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Donna uccide il figlio di 13 anni «Vogliono portarmelo via»

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L’episodio al culmine di una lite: il bambino, raggiunto da nove coltellate, era atteso dal padre (separato dalla moglie) con il quale avrebbe dovuto trascorrere il Natale

nseguito sul pianerottolo. Ammazzato dalla madre con 9 coltellate. Il ragazzino aveva 13 anni. «L’ho ucciso perché me lo vogliono portare via». Così avrebbe detto ai carabinieri Deborah Calamai, la donna di 38 anni che la sera della Vigilia ha ucciso il figlio Simone Forconi a San Severino Marche, in provincia di Macerata. La donna è stata arrestata per omicidio e portata nel carcere di Camerino. Secondo quanto hanno potuto appurare gli investigatori, Deborah era seguita dall’ospedale per problemi psicologici iniziati nel 2005 e già in passato aveva dato segni di squilibrio. Lavorava, da precaria, in una casa di cura per anziani.

L’ipotesi: «Stress da divorzio»

Il figlio era in affidamento congiunto ai genitori, dopo che questi si erano separati. Erano in corso le pratiche per sottrarre il ragazzo alla madre e affidarlo al padre, Enrico Forconi, operaio di 40 anni. Il padre però voleva che Simone vivesse con lui, in considerazione proprio delle difficili condizioni mentali della ex moglie, e l’incontro con il consulente tecnico d’ufficio era previsto per martedì prossimo, il 30 dicembre. A dare l’allarme, mercoledì sera dopo le 21 e 30, sono stati i condomini del palazzo in cui abita, in via Zampa 70 nel quartiere Settempeda. I vicini hanno sentito le urla della donna e di Simone. Il ragazzo, che frequentava la terza media, aveva cenato con la madre e stava aspettando il nonno paterno, per trascorrere il Natale con i parenti del padre. Su Facebook il padre di Simone, Enrico, ha voluto mandare un messaggio al figlio: «Un pezzo del mio cuore è volato via con te amore mio. Veglia su di me e proteggimi, meglio di quanto io abbia saputo fare x te. Mi manchi».

 

 

Crediti :

il Corriere

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Casamonica, maxi-blitz per abbattere otto ville del clan

Un corteo di ruspe e bus con a bordo gli agenti è partito dal centro carni di Tor Sapienza, con l’obiettivo di buttare giù gli otto fabbricati. A bordo anche primo cittadino che, insieme al comandante della Polizia Locale Antonio Di Maggio, ha fortemente voluto l’operazione: “Finora – ha detto poi in conferenza stampa – era mancata la volontà politica, il coraggio”

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Alcune delle ordinanze di demolizione risalgono addirittura agli anni Ottanta. Ma le regge dei “sovrani di Roma sud” nessuno aveva avuto mai il coraggio di toccarle. Pompose, kitsch e pure abusive, le ville dei Casamonica nel feudo del quartiere Quadraro dovevano essere buttate giù da tempo, da almeno 20 anni. Invece, solo oggi il Comune di Roma è stato in grado di sferrare un duro colpo al clan sintianche sulla scia delle maxi-operazioni di proocura di Roma e carabinieri portate a termine negli ultimi mesi e del risalto mediatico ottenuto da alcuni fatti di cronaca, come il raid al Roxy bar di via Barzilai alla Romanina, il primo aprile 2018. Che poi, mafia o non mafia, gli abusi edilizi restano tali, e questi erano certi e certificati da decenni.

 

 

40 sgomberati, Raggi: “Mancava coraggio” – Una vera e propria operazione militare della polizia locale di Roma Capitale che hanno imposto lo sgombero a circa 40 persone, alcune delle quali minori, e hanno rinvenuto cocaina durante l’azione. “Quella di oggi è una giornata storica per la città di Roma e per i romani”, scrive su Facebook la sindaca Virginia Raggi, che è anche andata al Quadraro dove è stata oggetto di insulti, anche sessisti, da parte degli occupanti delle abitazioni sgomberate. “Ho voluto partecipare alle operazioni di sgombero e abbattimento per manifestare la presenza delle istituzioni al fianco dei cittadini nella lotta all’illegalità e alla criminalità – scrive Raggi sui social – Noi non abbassiamo lo sguardo. Si tratta dell’operazione più imponente contro la criminalità mai realizzata dai caschi bianchi di Roma. Quelle villette erano da 30 anni lì, realizzate in palese violazione di regolamenti edilizi, vincoli paesaggistici, ferroviari ed archeologici. Alcune case avevano persino inglobato interi tratti dello storico acquedotto felice”. La Raggi ha tenuto anche una conferenza stampa al VII municipio con il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra durante la quale ha detto che finora “nessuno aveva avuto il coraggio” di procedere: “Alcuni procedimenti erano di fatto conclusi ma erano stati messi nel fondo di un cassetto e rimasti lì silenti”.

Salvini: “La pacchia è finita” – Sul posto è corso anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini che nei giorni scorsi aveva annunciato un’operazione simile per la prossima settimana. “Piano piano stiamo riportando pezzi di città alla legalità – dice il vicepresidente del Consiglio – È un bel segnale per Roma, non è il primo e non sarà l’ultimo. Le regole tornano ad essere rispettate. Non sono entrato nelle villette per non intralciare il lavoro delle forze dell’ordine, ma da quello che si vede è emerso lo spazio abbondante occupato e lo sfarzo alle spalle degli altri. La pacchia è finita”.

Il comprensorio di famiglia – L’area è quella adiacente a via del Quadraro, alle spalle del Parco di Torre del Fiscale e adiacente alla ferrovia Roma-Napoli, in parte proprietà del demanio delle Fs, dove i Casamonica – e le loro ramificazioni in Di SilvioSpada e Spinelli – hanno ottenuto i diritti di superficie. Otto ville in tutto ai civici 106 e 108, tutte su due livelli, che vanno dai 150 ai 400 mq totali. Un unico vasto comprensorio di famiglia. Una di queste abitazioni risulterebbe intestata a Luciano Casamonica, pluripregiudicato del quale gli inquirenti negli anni scorsi hanno documentato anche collegamenti con la ‘ndrangheta. Le abitazioni sono tuttora abitate dalle famiglie di alcuni dei capi arrestati durante l’ultima ondata del luglio scorso, situazione che nei giorni scorsi ha creato non poche preoccupazione fra i vertici di via della Consolazione.

500 agenti, operazione durerà un mese – Questa mattina, un corteo di ruspe in dotazione al Comune di Roma è partito dal centro carni di Tor Sapienza in direzione Quadraro, con l’obiettivo di buttare giù, uno ad uno, tutti gli otto fabbricati. A bordo di una di queste, la sindaca, che insieme al comandante della Polizia Locale, Antonio Di Maggio, ha fortemente voluto l’operazione odierna, anche in risposta ai proclami del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che aveva annunciato un’operazione simile fra una settimana. Al seguito, oltre 500 agenti di polizia locale, che rispondono a 8 comandanti di gruppo (ognuno al comando di una squadra, una per villa) e altri presenti all’interno dell’ufficio mobile di coordinamento e ai confini della zona rossa. “Le operazioni sono iniziate questa mattina verso le 4, proseguiranno per tutta la giornata, avremo turni h24 per i prossimi 30 giorni fino alla fine delle demolizioni”, ha spiegato Di Maggio.

Alcune demolizione attese dal 1977 – La famiglia sinti è molto radicata nel quadrante sud-est della Capitale, sulla direttrice della via Tuscolana, da Arco di Travertino fino alla Romanina. A vicolo Porta Furba, ad esempio, nel luglio scorso sono stati arrestati Giuseppe Casamonica e i suoi adepti. Altre “cellule” sono dislocate fra Cinecitta’, Don Bosco, Morena e La Romanina. Proprio in quest’ultima zona, altro “feudo” del clan sinti, la Polizia Locale ha documentato un’altra serie di abusi annosi – e mai demoliti – come quelli di via Domenico Baccarini 50, 52 e 58, dove le demolizioni si attendono addirittura dal 1977. Il loro patrimonio immobiliare, secondo la Dia, supererebbe i 90 milioni di euro.

 
  

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Violeta, 32 anni, mamma di tre figli arsa viva dal compagno italiano

32 anni, madre di tre figli, arsa viva dal suo compagnp, un italiano. Quasi nessuno ne parla, la stampa sembra ignorare, sembra sfiorare appena l’accaduto.

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Violeta aveva 32 anni e tre figli. Era romena. Era, perché sabato scorso Violeta è morta. Arsa viva dal compagno italiano, che è uscito di casa per andare a comprare due taniche di benzina e darle fuoco. Violeta è morta all’ospedale Cardarelli di Napoli dopo quasi venti ore di agonia. Su Twitter, la rabbia e il dolore per l’ennesimo femminicidio, e per il silenzio che ha circondato la morte di Violeta.

«Si chiamava Violeta Senchiu. Era rumena. Aveva 32 anni. Aveva anche tre figli. Il suo compagno, un italiano, sì, un italiano, di quelli che vengono prima, le ha dato fuoco, arsa viva con tre taniche di benzina. È morta dopo ore di indicibile sofferenza. È successo sabato. Niente articoli e inchieste sui giornali. Nessuna troupe televisiva che si aggira a Sala Consilina, dove è accaduto l’omicidio. Nessun fiore portato da nessun ministro. Nessun tweet. Nessun corteo di Forza Nuova» è il post che rimbalza sui social. Tantissime le condivisioni, tantissimi i commenti. Tra chi si domanda perché, questa morte sia passata sotto silenzio o quasi. E chi chiede che qualche esponente delle istituzioni intervenga.


Violeta aveva 32 anni, era madre di tre figli e viveva a Sala Consilina, in provincia di Salerno, con il compagno, il 48enne Gimino Chirichella, già noto alle forze dell’ordine. Sabato, forse al culmine di un’ennesima lite, lui è uscito, è andato a un distributore di benzina, ha riempito due taniche, poi è tornato a casa e ha dato fuoco all’appartamento, con Violeta dentro. Lei è morta quasi 20 ore dopo, a cause delle ustioni riportate sul 95% del corpo. Un calvario durato quasi un giorno. «Violeta scusaci, abbiamo fallito, non abbiamo ascoltato le tue grida» si legge nel post pubblicato su Facebook dalla Consulta delle Amministratrici del Vallo di Diano e Tanagro. Il 48enne è stato arrestato, accusato di omicidio pluriaggravato (per futili motivi, crudeltà e premeditazione). E se nulla potrà restituire Violeta ai suoi figli, se nulla potrà ridarle la vita, in Rete risuona il nome di questa 32enne rumena. Uccisa dal compagno italiano. Perché i femminicidi non hanno nazionalità.

 
  

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Corte Ue: “Italia recuperi Ici non pagata dalla Chiesa”. Respinto ricorso sull’Imu

I giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea, annullando la decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016, ha sancito la necessità del recupero di una cifra che, secondo le stime Anci, si aggira intorno ai 4-5 miliardi

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L’Italia deve recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa. Una cifra che, secondo stime dell’Anci, si aggira intorno ai 4-5 miliardi. Così hanno stabilito i giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea, annullando la decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016 che avevano sancito “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative” nei confronti degli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi. I giudici di Lussemburgo hanno ritenuto invece che tali circostanze costituiscano “mere ‘difficoltà interne’ all’Italia”. La stessa Corte Ue ha respinto il ricorso riguardante l’Imu, l’imposta che ha sostituito l’Ici a partire dal 2012 e che non prevedeva esenzioni per gli immobili dove venivano svolte attività economiche, anche se di proprietà della Chiesa.

E’ “una sentenza storica” e ora, “se l’Italia non dovesse recuperare gli aiuti, si aprirebbe la via della procedura di infrazione, con altri costi a carico dei cittadini italiani”, ha detto all’Ansa l’avvocato Edoardo Gambaro che, assieme al collega Francesco Mazzocchi, ha presentato alla Corte di giustizia dell’Ue il ricorso della scuola elementare Montessori di Roma contro l’esenzione Ici per la Chiesa. “La Commissione sarà obbligata a dare seguito alla sentenza della Corte di giustizia, emanando una nuova decisione e valutando, insieme allo Stato italiano, le modalità di recupero delle imposte non riscosse per lo meno dal 2006″, aggiunge l’avvocato Gambaro. Il periodo considerato è quello dal 2006 e il 2011, in cui, secondo stime dell’Anci, le tasse sugli immobili non pagate dalla Chiesa ammontano a circa 800 milioni l’anno.

Si tratta di una sentenza che “ha una duplice valenza, storica”. “In primo luogo, sotto il profilo della ricevibilità dei ricorsi – spiega Gambaro – per la prima volta la Corte di giustizia applica una disposizione del Trattato consentendo ai concorrenti dei beneficiari di aiuti di Stato di impugnare alcune decisioni della Commissione europea direttamente davanti alle Corti dell’Unione”. Inoltre, conclude l’avvocato, “la pronuncia ribadisce un principio cardine della disciplina Ue: in caso di aiuti illegittimi, la Commissione deve ordinare il recupero”.

“La corte ha fatto giustizia e per prima cosa vogliamo dedicare questa vittoria a Marco Pannella, ci ha insegnato a tutti cosa significa una battaglia di diritto“. All’Ansa Carlo Pontesilli, esponente del Partito Radicale che assieme a Maurizio Turco ha presentato 12 anni fa il primo ricorso contro l’esenzione dall’Ici per gli enti non commerciali, commenta così la sentenza odierna. “Sia chiaro che non abbiamo nulla contro la chiesa e non è una battaglia ideologica – ha detto Pontesilli – Il nostro interesse è quello della collettività, della parità di trattamento per tutti”.

La prima denuncia alla Commissione – Numerosi denuncianti, tra cui anche il titolare di un Bed and breakfast che poi ha chiuso, nel 2006 si erano rivolti alla Commissione Uecontro l’esenzione di fatto concessa a scuole religiose, cliniche, alberghi e in generale tutte le attività commerciali gestite da enti ecclesiastici. Esenzione criticata anche da papa Francesco, secondo cui chi fa affari con l’accoglienza e l’assistenza sanitaria è tenuto a pagarci le tasse. La Commissione aveva però riconosciuto all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le tasse non versate nel periodo 2006-2011 dato che sarebbe stato “oggettivamente” impossibile sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare.

La sentenza del Tribunale Ue nel 2016 – La Montessori, sostenuta dai Radicali, nell’aprile 2013 fece ricorso contro la Commissione, ma nel 2016 il Tribunale Ue confermò appunto l’impossibilità di recuperare quanto dovuto. Il ricorso accolto dalla Corte di giustizia è stato promosso dalla stessa Montessori contro quella sentenzadel 15 settembre 2016 che in primo grado aveva ritenuto legittima la decisione di non recupero nei confronti di tutti gli enti non commerciali, sia religiosi sia no profit.

La decisione della Corte Ue – La Corte di giustizia, pronunciatasi in Grande Chambre, ha invece annullato sia la decisione della Commissione europea che la sentenza del Tribunale Ue, spiegando che tali circostanze costituiscono mere “difficoltà interne” all’Italia, “esclusivamente ad essa imputabili”, non idonee a giustificare l’emanazione di una decisione di non recupero. La Commissione europea, si legge nella sentenza, “avrebbe dovuto esaminare nel dettaglio l’esistenza di modalità alternative volte a consentire il recupero, anche soltanto parziale, delle somme”.

Inoltre, ha ricordato che i ricorrenti erano situati “in prossimità immediata di enti ecclesiastici o religiosi che esercitavano attività analoghe” e dunque l’esenzione Ici li poneva “in una situazione concorrenziale sfavorevole (..) e falsata“. La Corte di giustizia ha ritenuto invece legittime le esenzioni dall’Imu, l’imposta succeduta all’Ici, introdotte dal governo Monti, anch’esse oggetto di contestazione da parte dei ricorrenti. L’Imposta municipale unica infatti non prevedeva esenzioni per gli immobili dove venivano svolte attività economiche, anche se di proprietà della Chiesa.

 
  

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