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Dopo la sentenza del Consiglio di Stato ancora più urgente l’approvazione delle unioni civili

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«Fermo restando che anche i magistrati possono avere le loro idee, risulta difficile credere all’imparzialità dell’organo giudicante, considerate le sortite passate del giudice Carlo Deodato e le notizie che circolano sui legami del presidente Romeo con l’Opus Dei». Esprime disappunto Raffaele Carcano, segretario dell’Uaar, in merito alla sentenza del Consiglio di Stato che boccia le trascrizioni da parte di alcuni sindaci italiani di nozze gay contratte all’estero.

«Deodato si difende dicendo di aver applicato la legge in modo a-ideologico e rigoroso, lasciando fuori le convinzioni personali e non possiamo che prenderne atto. Certo è che l’uso spregiudicato dei social network è quantomeno inopportuno per chi ricopre incarichi così delicati. A questo punto però — prosegue Carcano — si fa ancora più evidente la necessità che il Parlamento approvi al più presto il ddl sulle unioni civili, rimandato per ora a gennaio. L’approvazione delle unioni civili è solo uno dei passi che il nostro Paese deve compiere se vuole finalmente fare il salto da una democrazia incompiuta a una piena e a garanzia di tutti. Per l’Uaar — conclude il segretario — si tratta di una battaglia di laicità e per quanto ci riguarda continueremo a fare pressioni affinché si proceda al più presto a colmare il gap che ci separa da Paesi che davvero possono definirsi civili e democratici».

Comunicato stampa Uaar

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Trent’anni senza il muro ma le divisioni si accentuano

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

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Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino. Non il muro fisico, che poi originalmente erano i muri visto che la separazione tra le due parti della città era composta da due recinzioni in cemento armato separate da una striscia detta “della morte”, bensì quello ideale. Quel giorno infatti venne decretata l’apertura delle frontiere e la libera circolazione dei berlinesi dell’est e dell’ovest; la demolizione della recinzione prefabbricata cominciò nei giorni seguenti e la riunificazione politica della Germania avvenne quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1990.

Si trattò forse dell’evento più significativo di quella fase, iniziata con la perestrojka dell’ultimo presidente sovietico, Gorbačëv, e terminata con la dissoluzione dell’Urss/Csi che segnò la fine della guerra fredda tra due mondi caratterizzati da visioni politico/economiche diametralmente opposte, ma accomunati da simili mire egemoniche. I due blocchi erano profondamente diversi anche nei confronti della dimensione religiosa: quello americano/capitalista era a forte trazione cristiana e arrivava a negare agli atei alcuni diritti civili, mentre quello sovietico/comunista affermava la necessità di uno Stato lontano da qualsiasi culto e di fatto perseguiva le religioni, poi concretizzatasi in un vero e proprio ateismo di Stato nel regime illiberale albanese di Hoxha. Tuttavia alla caduta del comunismo non è corrisposto un analogo declino dell’incredulità, anzi. Semmai oggi sono i religiosi a diminuire costantemente lasciando spazio a non affiliati e non credenti, soprattutto e paradossalmente in Occidente.

In generale il dopo muro veniva visto come foriero di distensione e quindi di pace. Mai come in quel momento gli spettri della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi sembravano destinati a svanire, se non definitivamente almeno per parecchio tempo. Niente più prevaricazione violenta, non fascismi di qualsivoglia colore ma democrazia, non odio ma fratellanza, al limite leale confronto.

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

Il muro di Berlino è citato in questi giorni della ricorrenza del trentennale più o meno ovunque, ma in un caso in particolare è stato tirato in ballo dal sindaco di Predappio Roberto Canali in un contesto insolito: quello di un treno della memoria in viaggio verso Auschwitz. In breve: secondo un progetto che va avanti da diversi anni, all’amministrazione predappiese è stato nuovamente chiesto un contributo di 370 euro per portare due studenti locali a visitare l’ex campo di sterminio, ma il sindaco ha negato il contributo sostenendo che l’iniziativa promuoverebbe una visione di parte della storia tralasciando altre tragedie, come appunto l’oppressione stalinista di cui è simbolo il muro di Berlino o le foibe.

Indubbiamente una visione di parte in tutto ciò c’è, se Canali vuole vederne il vero promotore non ha che da guardare in uno specchio. Nessuno si sognerebbe di negare gli eventi tragici a cui tiene in particolare Canali, farlo sarebbe certamente partigiano, ma da qui a dire che o si parla di tutto o non si deve parlare di nulla ce ne corre, e anche parecchio. Aggiungiamo a tutto ciò altre due considerazioni che completano il quadro: la prima è che Predappio ha dato i natali a Mussolini e periodicamente vi si svolgono celebrazioni del fascismo, come per le ricorrenze della marcia su Roma e del compleanno di Mussolini, e questo aggrava se vogliamo la posizione di Canali. La seconda è che, essendo globale e molto più grande la portata dell’orrore nazifascista, la giornata della memoria nella data della liberazione di Auschwitz è una ricorrenza internazionale e non è possibile subordinarla ad altri orrori di diverso segno politico per una sorta di “par condicio ideologica”. Non senza risultare veramente, veramente di parte. E anche abbastanza patetici.

Ad Auschwitz è scampata la senatrice Liliana Segre, una delle ultime sopravvissute ancora viventi. Non sono purtroppo sopravvissuti con lei anche i suoi familiari. Anche Segre deve aver vissuto la fine del secolo scorso nella speranza che il terzo millennio sia improntato alla pace, perché con quello spirito ha recentemente promosso in Parlamento l’istituzione di una commissione straordinaria contro intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e violenza. La sua mozione è stata approvata dal Senato senza voti contrari ma con ben 98 astenuti. Astensioni pesanti, da parte di Lega, Fdi e Fi che sono anche rimasti seduti durante l’ovazione tributata alla senatrice perché vedevano nella mozione un velato rischio contro la libertà di espressione. Che è poi un leitmotiv di tutte le volte in cui si vuole rivendicare il diritto di odiare e di negare diritti all’oggetto dell’odio: allora si grida al bavaglio, come a suo tempo nel caso della proposta di legge contro l’omofobia.

Di certo non è l’esercizio della libertà di parola che ha portato in questi giorni il prefetto di Milano a decidere di assegnare una scorta a Segre. Non sono libertà di opinione i 200 messaggi minacciosi che la senatrice riceve quotidianamente, e non lo sono nemmeno gli striscioni gratuiti esposti da Forza nuova per protestare proprio contro il diritto di Segre di raccontare, di parlare di discriminazioni, soprattutto nelle scuole. È odio, è intolleranza. Da parte di chi vuole che l’odio dilaghi e l’intolleranza diventi un diritto. Da parte di chi vuole ricordare il peggio del ventesimo secolo ma non per starne alla larga, non come monito affinché non riaccada ciò che è accaduto, bensì per celebrarlo e magari ripristinarlo.

La società dei diritti è vista come una minaccia da queste persone, perché impedisce loro di rivolgere il loro astio contro chiunque non corrisponda a quell’individuo che essi assumono a modello ideale. Quella attuale è per loro un tipo di società da azzerare, da riformare affinché sia omogenea, perché l’eterogeneità è il male. Il diverso è un cancro. Nella comunicazione però la frittata viene girata allo scopo di far credere che sia la società a odiare piuttosto l’odiatore, a impedirgli di esprimere se stesso, la sua individualità. Il tormentone creato in varie forme sul discorso di Giorgia Meloni è in questo senso emblematico, perché ripete ossessivamente “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” lasciando intendere di essere discriminata per questo. Ma chi discrimina Meloni perché donna? Sono le persone Lgbt a essere discriminate, da Meloni innanzitutto, e sono sì discriminate spesso le donne ma a nessuno è permesso di rivendicarlo come diritto. E chi la discrimina perché cristiana? Sono gli ebrei come Segre ad aver subito molto più che semplice discriminazione, sono gli atei a essere discriminati in varie parti del mondo e anche qui, da noi. Non sono i cristiani a subire discriminazioni, almeno non nel nord del mondo dove anzi godono di immensi privilegi.

E allora, per tornare al discorso di partenza, il nostro sogno di un mondo di pace e di rispetto reciproco era solo un’illusione o possiamo ancora considerarlo valido? Il muro di Berlino è crollato nell’89 tirandosi idealmente dietro un secolo di guerre e di regimi oppressivi di vari colori, da quelli neri che hanno portato alla grande guerra a quelli rossi che hanno portato miseria e paura. Adesso i muri sembrano voler risorgere, non sotto forma di cemento e mattoni ma in modo più subdolo: nelle menti e nelle coscienze. Siamo sempre in tempo per ostacolare questa rinascita. Speriamo di non perdere l’occasione di farlo.





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Mamma li papisti (più papisti del papa)!

Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

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Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

Stiamo parlando di Recep Tayyip Erdoğan. Ma il facile escamotage retorico deve far riflettere sull’ipocrisia della destra italiana (Lega, Fratelli d’Italia) che a parole attizza l’antica paura dei mori e all’atto pratico ne condivide valori e visione.

In particolare, la nuova stagione leghista fa della religione cristiana un punto cardine della propria azione politica e del messaggio trasmesso. L’organizzazione del Family world congress a Verona è il manifesto di questo andamento, con tanto di appoggio di tutti i gradi della struttura gerarchico-amministrativa in carica in quel momento: sindaco, governatore, ministro, vicepresidente del consiglio.

È utile ricordare che durante il governo Lega-M5S il ministero della famiglia è stato affidato a Lorenzo Fontana, dichiaratamente contrario ad aborto, unioni civili ed educazione sessuale. La scelta di questo profilo lancia un messaggio reazionario evidente.

Se le “radici cristiane” diventano collante e propulsore della nuova Lega, lo spauracchio dello straniero invasore è la connessione con il passato. Nel racconto leghista, la “palandrana di merda” musulmana è sempre pronta a sottometterci, privandoci delle nostre libertà personali, mettendo il velo alle nostre donne e costringendoci a mangiare tortellini ripieni di carne di pollo. Ed è proprio in questo punto che avviene il corto circuito logico di cui soffrono milioni di italiani, incluso chi vota partiti progressisti. I diritti civili conquistati negli ultimi 50 anni (divorzio, aborto, educazione sessuale, parità di genere) vengono associati al pacchetto-occidente in cui è inserita istintivamente anche la tradizione cristiano-cattolica. Basandosi su questo assunto, di fronte alla minaccia di perdere questi diritti per un’invasione musulmana, la soluzione è rifugiarsi nell’uguale e opposto della religione cattolica. Come se la kriptonite del superman islamico fosse la religione cattolica.

Chiaramente questa visione è frutto di suggestioni e non di logica. La Chiesa cattolica infatti condivide esattamente la stessa visione del mondo musulmano osservante sul ruolo della donna in famiglia, sull’omosessualità, sui diritti riproduttivi e su quelli del fine vita. È paradossale, quindi, che chi vota la Lega per proteggersi dall’islamizzazione nei fatti supporta l’avvicinamento dell’Italia all’Arabia Saudita.

Divorzio, aborto, eutanasia, sono tutti diritti civili contro cui la Chiesa si è sempre battuta e continua a farlo tuttora con mezzi espliciti o subdoli, come l’obiezione di coscienza dei ginecologi. Ogni tentativo di educazione sessuale moderna è osteggiata, l’omosessualità è condannata – con Francesco non è cambiato proprio nulla – e la posizione della donna deve essere principalmente quella di produttrice di bambini. E anche il terrificante velo islamico è concettualmente uguale a quello che la Chiesa impone alle sue sostenitrici più fedeli.

L’ideale della battaglia di Lepanto è ancora diffuso, ma riguardo regole da seguire le tre religioni abramitiche sono difficili da distinguere. Non è un caso che la famosa lezione di Ratisbona di Benedetto XVI, pochi anni prima dell’abdicazione cosmetica a favore di Bergoglio, sia stata salutata positivamente dall’intellighenzia musulmana (non dal popolo musulmano: ironicamente l’incapacità di analisi del messaggio profondo è a doppio senso): “Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture”. Insomma, è inutile farci illusioni, la ragione è il nemico e le religioni devono unirsi per contrastare la deriva secolarizzante della società.

E allora ribadiamo una verità semplice ma che si sta perdendo: qualsiasi partito politico di ispirazione religiosa cercherà di imporre regole basate su dogmi ed interpretazioni arbitrarie di testi ambigui. Di conseguenza, regole irrazionali e che favoriranno solo una porzione della popolazione. Questo punto era molto chiaro a chi ha vissuto in società sottomesse ai dogmi religiosi (leggetevi Garibaldi): noi ce ne stiamo dimenticando proprio perché ci siamo liberati da molte delle catene imposte dalla religione in Italia.

Crocifisso, mezzaluna, stella di David, sono marchi differenti dello stesso prodotto. La sola via per una società equa, che rispetti i diritti dell’individuo, è la laicità dello stato. Una laicità concreta, non solo un principio supremo boicottato nei fatti da istituzioni clericali. Per questo è importante battersi per difendere i diritti civili laici conquistati, e per conquistarne di nuovi. L’Uaar lo fa da trent’anni: passa a trovare i suoi attivisti nei circolisostienila anche tu!





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United colors of blasphemy

Dal 2017 è una sentenza, la 1952, della III sezione penale di Cassazione che ben al di là del caso singolo e riprendendo analoga statuizione del 2015 ha di factoreso impossibile qualsivoglia critica alla religione

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Grave persino la confusione fatta dall’imputato fra Bernardo e Bartolomeo, il vero e inimitabile santo dalla pelle scorticata. A proposito di iconografia vagamente dark, diciamo così prima che ci multino pure a noi.

Anche perché il giudice Moccia sembra aver ben chiara la linea da seguire come magistrato della Repubblica italiana, linea che alla separazione fra giustizia divina e terrena e fra giustizia italiana e vaticana non sembrerebbe dare poi gran peso. Presidente del Collegio giudicante su un noto caso di abusi su minori da parte di un sacerdote poi condannato, nel considerare vescovo e curia totalmente ignari delle violenze perpetrate da un loro sottoposto ha parlato o meglio scritto in sentenza di processo «disturbato» da un clima di «anticlericalismo tematico», clima senza «alcuna legittimazione storica», dato «l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia». Ah beh, allora… Ci pensa Francesco.

Ma per tornare a Toscani, legittimo sia inviperito. Minaccia ricorsi, alla Corte costituzionale (ma non è possibile per il privato cittadino) e alla Corte Edu (ma dovrebbe prima esaurire i ricorsi interni). Il seguito giudiziale quindi, se ci sarà, resta avvolto nel mistero. Di sicuro le espressioni per le quali è stato condannato proprio grazie alla condanna stessa hanno avuto una eco e una diffusione maggiore, riprese tal quali persino da quelle testate che ne invocano la gogna, senza che nessuno abbia sottolineato ancora quanto il tutto sia paradossale. Dalla ingiustificata repressione della libertà di opinione alla corrispondente tutela forzosa di una supposta superiorità non solo morale del fenomeno religioso, in specie cattolico.

Ma del resto siamo nel paese dove per la massima corte amministrativa il crocifisso è simbolo di laicità, dove si può bestemmiare la Madonna perché non è divinità ma a lesionarne una statua oggetto di culto si rischiano fino a due anni di carcere, ma soprattutto dove il processo reazionario è in atto già da un po’ in un pressoché totale silenzio di dottrina e opinione pubblica.

Del 2017 è una sentenza, la 1952, della III sezione penale di Cassazione che ben al di là del caso singolo e riprendendo analoga statuizione del 2015 ha de facto e de iure reso impossibile qualsivoglia critica alla religione. Critica nella sostanza parificata al vilipendio tout court. Ci dice infatti la Suprema Corte che «in materia religiosa, la critica è lecita quando – sulla base di dati o di rilievi già in precedenza raccolti o enunciati – si traduca nella espressione motivata e consapevole di un apprezzamento diverso e talora antitetico, risultante da una indagine condotta, con serenità di metodo, da persona fornita delle necessarie attitudini e di adeguata preparazione, mentre trasmoda in vilipendio quando – attraverso un giudizio sommario e gratuito – manifesti un atteggiamento di disprezzo verso la religione cattolica, disconoscendo alla istituzione e alle sue essenziali componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio ad essa riconosciute dalla comunità, e diventi una mera offesa fine a se stessa». In soldoni, o si hanno alle spalle una robusta preparazione, magari un paio di lauree, un sondaggio Doxa e uno Istat, una sostanziosa bibliografia che nei secoli sostenga i propri generici enunciati o non si può aprire bocca senza commettere vilipendio.

Questo nei fatti è un balzo indietro nella tutela della libertà di espressione cha fa tornare a ben prima degli evocati da Toscani anni ‘60. Che fa a pugni con le garanzie costituzionali e sovranazionali. Che odora pesantemente di censura e che si appalesa in netta controtendenza rispetto alla abolizione del reato di blasfemia, abolizione raccomandata dall’Onu già dal 2014, avvenuta in sempre più numerosi paesi europei, ultima la cattolicissima Irlanda, incoraggiata dalla campagna alla quale partecipa anche l’Uaar #endblasphemylaw. Ma a quanto pare da noi i retaggi fascisti più o meno nascosti tra le pieghe dell’ordinamento sono tornati (o mai passati) di moda. E con prepotenza vengono applicati, ritenuti superiori a quelle libertà fondamentali di espressione, di coscienza e di pensiero che tutti, ma davvero tutti, dovremmo preoccuparci di difendere.





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