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Di religiosi presepi e laiche istituzioni

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Il Natale è pur sempre una festa cristiana, lo stesso nome è lì a testimoniarlo. Tuttavia le festività natalizie sono anche caratterizzate da aspetti più o meno laici, vuoi per la concomitanza del passaggio al nuovo anno, vuoi per quei simboli provenienti da culture nordiche che nulla hanno a che vedere con la nascita di Cristo, albero di Natale e Babbo Natale su tutti, e vuoi soprattutto per la momentanea impennata dei consumi le cui cause non hanno praticamente nulla di religioso. C’è però un simbolo in particolare su cui ricade la responsabilità di tenere alta la bandiera del cristianesimo: il presepe, rappresentazione diretta della natività che in un certo senso “grida vendetta” contro la secolarizzazione del Natale e che, giocoforza, si ritrova sempre a essere oggetto di dispute ideologiche.

[dropcap style=”style2″]Q[/dropcap]uest’anno le cronache a riguardo hanno registrato in particolare due episodi, apparentemente simili ma in realtà molto diversi tra loro. Nel salernitano, precisamente nell’Istituto Froebel di Pastena, era stato rimosso un presepe precedentemente allestito proprio nell’androne dell’edificio. Un gruppo di genitori si è quindi recato dalla dirigente scolastica per chiedere spiegazioni, minacciando altresì di trasferire i propri figli in altri istituti rispettosi delle loro tradizioni. La dirigente ha spiegato loro che la decisione di rimuovere il presepe era stata presa dopo che un genitore ateo ne aveva sottolineato l’inopportunità in quanto simbolo religioso di parte, assicurando che il presepe sarebbe tornato al suo posto. E qui siamo davanti a un paradosso. La scuola, secondo l’interpretazione di quei genitori ma anche della dirigente che è tornata sui suoi passi, diventa rispettosa nel momento in cui concede gli spazi comuni alla cultura dominante, e non invece quando accoglie l’invito di altri a essere ciò che qualunque istituzione pubblica dovrebbe essere, cioè laica e pluralista. Inutile dire che noi abbiamo un concetto del rispetto decisamente diverso, questo sembra provenire direttamente dallo Stato Pontificio di qualche secolo fa. O se preferite, dagli stati teocratici del mondo islamico. [pullquote][dropcap style=”style2″]U[/dropcap]n genitore ateo ne aveva sottolineato l’inopportunità in quanto simbolo religioso di parte[/pullquote]

A distanza di pochi giorni il presepe è nuovamente foriero di discordia, sempre in ambito scolastico ma stavolta nel bergamasco. A finire sulla graticola è stato il dirigente dell’Istituto De Amicis del quartiere Celadina, Luciano Mastrorocco, trovatosi suo malgrado nelle cronache locali, e in seguito nazionali, per aver semplicemente detto di no a un genitore, rappresentante di classe di una terza elementare, che chiedeva di poter allestire un presepe. Mastrorocco ha in seguito precisato di aver sempre tenuto la stessa linea a riguardo da quando, ormai otto anni fa, ha iniziato a dirigere la scuola, senza che mai nessuno abbia avuto da ridire. Per Mastrorocco ammettere il presepe significherebbe creare un’occasione di discriminazione in una scuola i cui studenti non italiani sono il 30% del totale, con picchi che in alcune classi arrivano al 50%. In realtà i simboli religiosi dovrebbero stare fuori dai portoni delle scuole a prescindere dalla composizione delle classi, nessuna giustificazione può essere addotta per far venir meno il carattere laico dell’istituzione pubblica, ma al genitore in questione non interessava affatto la motivazione del rifiuto. A lui interessava solo che gli si consentisse di piazzare la sua bandierina cristiana. È stato anche obiettato che lo scorso anno era stato allestito un presepe, ma Mastrorocco ha precisato che quello non era affatto un presepe perché privo di figure cristiane, si trattava piuttosto di un generico paesaggio agreste.

Alla fine il genitore non ha digerito il divieto e ha pensato che fosse necessario farne un caso. E il caso effettivamente c’è stato, i nuovi crociati non hanno mancato di far sentire la loro voce tuonante, a cominciare dal fronte politico che ha risposto in maniera insolitamente compatta. In prima linea gli esponenti leghisti, tutt’altro che insospettabili difensori di tradizioni in cui spesso non si identificano nemmeno loro, che giusto per cavalcare l’onda hanno pensato (male) che fosse il caso di montare un presepe proprio davanti alla scuola, condendo il tutto con dichiarazioni reazionarie e luoghi comuni triti e ritriti. Il “dagli all’untore” è stato servito, criticato perfino dal parroco del quartiere. Dietro ai leghisti tutti, ma proprio tutti, gli altri, compresi socialisti e pentastellati, sebbene con toni e argomentazioni diverse. Fino al sindaco Giorgio Gori che su Facebook ha scritto: «Laicità non è azzerare le differenze, ma dare voce a tutti. Un presepe non offende nessuno». Il problema, caro sindaco, è proprio il fatto che la voce non viene affatto data a tutti.

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Un presepe in sé non offende nessuno, è vero, ma quando le uniche manifestazioni culturali e tradizionali consentite sono quelle cristiane, spesso specificamente cattoliche, allora la stessa scuola, come tempio della cultura e delle culture, come educatrice al rispetto e all’inclusività, nella sua funzione di fucina della società futura, ne esce mortificata. E la politica in questi casi dovrebbe difendere la scuola, non le tradizioni di una parte, pena l’esacerbazione degli animi che rischia di sfociare poi in episodi di pura intolleranza. Cosa puntualmente avvenuta con l’apparizione di scritte intimidatorie clericali sulla finestra dell’ufficio del preside.

Sarebbe pure estremamente semplice risolvere il problema partendo proprio dal principio di valorizzazione delle differenze. Oggi si fa il presepe cristiano, domani una rappresentazione di mitologia greco/romana, che di certo catturerebbe l’interesse dei ragazzi, poi una della rivoluzione francese, e così via. E invece no, si tende a fare esattamente il contrario, perché al presepe cristiano seguirà magari una Via Crucis. E guai a voler parlare, ad esempio, di Halloween perché si rischierebbe una levata di scudi contro quella che viene percepita, o meglio, viene stigmatizzata dai soliti noti come festa macabra, come elogio di quel “relativismo culturale” spesso connotato negativamente e che invece dovrebbe essere la normalità in una società realmente laica, che appunto non azzera le differenze ma dà voce a tutti. Del resto le proteste nacquero perfino quando la città californiana di Santa Monica decise di sorteggiare degli spazi che fino a quel momento erano stati utilizzati per i presepi cristiani, il tutto in un’ottica di inclusione, e per un caso fortunato 18 spazi su 21 finirono agli atei locali. [pullquote][dropcap style=”style2″]L[/dropcap]a politica in questi casi dovrebbe difendere la scuola, non le tradizioni di una parte[/pullquote]

Ovviamente non manca nemmeno chi prova a sminuire il significato religioso del presepe, come l’antropologo Marino Niola, autore tra l’altro proprio di un libro sul presepe, che dalle colonne di Repubblica descrive i presepi privi di personaggi evangelici, come quello allestito lo scorso anno nella scuola bergamasca, per dire che i presepi non religiosi sono comuni e testimoniano la sua evoluzione come manifestazione squisitamente culturale e artistica. E chi dice il contrario? Anzi, molti di noi rimarrebbero affascinati da un bel presepe, ma ciò non vuol dire affatto che le scuole debbano allestirne uno. Quella è un’altra storia, un contesto diverso. Come non vuol dire nemmeno che negarne l’ingresso a scuola porterebbe, come dice a chiare lettere Niola, all’eliminazione delle opere d’arte con figure religiose. È la nota fallacia logica del piano inclinato, utilizzata su La Nazione anche dal prof. Roberto Pazzi in un commento, presente solo sull’edizione cartacea, a cui ha replicato in maniera efficace il gruppo Uaar giovani di La Spezia. Noi sappiamo benissimo che chi si erge a strenuo difensore delle tradizioni spesso non si basa affatto su questioni meramente religiose, anche quando l’oggetto è effettivamente religioso. A volte è perfino ignorante in materia religiosa. Basti leggere gli articoli che parlano delle scritte sulla finestra del preside dicendo che vi hanno disegnato un crocifisso; per favore, qualcuno spieghi loro che un crocifisso cattolico è tale quando c’è il Cristo attaccato sopra, altrimenti è una croce e basta.

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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9 December 2018

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