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Medicina

Dr Reckeweg, fumetto antiscientifico

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Gli errori del fumetto (promozionale) sull’omeopatia. Dr Reckeweg Mistery Tales racconta i prodotti omeopatici in una storia a sfondo misterioso, elogiandone l’efficacia. Peccato sia tutta fantascienza e che si tratti di materiale promozionale

i intitola Dr Reckeweg Mistery Tales ed è un volumetto digitale di 24 pagine che esce mensilmente gratis online. È “un fumetto dedicato a tutte le persone curiose, che amano il mistero, i racconti e la conoscenza e che, da oggi, potranno scoprire l’affascinante mondo della Medicina omeopatica“, si legge sul sito del progetto di Digital for Business con il contributo dell’Istituto di medicina omeopatica. Racconta la storia di Mark Reckeweg, un giovane omeopata nipote dell’Heinrich Reckeweg che, nella prima metà del Novecento, avrebbe dato – secondo quanto si legge nell’introduzione dei tre volumetti usciti finora – un contributo molto importante all’omeopatia. Il giovane Mark si troverà ad affrontare gravi e strane malattie che riuscirà a debellare proprio grazie ai rimedi omeopatici.

Dr ReckewegFin qui il fumetto Dr Reckeweg potrebbe rappresentare la trama di un fumetto mystery di discreta fattura che vuole strizzare l’occhio agli appassionati Bonelli; in realtà, si tratta semplicemente di un elogio dell’omeopatia, con lo scopo (poco velato) di esaltarne l’efficacia e promuoverne l’uso a fini commerciali (più in là vedremo i dettagli). Ogni numero, infatti, è corredato di una serie di approfondimenti dedicati proprio alla spiegazione della sua storia e del suo funzionamento. Peccato che, come abbiamo ricordato molte volte, non ci si sia alcuna prova scientifica che l’omeopatia funzioni più di quanto faccia un comune placebo come acqua e zucchero. Sebbene il fumetto possa anche essere un passatempo piacevole, infatti, nel trasmettere informazioni scientifiche incorre in diversi errori. Ecco quali sono.

1. La semplificazione dell’omeopatia

Già nel primo numero del fumetto Dr Reckeweg  si legge brevemente quali siano i principi sui cui si basa l’omeopatia: sommininistrare, a concentrazioni molto basse, una sostanza capace di scatenare nella persona sana gli stessi sintomi della malattia, avrà come conseguenza il curarla, secondo l’ipotesi che “il simile cura il simile“.

 

Per questo il principio attivo in ogni preparato omeopatico viene diluito tantissime volte, oltre che dinamizzato (agitato, in pratica) per liberarne le proprietà. Peccato che, a furia di annacquare il prodotto, e questo non viene sottolineato, di molecole attive non ne resti spesso neanche una. E, almeno secondo quanto dice la #scienza , se non c’è alcun principio attivo (o se la concentrazione non è abbastanza alta), è inutile aspettarsi di avere un effetto diverso da quello di un placebo (qui trovate una trattazione più ampia del problema). Sebbene gli omeopati tirino in ballo la meccanica quantistica o la memoria dell’acqua per spiegarne il funzionamento, l’ultima rassegna che ha esaminato 225 articoli scientifici, infatti, ha concluso che l’omeopatia non è efficace per alcun disturbo.

Dr Reckeweg

2. Meglio chiamarli prodotti omeopatici

In tutto il fumetto Dr Reckeweg si continua a parlare di “medicinali omeopatici”. Questo nome è corretto da un punto di vista legale, ma bisogna fare attenzione alla definizione che il ministero della Salute dà per un medicinale: “ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane“. È proprio quel “presentata” che fa la differenza e dovrebbe far insospettire sul loro funzionamento.

Ecco quanto si legge sempre sul sito del ministero: “I medicinali omeopatici ad alta diluizione sono riconoscibili perché riportano sulla confezione esterna la seguente dicitura: ‘medicinale omeopatico‘ seguita dalla frase ‘senza indicazioni terapeutiche approvate’. Ciò significa che nessuna valutazione dell’efficacia del prodotto è stata effettuata dall’autorità competente (Aifa)“. I prodotti omeopatici, infatti, non seguono il normale iter dei farmaci, che prevede diverse fasi di studi di laboratorio e clinici per dimostrare che una certa molecola curi qualche malattia.

Chiamarlo medicinale, quindi, dona al prodotto più autorevolezza, ma non assicura che funzioni.

3. Per malattie gravi, anziani e bambini?

Nei primi episodi del fumetto Dr Reckeweg, il nostro Mark incontra un uomo di nome Caspar, che inizialmente sembra aver attaccato un bambino. Si scopre in seguito, perdonate gli spoiler, che si tratta semplicemente di una senzatetto con una “rara e grave forma di pioderma gangrenoso” che, secondo il portale per le malattie rare Orphanet, è caratterizzata da ulcere cutanee ricorrenti, si associa spesso a malattie infiammatorie viscerali come quella di Crohn, effettivamente diagnosticata nella storia, che viene normalmente curata con corticosteroidi e ciclosporina.

Piuttosto che affidarsi a questi farmaci, però, Mark Reckeweg preferisce ovviamente puntare sull’omeopatia, prescrivendo contro le infiammazioni cutanee il Sulphur, un preparato che prevede che cristalli di zolfo siano triturati con alcol puro, fatti bollire, filtrati e poi sottoposti a diluizione e dinamizzazione. Oltre ad altri rimedi per dolori addominali, intossicazione e disidratazione.

Stesso discorso vale per il trattamento del nonno di Mark, affetto dal morbo di Alzheimer, oppure per un bambino con un’otite media: meglio l’omeopatia che la medicina classica. Due pagine intere del terzo numero sono infatti usate per spiegare al lettore come i prodotti diluiti e dinamizzati possono risolvere l’otite; il farmacista che li ha prescritti, agli occhi del bimbo malato, diventa addirittura un vero supereroe. Dopotutto lo ha fatto guarire in due settimane, un periodo così lungo che l’otite sarebbe potuta scomparire spontaneamente (o degenerare).

Dr Reckeweg

Affidarsi ai rimedi omeopatici, difatti, può ritardare l’inizio di un’eventuale terapia farmacologica, aumentando le complicazioni e i conseguenti rischi per la salute. A qualsiasi età.

4. La sfiducia nella scienza ufficiale

In tutto il fumetto Dr Reckeweg si vedono due diversi tipi di medici (oltre ai veri e propri omeopati): da un lato troviamo gli scettici convertiti, quei dottori che non credevano nell’efficacia dei prodotti omeopatici, ma che ormai sono convinti che l’omeopatia consenta di vedere il proprio lavoro da un’altra prospettiva (“Da ogni prospettiva si guardi, ogni terapia è sempre una cura“). Dall’altro lato, invece, troviamo dei misteriori e crudeli scienziati che hanno pagato il senzatetto Caspar per sottoporsi a crudeli esperimenti che lo hanno lasciato malato e in stato confusionale.

Dr Reckeweg

In sostanza, i medici buoni sono a favore dell’omeopatia, quelli cattivi invece usano cavie umane. Anche se non fosse corredato di lunghe spiegazioni su quanto l’omeopatia sia utile ed efficace, il messaggio che vuole lanciare il fumetto sarebbe abbastanza chiaro.

5. Perché promuovere l’omeopatia?

Dopo la lettura dei tre numeri usciti finora, il dubbio si insinua molto facilmente. Perché prendersi la briga di realizzare un fumetto che getti una luce così positiva sull’omeopatia? Con una rapida ricerca online, la situazione sembra più chiara anche per chi non conosce tutti i brand omeopatici. Basta cercare “Dr Reckeweg“: si tratta di una casa produttrice di rimedi omeopatici, fondata dal sopracitato Heinrich Reckeweg, progenitore del protagonista della storia, Mark. Scartabellando tra fumetti e piattaforma online dedicata, non si trova alcun riferimento a un legame tra i due, eppure il logo di Dr Reckeweg Mistery Tales è lo stesso che compare sul sito dell’azienda.

Nel dubbio, abbiamo chiesto ai diretti interessati, ed ecco la loro risposta: “L’iniziativa è stata ideata e sviluppata da Digital for Business, agenzia di comunicazione e marketing digitale specializzata nel settore Pharma & Healthcare per conto di Imo S.p.a.. Imo (Istituto di medicina omeopatica) ha contribuito in modo significativo a favorire la diffusione dell’omeopatia in Italia e distribuisce fin dal 1947 la gamma dei complessi omeopatici tedeschi Dr. Reckeweg, azienda leader nel settore dell’omeopatia“, grassetto nostro. Un’informazione che manca sul sito e nel fumetto e che forse sarebbe meglio evidenziare.

 

 

Crediti :

Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Italiani e psicofarmaci, cosa c’è di vero in quello che dice Matteo Salvini

Matteo Salvini dice che l’elevato consumo di psicofarmaci da parte degli italiani sarebbe dovuto a “mancanze di speranza, fiducia, prospettive”. Ma lo scenario è ben più complesso

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Sette milioni di italiani che assumono ogni giorno psicofarmaci per combattere la depressione. Un malato su due che, per di più, considera inutile il trattamento, ritenendo di potersi curare con terapie fai da te. Un aumento del 20% del consumo di antidepressivi in Europa in meno di 5 anni. Sono solo alcuni dei preoccupanti risultati di diversi studi che hanno da poco fotografato lo scenario italiano ed europeo della salute mentale. E che hanno portato l’Unione europea a definire “emergenziali” i costi legati a tali terapie, che hanno raggiunto l’esorbitante cifra di 240 miliardi di euro l’anno. Al tema si è recentemente agganciato anche Matteo Salvini, che ha sostenuto come l’aumento del consumo di psicofarmaci nel nostro Paese sia legato, guarda caso, a problemi lasciatici dai governi precedenti: “Senza un lavoro stabile”, ha detto il leader della Lega, “non c’è prospettiva, famiglia, figli. Non è possibile che il 20% degli italiani usi psicofarmaci, spesso per mancanza di speranzafiduciaprospettive. La verità, però, è che il problema della salute mentale e dell’uso (e abuso) degli psicofarmaci è ben più complesso. E legarlo a una vaga “mancanza di speranza” nel futuro ne rappresenta una semplificazione estrema, se non addirittura distorta.

Tanti malati, tanti farmaci
Cominciamo dai numeri. Il Rapporto sulla salute mentaleappena divulgato dal ministero della Salute (in occasione del quarantennale dell’approvazione della legge Basaglia, il provvedimento in cui si abolivano i manicomi) contiene alcuni dati interessanti per fotografare lo stato della salute mentale nel nostro paese.

Le cifre (relative però al 2016 e ai soli pazienti che hanno avuto un contatto con strutture psichiatriche, pubbliche o private) dicono che in Italia la patologia mentale più frequente è proprio la depressione, con un’incidenza di 15,7 casi su 10mila abitanti, seguita dalle sindromi nevrotiche e somatoformi (9,9 casi su 10mila abitanti) e dalla schizofrenia e altre psicosi funzionali (7,1 casi su 10mila abitanti). Quanto alla demografia, un dato interessante è quello relativo alla distribuzione di genere dei pazienti depressi: l’incidenza nelle donne (19,1 su 10mila abitanti) è superiore rispetto a quella negli uomini (12,0 su 10mila abitanti).

Per quanto riguarda poi il consumo di farmaci, il rapporto enumera solo le cifre relative alla spesa, sia in regime di assistenza convenzionata che in distribuzione diretta: per gli antidepressivi abbiamo speso in totale 340 milioni di euro, per circa 35 milioni di confezioni; per la categoria degli antipsicotici, invece, la spesa totale si attesta su 170 milioni di euro, per circa 11,5 milioni di confezioni; per la categoria litio, infine, abbiamo speso circa 4 milioni di euro per quasi un milione di confezioni.

Di cosa parla Salvini?
I numeri a cui fa riferimento Salvini sembrerebbero riferiti a Ipsad(Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs), uno studio di prevalenza condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche in collaborazione con l’Agenzia italiana per il farmaco e relativo all’uso di alcool e di altre sostanze psicoattive, sia lecite che illecite, sulla popolazione italiana. Ed è un po’ curioso che Salvini li abbia citati proprio in questo momento, perché si tratta di cifre relative all’anno 2014 e già noti da tempo: “I dati citati da Salvini”, ci spiega Sabrina Molinaro, epidemiologa parte del team che ha condotto la ricerca, “fanno parte di uno studio più ampio, condotto a partire dal 2001-2002. Dall’analisi dei questionari che abbiamo somministrato al campione in esame, si stima che circa 7 milioni di persone nella fascia d’età 15-74, corrispondenti al 16% della popolazione, abbiano assunto psicofarmaci almeno una volta nel corso dell’anno, soprattutto le donne (poco meno del 21%, contro l’11% degli uomini”. Ancora qualche dato demografico: “Il consumo di psicofarmaci aumenta con l’età: è infatti tra gli over 55 che si osservano prevalenze superiori, con una marcata differenza di genere in questa classe d’età”, in linea con quanto emergeva dal succitato rapporto del ministero della Salute. I farmaci più consumati, dice lo studio, sono tranquillanti ansiolitici, assunti da 5,7 milioni di persone, pari al 12,6% della popolazione.

Nel citare il dato del 20%, Salvini fa probabilmente riferimento non al consumo di psicofarmaci, ma all’incidenza della depressione: “Dalla somministrazione del test di screening Depression Anxiety Stress Scales, continua la ricercatrice, “è risultato che il 21% circa della popolazione di 15-74 anni residente in Italia, cioè circa una persona ogni cinque di pari età, risulta avere un grado moderato-severo di depressione, il 19% di ansia e il 12% di stress, livelli che ancora una volta risultano superiori nel genere femminile”.

Il punto di vista degli psichiatri
A fronte di una situazione clinica ed epidemiologica certamente preoccupante – secondo l’Organizzazione mondiale della sanità oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo soffrono oggi di depressione, il 18% in più rispetto al 2005 – è bene però sottolineare che, dal punto di vista psichiatrico, affermare che l’aumento dell’incidenza delle malattie mentali e del consumo di psicofarmaci sia legato a un peggioramento delle condizioni socioeconomiche è una semplificazione eccessiva e per alcuni versi errata. “Effettivamente”, ci spiega Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria e docente all’Università di Cagliari, “c’è un aumento nel consumo di psicofarmaci e nel numero di persone affette da disturbi mentali clinicamente evidenti. Tuttavia quella di Salvini è una generalizzazione eccessiva: certamente il deterioramento delle condizioni di vita in termini di status economico e sociale determina un aggravamento generale della salute mentale, ma bisogna tener presente che su disturbi di questo tipo pesano molto di più tutti i fattori legati alla sfera intima dell’individuo”. Continua lo psichiatra: “Soprattutto il rapporto causa-effetto è tutt’altro che accertato: ci sono infatti diverse evidenze scientifiche che mostrano che la causalità potrebbe andare nel verso opposto. Ossia che un deterioramento della salute mentale della popolazione implichi una diminuzione della produttività e del Pil”. Uno scenario, per l’appunto, molto più sfaccettato di quello che sembrerebbe suggerire Salvini. “Non è pensabile”, prosegue Carpiniello, “pensare di avere una bacchetta magicaper risolvere problemi che in realtà sono multifattoriali e investono campi diversi della sanità e della società”.

A rincarare la dose è anche Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze e salute mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano. “È vero che tanti italiani prendono psicofarmaci”, conclude, “e non posso che auspicare l’avvio di un programma politico in grado di incidere davvero su mancanza di lavoro e prospettive. Ma è anche vero che l’Italia, a livello europeo, ha consumi più bassi rispetto a economie che viaggiano più veloci come quella della Germania, dell’Olanda, della Francia, della Gran Bretagna e della Spagna. Per non parlare degli Stati Uniti: insomma, fiducia, ottimismo e lavoro sono importanti ma la qualità di vita, e lo stato generale dell’economia, non possono essere valutati solo in base al consumo di psicofarmaci”.

 
  

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Medicina

Immunoterapia senza chemioterapia Prospettive per il tumore al polmone

Grazie a un nuovo marker (TMB), che misura il numero di mutazioni, si potrà scegliere un trattamento su misura per ogni paziente. In uno studio questo ha permesso
di rinunciare alla chemioterapia nel 40 per cento dei casi

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Ogni giorno si registrano 115 nuovi casi di tumore al polmone; l’anno scorso si sono ammalati circa 41.800 italiani. È tra le neoplasie più difficili da trattare, anche perché nel 60-70 per cento dei casi è diagnosticata in fase avanzata, e la sopravvivenza a cinque anni è ancora molto bassa, pari al 15,8 per cento dei malati. Per questi pazienti l’immuno-oncologia, che funziona stimolando le cellule del sistema immunitario a combattere il cancro, ha rappresentato un importante passo in avanti nel trattamento della malattia e sta aprendo nuove prospettive anche in prima battuta, al momento della diagnosi. In particolare, è stato identificato un nuovo biomarcatore, il Tumor Mutational Burden (TMB), che misura il numero di mutazioni permettendo di “fotografare” in modo completo le alterazioni molecolari del tumore. È la nuova frontiera dell’immunoterapia «di precisione» e rappresenta una prospettiva promettente nella lotta alla malattia.

Tumore ad alto numero di mutazioni

«Il TMB è uno strumento prezioso perché può permettere di identificare i pazienti che potrebbero rispondere meglio all’immunoterapia — spiega Nicola Normanno, direttore del Dipartimento di ricerca traslazionale dell’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli — . Studi recenti hanno dimostrato che questo tipo di trattamento è più efficace nei tumori caratterizzati da un alto numero di mutazioni». È il caso del tumore al polmone. La validità del biomarcatore TMB è stata dimostrata nello studio di fase 3 CHeckMate -227: i dati iniziali, presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research svoltosi di recente a Chicago, rappresentano un importante passo in avanti nel trattamento di prima linea del tumore del polmone non a piccole cellule.

Verso il superamento della chemioterapia?

«I risultati positivi di questo studio stabiliscono il potenziale di TMB come importante biomarcatore predittivo per la selezione dei pazienti candidabili al trattamento di combinazione con due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, nel tumore del polmone non a piccole cellule avanzato — spiega Federico Cappuzzo, direttore del Dipartimento di oncoematologia dell’Ausl Romagna — . Il tasso di sopravvivenza, libera da progressione della malattia a un anno, era più del triplo (43 per cento) nei pazienti trattati con la combinazione delle due molecole immunoterapiche rispetto a quelli trattati con la chemioterapia (13 per cento). Ci stiamo avvicinando alla concreta possibilità di abbandonare la chemioterapia nel trattamento di molte persone, pari a circa il 40 cento, colpite da questa neoplasia in fase avanzata. Si tratta di un grande vantaggio per i pazienti in termini di migliore qualità di vita».

Il farmaco giusto «a misura di paziente»

«I nostri obiettivi — dice Michele Maio, direttore del Centro di immunoncologia e dell’Unità operativa complessa di immunoterapia oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese — sono, da un lato, fornire la migliore terapia a ogni persona colpita da tumore, dall’altro, utilizzare al meglio le risorse disponibili. Il nuovo test TMB si sta rivelando un biomarcatore molecolare “solido”, cioè analizzabile in maniera univoca, e per questo è particolarmente affidabile. In sintesi, costituirà un importante avanzamento per aiutare il clinico a selezionare il giusto trattamento per ciascun singolo paziente in ogni stadio della malattia». «Conoscere la biologia del tumore — interviene Cappuzzo — ci guida nella pratica clinica e permette di discutere col paziente della strategia globale del trattamento, piuttosto che dire: facciamo due cicli di chemioterapia e poi vediamo che succede».

Basterà un prelievo di sangue per la diagnosi

Il nuovo test TMB, “fotografando” le mutazioni del tumore, ha ricadute importanti nella fase della diagnosi del cancro al polmone. «Per valutare il carico mutazionale è necessario analizzare un numero elevato di geni, da 300 a 500 — spiega Normanno — . In questo modo, possono emergere anche possibili alterazioni genetiche, decisive per le successive scelte terapeutiche. È opportuno, quindi, che questo test sia eseguito già al momento della diagnosi: così l’oncologo potrà disporre di una “fotografia” molecolare completa per ogni paziente e scegliere la migliore terapia nel singolo caso». E i ricercatori sono già al lavoro perché in un futuro non troppo lontano il test possa essere effettuato tramite biopsia liquida. «Si tratta di una prospettiva importante con chiari vantaggi per il paziente perché sarà sufficiente un semplice prelievo di sangue» conclude Normanno.

 
  

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Medicina

No, il vaccino anti-Hpv non provocherebbe danni neurologici

La rivista Scientific Reports ha ritrattato un articolo aspramente criticato che affermava che la somministrazione del vaccino anti-Hpv nei topi comportava danni neurologici: troppi dubbi sulla metodologia usata

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Non ci sono prove che il vaccino contro Hpv, il virus del papilloma umano che è il principale responsabile dei tumori al collo dell’utero, provochi danni neurologici. Adesso lo riconosce anche Scientific Reports, che dunque ritratta un articolo che aveva pubblicato nel 2016 in cui si sosteneva che i test effettuati sui topi avevano rivelato la tossicità del vaccino sul sistema nervoso. Con un breve comunicato la rivista evidenzia come la metodologiaapplicata nella ricerca non sia idonea agli obiettivi dello studio e che pertanto le conclusioni non possano essere accettate. Ormai però il danno d’immagine ha prodotto serie conseguenze sui tassi di vaccinazione delle ragazze, soprattutto in Giappone.

Fin dalla sua pubblicazione nel novembre 2016, il lavoro del gruppo guidato da Toshihiro Nakajima della Tokyo Medical University aveva fatto discutere. Nell’articolo i ricercatori giapponesi descrivono una ridotta mobilità e danni cerebrali nei topi vaccinati contro Hpv, ma l’approccio sperimentale non ha convinto gli esperti internazionali.

In particolare due gruppi di ricerca avevano subito scritto separatamente alla rivista Scientific Reports e al suo editore, il Nature Publishing Group, sottolineando problemi nell’impostazione degli esperimenti: a loro avviso la dose di vaccino utilizzata sui topi era in proporzione notevolmente più elevata di quella utilizzata nell’essere umano, inoltre non era stato inoculato da solo ma insieme alla tossina della pertosse. I critici facevano anche notare incongruenze tra i dati mostrati e le conclusioni tratte.

Nonostante Nakajima abbia difeso il proprio lavoro sostenendo di aver utilizzato un approccio comunemente usato in altri studi del genere e di stare preparando una risposta dettagliata a ogni critica, ora Scientific Reports sta per ritirare il documento. Una buona cosa, secondo il biologo molecolare all’Università di Anversa (Belgio) Alex Vorsters, che però arriva tardiva. L’articolo pseudoscientifico di Nakajima è rimasto in circolazione per ben 17 mesi ed è stato citato 20 volte in altri lavori scientifici, nonché comparso in oltre 1000 tweet.

Tutto il tempo, dunque, per fare danni. La pubblicazione di questa ricerca, infatti, ha spaventato i responsabili di salute pubblica, soprattutto in Giappone. I risultati sembravano infatti dare fondamento scientifico alle segnalazioni di effetti collaterali del vaccino contro l’Hpv come mal di testa, affaticamento e scarsa concentrazione. L’attenzione dei media e le pressioni di gruppi antivaccinisti avevano già portato i policy makergiapponesi a smettere di raccomandare il vaccino anti-Hpv già nel 2013, e il lavoro di Nakajima ha contribuito a far crollare la copertura vaccinale. Secondo l’epidemiologo dell’Università di Hokkaido Sharon Hanley la conseguenza sarà che il Giappone non vedrà alcuna riduzione nel tasso di incidenza dei tumori alla cervice uterina e di mortalità correlati.

Anche se è difficile che il ritiro dell’articolo influenzi l’opinione pubblica, gli esperti sperano quantomeno che aver finalmente riconosciuto l’inattendibilità dello studio di Nakajima possa far tornare il governo giapponese sui propri passi, avviando nuove campagne di sensibilizzazione e ricominciando a raccomandare il vaccino.

 

  

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