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Darwin Day, le leggende metropolitane sull’evoluzione

Con l’arrivo del Darwin Day torniamo a parlare delle leggende metropolitane legate all’evoluzione e al suo più celebre papà

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Il 12 febbraio si celebrerà in tutto il mondo il Darwin Day. Come sempre università, musei, scuole e associazioni hanno organizzato un calendario di eventi divulgativi dedicati alla teoria portante della biologia e al suo più celebre papà, insieme ad Alfred Russel Wallace.

Facciamo ancora molti errori sull’evoluzione. Su Wired abbiamo raccontato che spesso derivano dalla propaganda creazionista, altre volte sono diffusi fraintendimenti della teoria (troppo spesso raccontata in modo semplicistico). Ci sono poi le citazioni inventate attribuite al povero Darwin e le leggende storiche. In occasione del 210ecimo anniversario della nascita, ricordiamo alcune delle leggende metropolitane su Darwin e l’evoluzione ancora da esplorare.

Darwin era ateo
In un’altra occasione abbiamo ricordato la bufala della conversione di Darwin sul letto di morte, ma nonostante lo scienziato sia diventato uno dei simboli dell’ateismo, Darwin personalmente non era nemmeno ateo.

Grazie al lavoro degli storici sulle sue lettere e i suoi diari, è infatti stato possibile ricostruire il suo pensiero anche sulla spiritualità. Come il padre e il nonno, Darwin maturò fino a ritenere le religioni convenzionali autoritarie e discriminatorie. Inoltre, sia per quello che andava scoprendo, sia per tragedie familiari, Charles Darwin perse la fede nella Provvidenza.

Tuttavia si può affermare che Darwin fosse teista, cioè poteva credere a un creatore che avesse messo in moto l’universo, e niente di più.

Si potrebbe obiettare che dal punto di vista pratico la sua visione fosse almeno vicina a quella atea, ma il punto è che lui non si definì mai tale. Negava di essere mai stato ateo nella sua vita, al massimo agnostico, e per quanto lo riguardava confinava il suo lavoro alla scienza, evitando di attaccare la religione.

Nel libro Due atei, un prete e un agnostico: Pranzo a casa Darwin Federico Focher racconta un famoso incontro tra Darwin e due intellettuali atei, Ludwig Büchner e Edward B. Aveling. Al pranzo era presente anche il Reverendo Brodie Innes, amico di Darwin con il quale aveva fondato il Friendly Club, una società di mutuo soccorso per persone in difficoltà. Era il 1881, un anno prima della morte, e anche in quell’occasione Darwin ribadì di considerarsi agnostico e non ateo, pur confermando di avere abbandonato la cristianità dopo i quarant’anni e riconoscendosi in alcuni ragionamenti proposti dai due.

Un anno prima Darwin aveva gentilmente rifiutato che Aveling gli dedicasse The student’s Darwin, un libro dove attaccava frontalmente la religione. Essendo Aveling genero di Marx, e visto che la lettera era stata trovata tra le sue carte, questo generò la bufala che il filosofo gli avesse chiesto di potergli dedicare il Capitale.

Darwin, il ladro seriale di teorie
Darwin è considerato co-scopritore della selezione naturale assieme ad Alfred Russel Wallace. Nonostante i documenti parlino chiaro, più di una volta è stato insinuato che Darwin non avesse fatto altro che scippare il merito all’altrettanto geniale Wallace. Ma esiste un’altra teoria del complotto: Darwin avrebbe copiato da Patrick Matthew, un orticoltore scozzese.

Negli ultimi anni questa tesi è stata portata avanti dal criminologo Mike Sutton. A Sutton bisogna riconoscere il merito di aver smontato una famosa leggenda metropolitane accademica, quella secondo cui l’errata credenza degli spinaci ricchi di ferro deriverebbe da un decimale spostato per errore. Con la storia della scienza, però, Sutton non se l’è cavata altrettanto bene. Gli storici non mettono in dubbio che Matthew nel 1831 avesse abbozzato una descrizione che anticipava la selezione naturale.

Lo riconobbe anche Darwin, quando lo venne a sapere nel 1860. La tesi di Sutton, però, è che Darwin (e Wallace) conoscessero il lavoro da molto prima. Questo non solo è molto improbabile, ma non esistono prove. Matthew fece una descrizione simile alla selezione naturale negli appendici al suo libro Naval Timber and Arboriculture: non si può escludere che qualche naturalista lo abbia avuto tra le mani, ma di certo quelle idee non sono penetrate nella comunità scientifica del tempo. Nemmeno Matthew, dal canto suo, aveva mai accusato Darwin di plagio, si era limitato a ricordare il suo lavoro precedente, che Darwin poi nominò, assieme a quelli degli altri pionieri, a partire dalla terza edizione dell’Origine delle specie (1861).

La selezione del granchio samurai
Nelle acque del Giappone vive il granchio samurai (Heikeopsis japonica). Il crostaceo deve il suo nome alla forma del suo carapace, che ricorda un samurai arrabbiato. Secondo il folklore, i granchi sono guerrieri samurai reincarnati. Come si è evoluta la forma del carapace? L’astronomo e divulgatore Carl Sagan propose al pubblico una spiegazione molto suggestiva nella seconda puntata della premiatissima serie Cosmos (1980). I pescatori giapponesi avrebbero cominciato a ributtare in acqua, per rispetto, i granchi con il carapace più somigliante al volto di un guerriero, trattenendo invece gli altri esemplari che catturavano.

Nel tempo questa involontaria selezione avrebbe portato le popolazioni a un carapace sempre più antropomorfo. L’ ipotesi era stata avanzata 30 anni prima da Julian Huxley, bis-nipote del mastino di Darwin, Thomas Henry Huxley, ma è troppo bella per essere vera. Per cominciare quei granchi, spiega il biologo Richard Dawkins, non hanno valore alimentare, samurai o non samurai. Non è possibile quindi la selezione involontaria descritta. Piuttosto, siamo noi che per evoluzione tendiamo a trovare facce ovunque ci sia simmetria, anche su un guscio di granchio. L’illusione della faccia del samurai è data dal modo in cui i muscoli del crostaceo sono disposti e collegati al carapace soprastante, e se ci sforziamo possiamo vedere facce anche in molti altri invertebrati, fossili compresi.

La 100esima scimmia
All’inizo degli anni ’50 dei ricercatori cominciarono a studiare un gruppo di macachi giapponesi (Macaca fuscata) che vivono su un’isoletta dell’arcipelago del Giappone. Una delle scimmie imparò a lavare nell’acqua le patate dolci offerte dai ricercatori, e altri esemplari cominciano a imparare. Nel 1958, successe qualcosa di miracoloso. Tutte le scimmie, improvvisamente, impararono a lavare le patate, anche nelle isole vicine. È la descrizione dell’effetto della 100esima scimmia, che in base a queste osservazioni postula l’esistenza di una massa critica raggiunta la quale, magicamente, un gruppo sociale acquisirebbe una coscienza collettiva. Il guru Deepak Chopra, famoso per le sue bufale a base di meccanica quantistica, scrisse che in base alla teoria di Darwin quello che è stato osservato è impossibile.

In questo il guru ha assolutamente ragione. Non perché esista un meccanismo simile alla telepatia mai considerato dalla scienza, ma perché la storia è falsa. Il mito della centesima scimmia è stato creato negli anni ’70 dal biologo e divulgatore Lyall Watson. Watson si rifece ai lavori di alcuni primatologi che studiavano le scimmie sull’isola Koshima, che effettivamente osservarono una trasmissione culturale tra i primati, un dato molto significativo per l’epoca. Ma non parlarono mai né di 100esima scimmia, né di massa critica, e non ci fu mai un momento in cui, improvvisamente, tutte le scimmie impararono la nuova attività senza il normale apprendimento.

Alla fine dello studio c’erano 59 scimmie nella colonia, 36 avevano imparato a lavare le patate, e il processo era stato graduale e sempre per apprendimento. Il 1958 era stato davvero un anno spartiacque secondo i ricercatori, ma non ha niente a che vedere con le invenzioni di Watson. In quell’anno le giovani scimmie, che per prime avevano imparato da sole il trucco, erano salite nella gerarchia e avevano cominciato a riprodursi. Il lavaggio della patate poteva essere quindi insegnato direttamente dalle madri ai cuccioli.

Watson descrisse l’effetto della centesima scimmia, a suo dire, sulla base di aneddoti e folklore dei primatologi, ma anche primatologi autori dello studio si sono fatti avanti per negare decisamente di aver mai assistito al miracolo descritto. La storia fu smontata solo nel 1985, ma per allora l’effetto della centesima scimmia era già diventato popolarissimo, soprattutto in ambito New Age. Oggi si trova ovunque, dai libri sulla Programmazione neuro linguistica alle insalate di spiritualità e fisica quantistica. Dà anche il titolo a un documentario, La centesima scimmia – Schiavi dell’euro, che a quanto pare vanta musiche di Povia sui titoli di coda.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Ma la chiesa non arriva mai gratis

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

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Che le home page dei quotidiani italiani dedichino l’apertura al papa in fondo ci può stare, a Natale. Perché a Natale, narra la leggenda, siamo tutti un po’ più buoni. La presunta maggior bontà non dovrebbe però far venire meno il senso critico. Specialmente quando il papa, celebrando messa nella basilica più sfarzosa del mondo, dice che, “mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore”.

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità, né refrattaria alla logica del dare e dell’avere. Da sempre. È noto che il primo imperatore romano cristiano Costantino (tuttora venerato come santo dalla comunità ortodossa) finanziò la costruzione di numerose basiliche, tra cui san Pietro e san Giovanni in Laterano. Tuttavia, la storia non ci ha tramandato alcuna sua politica in favore dei meno abbienti. Sappiamo invece che la sua azione di governo aumentò le disuguaglianze tra ricchi e poveri: un’eredità “tramandata” al millennio successivo. Perché lasciò “sussidiaristicamente” l’attività di assistenza ai vescovi? Forse. Ma i vescovi erano, nello stesso tempo, sostenitori e beneficiari del suo espansivo programma di edilizia religiosa. Mentre la “cura dei poveri” era anche uno strumento di marketing.

Come ha evidenziato lo storico Peter Brown nel libro Potere e cristianesimo nella tarda antichità, già nel III secolo la ridistribuzione dei fondi a disposizione era ristretta ai fedeli più zelanti. Un’attività che, col tempo, divenne “una componente di grande risalto nella rappresentazione cristiana dell’autorità del vescovo”, tanto che i poveri ‘a libro paga’ erano chiamati a far parte del suo corteo. In ogni caso, era un’attività con un impatto marginale rispetto a quella edificatoria. Al punto che, nel V secolo, “la lamentela che il cibo per i poveri era divorato dalla pietra, dai marmi multicolori e dai mosaici d’oro delle nuove basiliche faceva il giro di tutto il Mediterraneo”.

Di quelle gesta si è persa traccia, nell’opinione pubblica. Quando Vittorio Sgarbi decanta (giustamente) la bellezza delle cattedrali, invariabilmente dimentica le decine e decine di milioni di esseri umani che, durante i lunghi secoli del totalitarismo cristiano (380-1648: un periodo più lungo dello stesso medioevo), le hanno dovute finanziare con un decimo del proprio scarso reddito, e hanno dunque avuto una vita più triste, hanno patito la fame, sono morti prematuramente. Quanta sofferenza è costata l’aver voluto innalzare alla gloria di Dio quelle meravigliose costruzioni?

I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili

Le analisi costi-benefici non danno sempre risultati univoci, perché il peso attribuito ai singoli costi e ai singoli benefici può essere differente. I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili, e superano in Italia i sei miliardi di euro. A dimostrazione che la logica del dare-avere ce l’ha anche la chiesa (ma molto sbilanciata sull’avere), da parte cattolica non si è mai negata tale cifra, preferendo cercare di stimare gli assai meno quantificabili benefici. Spesso, poi, anche tali benefici hanno un’origine pubblica: la Caritas di Como ha sicuramente regalato vestiti ai bisognosi, ma erano vestiti sequestrati dalla Finanza. Controlli in entrata ma non in uscita, dunque? Come non pensarlo, quando ci tocca leggere che l’ex governatore Galan è stato condannato per aver versato 24 milioni di euro al patriarcato di Venezia affinché ristrutturasse la basilica, il seminario e la sede patriarcale. Una volta di più, ad avere è stata la chiesa e a dare sono state le istituzioni pubbliche, che inizialmente dovevano invece utilizzerei soldi dei contribuenti per interventi a salvaguardia della laguna. L’acqua alta avrà probabilmente portato via il fetore di certi accordi, ma i documenti restano.

“Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo”, ha sostenuto il papa nel corso della funzione. Nel suo mantra, la povertà è l’unico problema e la carità (cattolica) l’unica soluzione. Ma nell’epoca dei bitcoin, dell’intelligenza artificiale e dei robot che costruiscono altri robot il mondo è diventato troppo complesso per affrontarlo con una visione così spaventosamente sempliciottistica. Se lo si vuole veramente cambiare, occorre invece rendere ogni individuo capace di prendere decisioni consapevoli dettate dalla competenza e dalla ragione, non dalla paura o dalla tradizione. Le frasi a effetto a vocazione pubblicitaria non ci riusciranno mai.



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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente



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Decreto Biotestamento: una buona novella laica per il paese

«È una buona novella laica che aspettavamo da tempo. Siamo felici e orgogliosi di aver dato il nostro contributo per questa fondamentale battaglia di civiltà».

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Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così la firma della misura che dà piena attuazione alla legge sul biotestamento approvata dal Parlamento a fine 2017.

«L’azione combinata prima del Parlamento, che ha approvato la legge in oggetto, poi della Consulta, che con la sentenza Fabo/Cappato ha stabilito la liceità del suicidio assistito, e infine del ministro della Salute, che ieri ha firmato il decreto sulla banca dati nazionale per le Disposizioni anticipate di trattamento, pone di fatto l’Italia in una posizione una volta tanto un po’ più avanzata rispetto ad altri paesi occidentali in materia di fine vita. Per noi che ci battiamo quotidianamente per la laicità dello Stato è una spinta in più per impegnarsi».

«Negli anni – ricorda Grendene – siamo stati infatti in prima linea in questa battaglia. Insieme all’associazione Luca Coscioni e ad altre realtà abbiamo raccolto 67mila firme in calce a una proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia e il testamento biologico, poi depositata in Parlamento nel 2013. E abbiamo inoltre organizzato una moltitudine di eventi, dibattiti, convegni sul tema per informare i cittadini; nonché moltissimi momenti di raccolta dei biotestamenti nelle piazze italiane».

«Adesso si apre una nuova stagione affinché anche l’Italia si doti di una legge sull’eutanasia e il suicidio assistito, tanto più dopo la sentenza della Consulta, in maniera tale da garantire a tutti il diritto di morire nel rispetto dei propri desideri e della propria dignità».



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