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Diritti civili, solita storia

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Diritti civili, i bug culturali mantenuti in vita dalle religioni

iritti civili – Ciò che ha sempre caratterizzato l’introduzione di un nuovo diritto civile nel nostro paese, oltre agli accesi confronti tra cittadini che lo desideravano e altri che lo ostacolavano, è il suo percorso tortuoso e faticoso. In tema di diritti civili, la storia contemporanea e moderna del nostro paese solo apparentemente ha registrato una sostanziale vittoria delle parti più progressiste e laiche su quelle più clericali ed integraliste. A conti fatti si può ben notare, oltre a una realtà pratica diversa da quella che ci si sarebbe aspettati, come questi diritti civili seppur ottenuti non siano mai arrivati compiuti ai cittadini. In alcuni casi la ragione di questi diritti riconosciuti ma incompleti può ben essere attribuita a leggi introdotte attraverso accordi e compromessi politici. Ma nella stragrande maggioranza invece si nota come le leggi risultano già timide, malate, o introdotte con sciagurate logiche interpretative di quei diritti e pertanto nate già bisognose di modifiche o revisioni, proprio a causa della specifica volontà ideologica e religiosa di renderle tali. Alcuni esempi tanto per evidenziarne la perversione.

 

DIVORZIO

Nel 1970 in Italia venne introdotta la legge n. 898 sul divorzio. Fu un passo innegabilmente epocale per la società italiana e come noto a nulla servirono le campagne — anche elettorali e referendarie — basate sugli anatemi della Chiesa Cattolica Apostolica Romana in pieno stile “Nessuno osi separare ciò che Dio ha unito”. Piuttosto è proprio attraverso la perversa convinzione che imponendo un lungo periodo di separazione ai coniugi questi potessero recuperare la dovuta serenità e amore all’interno del contesto familiare, che lo stato religiosamente orientato finiva inevitabilmente per ottenere l’esatto contrario di quanto si era proposto di raggiungere. Il tutto aggravato da quei tempi che il Parlamento, solo dopo 45 anni di ingorgo delle aule di giustizia, si è accorto fossero troppo lunghi. Solo lo scorso anno e con non poche polemiche ha deciso di rivedere attraverso l’introduzione del cosiddetto “divorzio breve”.

diritti civili

ABORTO

Pochi anni dopo la legge sul divorzio si arrivò alla legge 194/78 in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Anche in questo caso il confronto nella società italiana tutta fu teso e aspro con campagne, manifestazioni e referendum. E nuovamente i fronti erano divisi tra cittadini con una mentalità più aperta e laici e cittadini più tradizionalisti e clericali. Senza entrare nel merito dell’argomento già abbondantemente approfondito su queste pagine, qui è però evidente come la norma sia stata approvata con qualche difetto se oggi, a distanza di quasi 40 anni, ci ritroviamo di fronte a un diritto spesso messo in discussione o fruibile attraverso non poche difficoltà da parte delle donne. Non fissando dei limiti e delle restrizioni al diritto all’obiezione di coscienza, e in più per timore, opportunità politica o ideologia, mancando di intervenire nel tempo sulla legge ai primi campanelli di allarme e alle prime problematiche, ha fatto di una legge buona ed efficace uno strumento spuntato che si sta rendendo inutile.

La legge 40/2003 sulla procreazione medicalmente assistita viene qui citata solo per ribadire il leitmotiv. Ancora una volta, grazie alle pesantissime ingerenze della #Chiesa che sostanzialmente dettò alle forze politiche più conservatrici quel testo nato quindi pieno di limiti, paletti e contraddizioni, si arrivò a legiferare ignorando principi costituzionali e concentrandosi sulle proprie fallacie ideologiche religiose. Il risultato, vale la pena sottolinearlo, è stato un decennio di sentenze che hanno di fatto smantellato i capisaldi di quella legge obiettivamente iniqua.

 

FINE VITA

Arriviamo ai giorni nostri. Da febbraio scorso sono in discussione presso le commissioni parlamentari le norme sui diritti civili che finalmente regoleranno la materia del fine-vita. Argomento tutt’altro che nuovo se si pensa a quanto tempo sia ormai trascorso dai grandi casi di cronaca che lo elevarono all’attenzione dell’opinione pubblica. In campo le medesime forze politiche e le stesse mentalità a fronteggiarsi. Da un lato chi è dotato di una visione laica e più rispettosa delle altrui libertà e dall’altro chi fa proprie ideologie e prospettive più religiose e dogmatiche. Il compromesso all’italiana del caso in questione sarà presumibilmente quello di dare al nostro ordinamento una legge sulle “direttive anticipate di trattamento sanitario” (testamento biologico), ma di essere pronti ad affossare qualsiasi tentativo anche solo di avviare una discussione sulla liceità dell’eutanasia. Peraltro, si delinea piuttosto netto l’intento di fissare in un testo i confini entro i quali ai cittadini sarà possibile agire o meno sul loro corpo e sulla loro vita, e questo ci mostra già tutti quei limiti di un atteggiamento ideologico e liberticida da parte di una politica che andrebbe a sindacare lei sulle altrui sofferenze, accrescendole ulteriormente.

 

UNIONI CIVILI

Infine la scorsa settimana sono state approvate la le unioni civili. Le forze in campo che si sono contese aperture e restrizioni sulla materia, a volte con dibattiti surreali per non dire ridicoli, sono state ancora una volta le solite. Condivisibile che chi non aveva diritti oggi tiri un sospiro di sollievo e veda il famoso bicchiere mezzo pieno, ma è obbligatorio sottolineare come il provvedimento sia nato giàdifettoso, obsoleto rispetto agli standard internazionali, agli obiettivi che si proponeva di raggiungere, e sicuramente meritevole già di una profonda revisione. A ben vedere, oltre le fontane e i monumenti illuminati coi colori arcobaleno è impossibile non notare come il legislatore abbia creato un vero e proprio recinto nel quale confinare le coppie dello stesso sesso e i loro diritti a metà. Si chiedeva da oltre 30 anni il matrimonio egualitario e si è finiti con l’essere soddisfatti per l’ottenimento di un ghetto giuridico, dove è stato fissato che i genitori omosessuali sono meno genitori di quelli eterosessuali e che le coppie dello stesso sesso sono di secondo ordine rispetto a unioni di coppie etero, come a volere appositamente svilirne il valore. Dove infine la differenziazione specifica tra matrimonio egualitario e unioni civili da inevitabilmente origine a un apartheid di cittadini di serie A e di serie B. Il tutto “per legge” e con la scellerata volontà di negare esplicitamente il principio costituzionale di uguaglianza. Scusate se sotto questa prospettiva non capisca nemmeno quale sia il motivo di tanto far festa.

Ci si augura che dopo questi sbrigativi esempi si intuisca facilmente quale sia il filo conduttore che lega tutti i diritti civili introdotti nel nostro paese e da dove nascono le loro pesanti lacune. Da laici e difensori di quei diritti dovremmo imparare anche noi da certi errori, perché ci troviamo spesso di fronte a una politica impegnata più a imporre la propria ideologia che a soddisfare le esigenze dei propri cittadini. Certamente timorosa nei casi in cui non riceve un adeguata spinta e sollecitazione, ma sempre più spesso preoccupata solo di mantenere i propri interessi di bottega in termini di consenso e a scapito di principi assicurati nella nostra Costituzione. Una politica che in questo suo modo di dettare norme su svariati diritti civili ha scelto di conservare accuratamente i rapporti con quella palla al piede millenaria rappresentata dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana e con i suoi burocrati non eletti, i quali non smettono di suggerirle interpretazioni dogmatiche delle leggi e strategie da mettere in campo all’occorrenza, con l’unico malato fine di mantenere il loro status di privilegiati, imporre le loro false verità e il loro potere sull’italico gregge.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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«Sui crocifissi, un bel cambio di passo»

l’Uaar sulle dichiarazioni del ministro

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«È un bel cambio di passo, soprattutto se pensiamo ai rosari cui ci aveva abituato l’ex vicepresidente del Consiglio. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti».

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così le affermazioni del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, il quale, intervistato a «Un giorno da pecora», la trasmissione radiofonica di Rai Radio 1, ha detto che al posto del crocifisso sarebbe «meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione».

«Quella per una scuola pubblica senza simboli religiosi – prosegue Grendene – è una campagna che la nostra associazione porta avanti da decenni, nella convinzione che la presenza del crocifisso costituisca un’inammissibile privilegio per la religione cattolica e soprattutto che le pareti delle aule scolastiche debbano essere interamente dedicate all’istruzione e all’apprendimento, senza condizionamenti. Le dichiarazioni del ministro sono peraltro totalmente in linea con le risultanze di un confronto che abbiamo aperto sui nostri social giusto un anno fa, quando abbiamo chiesto quali immagini, frasi e simboli si vorrebbero vedere esposti al posto del crocifisso sulle pareti delle aule scolastiche: a spuntarla era stata proprio la Costituzione e in particolare l’articolo 34 della nostra carta fondamentale, quello che recita che “La scuola è aperta a tutti”».

«Ma non solo: la nostra azione giuridica a Strasburgo è stato il “leading case” religioso degli ultimi due decenni. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, cui la socia Uaar Soile Lautsi, con il sostegno dell’associazione, si era rivolta, con una sentenza storica si era espressa contro la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ma la decisione era stata poi appellata dal governo italiano, e la Grande Chambre della Corte il 18 marzo 2011 si è pronunciata definitivamente, “assolvendo” l’Italia e affermando che ogni paese è autonomo in materia religiosa e che il crocifisso sarebbe comunque soltanto un simbolo “passivo”. Noi continuiamo a pensare che in uno Stato laico i luoghi pubblici debbano essere neutri dal punto di vista religioso e siamo contenti di sapere che il ministro la pensa come noi. E visto che nessuna legge lo impone, basterebbe solo un bel decreto ministeriale sugli arredi scolastici che vada in questo senso».





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Le reazioni clericali alla sentenza sul suicidio assistito

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso

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Nonostante il pressoché totale silenzio mediatico e l’assenza di un qualsivoglia dibattito politico sull’argomento durante gli ultimi undici mesi, tempo durante il quale il Parlamento avrebbe dovuto ridefinire i termini del reato di istigazione e aiuto al suicidio (Art. 580), già da una manciata di ore dalla recente sentenza della Corte costituzionale sono state numerosissime le reazioni che si sono susseguite.

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso. Ci mancherebbe e sarebbe stato sorprendente essere smentiti dei nostri presentimenti dal momento che erano già intervenuti per esercitare pressione sulla Corte costituzionale stessa. Una vittoria peraltro doppiamente sentita perché non solo spingerà il Parlamento a prendere finalmente provvedimenti per colmare il vuoto normativo, ma anche perché questa vittoria è stata ottenuta grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, ora scagionato dalle odiose accuse di istigazione e aiuto al suicidio. Come è noto infatti, nel febbraio 2017 fu lui ad accompagnare il DJ Fabiano Antoniani in una clinica in Svizzera a seguito di esplicita richiesta, consentendogli di congedarsi da una vita che riteneva non più vivibile a causa di atroci sofferenze.

La CEI si dice quindi “sgomenta”. Le persone che conoscono il vero valore della libertà potrebbero anche rispondere a questo loro sgomento tagliando corto con un bel “siamo alle solite” o tutt’al più con un bel “chissenefrega”. Ma il dovere di un cittadino che voglia dirsi anche laico e ragionevole è quello di tollerare le opinioni altrui, per quanto singolari, attraverso il confronto, le argomentazioni e il dibattito. Ovvero attraverso tutto ciò che finora la CEI si è ben guardata dal fare, arroccandosi per anni dietro posizioni dogmatiche, anatemi e agendo con quelle ingerenti pressioni sulle istituzioni, che chiaramente hanno l’obiettivo di negare sia il pluralismo di opinioni che il confronto. Viene dunque istintivo chiedersi perché mai la sentenza sgomenti i vescovi italiani. Ogni anno in Italia sono migliaia i malati terminali che decidono di suicidarsi, spesso in modi atroci, anche senza quell’assistenza da parte dei propri cari, famigliari o amici. Sgomenti perché? Perché finalmente la più alta istituzione giudiziaria italiana ha riconosciuto che non è punibile aiutare qualcuno che sceglie di morire perché dilaniato da dolori o da malattie terminali?

Alla faccia della compassione, della pietà e della misericordia di cui tanto si riempiono la bocca nei loro sermoni domenicali, insomma. A nostro parere sgomentano forse di più coloro che antepongono le loro convinzioni e i loro dogmi religiosi sulla pretestuosa sacralità della vita, alle sofferenze altrui. Facile che Oltretevere abbiano maturato nel corso dei millenni una certa familiarità con i supplizi e con le pene corporali e tormentose, ma lo Stato laico e i cittadini che lo compongono non possono eticamente permettersi di avallare quella che si configurerebbe come una sorta di tortura di Stato, per giunta ai danni di individui già afflitti. Ancora una volta sembra che la Chiesa voglia fare la Chiesa, ma per una volta è lo Stato che ha fatto lo Stato, all’insegna di una scelta laica e decisamente umanista.

Tra le reazioni non sono mancati gli isterismi integralisti dei soliti ultrà clericali. Massimo Gandolfini ha già minacciato e chiamato a raccolta le sue family lobby no-choice e i politici clericali per “dare battaglia” in una futura discussione parlamentare. Lo segue a ruota la fondamentalista cattolica Paola Binetti, che arriva perfino a criticare la sentenza definendo “una follia” il diritto all’autodeterminazione terapeutica già sancito nella nostra Costituzione sin dal 1948 (sic!). Si è espresso sulla sentenza anche il leader leghista sbaciucchia crocifissi Matteo Salvini, il quale non ha mancato di sottolineare come secondo lui “la vita è sacra” e le istituzioni non possono concedere ai cittadini sofferenti la libertà di porre fine alla loro vita. Una sacralità della vita che a quanto pare, per lui, oscilla tanto quanto i barconi dei migranti disperati in mare che la vita l’hanno persa a causa dei suoi decreti sicurezza, visto che fino al 2017 si diceva assolutamente favorevole alla libertà di scelta in materia di fine vita. Ma la coerenza, si sa, non è mai stato il suo forte.

Tutti chiedono che venga eventualmente prevista l’obiezione di coscienza per i medici. In primis gli stessi medici cattolici, sebbene siano solo il 2% del totale quelli realmente preoccupati da questa sentenza, ma anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chi si dice contrario all’inserimento dell’obiezione di coscienza in una futura ed eventuale legge che vada a colmare il vuoto normativo lasciato dalla sentenza della Consulta, lo fa giustamente con cognizione di causa, forte dell’esperienza maturata con la legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la cui applicazione è divenuta ormai una sopravvivenza alla giungla. Peraltro nel suicidio assistito il ruolo del medico è marginale e passivo rispetto a un ginecologo chiamato a praticare un aborto. Ad esempio in Svizzera il medico si limita alla prescrizione di un farmaco dopo aver constatato l’effettiva volontà del paziente ed è quest’ultimo a concludere l’operazione in autonomia. Il rifiuto di rispettare la volontà di chi richiede di porre fine alle proprie sofferenze secondo coscienza, in questo caso, sarebbe più equiparabile all’arroganza di far prevalere le proprie differenti opinioni sugli altri.

In conclusione, il vero effetto dirompente di questa decisione della Corte costituzionale è proprio quello di aver ravvivato il dibattito pubblico e a maggior ragione quello politico, ma con una differenza. In Parlamento ora c’è una nuova maggioranza, presumibilmente più sensibile e favorevole ad intervenire sui delicati temi del fine vita. Se si volesse farlo subito, basterebbe incardinare e calendarizzare subito una delle tante leggi presentate da tempo che giacciono ferme in qualche cassetto di qualche commissione parlamentare, nonostante le opinioni dell’89% degli italiani. Se c’è la volontà e i numeri non mancano, attendiamo solo gli sviluppi. Laicamente.





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Firenze, 27-28 settembre. Convegno: 30 anni di Laicità dello Stato. Fu vera gloria?

A trent’anni dalla storica sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto la laicità supremo principio costituzionale, l’Uaar promuove il Convegno “30 anni di Laicità dello Stato

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A trent’anni dalla storica sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto la laicità supremo principio costituzionale, l’Uaar promuove il Convegno “30 anni di Laicità dello Stato. Fu vera gloria?”, con il patrocinio della Regione Toscana, grazie al Dipartimento di Studi Giuridici dell’Università di Firenze e che il Comitato Scientifico ha strutturato con il pensiero rivolto alle battaglie per la laicità supremo principio costituzionale di Paolo Barile, cui l’appuntamento è dedicato.

Durante la densa due giorni di approfondimento si alterneranno tra gli altri gli interventi di Roberto BinNicola ColaianniEnzo CheliFrancesco Margiotta BroglioLuigi Lombardi VallauriFrancesco OnidaGiovanni Cimbalo.

«Nei trent’anni trascorsi da quella storica sentenza l’Uaar ha messo in pratica il principio di laicità ogni giorno – spiega il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene – e ogni giorno ha purtroppo dovuto ricordarlo a politici, amministratori e rappresentati delle istituzioni. Con questo convegno vogliamo, sì, celebrare questo anniversario ma ancor più fare il punto della situazione per individuare lungo quali direttrici muoverci nel prossimo futuro affinché questo principio non rimanga su carta».

«Il convegno – fa eco Adele Orioli, responsabile iniziative legali dell’Uaar – cade proprio nei giorni in cui attendiamo, sempre dalla Consulta, una decisione importante in tema di autodeterminazione sul fine vita (la sentenza in merito alla liceità del suicidio medicalmente assistito), fattore così pregnante per uno Stato che da trent’anni si dichiara laico. Ed è certo singolare che un così importante anniversario, come quello di questa sentenza dagli ancora controversi profili teorici ed applicativi, sia passato pressoché inosservato e sia toccato ancora una volta alla nostra associazione, come in molte altre occasioni, il compito di provare ad accendere i riflettori su un pilastro, ancora purtroppo traballante, del nostro ordinamento».

Il programma completo del Convegno è disponibile in calce e al seguente link:

www.uaar.it/30-anni-laicita-dello-stato-fu-vera-gloria/

Per iscriversi al Convegno e per ulteriori informazioni: firenze2019@uaar.it





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