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Donald Trump, un presidente scientificamente analfabeta

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Da venerdì 20 gennaio 2017, Donal Trump è diventato ufficialmente il 45esimo presidente americano. Inaugurazione che si è prospettata più breve di quella di alcuni presidenti passati: una parata di solo 90 minuti, contro le diverse ore di alcuni predecessori e i festeggiamenti tutti ridotti a soli tre giorni. L’entusiasmo, anche in ambito scientifico, non è alto, tanto che qualcuno non ha esitato a definire Trump il primo presidente anti-scientifico. Le manifestazioni del tycoon in fatto di scienza non sono sempre state le più lucide, come vi avevamo raccontato. Ne abbiamo scelte cinque tra le più significative, basandoci su quello che il presidente eletto ha mostrato e detto finora, anche attravero il suo entourage.

1. Cambiamento climatico
L‘ha definita una bufala, totale e molto costosa per sua stessa ammissione, inventata dai cinesi, con il preciso scopo di rendere non competitivi i prodotti statunitensi. Ma ancora Trump non ha esitato a parlare del riscaldamento climatico come una cavolata, e sostenendo invece come il nostro sia pianeta che sta congelando.

E ancora: i dati su cui è basato il riscaldamento globale si riferiscono a scienza difettosa e sono manipolati. Ma tutto questo si riferisce a prima della vittoria, a frasi pronunciate e diffuse soprattutto attraverso Twitter.

E ora? Le nomine di Trump in materia di ambiente lascerebbero credere quanto meno, di aver pescato nelle file di chi non la pensa così diversamente. Per esempio, quella di Scott Pruitt a capo della Environmental Protection Agency (Epa) finora è stata tra quelle che ha fatto più discutere, sia per le stesse posizioni prese da Pruitt in passato contro le stesse regole imposte dall’agenzia in materia di inquinamento, che per le dichiarazioni in fatto di riscaldamento climatico.

“Gli scienziati continuano a non essere d’accordo sul grado e sull’estensione del riscaldamento globale e sul suo collegamento con le azioni umane”

, avrebbe detto un anno fa.

Ryan Zinke invece, nominato come segretario agli Interni, avrebbe sì negato che il riscaldamento climatico sia una bufala, ammesso un’influenza umana e riconosciuto che qualcosa sta cambiando, ma senza eliminare del tutto lo scetticismo in materia. In realtà, ricorda anche la Nasa, circa il 97% degli esperti che si occupano del caso sono d’accordo nel sostenere il contrario: la tendenza al riscaldamento globale dell’ultimo secolo è molto probabilmente dovuta alle attività umane. Stessa posizioni per le principali società scientifiche.

2. Vaccini
La posizione di Trump sui vaccini non è molto lontana da quella sul clima. Anche qui leggendo i tweet del neoeletto presidente verrebbe da credere che anche Trump sia caduto nella bufala che lega l’insorgenza dell’autismo alla somministrazione dei vaccini. Con una sfumatura: Trump infatti non si è affatto detto contrario alle vaccinazioni – malgrado abbia invitatol’antivaccinista Robert Kennedy Jr a presiedere una commissione sulla sicurezza dei vaccini – ma a quelle massicce, ovvero lascerebbe intendere quelle in cui si somministrino vaccini diretti verso più antigeni e proteggere contro più malattie. Meglio un vaccino alla volta, dichiarava.

In realtà, come ricorda anche la Società italiana di pediatria, non ci sono basi per sostenere che la somministrazione di più vaccini in un’unica volta sia dannosa per il bambini. Alla critica secondo cui questa pratica porterebbe a un indebolimento o alla sovra-stimolazione del sistema immunitario, la Sip risponde affermando che “numerosi studi hanno ormai dimostrato come la risposta umorale sia simile per le somministrazioni multiple e per le somministrazioni singole per la maggioranza dei vaccini attualmente in commercio” e che negli anni il numero di antigeni iniettati per vaccinare contro diverse malattie si è notevolmente abbassato.

3. Epidemie
Ci auguriamo che sotto l’amministrazione Trump le sfide da affrontare siano meno di quelle avvenute sotto l’amministrazione Obama, alle prese, in successione, con l’influenza suina nel 2009 (H1N1), la gestione dei pericoli derivanti dalla drammatica epidemia di ebola che ha colpito l’Africa occidentale e da ultimo la minaccia Zika e i pericoli di microcefalia correlati al virus. Crisi che, secondo il parere comune corrente, il presidente Obama ha gestito con rigore e basandosi sui fatti scientificamente rilevanti.

Cosa potrebbe fare Trump non possiamo assolutamente dirlo, certo è difficile non notare lo spirito complottista e allarmista che aveva manifestato in occasione della crisi su ebola, alludendo al fatto che fosse molto più facile da prendersi di quanto facessero sapere le autorità e che fosse meglio bloccare del tutto gli arrivi dai paesi colpiti dall’epidemia.

4. La crisi degli oppioidi
I numeri da overdose di oppioidi negli Usa hanno raggiunto cifre più che preoccupanti, con trentamila morti l’anno. Un problema tutt’altro che ignorabile e che Trump, così come Obama, sembra aver preso moto seriamente. Dopo la firma, da parte di Obama, del Comprehensive Addiction and Recovery Act e una nuova normativa che fissa fondi per combattere l’abuso di oppioidi, anche il tycoon è pronto a combattere l’epidemia, ben oltre sembrerebbe la costruzione del famoso muro sui confini messicani per bloccare l’ingresso illegale di droghe (e di immigrati).

Trump per esempio ha dichiarato che si impegnerà per far in modo da aumentare (ancora) il numero di pazienti che i medici possono trattare per problematiche di abuso, ad allargare l’accesso ai trattamenti e ha invitato la Food and Drug Administration ad accelerare l’approvazione di nuovi antidolorifici che aiutino a combattere l’abuso di oppioidi.

5. Esplorazione spaziale
Grandi previsioni sull’andamento dell’esplorazione spaziale – che sostanzialmente significa identificare le priorità dell’agenzia a stelle e strisce, la Nasa – non è possibile farle. Basandosi però su quel che hanno dichiarato il neoeletto presidente e il suo entourage qualcosa possiamo intuirlo già da ora. Le attività di esplorazioni spaziali dovrebbero essere più focalizzate sullo Spazio profondo e meno Terra-centriche, ovvero meno legate alle attività nelle basse orbite, magari da attribuire sempre di più alle aziende private. L’obiettivo è infatti quello di rendere più disponibili fondi oggi utilizzati per attività basate sulla Terra (vedi quelle relative al clima e al monitoraggio terrestre) per l’esplorazione spaziale più propriamente detta, focalizzando gli interessi sul Sistema solare sui programmi di volo umani.

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Scoperto un nuovo stato della materia

E’ disordinato, ma obbedisce alle sue regole

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Pur ‘disordinato‘ ha un proprio ordine: così si può descrivere il nuovo stato della materia dal comportamento bizzarro, osservato per la prima volta dal gruppo di fisici teorici dei Laboratori Nazionali di Los Alamos guidato dall’italiano Cristiano Nisoli,. La sua particolarità del nuovo stato della materia è che, nonostante riguardi la materia classica, si comporta secondo le leggi del regno dell’infinitamente piccolo governato dalla fisica quantistica. Il risultato, descritto sulla rivista Nature Physics, in futuro potrà essere molto utile per le tecnologie quantistiche, dall’internet del futuro alle comunicazioni, ai supercomputer.

“In fisica si pensa che la materia sia organizzata o in uno stato ordinato, come quello dei cristalli, o dei liquidi e dei gas, o più disordinato, che rispondono a temperatura e pressione. Ma esistono, come abbiamo dimostrato, degli stati di materia che pur disordinati obbediscono ad alcune regole“, spiega all’ANSA Nisoli. I ricercatori hanno lavorato su nanomagneti artificiali, chiamati ghiacci di spin, che cambiano direzione a seconda dei cambiamenti di temperatura, osservando il loro comportamento a livello microscopico.

“Di solito se la temperatura si abbassa rapidamente, l’energia del sistema scende. In questo caso invece è rimasta intappolata. Un comportamento questo – commenta Nisoli – che viola alcuni principi della termodinamica. Il sistema infatti è stato intrappolato da ‘costrizioni’ che i fisici chiamano ‘topologiche’ e che finora si erano viste solo in sistemi quantistici, non classici, cioè grossi e con più energia rispetto a quella dei sistemi quantistici”.

Dopo averlo creato artificialmente, i ricercatori vogliono ora vedere se anche in naturaesiste un materiale del genere, perchè potrebbe essere utile per diverse applicazioni pratiche. “Questo é importante perché i sistemi quantistici fanno molte cose strane e interessanti, per esempio la superconduttività.

Il ‘problema’ è che le fanno a temperature molto basse, vicine allo zero assuluto, cioè -273 gradi Celsius. I sistemi classici artificiali invece possono essere progettati per funzionare a temperature e campi più facilmente utilizzabili nella vita di tutti i giorni”

 
  

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5 linee guida per legiferare sull’intelligenza artificiale

Il caso Cambridge Analytica ha evidenziato una falla nel sistema legislativo: in Gran Bretagna, con un comitato dedicato, si propongono le prime linee guida

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“Serve chiarezza su cosa diavolo succede ai nostri dati”. Parola di Lord Clement-Jones, capo del comitato dedicato all’Intelligenza Artificiale della House of Lords britannica. Le audizioni al Congresso degli Stati Uniti di Mark Zuckerberg sul caso Cambridge Analytica hanno evidenziato con forza la necessità di un intervento legislativo a contenimento della libertà d’azione dei migliori mezzi tecnologici, in tema sfruttamento dei dati degli utenti. E la Gran Bretagna sembra voler battere immediatamente questa strada.

I tempi sono ormai maturi e, spiega Lord Clement-Jones al Guardian“non starà solo alla Silicon Valley prendere decisioni sui principi” dell’etica nella gestione e trattamento dei dati.

Nel rapporto rilasciato

dal comitato dedicato all’AI sono riportate cinque norme etiche che dovrebbero essere non solo trasversali ai diversi settori dell’industria tech, ma anche seguite a livello internazionale:

1. “L’intelligenza artificiale dovrebbe essere sviluppata per il bene comune e a beneficio dell’umanità“;
2. “Dovrebbe operare in base a principi di intelligibilità e correttezza“;
3. “Non dovrebbe essere usata per sminuire i diritti su dati e privacy di individui, famiglie, comunità“;
4. “Tutti i cittadini dovrebbero avere il diritto di essere educati per consentir loro di prosperare mentalmente, emotivamente ed economicamente insieme all’intelligenza artificiale“;
5. “Il potere autonomo di ferire, distruggere o ingannare gli esseri umani non dovrebbe mai essere attribuito all’intelligenza artificiale“.

È evidente, come riconosce lo stesso politico, che queste non siano che delle linee guida da usare come faro per adattare le legislazioni dei singoli settori e che non possano semplicemente essere tradotte in legge.

Nel rapporto, riporta sempre la testata britannica, emerge anche la preoccupazione in merito a un ipotetico monopolio dei dati, da scongiurare il prima possibile: FacebookGoogle Tencent sono citati come esempi di multinazionali con un tale potere sulla raccolta di dati da essere in grado di approntare intelligenze artificiali migliori di tutte le altre, rendendo incapaci di competere realtà più piccole.

 
  

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Wired, Foto h heyerlein/Unsplash

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Intelligenza artificiale, dominio Usa minacciato dalla Cina

Per la prima volta l’egemonia americana nel settore dell’intelligenza artificiale è messa a dura prova

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Negli ultimi sessant’anni, l’intelligenza artificiale (IA) ha avuto la sua bella parte di alti e bassi, ma una delle caratteristiche rimaste immutate in tale campo è il predominio degli Stati Uniti. Contributi significativi all’IA di sicuro sono arrivati da ogni parte del mondo ma, fino a tempi assai recenti, ogni sistema di IA destinato a far notizia a ogni latitudine era stato messo a punto negli Usa.
DeepBlue, che sconfisse il grande campione di scacchi Garry Kasparov, era un sistema IBM, come pure Watson che nel 2011 sbaragliò i giocatori campioni di Jeopardy. Il robot Stanley, che nel 2005 dimostrò la fattibilità di auto automatiche, era stato concepito all’Università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Se poi si va a scavare ancora più a fondo, le ragioni del predominio degli Stati Uniti diventano chiare: in molti dei documenti di ricerca più importanti nel canone IA si cita anche Darpa, l’agenzia che finanzia la ricerca militare negli Usa.

Adesso, però, per la prima volta l’egemonia americana nel settore dell’intelligenza artificiale è messa a dura prova. Uno dei fattori più particolari nell’attuale boom dell’IA è l’improvvisa presenza tangibile della Cina come forza globale.

Uno dei mezzi più ordinari, e nondimeno più utili, per quantificare la tempra scientifica di una nazione è studiare come si colloca un dato paese dal punto di vista delle pubblicazioni scientifiche di spicco. Da un’ottica storica, una delle conferenze scientifiche di IA più importanti al mondo è il meeting annuale dell’Associazione per la promozione dell’IA (Association for the Advancement of AI). La prima conferenza si tenne nel 1980 e, nel volgere di pochi anni, questo importante evento iniziò ad attirare circa cinquemila delegati. La conferenza del 1980 fu dominata dagli Stati Uniti: in quell’edizione non ci fu neppure uno studio scritto da ricercatori di un istituto cinese. E la presenza della comunità scientifica europea fu soltanto modesta.

Naturalmente, tutto ciò non sorprende: all’inizio la conferenza è rimasta un evento circoscritto agli Usa, e a quei tempi la Cina era una nazione assai diversa.
Se ci spostiamo in avanti di 18 anni, la conferenza del 1998 vide ancora un netto predominio dell’America, ma con una presenza sostanziale non-americana, in particolare di delegati provenienti dall’Europa. Dalla Cina – in particolare da Hong Kong, tornata sotto il governo cinese soltanto da un anno – arrivò però un contributo.

Il sorpasso cinese nelle pubblicazioni

Oggi la situazione è completamente diversa: alla conferenza del 2018, che si è svolta a New Orleans a febbraio, la Cina ha presentato un numero di studi superiore a quello degli Usa del 25 per cento (1242 rispetto a 934). Tuttavia, c’è un dato ancor più significativo: la Cina si è piazzata al secondo posto nelle ammissioni, con soltanto tre studi in meno rispetto agli Usa.
È difficile non evincere da tutto ciò che la Cina ormai è entrata in concorrenza agguerrita con gli Usa per il predominio nell’IA. Nessuna nazione europea, per altro, è in grado di competere anche solo lontanamente con questi numeri e, pur considerandola nel suo insieme, l’Europa non è in lizza né per il primo posto della classifica né per il secondo.

Perché dunque all’improvviso la Cina è così importante? La risposta sta tutta in una parola: dimensioni. Le tecniche di apprendimento delle macchine dietro l’attuale boom dell’intelligenza artificiale sono veramente affamate di dati. Per riconoscere i volti umani, tradurre lingue e pilotare auto automatiche sono indispensabili quantità mastodontiche di “training data”, una sorta di combustibile per gli algoritmi di apprendimento delle macchine che generiamo ogni volta che navighiamo online o utilizziamo i nostri smartphone.

Il vantaggio dimensionale

Con una popolazione in un mercato unico più grande di Stati Uniti ed Europa prese insieme, le aziende cinesi hanno un vantaggio naturale in termini di accesso ai dati. Anche se forse non sono famigliari ai normali consumatori in Occidente, le società tech cinesi come Tencent, Baidu, Alibaba e JD.com sono veri e propri colossi globali in termini di numeri di utenti e di capitalizzazione di mercato. E tutti quanti investono nell’IA su ampia scala, quasi da capogiro. Se provate a chiedere a un adolescente britannico se conosce WeChat, l’app per i social media Tencent, vi fisserà con lo sguardo nel vuoto (lo so perché ho provato). In Cina, invece, l’app conta quasi un miliardo di utenti.

La storia di Andrew Ng

Uno dei volti della rivoluzione dell’IA cinese appartiene a Andrew Ng: britannico, nato da genitori di Hong Kong, è stato direttore del laboratorio di intelligenza artificiale di Stanford, uno dei grandi centri storici per la ricerca dell’IA negli Stati Uniti. Si è fatto un nome mettendo a punto un software di IA che controlla gli elicotteri, e ha vinto il Computers and Thought Award, il premio più importante per la ricerca destinato ai giovani scienziati specializzati in IA.
In seguito Ng è andato a lavorare per Google, dando vita al suo “brain project” prima di diventare responsabile di Baidu. L’anno scorso ha lasciato il motore di ricerca cinese Baidu per lanciarsi in nuove imprese. Brillante, carismatico e soprattutto straordinariamente pieno di energie, Ng ha la tendenza a coniare slogan orecchiabili destinati a fare presa. Di recente ha twittato: “Quasi tutto ciò che una persona normale può fare in meno di un secondo, noi possiamo automatizzarlo con l’IA”. Non sono propenso a metterlo in discussione.
Nel 2017 Ng ha dichiarato che l’IA è “la nuova elettricità” e che “proprio come più o meno un secolo fa l’elettricità ha trasformato molte industrie, così adesso l’IA le modificherà quasi tutte radicalmente”. Se è così, allora è alquanto probabile che nei decenni a venire la Cina sarà il generatore in grado di alimentare l’IA.

L’autore è professore di informatica all’Università di Oxford e ha pubblicato il libro ‘Artificial Intelligence: A Ladybird Expert Book’.

 
  

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