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Don Mauro Inzoli e il delitto di cronaca

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Libertà di stampa: volete sapere perché l’Italia è al 74esimo posto nel mondo? Ecco un tipico esempio di tentativo d’intimidazione a un giornalista colpevole di fare cronaca

[dropcap style=”style2″]S[/dropcap]acerdote condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede, presenzia a un convegno pubblico organizzato per difendere i valori della famiglia tradizionale cattolica. Questa non è una notizia. O per lo meno, che non lo sia è ciò che sostengono i legali di Don Mauro Inzoli nella lettera di diffida e richiesta di rettifica pena la querela per diffamazione, spedita nei giorni scorsi a Matteo Pucciarelli.
Il giornalista di Repubblica ha avuto l’ardire di pubblicare un articolo dal titolo “Il prete pedofilo in seconda fila? Nessuno l’aveva visto” eun’intervista al deputato Sel Franco Bordo, in cui si ricostruisce la complessa vicenda dell’ex vice presidente della Compagnia delle opere (il braccio operativo di Comunione e liberazione), nonché ex presidente del Banco alimentare e fondatore ed ex presidente della onlus Fraternità dedita all’affido di minori provenienti da famiglie in difficoltà.
Una vicenda poco nota al grande pubblico nonostante la caratura del personaggio, e a quanto pare tale doveva rimanere leggendo la diffida, poiché scarsamente indagata dalle testate nazionali sin da quando nel 2012 venne resa nota dalla Diocesi di Crema la prima sentenza della Congregazione in cui si infliggeva all’illustre sacerdote, colpevole di aver compiuto abusi “sessuali” su minori, il massimo della pena canonica che prevede tra le altre cose la dismissione dallo stato clericale. L’iter processuale della Santa Sede si è concluso il 12 giugno 2014 con il decreto definitivo emesso dalla Cdf e firmato dal prefetto card. Müller.
Tutto era iniziato alcuni anni prima in seguito alle segnalazioni di molestie e abusi giunte al Vescovo di Crema da parte dei genitori di alcuni ragazzini che frequentavano la parrocchia Santissima Trinità guidata da Don Mauro. Come riporta CremonaOggi, «i genitori, anziché procedere alla denuncia penale – come sarebbe stato possibile, legittimo e nei loro diritti – hanno preferito rivolgersi direttamente al vescovo, chiedendo la rimozione del sacerdote dalla parrocchia. Cosa che il vescovo ha fatto, domandando a Don Mauro di lasciare spontaneamente la Santissima Trinità».

La pena medicinale perpetua per l’ex parroco 65enne di Crema è diventata vincolante a partire dal giorno di notifica del Decreto all’interessato: il 25 giugno 2014. Tra le due sentenze della Cdf (2012 e 2014), come si legge sul sito della Diocesi di Crema, Don Mauro aveva fatto ricorso alla Congregazione la quale, recependo quanto papa Francesco ha stabilito accogliendo il ricorso contro la dismissione dallo stato clericale, ha emanato il decreto definitivo. Inzoli mantiene dunque lo stato clericale ma gli resta inflitta la dura pena per abusi su minori. Nonostante ciò secondo i suoi avvocati, definendolo “pedofilo”, Pucciarelli avrebbe scritto il falso.
Perché? Perché il sacerdote in Italia non è stato né giudicato tanto meno condannato. Quindi – questo è il ragionamento – il giornalista si sarebbe indebitamente eretto a giudice infamando il loro assistito. E poco importa se Oltretevere c’è una condanna definitiva della Congregazione per la dottrina della fede da cui peraltro prendono le mosse due esposti presentati alla Procura di Cremona da Bordo e dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Raccontare questa storia non rientra nel diritto di cronaca, «gli articoli nel loro evolversi, sullo spunto di fatti falsi, riportano circostanze altamente lesive e diffamatorie…». Siamo al delitto di cronaca?

Il decreto definitivo della Cdf è pubblico e vale la pena di leggerlo per intero per farsi un’idea ancora più precisa su quale sia lo «spunto» da cui è partita la cronaca di Pucciarelli su Repubblica: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, Don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano. Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella Diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia».

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La presenza di Don Inzoli serenamente seduto in poltrona il 17 gennaio scorso al Convegno di Milano organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale», risulta poco in armonia con le motivazioni e le imposizioni del decreto, tra cui l'”umile riservatezza”, eppure in un primo momento non aveva fatto notizia né scalpore. Per lo meno non tra i vip sistemati nei paraggi, in primis il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, e il suo predecessore Roberto Formigoni (memor domini di Cl dal 1970). Anche l’attenzione dei media si era concentrata sulle polemiche per il logo dell’Expo apparso sul manifesto del convegno, e sulla manganellata verbale assestata dall’on. Ignazio La Russa a un ragazzo omosessuale che aveva tentato di intervenire benché non invitato. Il caso è deflagrato il giorno successivo quando tra le immagini del convengo pubblicate dal Corriere della sera un deputato cremasco di Sel, Franco Bordo, ha riconosciuto il volto di Don Inzoli e ha pubblicato un tweet: “Davvero un bel quadretto a difesa #famiglia, Don Inzoli condannato dal Vaticano per abusi su minori”.

Bordo questa storia la conosce bene perché porta la sua firma, come detto, uno dei due esposti presentati alla Procura di Cremona a fine giugno 2014 affinché si valutino eventuali responsabilità penali dell’ex parroco cremasco sulla base della condanna emessa in via definitiva dalla Cdf. Secondo quanto scrive il 22 ottobre 2014 Il Fatto quotidiano, i magistrati italiani stanno indagando su 40 episodi di abusi e avrebbero inoltrato una rogatoria alla Santa sede per acquisire elementi utili dal processo canonico svolto alla Cdf. La presenza di una rogatoria è stata confermata anche dal deputato di Sel nell’intervista di Pucciarelli che ha provocato la reazione dei legali di Don Inzoli. Sulla falsa riga di quanto detto riguardo all’articolo, essi sostengono che rilevarne la presenza al convegno sia stato solo un pretesto per ritirar fuori una storia vecchia e coprire di «infamanti offese» il loro assistito, perché, precisano, non c’è alcuna sentenza definitiva della «Giurisdizione Italiana» per pedofilia. Ecco appunto, vedremo se e come evolverà anche in Italia la vicenda giudiziaria di Don Mauro Inzoli da Torlino Vimercati. Continueremo a informare i lettori, esercitando come Pucciarelli il sacrosanto diritto di cronaca.

A Matteo la solidarietà mia, di MicroMega e di Cronache Laiche.

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

LAICITA'

Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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