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“Death Note” spiegato (quasi) in breve

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Nel lontano 2003 apparve sulla rivista Shōnen Jump un manga destinato a diventare, in breve tempo, un fenomeno editoriale “di culto” dentro e fuori dal Giappone: Death Note, un’opera composta da 108 capitoli raccolti in 13 tankōbon (12 più una guida alla lettura) pubblicati tra l’aprile 2004 e il 4 luglio 2006 e tradotti in Italia da Planet Manga.

L’idea era di un certo Tsugumi Ōba, un autore misterioso, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima e di cui tutt’oggi non si sa ancora nulla. Tanto che voci di corridoi raccontato che possa trattarsi dello pseudonimo di un mangaka più esperto, perché la partenza della serie parve subito talmente solida e complessa da lasciare increduli molti: «Ōba esordiente? Maddàai…». Ai disegni l’editore aveva affiancato Takeshi Obata, un fumettista di 34 anni appena emerso grazie alla serializzazione di Hikaru no go, vincitore dello Shogakukan Manga Award nel 2000. Obata risultava perfetto per rendere la cupa suspense che domina l’opera, grazie ai suoi tratti vividi e precisi, i dettagli realistici al limite del maniacale e un sapiente uso/abuso del nero.

Weekly Shōnen Jump, la rivista di casa Shūeisha ammiraglia della produzione di shonen manga, con Death Note offriva un debutto diverso dal solito non solo per il risalto dato a un team creativo esordiente a cui dedicava la copertina, ma per il concept stesso del manga. Uno shōnen differente dal solito, e non tanto per il genere – un poliziesco, in fondo, con toni thriller – quanto per un’assenza: ben poche scene d’azione, in favore di “battaglie” spesso tutte psicologiche. Certo, anche i temi –- morte e religione – non erano la solita minestra riscaldata nella tradizione ipercinetica degli shonen, ma a sorprendere fu l’insolito mix fra questi e la scarsità di action, col risultato di porre Death Note sul confine tra gli shōnen e i più maturi seinen, grazie anche a dei protagonisti oramai adulti.

Cosa racconta, dunque, Death Note?

Light Yagami è un brillante – e naturalmente affascinante – diciasettenne annoiato ed esasperato dalla criminalità che sembra dilagare in Giappone. Teppisti, assassini, ladri e molestatori: l’autore non tarda a mostrarci il lato peggiore della società moderna, che agli occhi di Light appare meritevole di essere eliminata.

Death Note

Light Yagami

Un giorno come un altro, mentre passeggia nel cortile della scuola, Light trova per terra un quaderno e lo raccoglie, entrando così in possesso del Death Note (lett: quaderno della morte), un taccuino nero dalle proprietà sovrannaturali: permette al suo utilizzatore di uccidere chiunque, semplicemente scrivendone nome e cognome, a patto che se ne conosca anche il volto.

“Le parole possono uccidere”, dunque? L’antica metafora, presa drammaticamente alla lettera, si svilupperà lungo il manga in due archi narrativi che girano attorno ad altrettanti temi: la noia e la giustizia, il tutto naturalmente accompagnato da un’ovvia costante, la morte.

1. Noia. Da Riuk a Elle, dal gioco degli dèi alla sfida psicologica (voll. 1-7)

Dopo un primo assaggio del potere che si ritrova in dono, Light fa la conoscenza del proprietario originale del quaderno. Si chiama Ryuk, una creatura mostruosa visibile e udibile solo dal possessore del Death Note, con una predilezione per le mele e vestito come una rockstar gotica. Una specie di Joker anoressico, con lo sguardo allucinato e i capelli di Vegeta.

 Death Note

Ryuk

 

Ryuk dice di essere uno shinigamiun dio della morte che, stanco di giustiziare i mortali dall’alto del suo mondo – che pare una installazione di Arnaldo Pomodoro, ma nel cimitero degli elefanti Disney – ha deciso di rubare un Death Note al suo re, scriverci sopra le istruzioni per l’uso sotto forma di regole e farlo cadere sulla Terra. Per gioco. Anche gli dèi si annoiano, insomma.

È quindi il caso che porta a Light Yagami lo strumento necessario per realizzare il suo sogno. Con inaspettata freddezza non mette mai in questione l’assurdità di questa situazione, e inizia una personale crociata contro la criminalità. Una missione fulminante, con un successo inimmaginabile tale da stupire lo stesso shinigami al loro primo incontro: elimina un’infinità di uomini e donne malvagi, con lo scopo di creare una Utopia in Terra, un mondo migliore, libero dal crimine e dalla malvagità in pieno stile rinascimentale. E all’interno di questo scenario perfetto, si auto-attribuisce un ruolo assoluto: Dio della Giustizia.

Prima che tutto il pianeta si ritrovi “epurato” da questa crociata tanto ideale quanto distruttrice, le sue azioni attirano sia l’attenzione dei media, che lo soprannominanoKira (dalla pronuncia giapponese di killer, cioè “assassino”), e poi dell’Interpol, che chiede aiuto a Elle, il miglior detective del mondo. Elle è un ragazzino dall’apparenza sciatta, una specie di emo antisociale, forse autistico, con una personalità dai tratti ansiosi e ossessivi. Si rivelerà prestoil personaggio più brillante della serie (oltre che il più amato): con un abile stratagemma riesce subito a identificare la provincia di appartenenza di Kira, del quale diventa la nemesi.

Death Note

Elle

Light riesce a infiltrarsi nelle indagini grazie all’intervento della polizia giapponese in cui milita suo padre. Elle inizia a sospettare che possa esserci una talpa nella task force e chiede all’FBI di indagare su tutti i membri e sulle rispettive famiglie. Alla famiglia Yagami viene assegnato l’agente Raye Pember, di cui Kira scopre facilmente il nome, portandolo a uccidere tutti gli altri agenti statunitensi per poi eliminarlo definitivamente. La cosa però suscita dei sospetti nella sua fidanzata, Naomi Misora, la quale si reca dalla polizia dove incontra Light, che per farla fuori la porta al suicidio. Il gesto attirerà l’attenzione di Elle, che ripercorrendo gli ultimi giorni di vita della ragazza scoprirà del suo incontro con il giovane Yagami, che da allora diventerà il suo bersaglio numero uno.

Nonostante le cimici e le telecamere nascoste, Light riesce comunque a portare avanti la sua missione sotto gli occhi dell’investigatore, il quale, per sorprenderlo, gli svelerà di ritenerlo Kira. Il giovane studente universitario allora decide di unirsi alla task force con lo scopo di dimostrargli la sua innocenza, e fra i due nemici/amici inizia una splendida partita a tennis psicologica (e nel cap. 20 a tennis si sfideranno davvero).

A rendere epica – come nella tradizione shonen – la loro sfida, sono le numerose “regole” del Death Note che i lettori apprendono capitolo dopo capitolo. Ad esempio, è possibile specificare la causa di morte (ma entro un certo tempo) o indicare quando dovrà avvenire. E per esprimere i suoi effetti non è necessario utilizzare l’intero quaderno: il potere è nella carta, ed è perciò sufficiente un solo frammento di pagina.

Death Note

Misa

 

A complicare le indagini nel quarto volume interviene un “secondo Kira”, che si palesa uccidendo in diretta dei conduttori televisivi. La sua vera identità è quella di Misa Amane, una giovane e seducente idol gotica. Misa imita Kira e ne è ossessionata al punto da accettare la più potente regola del Death Note: il suo possessore, rinunciando a metà della propria aspettativa di vita, ottiene gli occhi di uno shinigami. Ovvero potrà scoprire il nome e l’aspettativa di vita di chiunque, solo guardandolo in volto.

Light sfrutta il suo fascino sulla ragazza che, poco dopo aver scelto di collaborare, viene arrestata da Elle con l’accusa di essere il “secondo Kira”. Essendo già lo stesso protagonista nel mirino dell’investigatore, Misa viene quindi convinta ad abbandonare il Death Note dalla sua shinigami Rem – una specie di transessuale bianca e viola, con gli orecchini di Esmeralda ma il mascellone di Ronn Moss (e lo sguardo di chi, nella vita, ha sempre rosicato) – perché così facendo secondo le regole perderà ogni ricordo connesso al quaderno della morte. È il momento del colpo di scena che ha segnato la Death Note mania e il successo della coppia di mangaka.

Lo stesso Light decide dunque di sfruttare la regola del “passaggio di proprietà” del quaderno, mettendo in atto il piano più brillante dell’intera serie. Sfruttando i sentimenti di Rem nei confronti di Misa, Light inganna la shinigami convincendola a consegnare il quaderno a Kyosuke Higuchi,un dirigente d’azienda senza scrupoli, mentre lui sotterra il Death Note consegnatogli da Ryuk. Dopo essersi fatto mettere dietro le sbarre assieme a Misa con la scusa di temere di essere lui stesso Kira, fa capire allo shinigami di voler rinunciare al quaderno, cancellando la propria memoria. Così facendo Higuchi entra in azione come “nuovo Kira”, con l’effetto di consentire ai due giovani di essere scarcerati.

Death Note

Rem , Light e Ryuk

 

Il congegno del piano prosegue: Rem aiuta Misa a ricostruire i propri ricordi, quest’ultima decide di sfruttare il proprio fascino per estorcere a Higuchi le prove dei suoi crimini. Nel frattempo Light, che anche se dimentico di aver posseduto il Death Note è pur sempre un membro della task force, aiuta Elle a catturare il criminale, che consegna il quaderno agli agenti. Questi, toccandolo, sono in grado di vedere Rem, mentre Light riacquista la memoria, così come aveva calcolato sin dall’inizio. Un piano riuscitissimo e brillante, peralrtro contorto, che Ōba ci svela con un epico flashback nel volume 7

Ricordate inoltre la questione della carta? Light sicuramente. Sfruttando infatti un pezzetto di diario tenuto nascosto fino ad allora nell’orologio, e una “falsa regola” aggiunta di suo pugno sul Death Note secondo cui si muore dopo essere rimasti 13 giorni senza utilizzarlo, Light scrive il nome di Higuchi (che la polizia pensa essere Kira) il quale in prigione muore d’infarto. Così facendo la polizia ha finalmente un colpevole e Light viene scagionato definitivamente.

Ma l’arco narrativo è destinato a chiudersi con un altro colpo di scena. Per proteggere Misa, ancora sospettata di essere il secondo Kira, Rem scrive sul suo diario il nome di Elle, uccidendolo. Con questa mossa, però, Rem interferisce con l’aspettativa di vita della ragazza e infrange una regola del Death Note. Risultato: anche Rem muore. Insomma, un attacco kamikaze in piena regola: Light saluta e ringrazia, rimasto – almeno per il momento – senza più ostacoli sul suo cammino.

Quella di Elle è a detta di molti una delle migliori morti mai rappresentate in un manga, e a ragione. La sceneggiatura di Ōba è magistrale: un susseguirsi di colpi di scena così perfettamente incastrati ad un ritmo talmente incalzante che nel momento clou i dialoghi diventano superflui cedendo il passo ai magnifici disegni di Obata, al quale basterà un mero punto esclamativo sul ghigno di Light per mostrarne al lettore la vittoria. Da brividi.

2. Giustizia. Da Mello a Near, successori di Elle (voll. 8-12)

Light inizia così a portare avanti sia il ruolo di Kira che di Elle, inconsapevole che alla Wammy’s House, un istituto da cui arriva Elle simile alla scuola per mutanti del professor Xavier, due orfani prodigio sono stati informati della morte del detective. Near  è un ragazzino dai capelli color platino che fonda un’organizzazione internazionale per fermare Kira, ormai idolo delle folle, e Mello il suo diretto rivale, che entra a far parte di un’associazione mafiosa.

Mello

Death Note

 

Entrambi hanno lo scopo di recuperare il Death Note in possesso della polizia giapponese, ma mentre il primo inizia una guerra psicologica con Light, Mello ricorre a rapimenti e omicidi: per non farsi mancare nulla ricatterà (con successo) persino il presidente degli Stati Uniti, portandolo al suicidio. Va beh. Essendo Mello riuscito nel suo intento, Kira propone un’alleanza alla polizia, fornendo loro il suo diario per recuperare quello rubato. A farsi carico di questo compito è l’inconsapevole padre di Light, che prende possesso degli occhi dello shinigami per uccidere Mello. Per un attimo di debolezza viene però ferito mortalmente, dimostrando ancora una volta che i buoni in Death Note hanno vita breve.

A questo punto crescono i dubbi che Elle, Kira e Light siano la stessa persona, ma siccome il suo motto è “squadra che vince non si cambia” quest’ultimo ricorre nuovamente allo stratagemma di un Kira sostitutivo, prima sfruttando un magistrato fanatico di Kira e poi una giornalista che aveva una cotta per lui.

Dopo una serie di omicidi/suicidi che hanno oramai stufato anche il lettore più accanito si arriva finalmente al confronto finale tra Near e Light, che messo alle strette con il trucco più banale di tutto il fumetto (un quaderno fasullo) rivela di essere Kira e viene fermato dall’unico poliziotto che dopo cinque anni di indagini nutre ancora dei dubbi sull’identità del killer. Ormai in fin di vita, Light cerca la salvezza in Ryuk, il quale però, impassibile, scrive il suo nome sul diario. Un anno dopo, morti tutti, Near eredita il trono di Elle. Il nome di Kira invece, oramai scolpito nell’immaginario comune, viene ancora temuto e osannato da molti come “la Giustizia”.

Simboli. Death Note fra mito, religione e nomi parlanti

Se gli ultimi capitoli del manga vi sono sembrati eccessivamente ridondanti non preoccupatevi perché non siete i soli: gli autori hanno ammesso di aver allungato il brodo per raggiungere il capitolo 108. Questo perché si tratta di un numero dal forte significato simbolico nella cultura buddhista: in Giappone per salutare l’anno nuovo una campana viene suonata 108 volte, tante quante le tentazioni a cui resistere per raggiungere il Nirvana.

Ma questo è solo uno dei moltissimi simbolismi che troviamo nell’opera di Ōba e Obata, a partire da tutti i dettagli grafici che rimandano alla cultura cristiana, come le copertine dei volumi avvolte in croci e rivisitazioni iconografiche della Trinità (voll. 6 e 10), fino a nomi parlanti come “carta”, che in giapponese si pronuncia kami proprio come “dio”.

Anche gli orfani della Wammy’s House sono dotati di nomi particolari, che evocano in maniera palese la pronuncia fonetica di tre lettere dell’alfabeto in ordine volutamente sequenziale. Nella versione nostrana questo dettaglio è però fastidiosamente meno evidente che in giapponese, dato che il nome originale di Elle è “L Lawliet”, ma in italiano è stato cambiato in Elle perché se ti piacciono i manga un po’ devi soffrire.

Death Note

 

Allo stesso modo è interessante analizzare il rapporto che lega gli shinigami ai corrispettivi umani. Light e Ryuk hanno diversi tratti in comune, tant’è che originariamente Obata voleva disegnare lo shinigami come un giovane simile a Light, ma con ali e capelli neri: entrambi sono molto furbi, sono annoiati dal mondo in cui vivono e provano un interesse reciproco basato su fascino e curiosità.

Nonostante quindi fra i due si crei fin da subito un legame, è importante notare come questo sia diametralmente opposto a quello che lega Rem e Misa: non implica alcuna forma di affetto e soprattutto non altera la neutralità caratteristica dello shinigami. Ergendosi a Mefistofele faustiano, Ryuk interpreta un perfetto diavolo tentatore (ben evidente anche grazie all’onnipresente mela rossa, simbolo iconografico di tentazione e peccato) che agisce solo per tornaconto personale e con estremo distacco, tant’è che come il più infame degli spoileristi annuncia fin da subito che a momento debito scriverà sul suo quaderno il nome di Light. Dal canto suo Light è un classico antieroe adamitico-prometeico: scende a patti col diavolo per ottenere un potere divino, ma così facendo compie il peccato di hybris che segnerà inevitabilmente il suo destino.

È innegabile che parte del successo dell’opera sia dovuta a una politica di character design molto efficace: dopotutto in quegli anni sembrava che la moda emo fosse destinata a conquistare la galassia più velocemente dei Sith, e la dubbia morale di Light passa spesso e volentieri in secondo piano rispetto al suo fascino magnetico. Ciononostante è un manga assolutamente degno della fama e del successo guadagnatosi, con un aspetto cervellotico originale, un’atmosfera incalzante e coinvolgente e anche una fedele trasposizione animata (ma se avete visto il live action di casa Netflix fate un favore a voi stessi e neuralizzatevi).

 
  

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Fumettologica

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Fumetti

Leone Svicolone

Svicolone (Snagglepuss nell’originale americano) è un simpatico leone rosa ideato da Hanna e Barbera nel 1959, inizialmente come personaggio secondario che comparve all’interno della serie di Ernesto Sparalesto e Tatino e Tatone.

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l successo di questa apparizione, gli ha fatto meritare una serie a cartoni animati tutta sua, che è stata realizzata nel 1961 e trasmessa all’interno dello Show dell’Orso Yoghi. Svicolone è un leone che vorrebbe essere considerato come un uomo normale pertanto, cerca in tutti i modi di convincere le persone con i suoi comportamenti civili ed educati, suo malgrado gli esseri umani lo considerano come un temibile leone e cercano in tutti i modi di dargli la caccia, cosicchè da animale predatore, Svicolone è sempre destinato ad essere preda e a scappare, non prima di aver pronunciato la caratteristica frase con accento bolognese ” Svicolo, svicolando tutto a mancina!” talvolta con l’aggiunta della parola “perfino!”.

La caratteristica del leone Svicolone è proprio la suo voce, che in Italia è stata doppiata splendidamente dal grande Renzo Palmer. Svicolone possiede anche una grande passione per il teatro e non di rado, lo si vede recitare l’Amleto, con in mano un teschio. Svicolone fa parte della banda di Yoghi dal 1973, che a bordo dell’Arcaplano, si impegna a salvare il mondo dall’inquinamento. I cartoni animati attualmente vengono trasmessi sul digitale terrestre Boing e sul canale satellitare di Boomerang.

È un puma antropomorfizzato, di colore rosa, e indossa un paio di polsini e un colletto con cravattino. Svicolone colto è e raffinato (in particolare ha una passione per il teatro, e lo si vede frequentemente recitare l’Amleto di Shakespeare). Vorrebbe essere gentile e amichevole con gli uomini, che invece lo considerano una belva feroce e gli danno la caccia…Svicolone (chiamato così perché scappa rapidamente quando un guaio incombe pericolosamente) è un leone rosa civile e ben educato, la cui ‘umanità’ non pare essere molto apprezzata dagli altri che continuano a vederlo come un pericoloso felino. Creato sulla falsariga del precedente (di poco) Lupo De Lupis, il personaggio dal carattere invertito è divertente e stimola solidarietà, oltre che risate.
La caratterizzazione del personaggio è basata in gran parte sulla voce, prestata da Daws Butler dell’originale inglese, e in italiano doppiato da Renzo Palmer, che interpreta Svicolone con un marcato accento bolognese. Il personaggio è noto per l’uso di una serie di espressioni-tormentone, fra cui “Svicolo tutto a mancina” (o “tutto a dritta”, o in altre varianti; in inglese era l’espressione del gergo teatrale exit… stage left!), pronunciata subito prima di fuggire dagli inseguitori di turno, e “perfino” (even nell’originale) usato come intercalare.

Svicolone (Snagglepuss) è un personaggio dei cartoni animati di Hanna-Barbera, creato nel 1959. È un puma antropomorfizzato, di colore rosa, e indossa un paio di polsini e un colletto con cravattino.

Caratterizzazione

Svicolone è colto e raffinato (in particolare ha una passione per il teatro, e lo si vede frequentemente recitare l’Amleto di Shakespeare). Vorrebbe essere gentile e amichevole con gli uomini, che invece lo considerano una belva feroce e gli danno la caccia.

La caratterizzazione del personaggio è basata in gran parte sulla voce, prestata da Daws Butler dell’originale inglese, e in italiano doppiato da Renzo Palmer, che interpreta Svicolone con un marcato accento bolognese. Il personaggio è noto per l’uso di una serie di espressioni-tormentone, fra cui “Svicolo tutto a mancina” (o “tutto a dritta”, o in altre varianti; in inglese era l’espressione del gergo teatrale exit… stage left!), pronunciata subito prima di fuggire dagli inseguitori di turno, e “perfino” (even nell’originale) usato come intercalare.
Storia

Svicolone apparve inizialmente come personaggio minore nei cartoni animati di Ernesto Sparalesto. L’apprezzamento da parte del pubblico convinse Hanna & Barbera a creare una serie dedicata al personaggio, che venne trasmessa a partire dal 1961 all’interno dell’Orso Yoghi Show.

 
  

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Isola Felice

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Tom & Jerry

Le origini ed un po’ di storia

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Tom il gatto e Jerry il topo sono due personaggi dei fumetti creati nel 1939 da William Hanna e Joseph Barbera per la Metro Goldwyn Mayer. Gli autori si erano ispirati a due terribili ragazzini in perenne scontro tra loro.

“Nati” a Hollywood, questi personaggi hanno ottenuto un gran successo in tutto il mondo. Le loro pellicole cinematografichehanno raccolto sino a oggi tredici nomination agli Oscar, vincendone sette (si tratta di un record a parimerito con le Silly Symphonies Disney), oltre a un riconoscimento speciale.

Il primo cortometraggio animato con questi due personaggi è stato Puss gets the boot. A quel tempo il gatto non si chiamava ancora Tom bensì Jasper e il topolino non possedeva ancora un proprio nome. Il pubblico dei ragazzi, affascinati dal dinamismo e dalla situazione, si schierò immediatamente e idealmente con il minuscolo topo coalizzandosi, sempre idealmente, contro il grosso ed egoista gatto Jasper.

Le caratteristiche

Naturalmente i personaggi hanno subito un’evoluzione da quando sono nati, citiamo solo alcuni aspetti recenti.

  • Tom è un gatto opportunista. Si diverte a dominare gli animali più piccoli di lui. Il suo stile di vita è quello di un gatto domestico: mangiare, dormire e divertirsi. Quando è spronato dalla padrona di casa (nei primi cortometraggi una grossa governante di colore) stufa di continui saccheggi al frigorifero, si lancia all’inseguimento del topolino ma la sua stupidità (oltre all’astuzia dell’avversario) lo fa immancabilmente fallire.
  • Jerry, minuscolo topo d’appartamento, si è costruito una tana in miniatura nelle intercapedini dei muri. Al suo interno riproduce in tutti i particolari le comodità della casa umana (letto, divano, cassettiere, quadri, soprammobili ). Sembra innocuo così piccino e rotondetto, possiede però buona velocità e solido carattere. Spesso riesce a procurarsi il cibo a danno di Tom che deve difenderlo.

All’occorrenza Jerry è determinato ed affronta il nemico naturale, più grosso e forte di lui, per soccorrere un suo pari in difficoltà.

Nemici o amici?

La relazione che vincola i due personaggi in modo inscindibile non si ritrova solo nella classica guerra del gatto contro il topo. Quella che a prima vista sembrerebbe una naturale rivalità rassomiglia piuttosto ad una guerra di dispetti tra due compagni di vita che si accapigliano per il solo gusto di farlo. Per Tom, rincorrere il topino è un gioco divertente e gratificante, specie quando riesce a catturarlo ed “ammaestrarlo” nei modi più disparati (un cameriere, un portamazze da golf, addirittura un regalo di fidanzamento). A sua volta Jerry, anziché scappare di volata presso il suo nascondiglio, ritiene molto più divertente punzecchiare il gatto fino a farlo uscire di senno. Addirittura, in un caso le parti si sono rovesciate ed è stato Jerry che è riuscito a catturare il gatto ed a cercare di mangiarselo. Nonostante ciò ognuno non cerca l’eliminazione dell’altro, ma tutt’altro. Quando Tom si innamora di una gattina, dimenticandosi di tutto e di tutti, è Jerry che si ingelosisce; quando quest’ultimi è in pericolo di vita, Tom si procura di salvarlo. Inoltre i due si coalizzano quando, nel loro mondo, arriva un nemico comune, sia esso un gatto “troppo efficiente” nel cacciare i topi, oppure un gruppetto di gattini pestiferi.

Del resto, i due personaggi sono creati l’uno in funzione dell’altro: ogni vicenda si basa sempre sui consecutivi attacchi di uno dei due personaggi ed i conseguenti contrattacchi dell’altro, riportando alla fine una situazione di equilibrio tra i due.

I cortometraggi e i film

individuare almeno due sempre presenti negli anni: l’impostazione convenzionale che consiste nell’inseguimento del gatto al topo e quelle che includono un grosso e agguerrito cane che caccia il cacciatore e difende la piccola preda. Quasi sempre queste storie si svolgono in spazi ristretti quali stanze di un appartamento o in piccole case con giardino annesso, a volte in fattorie di campagna oppure con ambientazione il mare, su navi da pesca e da crociera. Ci sono inoltre personaggi di contesto che animano le storie, tra questi i più frequenti sono:

  • Butch, un gatto nero, randagio e prepotente è un eterno nemico sia di Tom che di Jerry. In queste avventure Tom e Jerry si coalizzano per limitare e vincere il nemico rappresentato dal gatto nero.
  • Toodles, un’aggraziata gatta bianca. Tom è perdutamente innamorato della bella gattina.
  • Mamy, una grossa governante di colore che accudisce la casa in cui vivono Tom e Jerry. La particolarità è che non appare mai il suo viso perché le storie del gatto e del topo si svolgono sempre a livello del pavimento.
  • Little Nibbles (chiamato anche Tuffy), un giovanissimo topino grigio con addosso il pannolino. Tuffy è sempre affamato e si caccia spesso nei guai così che Jerry deve intervenire all’ultimo secondo per salvarlo dai pericoli, tra cui naturalmente Tom.
  • Spike un grosso cane mastino. È indolente e certamente non molto arguto. Spesso passa il tempo dormendo nella sua casetta di legno ed è amico di Jerry e lo difende dalle molestie di Tom.
  • Tike (chiamato anche Junior), è un cucciolo di cane mastino. È il figlio di Spike. Giovane e inesperto sta imparando a cavarsela nella vita, ma è sempre molestato, a volte per puro errore da Tom, che così viene regolarmente punito dal grosso e manesco papà.
  • Uncle Pecos. Zio di Jerry. Cantante e ballerino country accompagna le sue canzoni suonando la chitarra. Ogni volta che rompe una corda dello strumento stacca un baffo di Tom per sostituirla.
  • Ducking, è una papera molto ingenua. Quando è nata la prima “persona” che ha visto è Tom il gatto. Si convince allora che sia la sua mamma.

Le storie con tema insolito portano i due antagonisti a calarsi nei panni di personaggi storici o di romanzi classici. A volte lo sfondo alle gag è costituito da parti di famose città europee: Napoli (Neapolitan Mouse1954), i canali di VeneziaRomaVeronaVienna, le strade della Parigidell‘800, le arene per la corrida a Madrid o Siviglia, deserti e giungle nel continente africano o nelle isole tropicali; addirittura in una storia troviamo Tom e Jerry nello spazio all’interno di una stazione orbitante. Importanti le storie costruite sulle musiche di celeberrime opere classiche: Norma o Aida.

Alcune avventure si svolgono in precise epoche storiche: famosa la serie con Tom, Jerry e Little Nibbles nella parte di moschettieri del re di Francia. La serie The two Mouseketeers è del 1952.

Tra i principali produttori delle serie a cartoni animati di Tom & Jerry ricordiamo Chuck Jones e Fred Quimby, capo del reparto animazione della MGM sino al 1955. Oltre a Hanna e Barbera la direzione di alcuni episodi è stata affidata ad Abe Levinton, le musiche a Scott Bradley ed Eugene Poddany.

Film

Tom & Jerry, the movie

I proprietari della casa in cui abitano Tom e l’intruso topolino Jerry devono traslocare. Tutto è pronto e i due sono già sull’auto. Tom vuole scacciare il topino e inizia un inseguimento e i nostri due eroi vengono lasciati sul posto. La casa il giorno dopo viene distrutta e così i nostri eroi rimangono per strada. Camminando in città incontrano il cane Carlone, un cocker randagio, anch’esso abbandonato da tempo e che vive per strada assieme alla sua inseparabile pulce. Sarà Carlone a rincuorare i nostri eroi, che in quel momento e per necessità diventano alleati. Il caso porta Tom e Jerry a incontrare una piccola bambina orfana della mamma e con il papà in viaggio. La bimba in quel momento è soggiogata da una grassa e avida zia e da un perfido avvocato che intendono sfruttare l’eredità della bambina. La zia possiede un bassotto di nome Ferdinando, talmente viziato e grasso che per muoversi deve appoggiare il corpo a uno skateboard. Passando tra varie peripezie e altri strani malfattori il gatto Tom e il topolino Jerry aiuteranno la bambina a smascherare i cattivi tutori e a ritrovare il padre.

L’amicizia gatto-topo, chiaramente anti-natura, iniziata a causa degli eventi sfortunati iniziali, prosegue per tutto il racconto sino alla scena finale del film dove, per la gioia degli spettatori, Tom e Jerry tornano a essere rivali, sempre pronti a scontrarsi e farsi danni tra di loro travolgendo tutto e tutti.

Curiosità

Due episodi del cartone animato, datati 1949 e 1950, sono stati auto-censurati dalla Turner(proprietaria dei diritti della serie) a seguito di una lettera inviata, nel 2006, alla Ofcom (l’ente britannico che vigila sui contenuti televisivi) da parte di uno spettatore; la lettera lamentava l’effetto nocivo che i disegni animati, in quegli episodi alle prese con delle sigarette, avrebbero avuto sui suoi figli. Nel primo dei due episodi, Tom, per fare colpo su di una gattina, si comporta come un adolescente e, per fortificare la sua virilità felina, si accende una sigaretta. Nel secondo episodio, invece, Tom è impegnato in un torneo di tennis in cui il suo rivale sbruffone, durante l’incontro, aspira un paio di boccate da un’altra sigaretta. La Ofcom ha spiegato che Tom & Jerry è un cartone animato “vintage“, nato in un periodo in cui il rischio legato al fumo non era ancora stato attentamente studiato e che questa era un’ottima ragione per chiedere alla Turner di prendere provvedimenti.

 

Tom & Jerry Tales

Questa nuova serie viene trasmessa sul canale satellitare Boomerang; rispetto ai cartoni originali, la grafica è stata modernizzata.

I riconoscimenti

Elenco dei cortometraggi che hanno ricevuto un premio Oscar nella categoria animazione:

  • Yankee doodle mouse (1943).
  • Mouse Trouble (1944).
  • Quiet Please (1945).
  • The cat concerto (1946).
  • The little orphan (1948).
  • The Two Mouseketeers (1951).
  • Johann mouse (1952).

Un Oscar speciale è stato loro assegnato grazie ad una “partecipazione straordinaria” nel film musicale Anchors Aweigh (conosciuto in Italia come Canta che ti passa oppure Due marinai e una ragazza), film diretto nel 1945 da George Sidney e interpretato da Gene Kelly e Frank Sinatra.

 

 
  

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Calimero, il pulcino nero, comparve per la prima volta esattamente cinquant’anni fa in uno spot della Miralanza. Quinto uovo di una gallina veneta coi mutandoni a pallini e il foulard, si schiuse tardi e iniziò la sua ricerca della mamma finendo subito in una pozzanghera.

Rifiutato prima da un grosso cane, poi da un topo inseguito da un gatto, viene rifiutato anche dalla sua mamma perché “io non ho pulcini neri…”. “Ma se io fossi bianco mi vorresti?”. “Sì certamente, piccolo” replica la gallina veneta in tempi non leghisti. Per fortuna Calimero incontra l’olandesina simbolo dell’industria di Mira che gli spiega: “Tu non sei nero, sei solo sporco”, e gli dà un’ insaponata decolorante che risolve.

Mentre in America stava esplodendo la campagna per l’integrazione e i diritti civili di Martin Luther King, in Italia non si colse la “scorrettezza” di un messaggio allora letto senza alcuna malizia o doppio senso razziale. La sua frase “Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però” entrò nel lessico italiano facendo del piccolo pulcino dei fratelli veneziani Nino e Toni Pagot, con la voce di Ignazio Colnaghi, un vero e proprio “cult”.

«Nino Pagot, Pagotto il vero cognome, – ricorda Piero Zanotto, grande esperto di cinema e fumetti – era veneziano di nascita ma si trasferì presto a Milano dove nacque il fratello Nino. Insieme cominciarono a fare fumetti, illustrare libri della Scala d’oro della Utet, fino ad iniziare quella scuola disneyana che avrebbe poi prosperato nella nostra regione. Fu il primo a continuare su licenza Disney la storia di Biancaneve con due episodi, lei sposata col principe, con un figlio e col mago Basilisco che la insidia, e poi, nel ’39/’40 “I sette nani cattivi contro i sette nani buoni”. Era un gran lavoratore, e con “I fratelli Dinamite” realizzò il primo film d’animazione italiano, che conteneva una sequenza “veneziana”».

 

 

I fratelli Pagot si occuparono anche delle animazioni di Cocco Bill e dei personaggi di Hanna e Barbera (Yoghi, Braccobaldo) e Nino scomparve nel 1972, a 64 anni dopo aver fatto di Calimero (nome mato dalla chiesa di San Calimero frequentata dai Pagot) un mito ma senza poter vedere sul piccolo schermo l’ultima creazione per la pubblicità, il draghetto Grisù.

Ma perchè Calimero ha avuto tanto successo? «È in fondo la storia del brutto anatroccolo – commenta Annamaria Testa, esperta di pubblicità e docente alla Bicocca di Milano – e funzionava come molte altre storie perchè la struttura narrativa di Carosello era tale da consentire di creare queste storie da due minuti, che intrattenevano l’ascoltatore. Questa è una delle tante. Una storia semplice che finiva bene, dopo alcune disaventure, con un pulcino carino, tenero, piccolino».

Calimero

la versione giapponese di Calimero

Simbolo dei tempi? «Non farei di Calimero più di quel che è. Quel tipo di narrazione è finito quando si è smesso di fare spot da due minuti e si è entrati nel modulo da 30 secondi, ma è anche finito perchè si è rinunciato a narrare. All’estero invece ci sono tuttora grandi narrazioni pubblicitarie che hanno presa, fanno pensare, parlare, e anche il web che permette di fare narrazioni anche più lunghe è una opportunità». Intanto il piccolo pulcino ha ritrovato quest’anno la sua strada narrativa in una nuova serie a episodi per la tv, 104, realizzati in Francia, e un sito internet, www.calimero.com, con giochi, filmati, barzellette, fiabe. Ed in Giappone – dove è un piccolo mito – lo hanno disegnato in 3D. Ma quando tra i disegni si trova un Calimero col pallone da calcio e la maglia rossonera come si fa a non pensare a un altro personaggio dello sport italiano pronto a lamentarsi dicendo “Perché sempre io?”

 
  

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Crediti :

il Gazzettino

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