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Ecco la stella di neutroni più massiccia mai osservata

L’oggetto si chiama J0740+6620 e le sue caratteristiche sono state studiate da un’équipe di ricercatori del National Radio Astronomy Observatory alla University of Virginia e pubblicate sulla rivista Nature Astronomy.

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Credits immagine: X-ray (Nasa/Cxc/Eso/F.Vogt et al); Optical (Eso/Vlt/Muse & Nasa/STScI)

Più che stella di neutroni, è praticamente un buco neroche non ce l’ha fatta. Perché, stando a quanto dicono gli scienziati che l’hanno scoperta e caratterizzata, le sarebbe bastato un pizzico di massa in più per farla collassare su se stessa, schiacciata dalla sua stessa forza gravitazionale, e farle cominciare ad attirare tutta la materia circostante. Ma è comunque un oggetto da record: si tratta infatti della stella di neutroni più massiccia mai osservata finora. Contiene oltre due volte la massa del Sole, compressa in una sfera di appena 30 chilometri di diametro – si pensi, per confronto, che la nostra stella ha un diametro di quasi un milione e mezzo di chilometri.

L’oggetto si chiama J0740+6620 e le sue caratteristiche sono state studiate da un’équipe di ricercatori del National Radio Astronomy Observatory alla University of Virginia e pubblicate sulla rivista Nature Astronomy.

Stelle di neutroni e buchi neri

Le stelle di neutroni rappresentano l’ultima fase di vita di stelle molto grandi, che pesano tra 8 e 30 volte più del Sole. Quando esauriscono il carburante che innesca e mantiene attive le reazioni di fusione nucleare che avvengono al loro interno, queste stelle cominciano a espellere violentemente materiale nello spazio circostante. Infine, collassano sotto la propria forza gravitazionale, accorpando tutta la materia rimanente (generalmente dell’ordine di una o due volte la massa del Sole) in uno spazio piccolissimo. Ne risulta un oggetto ad altissima densità, pari a quella che si misura nei nuclei degli atomi: le stelle di neutroni, per l’appunto.

I buchi neri, come accennavamo, si formano più o meno allo stesso modo, anche se hanno bisogno di una massa di partenza ancora maggiore: al momento non è mai stato osservato un buco nero più leggero di cinque masse solari. Uno dei problemi ancora irrisolti riguarda, per l’appunto, la zona grigia tra stelle di neutroni e buchi neri, e in particolare il calcolo preciso della massa massima (ci si perdoni il gioco di parole) che porta alla formazione di una stella di neutroni e della massa minima necessaria alla formazione di un buco nero.

E poi riuscimmo a misurar le stelle

Il metodo usato per la misurazione della massa di una stella di neutroni. Credits: Yukterez/Wikimedia Commons
Misurando la massa di J0740+6620, gli astronomi hanno cercato per l’appunto di trovare una risposta a questa domanda. Riuscirci non è stato facile: la stella di neutroni si trova a oltre 4500 anni luce di distanza dalla Terra e ruota molto velocemente su se stessa. Analizzando le caratteristiche delle onde emesse dalla stella – e misurando in particolare un effetto chiamato ritardo temporale di Shapiro– per un arco temporale di cinque anni, gli scienziati sono riusciti a determinare la massa della stella stessa, pari a 2,14 masse solari, espressa in un intervallo di confidenza del 68,3%, il che la rende la stella di neutroni più massiccia mai osservata con questa precisione.

In passato sono state individuate altre due stelle di neutroni, PSR J2215+5135 e PSR B1957+20, con massa stimata di 2,27 e 2,4 masse solari rispettivamente, ma si tratta di misure meno attendibili rispetto a quelle condotte con il metodo usato dagli autori dello studio attuale. E dunque, fino a prova contraria, il record spetta a J0740+6620.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Come condividere il proprio computer per la ricerca contro il coronavirus

Il progetto di Ibm: raccogliere la potenza computazionale dei dispositivi nel mondo e concentrarla in un supercomputer virtuale per processare moli e moli di dati sanitari

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Ibm chiede l’aiuto di chiunque possieda un computer connesso a internet per partecipare al progetto OpenPandemics – Covid-19. Ogni utente avrà la possibilità di mettere a disposizione la potenza di calcolo della propria macchina per aiutare la ricerca di una cura al coronavirus.

Esattamente come avviene in Dragonball quando Goku chiede alle persone della terra di alzare le mani per donargli l’energia necessaria a sconfiggere MajinBu, Ibm, con il suo progetto OpenPandemics – Covid-19, chiede di mettere a disposizione la potenza computazionale dei loro personal computer. Più computer partecipano al progetto più aumenta la capacità di calcolo del supercomputer virtuale di Ibm.

World Community Grid come Goku, sfrutterà la potenza di calcolo dei computer degli utenti nel mondo per aiutare gli scienziati a sconfiggere il coronavirus


Il gigante dell’elettronica intende sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dai computer degli utenti, che decideranno di partecipare, per alimentare la sua World Community Grid. Grazie a questo supercomputer virtuale, gli scienziati che stanno cercando una cura per il virus, potranno elaborare l’immensa mole di dati raccolti in questi mesi d’emergenza.

La potenza di calcolo condivisa permetterà quindi alla World Community Grid di effettuare i milioni di calcoli al secondo necessari per le simulazioni dei composti bio-chimici necessari per debellare il virus.

Attualmente più di 770mila persone e 450 organizzazioni hanno già contribuito ad alimentare la World Community Grid fornendo quasi due milioni di anni di potenza di calcolo a sostegno di 30 progetti di ricerca, tra cui studi su cancro, Ebola, Zika, malaria e Aids.

Il progetto è stato ideato dall’istituto di ricerca Scripps Research e a dirigerne lo sviluppo c’è il ricercatore italiano Stefano Forli, assistente del dipartimento di Biologia integrativa strutturale e computazionale di Scripps Research.

Sfruttare la potenza di elaborazione inutilizzata su migliaia di dispositivi ci fornisce un’incredibile potenza di calcolo utile a selezionare virtualmente milioni di composti chimici”, spiega Forli in una nota: “Il nostro sforzo congiunto con i volontari di tutto il mondo promette di accelerare la nostra ricerca di nuovi, potenziali farmaci candidati ad affrontare le minacce biologiche emergenti presenti e future, sia che si tratti di Covid-19 o di un agente patogeno completamente diverso”.

Per mettere a disposizione la potenza di calcolo inutilizzata del proprio computer è sufficiente iscriversi al progetto e scaricarne l’applicazione. World Community Grid di Ibm opererà in background senza rallentare i sistemi degli utenti e garantendo la massima sicurezza della privacy proteggendone le informazioni personali.

 

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Aggirare le difese del cervello per curare i tumori

In topi di laboratorio è possibile trattare efficacemente un tumore cerebrale grave come il glioblastoma con l’immunoterapia, stimolando il drenaggio dei vasi linfatici del cervello e lasciando inalterata la barriera ematoencefalica

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Microfotografia di linfocita T (in rosa) all'attacco di una cellula tumorale (© Science Photo Library / AGF)

L’immunoterapia, una strategia terapeutica basata su farmaci in grado di stimolare il sistema immunitario ad attaccare i tumori, ha dimostrato enormi potenzialità negli ultimi anni, aumentando la sopravvivenza dei malati con diverse forme di neoplasie. Ma nel caso del glioblastoma, un tumore cerebrale mortale per il quale esistono pochi trattamenti efficaci, l’immunoterapia non ha avuto successo. Questo perché il cervello è protetto dalla barriera ematoencefalica, che impedisce l’accesso nel cervello agli agenti patogeni, interferendo però con le normali funzioni del sistema immunitario.

In uno studio su topi, ora pubblicato sulla rivista “Nature”, Akiko Iwasaki e colleghi della Yale University hanno trovato un nuovo modo di aggirare la barriera emato-encefalica, sfruttando l’estesa rete di vasi linfatici meningei che rivestono l’interno del cranio e hanno la funzione di raccogliere i rifiuti cellulari e di smaltirli attraverso il sistema linfatico del corpo.

Questi vasi si formano poco dopo la nascita, stimolati in parte dal gene che codifica per il fattore di crescita endoteliale vascolare C (VEGF-C). L’idea di Iwasaki e colleghi era verificare se si potesse sfruttare VEGF-C per aumentare il drenaggio linfatico e stimolare così la risposta immunitaria, valutando poi l’efficacia di questo intervento sui tumori cerebrali.

A questo scopo, i ricercatori hanno iniettato VEGF-C nel liquido cerebrospinale di topi di laboratorio affetti da glioblastoma e hanno osservato un aumento del livello di risposta dei linfociti T, un gruppo di cellule fondamentali del sistema immunitario, nei confronti delle cellule tumorali.
Il problema è però che alcuni tumori eludono l’attacco delle cellule tumorali stimolando i checkpoint immunitari, specifiche molecole che regolano il sistema immunitario, impedendo che esso attacchi le cellule dello stesso organismo. Una strategia dell’immunoterapia consiste quindi nel somministrare molecole denominate inibitori dei checkpoint immunitari, rendendo vana la strategia di difesa del tumore.

Iwasaki e colleghi hanno perciò provato a combinare la somministrazione di VEGF-C con inibitori del checkpoint comunemente usati in immunoterapia, aumentando in modo significativo la sopravvivenza dei topi. Ciò significa che l’introduzione del VEGF-C, in combinazione con i farmaci immunoterapici per il cancro, è una strategia efficace per colpire i tumori cerebrali.

“Questi risultati sono di grande interesse”, ha concluso Iwasaki. “Vorremmo portare questo trattamento ai pazienti con glioblastoma, che hanno una prognosi ancora molto scarsa con le attuali terapie di chirurgia e chemioterapia.”



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