunoterapia, una strategia terapeutica basata su farmaci in grado di stimolare il sistema immunitario ad attaccare i tumori, ha dimostrato enormi potenzialità negli ultimi anni, aumentando la sopravvivenza dei malati con diverse forme di neoplasie. Ma nel caso del glioblastoma, un tumore cerebrale mortale per il quale esistono pochi trattamenti efficaci, l’immunoterapia non ha avuto successo. Questo perché il cervello è protetto dalla barriera ematoencefalica, che impedisce l’accesso nel cervello agli agenti patogeni, interferendo però con le normali funzioni del sistema immunitario.

In uno studio su topi, ora pubblicato sulla rivista “Nature”, Akiko Iwasaki e colleghi della Yale University hanno trovato un nuovo modo di aggirare la barriera emato-encefalica, sfruttando l’estesa rete di vasi linfatici meningei che rivestono l’interno del cranio e hanno la funzione di raccogliere i rifiuti cellulari e di smaltirli attraverso il sistema linfatico del corpo.

Questi vasi si formano poco dopo la nascita, stimolati in parte dal gene che codifica per il fattore di crescita endoteliale vascolare C (VEGF-C). L’idea di Iwasaki e colleghi era verificare se si potesse sfruttare VEGF-C per aumentare il drenaggio linfatico e stimolare così la risposta immunitaria, valutando poi l’efficacia di questo intervento sui tumori cerebrali.

A questo scopo, i ricercatori hanno iniettato VEGF-C nel liquido cerebrospinale di topi di laboratorio affetti da glioblastoma e hanno osservato un aumento del livello di risposta dei linfociti T, un gruppo di cellule fondamentali del sistema immunitario, nei confronti delle cellule tumorali.
Il problema è però che alcuni tumori eludono l’attacco delle cellule tumorali stimolando i checkpoint immunitari, specifiche molecole che regolano il sistema immunitario, impedendo che esso attacchi le cellule dello stesso organismo. Una strategia dell’immunoterapia consiste quindi nel somministrare molecole denominate inibitori dei checkpoint immunitari, rendendo vana la strategia di difesa del tumore.

Iwasaki e colleghi hanno perciò provato a combinare la somministrazione di VEGF-C con inibitori del checkpoint comunemente usati in immunoterapia, aumentando in modo significativo la sopravvivenza dei topi. Ciò significa che l’introduzione del VEGF-C, in combinazione con i farmaci immunoterapici per il cancro, è una strategia efficace per colpire i tumori cerebrali.

“Questi risultati sono di grande interesse”, ha concluso Iwasaki. “Vorremmo portare questo trattamento ai pazienti con glioblastoma, che hanno una prognosi ancora molto scarsa con le attuali terapie di chirurgia e chemioterapia.”



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Agenzia nazionale per la ricerca, i dubbi degli scienziati

Il governo italiano ha in progetto di istituire un’agenzia per coordinare i finanziamenti alla ricerca su scala nazionale. Tuttavia, riferisce “Nature”, gli scienziati non sono stati coinvolti nella sua pianificazione e ne temono la dipendenza dal potere politico

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Il Presidente del consiglio Giuseppe Conte (© Alessandro Serrano / AGF)

Il governo italiano sta discutendo l’istituzione di un’agenzia nazionale per la ricerca, un’organizzazione che potrebbe aumentare il finanziamento alla scienza di centinaia di milioni di euro all’anno. Ma anche se gli scienziati hanno richiesto a lungo questo tipo di agenzia, alcuni sono preoccupati per questi ultimi piani. Lamentano che i ricercatori non siano stati coinvolti nelle discussioni sulla sua organizzazione e temono per la sua indipendenza dall’influenza politica.

Il primo ministro Giuseppe Conte, che guida un governo di coalizione tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, ha parlato dell’idea di un’Agenzia nazionale per la ricerca (ANR) in un discorso nello scorso settembre. La proposta sarà discussa in parlamento questo mese nell’ambito della legge di bilancio 2020.

L’Italia ha già diversi meccanismi per finanziare la scienza di base, ma i ricercatori lamentano che il sistema è disordinati e i bandi per le richieste di finanziamento subiscono spesso dei ritardi. L’attuale Programma nazionale per la ricerca (PNR) ha un budget di 2,5 miliardi di euro per il periodo 2015-2020. Ma la principale fonte di denaro per la ricerca di base, il programma dei Progetti di ricerca d’interesse nazionale (PRIN), ha aperto un bando per la richiesta di fondi l’ultima volta nel 2017. Inoltre, l’Italia investe nella ricerca solo l’1,2 per cento del suo prodotto interno lordo, un valore molto al di sotto dell’obiettivo dell’Unione Europea del 3 per cento.

Molti scienziati avevano sperato in un’agenzia che potesse semplificare il finanziamento della ricerca, ma notano che l’ANR non fa che aggiungere un’altra organizzazione con un proprio budget. E non è ancora chiaro in che modo l’ANR dovrebbe interagire con gli altri meccanismi italiani di finanziamento della scienza. Il progetto in discussione afferma che l’agenzia coordinerebbe la direzione della ricerca nelle università e negli enti pubblici di ricerca, finanzierebbe progetti “altamente strategici” e incoraggerebbe la partecipazione italiana alle iniziative di ricerca europee e internazionali. Riceverebbe 25 milioni di euro nel 2020, 200 milioni nel 2021 e 300 milioni all’anno dal 2022.

Un’occasione mancata
“È incoraggiante che la questione faccia parte dell’attuale strategia del governo. Sfortunatamente, il modello che ne sta alla base non è ancora chiaro”, afferma Vincenzo Costanzo, oncologo dell’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) di Milano. La mossa è un’occasione mancata per portare tutti i finanziamenti della ricerca del governo sotto un unico organismo in modo trasparente e indipendente, aggiunge. “Abbiamo davvero bisogno di un’agenzia che regoli le richieste annuali di sovvenzione”.

I ricercatori lamentano anche di non essere stati coinvolti nella pianificazione dell’ANR e sono preoccupati per l’indipendenza politica dell’agenzia. Secondo il disegno di legge, i vertici dell’ANR saranno nominati principalmente da politici: il primo ministro sceglierebbe il direttore e i ministri selezionerebbero la maggior parte degli otto membri del comitato esecutivo dell’agenzia. Molti avevano invece sperato in un’agenzia diretta da manager della ricerca e consulenti scientifici.

Nel complesso, l’agenzia è un passo avanti positivo, afferma Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Bergamo. Ma il ruolo del governo dovrebbe essere limitato a dare suggerimenti sulle nomine e i membri del comitato esecutivo dovrebbero essere scelti da un gruppo che opera secondo le migliori pratiche della comunità scientifica internazionale, dice. “Non vedo un’analisi seria della situazione attuale della nostra ricerca né una visione a lungo termine né l’impegno a investire nella scienza. Il rischio è che si tratti di una mossa di facciata vuota e pericolosa”, afferma Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’IRCCS Humanitas di Milano.

Lorenzo Fioramonti, ministro italiano per l’istruzione, l’università e la ricerca, afferma che dovrebbero essere gli scienziati a cotribuire allo sviluppo dell’ANR. Era coinvolto nell’idea di creare l’agenzia, ma dice di essere sorpreso che il progetto di legge includesse anche informazioni sulla governance dell’agenzia. “La funzione e la governance dell’agenzia possono essere decise solo dopo una discussione con la comunità di ricerca”, afferma. Fioramonti aveva sperato che il disegno di legge servisse solo a costituire l’agenzia, e che i dettagli della sua gestione fossero decisi all’inizio del prossimo anno.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 20 novembre 2019 )



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Continua la caccia al neutrino di Majorana

Ancora risultati incoraggianti dall’esperimento Gerda, in corso ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso: potremmo essere più vicini all’individuazione del neutrino di Majorana, una delle particelle più sfuggenti al mondo

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(immagine: Getty Images)

Esiste? Non esiste? E se esiste, com’è fatto? Domande alle quali, al momento, ancora non abbiamo trovato una risposta. Ma, a piccoli passi, con tanta pazienza, sembra che finalmente procediamo nella direzione giusta. L’oggetto delle questioni è un’entità più che ineffabile: i fisici la chiamano neutrino di Majorana. Una particella teorizzata dal fisico catanese, mai osservata sperimentalmente e che – qualora esistesse per davvero – dovrebbe coincidere con la propria antiparticella. Il motivo di una ricerca così affannosa è presto detto: individuare e caratterizzare il neutrino di Majorana aiuterebbe a far luce su uno dei più grandi misteri della fisica moderna, ovvero la cosiddetta asimmetria tra materia e antimateria – il fatto che nell’Universo si osserva più materia che antimateria (il che è un bene per noialtri, perché le due entità, se fossero presenti in pari quantità, si annichilerebbero completamente a vicenda).  È per questo motivo che diversi esperimenti in tutto il mondo – Gerda, Cuore, Nemo-3 e tanti altri – continuano a bombardare isotopi di germanio, tellurio e altri elementi in attesa di osservare un evento di decadimento direttamente riconducibile all’esistenza del neutrino. Al momento, i risultati non sono in alcun modo conclusivi: gli scienziati sono riusciti a migliorare significativamente potenza, sensibilità e precisione degli apparati sperimentali ma del neutrino ancora nessuna traccia. E non c’è modo, almeno finora, di capire se l’evento è talmente raro e sfuggente da avere poche speranze di osservarlo in tempo ragionevole e con la tecnologia che abbiamo a disposizione o se, più semplicemente, stiamo cercando qualcosa che non esiste.

Ripasso di fisica. Stando a quello che sappiamo finora, tutte le particelle elementari, e le loro mutue interazioni, sono descritte e regolate dalle leggi del cosiddetto Modello standard, una teoria che ha superato con successo innumerevoli prove sperimentali. Un modello corretto, dunque, ma incompleto, nel senso che le sue equazioni non riescono a giustificare l’asimmetria tra materia e antimateria. Una possibile spiegazione del fenomeno, fornita da diverse estensioni del Modello Standard, prevede che i neutrini siano particelle di Majorana, ovvero che coincidano con la propria antiparticella. In altre parole, che neutrino e antineutrino siano la stessa cosa. Excursus nell’excursus: i neutrini sono entità con massa molto piccola – fino a non molto tempo fa pensavamo addirittura che non avessero massa – e carica elettrica neutra; per di più, interagiscono molto poco con la materia, ragion per cui sono estremamente difficili da studiare e individuare. Cionondimeno sono di estremo interesse per i fisici, dal momento che giocano un ruolo centrale nel funzionamento delle stelle, nell’esplosione delle supernovae e nella formazione degli elementi durante il Big Bang.

Se cercare i neutrini è già di per sé così difficile, capire se sono o meno una particella di Majorana lo è ancora di più. Per provare a osservarlo, i fisici vanno a caccia di un particolare tipo di decadimento radioattivo, il cosiddetto decadimento β doppio senza neutrini (neutrinoless double-β decay, o 0νββ). Si tratta di una reazione in cui due neutroni all’interno di un nucleo atomico decadono simultaneamente in due protoni e due elettroni senza rilasciare alcun neutrino: la misura dell’energia dei due elettroni, spiegano all’Infn, costituisce la firma principale del β doppio senza neutrini. In altre parole, osservare il decadimento implicherebbe, indirettamente, l’esistenza del neutrino di Majorana. “L’osservazione di un eventuale neutrino di Majorana”, ci aveva spiegato Antonio Polosa, fisico teorico della Sapienza università di Roma, “sarebbe di importanza capitale per la fisica moderna. Da quando infatti si è scoperto che il neutrino è una particella massiva, e non senza massa come ritenuto in precedenza, il fatto che il neutrino possa coincidere con la propria antiparticella gioca un ruolo centrale nella teoria della supersimmetria, una teoria fisica secondo la quale ogni bosone avrebbe un corrispondente fermione simmetrico e viceversa (bosoni e fermioni sono le due classi in cui sono divise tutte le particelle elementari in base al valore dello spin).

L’ultima notizia, in ordine di tempo, è che gli scienziati dell’esperimento Gerda (GERmanium Detector Array), in corso ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Lngs-Infn), che si occupano per l’appunto della ricerca del neutrino di Majorana, sono appena riusciti a raggiungere un nuovo record di sensibilità del rivelatore, il che potrebbe auspicabilmente rendere più vicina l’individuazione della particella. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati su Science. Gerda è un esperimento allestito sotto le migliaia di metri cubi di roccia del Gran Sasso, che fungono da schermo naturale per i raggi cosmici, le particelle energetiche provenienti dallo Spazio che creerebbero disturbi al rivelatore. “Quando si cercano eventi rarissimi come il decadimento senza neutrini”, ci racconta Riccardo Brugnera, ricercatore Infn, professore all’Università di Padova spokeperson di Gerda, “il nemico è il rumore di fondo, ovvero tutti i segnali esterni che possono coprire quello cercato. Per abbattere il più possibile il rumore di fondo si combinano tre approcci: il posizionamento del rivelatore in un luogo il più possibile schermato dai raggi cosmici [sotto la roccia del Gran Sasso, in questo caso, nda], l’uso di un materiale più puro possibile e un insieme di tecniche di analisi statistica che filtrano matematicamente il rumore”.

L’esperimento è costituito da diversi cilindri di un isotopo del germanio (l’isotopo 76, l’unico che almeno teoricamente potrebbe generare un decadimento doppio beta) immersi in un criostato che contiene 63 metri cubi di argon liquido tenuto a una temperatura di -190 °C. Il criostato è a sua volta immerso in un contenitore riempito con 590 metri cubi di acqua ultrapura: l’argon e l’acqua sono privi di contaminazioni e agiscono come ulteriori schermi contro la radiazione naturale proveniente dall’ambiente esterno. Due anni fa i responsabili di Gerda erano riusciti a minimizzare il rumore di fondo: l’esperimento, al momento attuale, è quello con minor rumore di fondo tra tutti quelli che cercano di vedere il decadimento senza neutrini. “Con l’abbattimento degli eventi di fondo ai livelli che siamo riusciti a raggiungere”, dice ancora Brugnera, “Gerda si è posto nelle condizioni ottimali per poter rivelare il decadimento senza neutrini. Oggi abbiamo fatto un ulteriore passo avanti, migliorando significativamente la sensibilità dello strumento. Siamo arrivati a una sensibilità per il tempo di dimezzamento del germanio (cioè il tempo che deve trascorrere affinché la metà dei nuclei dia luogo al decadimento) di oltre 1026 anni, di gran lunga superiore all’età dell’Universo.

Di per sé, sapere che per osservare un decadimento senza neutrini bisogna aspettare un’età superiore a quella dell’Universo sembrerebbe una notizia non troppo confortante. Ma non è così: “Il fatto che siamo riusciti a raggiungere questa sensibilità”, conclude Brugnera, “ci aiuterà a progettare esperimenti più efficienti. Dal momento che l’evento che cerchiamo è così raro, per aumentare le probabilità di osservarlo non resta altro da fare che aumentare la massa del germanio: più atomi ci sono, più è probabile che avvenga il decadimento. E infatti Gerda terminerà la sua presa dati alla fine di quest’anno e sarà sostituito da un nuovo apparato, Legend-200, basato sugli stessi principi ma con un numero 5 volte superiore di rivelatori e un fondo previsto 5 volte inferiore. Legend-200 migliorerà così di un fattore 10 la sensibilità record di Gerda”.



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