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Il paradossale diritto di reprimere i diritti altrui

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artendo dal presupposto che ogni persona deve poter esprimere la propria identità, #cultura e #religione senza essere oggetto di discriminazione, si pone un problema di tutela nel momento in cui emerge un’incompatibilità nell’esercizio di questo elementare diritto da parte di due persone di estrazione diversa. Ad esempio, negare l’esistenza degli dei rientra nella libertà di espressione di un #ateo, ma allo stesso tempo viene spesso ritenuto offensivo da chi è credente. Tale problema può essere gestito in due modi diversi: il primo è quello di stabilire che nessuno ha il diritto di non essere offeso, il secondo è al contrario quello di tutelare in qualche modo tutti dalle offese ricevute da tutti gli altri, istituendo di fatto dei compartimenti stagni. Noi, naturalmente, rigettiamo la seconda modalità. Le università britanniche l’hanno invece fatta propria.

L’assunto secondo cui chiunque può dichiarare violato il proprio “safe space”

Il principio attualmente vigente è quello del “safe space”, che sembra affondi le sue radici nell’esigenza di proteggere i campus statunitensi degli anni ‘70 dai reclutatori delle forze armate. Nel tempo questa prassi si è evoluta — o forse sarebbe più corretto dire “involuta” — dal principio “no platform”, secondo cui l’ambiente studentesco dovrebbe essere interdetto a chiunque voglia fare propaganda di ideologie o proselitismo di qualsiasi genere, fino ad arrivare man mano all’assunto secondo cui chiunque può dichiarare violato il proprio “safe space” nel momento in cui all’università viene invitato un relatore giudicato ostile. Un articolo apparso su The Guardian nel febbraio 2015, quindi a breve distanza dalla strage allo #Charlie Hebdo (triste coincidenza), analizza in dettaglio le assurdità generate da questo sistema ormai assimilato fino al punto che chi non riesce a ottenere soddisfazione alla richiesta di annullamento di un appuntamento, si sente in diritto di boicottarlo ricorrendo a manifestazioni, picchettaggi e quant’altro.

Non è nemmeno necessario che il contenuto dell’intervento in sé abbia qualcosa a che fare con il principio dichiarato offeso, è sufficiente che il relatore in questione si sia distinto in precedenza per posizioni ritenute offensive. In altre parole, il relatore ha tutto il diritto di esprimere le sue opinioni all’esterno, ma se ad esempio oggi critica pubblicamente le unioni omosessuali domani potrebbe essergli vietato di tenere conferenze in università sulla chimica qualora un’associazione di studenti gay si appellasse alla “safe space policy”. Non si tratta di un’iperbole, ci sono casi reali molto più assurdi e pretestuosi. Un dibattito antiabortista è stato annullato dall’Università di Oxford solo perché sarebbe stato condotto da due giornalisti maschi. A South Bank è stato censurato un poster pastafariano perché potenzialmente offensivo. Il brano “Blurred lines” di Robin Thicke è stato giudicato maschilista e per questo bandito da diverse università. Siamo tristemente al primato della censura sulla cultura.

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L’argomento è tornato d’attualità nei giorni scorsi dopo che l’associazione degli studenti atei (Ash) della Golsmiths University ha organizzato una conferenza, il cui titolo era “Apostasia, blasfemia e libertà d’espressione nell’era dell’Isis”, invitando a parlare Maryam Namazie, la nota attivista laica di origini iraniane portavoce del Council of Ex-Muslims of Britain. Non è stata nemmeno la prima contestazione verso un evento universitario con Namazie, giusto il settembre scorso era stata disdetta una sua partecipazione alla Warwick University. L’associazione degli studenti islamici (Isoc) ha immediatamente chiesto all’Ash di revocare l’invito a Namazie definendola “nota islamofoba”, e l’Ash ha a sua volta risposto invitando l’Isoc a partecipare al dibattito. In effetti l’Isoc ha poi partecipato, ma non esattamente nel senso che intendeva l’Ash; la sua partecipazione aveva infatti lo scopo di disturbare l’evento, su cui peraltro l’Isoc non aveva mai stato chiesto un intervento dell’unione studentesca.

Grida e interruzioni continue sono andate avanti per tutta la durata dell’incontro

Porte sbattute, cellulari squillanti, grida e interruzioni continue sono andate avanti per tutta la durata dell’incontro, e mentre sullo schermo venivano proiettate vignette della striscia satirica Jesus and Mo (che per inciso era già stata oggetto di controversia alla London School of Economics) uno studente è immediatamente andato a spegnere il proiettore. Un altro relatore, Reza Moradi, è stato perfino minacciato esplicitamente di morte. Nei comunicati ufficiali l’Isoc ha naturalmente rivoltato la frittata esprimendo «categorica condanna della vile provocazione dell’Ash» e sostenendo che «i punti di vista islamofobi come quelli diffusi da Namazie creano un clima di odio e bigottismo contro gli studenti musulmani». Nessun problema se invece si invitano dei predicatori islamisti, cosa che proprio l’Isoc ha fatto in passato secondo quanto affermato proprio da Namazie: «Assurdamente, lo stesso gruppo che parla di “safe spaces” ha in passato invitato Hamza Tzortzis dell’Iera, il quale afferma che non c’è rimorso nel decapitare gli apostati, e Moazem Begg di Cage Prisoners che si dice favorevole al jihad difensivo».

Come se non bastasse, due associazioni rappresentanti categorie che certo non vanno a braccetto con l’islam hanno espresso solidarietà nei confronti dell’Isoc. L’associazione femminista ha scritto sul suo canale Tumblr che «condanna l’azione dell’Ash e conviene che ospitare noti islamofobi all’università crea un clima d’odio», mentre l’associazione lgbtq+ ha diffuso attraverso #Facebook un comunicato contenente frasi che hanno dell’assurdo: «Se loro [l’Ash] si sentono intimiditi gli consigliamo di guardare alle basi della loro ideologia. Noi riteniamo che gli attacchi personali e sociali condotti in nome della “libertà d’espressione” sono deplorevoli e vanno a discapito del benessere di studenti e staff del campus». Dal canto suo l’unione studentesca ha fatto sapere di aver avviato un’inchiesta interna, e nel frattempo ha chiesto a Maryam Namazie di rimuovere il video dell’evento dai suoi canali. Namazie ha argomentato un netto rifiuto.

Un sistema così iperprotettivo ha però effetti collaterali peggiori dei problemi

Il mondo in Gran Bretagna sembra proprio girare al contrario, quantomeno nelle università. Ma quel che è peggio è che derive simili stanno avvenendo anche altrove, come negli Stati Uniti dove si affermano altri principi simili nella sostanza ma diversi nella denominazione. Si parla di “microaggression” quando ci si riferisce a frasi o piccole azioni che pur innocue potrebbero essere percepite come maliziose, come ad esempio quando si chiede la provenienza a una persona con tratti somatici atipici. I “trigger warnings” vengono invece usati per informare sui contenuti potenzialmente problematici per alcune categorie di persone, come potrebbe essere il racconto di uno stupro per una ragazza che ha subito molestie. Un sistema così iperprotettivo ha però effetti collaterali peggiori dei problemi che si propone di risolvere, perché obbliga le persone a stare molto attente a quello che dicono e al tempo stesso diffonde l’idea, palesemente errata, che le parole possono essere armi dalle quali proteggere gli studenti.

È evidente che la pacifica convivenza tra persone con idee diverse e talora contrastanti non può passare dal riconoscimento universale del diritto di veto. È esattamente il contrario: nessuno deve poter invocare la censura per le idee e le espressioni altrui. Farlo non significa difendere la libertà ma piuttosto negarla. Per usare le indovinate parole di A. C. Grayling: «Un’università dovrebbe essere un safe space (spazio sicuro) per la libertà di parola». In realtà il principio va ben oltre l’ambito universitario; va infatti ricordato che nel Regno Unito vige un sistema multiculturale in cui le varie comunità possono contare su deroghe alla legislazione generale e perfino su una sorta di diritto alla legislazione di secondo livello, che guardacaso porta all’istituzione di tribunali islamici la cui funzione sembra essere principalmente quella di controllare e reprimere le aspirazioni di donne che intendono divorziare. Chissà se l’associazione femminista della Golsmiths ne è al corrente.

 

 

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Trent’anni senza il muro ma le divisioni si accentuano

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

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Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino. Non il muro fisico, che poi originalmente erano i muri visto che la separazione tra le due parti della città era composta da due recinzioni in cemento armato separate da una striscia detta “della morte”, bensì quello ideale. Quel giorno infatti venne decretata l’apertura delle frontiere e la libera circolazione dei berlinesi dell’est e dell’ovest; la demolizione della recinzione prefabbricata cominciò nei giorni seguenti e la riunificazione politica della Germania avvenne quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1990.

Si trattò forse dell’evento più significativo di quella fase, iniziata con la perestrojka dell’ultimo presidente sovietico, Gorbačëv, e terminata con la dissoluzione dell’Urss/Csi che segnò la fine della guerra fredda tra due mondi caratterizzati da visioni politico/economiche diametralmente opposte, ma accomunati da simili mire egemoniche. I due blocchi erano profondamente diversi anche nei confronti della dimensione religiosa: quello americano/capitalista era a forte trazione cristiana e arrivava a negare agli atei alcuni diritti civili, mentre quello sovietico/comunista affermava la necessità di uno Stato lontano da qualsiasi culto e di fatto perseguiva le religioni, poi concretizzatasi in un vero e proprio ateismo di Stato nel regime illiberale albanese di Hoxha. Tuttavia alla caduta del comunismo non è corrisposto un analogo declino dell’incredulità, anzi. Semmai oggi sono i religiosi a diminuire costantemente lasciando spazio a non affiliati e non credenti, soprattutto e paradossalmente in Occidente.

In generale il dopo muro veniva visto come foriero di distensione e quindi di pace. Mai come in quel momento gli spettri della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi sembravano destinati a svanire, se non definitivamente almeno per parecchio tempo. Niente più prevaricazione violenta, non fascismi di qualsivoglia colore ma democrazia, non odio ma fratellanza, al limite leale confronto.

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

Il muro di Berlino è citato in questi giorni della ricorrenza del trentennale più o meno ovunque, ma in un caso in particolare è stato tirato in ballo dal sindaco di Predappio Roberto Canali in un contesto insolito: quello di un treno della memoria in viaggio verso Auschwitz. In breve: secondo un progetto che va avanti da diversi anni, all’amministrazione predappiese è stato nuovamente chiesto un contributo di 370 euro per portare due studenti locali a visitare l’ex campo di sterminio, ma il sindaco ha negato il contributo sostenendo che l’iniziativa promuoverebbe una visione di parte della storia tralasciando altre tragedie, come appunto l’oppressione stalinista di cui è simbolo il muro di Berlino o le foibe.

Indubbiamente una visione di parte in tutto ciò c’è, se Canali vuole vederne il vero promotore non ha che da guardare in uno specchio. Nessuno si sognerebbe di negare gli eventi tragici a cui tiene in particolare Canali, farlo sarebbe certamente partigiano, ma da qui a dire che o si parla di tutto o non si deve parlare di nulla ce ne corre, e anche parecchio. Aggiungiamo a tutto ciò altre due considerazioni che completano il quadro: la prima è che Predappio ha dato i natali a Mussolini e periodicamente vi si svolgono celebrazioni del fascismo, come per le ricorrenze della marcia su Roma e del compleanno di Mussolini, e questo aggrava se vogliamo la posizione di Canali. La seconda è che, essendo globale e molto più grande la portata dell’orrore nazifascista, la giornata della memoria nella data della liberazione di Auschwitz è una ricorrenza internazionale e non è possibile subordinarla ad altri orrori di diverso segno politico per una sorta di “par condicio ideologica”. Non senza risultare veramente, veramente di parte. E anche abbastanza patetici.

Ad Auschwitz è scampata la senatrice Liliana Segre, una delle ultime sopravvissute ancora viventi. Non sono purtroppo sopravvissuti con lei anche i suoi familiari. Anche Segre deve aver vissuto la fine del secolo scorso nella speranza che il terzo millennio sia improntato alla pace, perché con quello spirito ha recentemente promosso in Parlamento l’istituzione di una commissione straordinaria contro intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e violenza. La sua mozione è stata approvata dal Senato senza voti contrari ma con ben 98 astenuti. Astensioni pesanti, da parte di Lega, Fdi e Fi che sono anche rimasti seduti durante l’ovazione tributata alla senatrice perché vedevano nella mozione un velato rischio contro la libertà di espressione. Che è poi un leitmotiv di tutte le volte in cui si vuole rivendicare il diritto di odiare e di negare diritti all’oggetto dell’odio: allora si grida al bavaglio, come a suo tempo nel caso della proposta di legge contro l’omofobia.

Di certo non è l’esercizio della libertà di parola che ha portato in questi giorni il prefetto di Milano a decidere di assegnare una scorta a Segre. Non sono libertà di opinione i 200 messaggi minacciosi che la senatrice riceve quotidianamente, e non lo sono nemmeno gli striscioni gratuiti esposti da Forza nuova per protestare proprio contro il diritto di Segre di raccontare, di parlare di discriminazioni, soprattutto nelle scuole. È odio, è intolleranza. Da parte di chi vuole che l’odio dilaghi e l’intolleranza diventi un diritto. Da parte di chi vuole ricordare il peggio del ventesimo secolo ma non per starne alla larga, non come monito affinché non riaccada ciò che è accaduto, bensì per celebrarlo e magari ripristinarlo.

La società dei diritti è vista come una minaccia da queste persone, perché impedisce loro di rivolgere il loro astio contro chiunque non corrisponda a quell’individuo che essi assumono a modello ideale. Quella attuale è per loro un tipo di società da azzerare, da riformare affinché sia omogenea, perché l’eterogeneità è il male. Il diverso è un cancro. Nella comunicazione però la frittata viene girata allo scopo di far credere che sia la società a odiare piuttosto l’odiatore, a impedirgli di esprimere se stesso, la sua individualità. Il tormentone creato in varie forme sul discorso di Giorgia Meloni è in questo senso emblematico, perché ripete ossessivamente “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” lasciando intendere di essere discriminata per questo. Ma chi discrimina Meloni perché donna? Sono le persone Lgbt a essere discriminate, da Meloni innanzitutto, e sono sì discriminate spesso le donne ma a nessuno è permesso di rivendicarlo come diritto. E chi la discrimina perché cristiana? Sono gli ebrei come Segre ad aver subito molto più che semplice discriminazione, sono gli atei a essere discriminati in varie parti del mondo e anche qui, da noi. Non sono i cristiani a subire discriminazioni, almeno non nel nord del mondo dove anzi godono di immensi privilegi.

E allora, per tornare al discorso di partenza, il nostro sogno di un mondo di pace e di rispetto reciproco era solo un’illusione o possiamo ancora considerarlo valido? Il muro di Berlino è crollato nell’89 tirandosi idealmente dietro un secolo di guerre e di regimi oppressivi di vari colori, da quelli neri che hanno portato alla grande guerra a quelli rossi che hanno portato miseria e paura. Adesso i muri sembrano voler risorgere, non sotto forma di cemento e mattoni ma in modo più subdolo: nelle menti e nelle coscienze. Siamo sempre in tempo per ostacolare questa rinascita. Speriamo di non perdere l’occasione di farlo.





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Mamma li papisti (più papisti del papa)!

Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

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Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

Stiamo parlando di Recep Tayyip Erdoğan. Ma il facile escamotage retorico deve far riflettere sull’ipocrisia della destra italiana (Lega, Fratelli d’Italia) che a parole attizza l’antica paura dei mori e all’atto pratico ne condivide valori e visione.

In particolare, la nuova stagione leghista fa della religione cristiana un punto cardine della propria azione politica e del messaggio trasmesso. L’organizzazione del Family world congress a Verona è il manifesto di questo andamento, con tanto di appoggio di tutti i gradi della struttura gerarchico-amministrativa in carica in quel momento: sindaco, governatore, ministro, vicepresidente del consiglio.

È utile ricordare che durante il governo Lega-M5S il ministero della famiglia è stato affidato a Lorenzo Fontana, dichiaratamente contrario ad aborto, unioni civili ed educazione sessuale. La scelta di questo profilo lancia un messaggio reazionario evidente.

Se le “radici cristiane” diventano collante e propulsore della nuova Lega, lo spauracchio dello straniero invasore è la connessione con il passato. Nel racconto leghista, la “palandrana di merda” musulmana è sempre pronta a sottometterci, privandoci delle nostre libertà personali, mettendo il velo alle nostre donne e costringendoci a mangiare tortellini ripieni di carne di pollo. Ed è proprio in questo punto che avviene il corto circuito logico di cui soffrono milioni di italiani, incluso chi vota partiti progressisti. I diritti civili conquistati negli ultimi 50 anni (divorzio, aborto, educazione sessuale, parità di genere) vengono associati al pacchetto-occidente in cui è inserita istintivamente anche la tradizione cristiano-cattolica. Basandosi su questo assunto, di fronte alla minaccia di perdere questi diritti per un’invasione musulmana, la soluzione è rifugiarsi nell’uguale e opposto della religione cattolica. Come se la kriptonite del superman islamico fosse la religione cattolica.

Chiaramente questa visione è frutto di suggestioni e non di logica. La Chiesa cattolica infatti condivide esattamente la stessa visione del mondo musulmano osservante sul ruolo della donna in famiglia, sull’omosessualità, sui diritti riproduttivi e su quelli del fine vita. È paradossale, quindi, che chi vota la Lega per proteggersi dall’islamizzazione nei fatti supporta l’avvicinamento dell’Italia all’Arabia Saudita.

Divorzio, aborto, eutanasia, sono tutti diritti civili contro cui la Chiesa si è sempre battuta e continua a farlo tuttora con mezzi espliciti o subdoli, come l’obiezione di coscienza dei ginecologi. Ogni tentativo di educazione sessuale moderna è osteggiata, l’omosessualità è condannata – con Francesco non è cambiato proprio nulla – e la posizione della donna deve essere principalmente quella di produttrice di bambini. E anche il terrificante velo islamico è concettualmente uguale a quello che la Chiesa impone alle sue sostenitrici più fedeli.

L’ideale della battaglia di Lepanto è ancora diffuso, ma riguardo regole da seguire le tre religioni abramitiche sono difficili da distinguere. Non è un caso che la famosa lezione di Ratisbona di Benedetto XVI, pochi anni prima dell’abdicazione cosmetica a favore di Bergoglio, sia stata salutata positivamente dall’intellighenzia musulmana (non dal popolo musulmano: ironicamente l’incapacità di analisi del messaggio profondo è a doppio senso): “Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture”. Insomma, è inutile farci illusioni, la ragione è il nemico e le religioni devono unirsi per contrastare la deriva secolarizzante della società.

E allora ribadiamo una verità semplice ma che si sta perdendo: qualsiasi partito politico di ispirazione religiosa cercherà di imporre regole basate su dogmi ed interpretazioni arbitrarie di testi ambigui. Di conseguenza, regole irrazionali e che favoriranno solo una porzione della popolazione. Questo punto era molto chiaro a chi ha vissuto in società sottomesse ai dogmi religiosi (leggetevi Garibaldi): noi ce ne stiamo dimenticando proprio perché ci siamo liberati da molte delle catene imposte dalla religione in Italia.

Crocifisso, mezzaluna, stella di David, sono marchi differenti dello stesso prodotto. La sola via per una società equa, che rispetti i diritti dell’individuo, è la laicità dello stato. Una laicità concreta, non solo un principio supremo boicottato nei fatti da istituzioni clericali. Per questo è importante battersi per difendere i diritti civili laici conquistati, e per conquistarne di nuovi. L’Uaar lo fa da trent’anni: passa a trovare i suoi attivisti nei circolisostienila anche tu!





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United colors of blasphemy

Dal 2017 è una sentenza, la 1952, della III sezione penale di Cassazione che ben al di là del caso singolo e riprendendo analoga statuizione del 2015 ha di factoreso impossibile qualsivoglia critica alla religione

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Grave persino la confusione fatta dall’imputato fra Bernardo e Bartolomeo, il vero e inimitabile santo dalla pelle scorticata. A proposito di iconografia vagamente dark, diciamo così prima che ci multino pure a noi.

Anche perché il giudice Moccia sembra aver ben chiara la linea da seguire come magistrato della Repubblica italiana, linea che alla separazione fra giustizia divina e terrena e fra giustizia italiana e vaticana non sembrerebbe dare poi gran peso. Presidente del Collegio giudicante su un noto caso di abusi su minori da parte di un sacerdote poi condannato, nel considerare vescovo e curia totalmente ignari delle violenze perpetrate da un loro sottoposto ha parlato o meglio scritto in sentenza di processo «disturbato» da un clima di «anticlericalismo tematico», clima senza «alcuna legittimazione storica», dato «l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia». Ah beh, allora… Ci pensa Francesco.

Ma per tornare a Toscani, legittimo sia inviperito. Minaccia ricorsi, alla Corte costituzionale (ma non è possibile per il privato cittadino) e alla Corte Edu (ma dovrebbe prima esaurire i ricorsi interni). Il seguito giudiziale quindi, se ci sarà, resta avvolto nel mistero. Di sicuro le espressioni per le quali è stato condannato proprio grazie alla condanna stessa hanno avuto una eco e una diffusione maggiore, riprese tal quali persino da quelle testate che ne invocano la gogna, senza che nessuno abbia sottolineato ancora quanto il tutto sia paradossale. Dalla ingiustificata repressione della libertà di opinione alla corrispondente tutela forzosa di una supposta superiorità non solo morale del fenomeno religioso, in specie cattolico.

Ma del resto siamo nel paese dove per la massima corte amministrativa il crocifisso è simbolo di laicità, dove si può bestemmiare la Madonna perché non è divinità ma a lesionarne una statua oggetto di culto si rischiano fino a due anni di carcere, ma soprattutto dove il processo reazionario è in atto già da un po’ in un pressoché totale silenzio di dottrina e opinione pubblica.

Del 2017 è una sentenza, la 1952, della III sezione penale di Cassazione che ben al di là del caso singolo e riprendendo analoga statuizione del 2015 ha de facto e de iure reso impossibile qualsivoglia critica alla religione. Critica nella sostanza parificata al vilipendio tout court. Ci dice infatti la Suprema Corte che «in materia religiosa, la critica è lecita quando – sulla base di dati o di rilievi già in precedenza raccolti o enunciati – si traduca nella espressione motivata e consapevole di un apprezzamento diverso e talora antitetico, risultante da una indagine condotta, con serenità di metodo, da persona fornita delle necessarie attitudini e di adeguata preparazione, mentre trasmoda in vilipendio quando – attraverso un giudizio sommario e gratuito – manifesti un atteggiamento di disprezzo verso la religione cattolica, disconoscendo alla istituzione e alle sue essenziali componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio ad essa riconosciute dalla comunità, e diventi una mera offesa fine a se stessa». In soldoni, o si hanno alle spalle una robusta preparazione, magari un paio di lauree, un sondaggio Doxa e uno Istat, una sostanziosa bibliografia che nei secoli sostenga i propri generici enunciati o non si può aprire bocca senza commettere vilipendio.

Questo nei fatti è un balzo indietro nella tutela della libertà di espressione cha fa tornare a ben prima degli evocati da Toscani anni ‘60. Che fa a pugni con le garanzie costituzionali e sovranazionali. Che odora pesantemente di censura e che si appalesa in netta controtendenza rispetto alla abolizione del reato di blasfemia, abolizione raccomandata dall’Onu già dal 2014, avvenuta in sempre più numerosi paesi europei, ultima la cattolicissima Irlanda, incoraggiata dalla campagna alla quale partecipa anche l’Uaar #endblasphemylaw. Ma a quanto pare da noi i retaggi fascisti più o meno nascosti tra le pieghe dell’ordinamento sono tornati (o mai passati) di moda. E con prepotenza vengono applicati, ritenuti superiori a quelle libertà fondamentali di espressione, di coscienza e di pensiero che tutti, ma davvero tutti, dovremmo preoccuparci di difendere.





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