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PRETI PEDOFILI

Don Carlo Mantegazza in un’intercettazione; “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?”

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Una delle domande più frequenti che ci si pone è come sia possibile – alla luce di quanto emerso e continua a emergere sulla #pedofilia dei preti – che i genitori continuino ad affidare con tranquillità i propri figli alle cure del clero. Spesso la risposta che ci si da è che questi siano probabilmente dei folli o degli incoscienti anche se a mio avviso vale la pena approfondire un pochino di più il problema e cercare quali sono le dinamiche che possono portare un sacerdote ad essere così spaventato da fare un’affermazione come quella di don Carlo Mantegazza che ho usato nel titolo.

Come documentazione prenderemo in esempio quella del caso milanese di don Mauro Galli, ampiamente documentato, e dalla quale nelle settimane scorse abbiamo già estratto e illustrato alcune dinamiche relative al caso.

Intanto è bene ricordare che qualunque confessione religiosa è per propria natura una via di comunicazione, il compito dei sacerdoti è appunto quello di portare, informare, trasmettere a quante più persone possibili il messaggio della propria confessione.

All’interno delle Parrocchie e degli oratori vi sono poi gruppi, attività, momenti di incontro: non è solo un luogo dove i #bambini vengono “consegnati ai sacerdoti”. Per le famiglie vi sono spesso occasioni di socializzazione, il clima è accogliente. Le relazioni umane che si instaurano sono anche, spesso, una risposta al problema dell’anonimato e dell’isolamento che è molto sentito soprattutto nelle grandi città. Nasce così un rapporto di fiducia e anche di amicizia che è oggettivamente un valore umano notevole.

Il problema nasce quando, a fronte di un caso drammatico (quando vi è una segnalazione di un prete #pedofilo ), non si è pronti ad affrontare seriamente la questione.

Ovviamente quello religioso non è il solo messaggio veicolato attraverso le gerarchie di una confessione, il flusso delle informazioni è davvero notevole, se ci pensiamo bene, spazia da quelle di carattere religioso a quelle comportamentali, etiche, propagandistiche e via dicendo.

Per fare un rapido esempio basti guardare i vescovi eletti durante il pontificato di Francesco, costruiti sulla falsa riga del messaggio di “umiltà” che è alla base del marketing di questo pontificato.

Troviamo infatti vescovi “eccezionali” che fanno cose incredibili come quello di Savona, che la stampa ha elogiato per i suoi “superpoteri” come quello di essere stato in grado di andare guidando da solo la macchina fino all’università di Savona… a dir poco straordinario.

Oppure come il vescovo in questione, quello di Milano, lui altro che la macchina: lui pedala fino alla diocesi ogni mattina, e si fa persino fotografare con la sua bicicletta.

Banalità mediatiche che spesso finiscono per trasformare questi uomini in fenomeni da baraccone, in quanto non c’è nulla di strano nel fatto che un vescovo guidi l’auto o vada in bicicletta, noi italiani dovremmo essere abituati dalla penna del Guareschi a leggere di preti e di vescovi che, come nei racconti di don Camillo, andavano in bicicletta e viaggiavano persino sul treno.

Don Carlo MantegazzaSu questa falsa riga il pontificato di #Bergoglio ha prodotto decine di vere e proprie bufale passate all’opinione pubblica anche attraverso la stampa nazionale che, spesso, ha venduto come dati di fatto quelli che invece si sono poi rivelati solo pensieri, opinioni o progetti come ad esempio quello dei Tribunali per giudicare i vescovi insabbiatori: dopo due anni di rassicurazioni sulle prime pagine dei giornali, si scopre che “era solo un’idea” e che “non c’è mai stato un progetto”.  Ma questa seconda notizia, a differenza della prima l’hanno riportata pochissimi.

La Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” che prevede la rimozione del Vescovo  che abbia, per negligenza, posto o omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, come nel caso di abusi su minori, non ha avuto nessuna applicazione concreta: solo una grande eco mediatica: anche nelle Parrocchie è stata accolta con grandi ovazioni, sull’onda del “finalmente questo Papa fa qualcosa”…

Insomma, una valanga di notizie, tutte rigorosissimamente positive, senza mai una doverosa critica e date per certe, che hanno di fatto ingannato i cattolici e non solo, dando l’idea di una chiesa che stava contrastando davvero la pedofilia al grido dello slogan “tolleranza zero”.

Di questo “inganno” spesso ne sono vittime anche i sacerdoti che, come i fedeli, sono rassicurati dalle notizie che ci dà la stampa e in qualche modo vengono messi in condizione di non potersi rendere conto del reale stato delle cose, almeno fino a quando non hanno la disgrazia di dover toccare con mano.

Esattamente quanto è successo a Milano dove, dopo il fattaccio, oltre ai diretti interessati anche l’intera comunità parrocchiale si è resa conto di quanto sia farlocca la linea di Bergoglio.

Rassicurati dalle tanto acclamate Linee Guida della Cei, si sono subito resi conto che quelle linee guida non solo non venivano rispettate, ma non obbligano neppure i vescovi a fare alcunché, anzi, in realtà non introducono nulla di più di quanto già diceva il Codice Canonico continuando a lasciare ai vescovi la “facoltà” di decidere il da farsi che, anche in questo caso, come accade da sempre, è stato cercare di nascondere il prete accusato senza denunciarlo all’autorità civile.

Don Carlo MantegazzaNaturalmente anche il parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, in buona fede ovviamente, dopo essere stato avvisato dalla vittima di quanto era accaduto, si è fatto forte di quanto dicevano linee guida e stampa, e si è subito attivato riportando i fatti ai suoi superiori.

Non c’è però voluto molto per accorgersi che qualcosa non quadrava: don Mauro sì, è stato rimosso da Rozzano, ma un mese dopo era già reintegrato in una parrocchia vicina, sempre come coadiutore della pastorale giovanile.

Inutile anche da parte della vittima e dei suoi familiari ottenere dalla diocesi una spiegazione quindi, la decisione di affidarsi non più alla dubbia giustizia vaticana, ma quella civile che prontamente si attiverà.

Ed è qui che si fa la prova del nove su “linee guida” e “tolleranza zero” perché adesso non è più il vescovo a poter gestire come gli pare la situazione, adesso le risposte vanno date alla magistratura ed è qui che don Carlo Mantegazza tasterà con mano la reale trasparenza e i provvedimenti della politica di Bergoglio.

INTERCETTAZIONE UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alessandro

DON Carlo dice che ieri O’Malley (cardinale americano in visita a Milano il 7 ottobre c.m. ndr) lo ha sconvolto perchè questo è uno che fa il vescovo (apprezzamento nei confronti di O’Malley che è stato messo a capo di una delle diocesi più impestate degli Stati Uniti).

Dal minuto 08:40 al minuto 09:00 DON 1 dice testualmente:

“ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?

ASPETTIAMO CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA E POI COMINCIAMO SERIAMENTE A GUARDARE LE COSE, VA BENE, CIOE’, BASTA SAPERLO E CI ADEGUIAMO.. PERO’ GIA’ CHE POSSIAMO FARLO PRIMA, FACCIAMOLO PRIMA, SENNO’ POI TI TROVI A DIRE NON C’èNESSUNO…. [omissis]”

In una successiva conversazione, sempre lo stesso utente (DON Carlo) parlando però con un altro collega sacerdote don Alberto fa nuovamente emergere la preoccupazione per la situazione e il timore di essere intercettati telefonicamente.
DON Carlo dice di essere andato anche lui come il suo interlocutore don Alberto “in Fatebenefratelli” che per chi non è di Milano è bene spiegare che non è un qualche istituto di carità, ma la via dove ha sede la Questura di Milano che ha interrogato diverse persone durante le indagini preliminari del caso don Mauro Galli.

UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alberto

Si salutano, parlano di un incontro con tale L.

Al minuto 00:47 DON Carlo riferisce “..POI..VABBE, IERI SONO ANDATO ANCHE IO IN FATEBENEFRATELLI..”

DON Alberto replica testualmente “AH..OK..”

DON Carlo continua “POI..” e DON Alberto risponde “PARLIAMO A VOCE..”

DON Carlo conclude dicendo “ESATTO”.

Continuano a parlare di problematiche relative alla loro chiesa e il consiglio pastorale.

DON Carlo, parlando delle problematiche sopra citate, parla di DELPINI dicendo che lui la fà sempre facile

DON Alberto replica dicendo che DELPINI è un “minimalista del c….”.

DON Carlo parla ancora di O’Malley elogiandolo, perchè è stato mandato nella diocesi più impestata del mondo, la prima diocesi che negli Stati Uniti è praticamente fallita per la questione dei rimborsi allevittime dei pedofili.

La loro principale preoccupazione è dovuta al fatto che il codice canonico non solo gli impone il vincolo della segretezza, ma anche che, dopo aver segnalato ai superiori, non si interessi più alla vicenda.

Ma nel concreto non è mica così semplice e ci si trova tra l’incudine e il martello in quanto c’è di mezzo la magistratura e il sacerdote si trova nella condizione che se mente o occulta fatti durante l’interrogatorio, il Pm lo può condannare a quattro anni di reclusione, se invece dice troppo può essere punito dalla chiesa per aver violato la segretezza con sanzioni che possono andare dal trasferimento in altra parrocchia alla scomunica, quindi anche senza più un posto di lavoro. Ecco da dove deriva il timore e la tensione che emerge in quelle intercettazioni.

Ma nella vicenda milanese non emergono solo i provvedimenti farlocchi della Santa Sede che ha adottato la politica del “cambiare tutto per far si che tutto resti com’è”, emergono insistenti anche le incoerenze del buon Bergoglio, che promette ai fedeli grandi provvedimenti e punizioni esemplari ma poi, come è accaduto in questo specifico caso, e proprio alla vigilia della prima udienza del processo di don Galli, nomina arcivescovo di Milano proprio colui che ha tentato di insabbiare il caso e che, stando alle sue parole, avrebbe dovuto punire: monsignor Mario Delpini.

Certo, una stampa responsabile sarebbe subito andata a chiedere conto a Bergoglio di questa grave incoerenza, quanto meno per non rendersi complici.

Invece non ci è andato nessuno, nemmeno quei giornalisti tanto amici e cari a Bergoglio.

La prossima udienza in Tribunale, a Milano, sarà il 10 ottobre 2017.

Francesco Zanardi



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Reta l'Abuso

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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PRETI PEDOFILI

Pedofilia, le vittime argentine dell’Istituto Provolo: se Vaticano sapeva ora ci dia le prove

Le vittime erano bambine bambini sordi, le violenze avvenivano soprattutto di sabato, quando c’erano meno testimoni, oppure di notte, quando i ragazzi toglievano l’apparecchio acustico e non potevo sentire le grida degli altri.

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Immagine al solo scopo di corredo articolo

Autori di abusi e torture alcuni sacerdoti e suore che prendevano di mira i soggetti più vulnerabili in assoluto: i bambini orfani o i cui genitori vivevano molto lontano. Agli studenti non era permesso imparare la lingua dei segni (era il cosiddetto metodo oralista inventato dal fondatore, Antonio Provolo) impedendo loro di fatto anche di denunciare. La vicenda inizia nella sede centrale dell’Istituto Provolo, a Verona: dopo le prime accuse di molestie don Nicola Corradi viene trasferito in Argentina dove continua il ciclo di violenze a Mendoza e a La Plata finchè gli ex alunni iniziano a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, il suo vice a 45 – le condanne più pesanti mai inflitte per questi crimini. Ora le vittime chiedono al Vaticano di fornire loro tutti i documenti sull’Istituto, in modo da continuare le indagini e assicurare alla giustizia tutti i colpevoli. Nel focus l’intervista di Veronica Fernandes alle vittime, il servizio di Vania De Luca sul percorso di iniziato da Papa Francesco con il Summit contro la Pedofilia e un’analisi della vicenda di Emiliano Guanella, che ha seguito il caso in Argentina.

IL CASO ISTITUTO PROVOLO


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Rai News 24

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PRETI PEDOFILI

“La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto sì”.

Il prete cattolico di Rhode Island nella sua chiesa ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto

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Il prete cattolico di Rhode Island nella sua chiesa ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto

“La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto sì”. È polemica negli Stati Uniti per le dichiarazioni pronunciate in diretta tv dal reverendo Richard Bucci. Il prete cattolico di Rhode Island nella sua chiesa ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto e in un’intervista rilasciata all’affiliata della NBC, la WJAR, ha commentato il fatto.

Per il reverendo della ‘Sacred Heart Church’ di West Warwick  l’aborto è un “massacro di bambini innocenti”: “Non c’è paragone tra pedofilia e aborto. La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa”. Bucci ha quindi rimarcato come che il numero dei bambini abusati sia inferiore a quello degli aborti, per poi aggiungere “che non significa che l’abuso non sia una cosa orribile”.

Prima della dichiarazione shock, il prete era già finito al centro delle polemiche. Con una lettera aveva reso noti i nomi dei 44 deputati e senatori del Rhode Island che l’anno scorso avevano votato a favore del Reproductive Privacy Act, legge che prevede una serie di libertà e diritti alle donne che decidono di abortire.

In tanti hanno contesta le sue parole. Tra le prime, anche Carol Hagan McEntee, deputata statale del partito democratico, nella lista dei 44: “Quando dice che la pedofilia non uccide, chiaramente non sa cosa dice. Avrebbe dovuto ascoltare testimonianze e saprebbe che ci sono molte vittime che non sono più tra noi. Voci ferite a cui hanno rubato l’infanzia. Hanno praticamente distrutto le loro vite. E quelli che ancora possiamo ascoltare sono tra i fortunati perché sono ancora vivi. Non sono morti per overdose o suicidio. Ce ne sono molti altri che non sono mai riusciti a farsi avanti”.

 

 



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Abusi sessuali di gruppo su due fratelli: a Prato indagati 9 religiosi

Le indagini partite dalle dichiarazioni dei due fratelli, minorenni all’epoca dei fatti. Ma le vittime potrebbero essere di più

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E accusati delle presunte violenze sarebbero 5 sacerdoti, un frate e altri 3 religiosi.

Secondo quanto riporta la Nazione, che ha dato la notizia, la procura di Prato avrebbe aperto un’inchiesta per presunti abusi sessuali. Le indagini sulla comunità religiosa, che era nata con l’intenzione di guidare e sostenere i ragazzi, strappandoli a situazioni difficili, avrebbero invece portato alla luce un ambiente fatto di violene e abusi. Le vittime accertate finora sarebbero due: si tratterebbe di due fratelli, affidati dai genitori ai Discepoli dell’Annunciazione, che sosterrebbero di aver subito ripetute e inenarrabili violenze, anche in gruppo, per anni. Secondo la testimonianza fornita agli investigatori dai due fratelli, minorenni all’epoca dei fatti, ci potrebbero essere anche altre vittime, oltre che altri adulti coinvolti negli episodi di abusi, le cui identità sono ancora in fase di accertamento.

L’inchiesta sarebbe partita proprio dalle dichiarazioni dei due fratelli, presentate all’allora vesovo di Prato, che aveva rifetito alla procura quanto appreso da un ragazzo, che sosteneva di aver subito abusi fisici e psicologici all’interno della comunità. Il periodo degli abusi andrebbe, per una delle vittime, dal 2008 al 2016, e le violenze si sarebbero consumate sia nella sede di Prato che in quella di Calomini. Otto degli indagati si sarebbero approfittati del ragazzino, mentre due avrebbero preso di mira il fratello, dal 2009 al 2012.

Le vittime sarebbero ritenute credibili dalla procura di Prato e i magistrati hanno disposto le perquisizioni personali a carico dei 9 religiosi indagati, oltre a una serie di accertamenti nelle due sedi della comunità. Gli investigatori pensano di poter trovare documentazioni cartacee o video sugli abusi.

Lo scorso dicembre, il Vaticano aveva soppresso ufficialmente la comunità, dopo 14 mesi di attività. Le motivazioni che accompagnavano la decisione erano dettate da “forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo”. Dubbi anche anche per i “limiti nel reclutamento e nella formazione dei membri” e per l’emergere di “deficienze nell’esercizio dell’autorità”.

L’attuale vescovo di Prato, dopo la diffusione della notizia, ha espresso in una note “piena fiducia nella magistratura e continua a offre agli inquirenti la fattiva collaborazione della Diocesi”. Poi ha aggiunto: “Le ipotesi di reato sono gravissime e addolorano l’intera comunità diocesana pratese”. Secondo quanto riporta AdnKronos, anche il vescovo, lo scorso dicembre, si era recato in procura di propria iniziativa per riferire suo fatti a sua conoscenza dopo le denunce presentate alla Diocesi. “Non nascondo il mio dolore e la mia viva preoccupazione e vorrei sperare che gli addebiti mossi non risultino veri, ma voglio chiaramente dire – ha concluso il vescovo -che il primo interesse che la Chiesa di Prato ha è quello della ricerca della verità. Per questo auspico che la Magistratura, nell’interesse di tutti, possa portare quanto prima a termine le indagini”.



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il Giornale

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