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Discriminazione e istruzione: la buona Scola sotto l’egida dei ciellini

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L’arcivescovo di Milano difende l’iniziativa della diocesi di schedare le scuole che trattano argomenti di genere. Sullo sfondo, la longa manus di Cl sull’istruzione pubblica.

Rispetto a come l’hanno presentata i giornali, la notizia della lettera scritta dalla diocesi ambrosiana agli insegnanti di religione (6.102 docenti in tutto) per avere la segnalazione dei colleghi e dei progetti che nelle loro rispettive scuole trattano con gli alunni temi legati all’omosessualità e all’identità di genere va probabilmente ribaltata. La notizia non sta infatti tanto nell’iniziativa della Curia, quanto piuttosto nel fatto che alcuni degli stessi docenti di religione l’abbiano trovata inappropriata, discriminatoria e delatoria, consegnandone il testo, che doveva restare riservato, alla stampa (segnatamente alle pagine milanesi della Repubblica). E i giornali, che in anni passati avrebbero messo la sordina sull’episodio, hanno invece dato grande risonanza al fatto, con articoli ed interviste dai toni indignati, tali da costringere la Curia a cancellare in fretta e furia il testo della lettera “incriminata” dal sito, a scaricare la responsabilità dell’iniziativa su un non meglio precisato “collaboratore” di don Gian Battista Rota, che dirige il settore insegnanti di religione cattolica della Diocesi di Milano, a presentare formali scuse per l’accaduto. E a indurre alla fine lo stesso arcivescovo di Milano, il card. Angelo Scola, ad intervenire per dichiarare il proprio personale rammarico per l’accaduto. «La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale», ha detto a margine della presentazione di un suo libro, il 15 novembre scorso, all’Università Statale.

Ma che la lettera sia il frutto dell’estemporanea iniziativa di un «collaboratore del Servizio Insegnamento Religione Cattolica», come appunto recita il comunicato della Curia, è piuttosto irrealistico. Una scelta del genere deve essere stata pianificata a livello centrale. Anche perché il testo della mail già conteneva gli strumenti per attuare la mappatura delle scuole milanesi che veniva richiesta ai docenti di Irc. Il testo della missiva recitava infatti: «Per valutare in modo più preciso la situazione e l’effettiva diffusione dell’ideologia del “gender”, vorremmo avere una percezione più precisa del numero delle scuole coinvolte, sia di quelle in cui sono state effettivamente attuate iniziative in questo senso, sia di quelle in cui sono state solo proposte. Per questo chiederemmo a tutti i docenti nelle cui scuole si è discusso di progetti di questo argomento di riportarne il nome nella seguente tabella, se possibile entro la fine della settimana. Grazie per la collaborazione».

NEWS_224734 A rafforzare l’ipotesi di una iniziativa non estemporanea ci sono poi le parole dello stesso card. Scola che, in perfetto stile ciellino, nella stessa occasione in cui presentava le sue scuse per l’avvenuto tentando così di placare opinione pubblica, mondo politico ed associazionismo in subbuglio (con la sola eccezione di Giuliano Ferrara, che sul Foglio scriveva che il cardinale di Milano si piega «al diktat di media e guru ideologici» e «porge le sue scuse per l’inchiesta sulla pedagogia che insegna l’indifferenza del genere maschile o femminile»), rendeva anche altre dichiarazioni. Che, di fatto, confermavano il senso dell’iniziativa da cui aveva appena preso le distanze. Le scuse, ha infatti spiegato l’arcivescovo di Milano erano per il linguaggio, non per il contenuto; dal momento che «siamo in una società plurale in cui ciascuno deve poter dire ciò che pensa». La nostra, ha proseguito il cardinale, «è una posizione “non omofoba”, ma nel contempo è una posizione da cui non abbiamo intenzione di recedere di un millimetro».

C’è “Intesa” tra scuola e Curie
L’iniziativa della Curia milanese apre anche un’altra questione: quella dello statuto giuridico degli insegnanti di religione cattolica. Che sono pagati dallo Stato, ma che in Italia rispondono del loro operato alle Curie diocesane che li designano. Se l’insegnante di religione rispondesse solo al Ministero dell’Istruzione una vicenda come quella di Milano non avrebbe mai potuto verificarsi. In realtà, l’attuale sistema non solo assegna alla Chiesa il controllo totale dei contenuti da veicolare all’interno dell’ora di religione, che resta un insegnamento confessionale impartito «in conformità alla dottrina della Chiesa» (come recita l’art. 1 dell’Intesa stipulata tra Ministero della Pubblica Istruzione e Cei nel 1985). Ma è stato anche, storicamente, lo strumento attraverso il quale, all’interno delle singole classi come negli organi collegiali, la Chiesa ha mantenuto un proprio presidio, spesso funzionale a conoscere dall’interno ciò che avveniva nelle scuole. Avendo a disposizione, ogni volta che ve ne fosse stato bisogno, docenti pronti ad intervenire per difendere le posizioni del magistero cattolico o gli interessi della Curia di appartenenza, informando anche (su esplicita sollecitazione o sua sponte) gli uffici diocesani di ciò che avveniva all’interno degli istituti scolastici.

La longa manus di Cl
C’è poi un dato non secondario: il card. Scola appartiene a Comunione e Liberazione, movimento che ha sempre fatto della presenza nella scuola e dell’Università il luogo privilegiato della sua azione “formativa”.

In una sua inchiesta su Comunione e Liberazione pubblicata a puntate dal quotidiano la Stampa nel 1975, Ezio Mauro scriveva che Cl nella scuola aveva “tre bracci”: quello formato da insegnanti, genitori, politici impegnati nella battaglia per ottenere “l’istruzione gratuita”, mistificatoria definizione con cui già all’epoca si invocava la parità scolastica (cioè lo Stato che finanzia l’istruzione privata); quello del Consorzio italiano Libere Cooperative scolastiche, che organizzava «gruppi di genitori decisi a far nascere nuove scuole private accollandosene la responsabilità di gestione, con insegnanti coerenti agli ideali cristiani»; e, infine, quello del movimento dei Cattolici Popolari, che si presentava puntualmente alle elezioni universitarie e delle scuole secondarie con proprie liste (non di rado apparentate con quelle dei fascisti) ottenendo significativi risultati e spezzando l’egemonia dei collettivi e delle rappresentanze della sinistra. Anche perché alle spalle, negli atenei, Cl otteneva la gestione di chioschi d’informazione all’ingresso degli atenei e all’interno dell’università, anche di quelli che vendevano libri a prezzi scontati; e poi mense universitarie, pensionati studenteschi, attività ricreative gratuite, doposcuola per studenti in difficoltà, cooperative che si occupavano di trovare lavori saltuari per gli studenti. Attraverso questa sorta di “welfare cattolico” affiancava e sostituiva il pubblico là dove esso era più debole, e cioè nella gestione dei servizi sociali. Il controllo di scuole e università era garantito, e con esso la possibilità di incidere efficacemente sui processi reali del mondo della scuola. A condizione però di poter disporre sempre di informazioni di prima mano su come nei singoli istituti l’avversario laico o di sinistra si stesse organizzando. Ma oggi che la presenza ciellina nelle scuole superiori (diverso il caso delle università) è ormai pressoché nulla, alle Curie restano solo i docenti di religione. Tra di loro, però, cresce il disagio per indicazioni e richieste che appaiono ormai anacronistiche. Fuori tempo, insomma, ma anche fuori luogo.

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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13 August 2017

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