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Cultura Generale

Non esiste il mistero

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2013061335Non c’è nulla di sovrannaturale e misterioso nell’Universo.
Già dall’antica Grecia, esattamente nel 300 a.C. un astronomo, Aristarco di Samo, aveva formulato una teoria sull’eclissi affermando che era un’ombra sulla Terra proiettata dalla Luna e non era un evento divino.
Aristarco di Samo , matematico ed astronomo, occupò un posto importante nello sviluppo dell’astronomia matematica; fu il primo a tentare di determinare le dimensioni e le distanze del Sole e della Luna.
I suoi studi furono fondamentali ed utilizzati da tutti i suoi successori per più di 1500 anni; l’unica sua opera  sopravvissuta è intitolata: “ Sulle grandezze e le distanze del Sole e della Luna”, nella quale Aristarco fornisce la deduzione geometrica della distanza fra la Terra e il Sole.

La Terra non era ferma al centro dell’Universo, come tutti  teorizzavano in quell’epoca , ma girava intorno al Sole. Quando la Luna proietta la sua ombra sulla Terra si verifica un’eclissi solare e quando la Terra fa ombra alla Luna si ha, invece, un’eclissi lunare.
Quindi non è utile una spiegazione religiosa per comprendere le leggi naturali dell’Universo, perché l’Universo è governato da principi e leggi che possono essere compresi dalla mente umana.
La Materia e l’Energia pervadono l’Universo e quindi anche l’Uomo stesso: sono entrambi intorno e all’interno del  corpo umano.
Ovunque l’Uomo volga lo sguardo l’Universo è in tutte le direzioni.

Al momento del Big Bang nacque un intero Universo colmo di energia e con esso lo Spazio; simultaneamente accanto all’energia positiva il Big Bang produsse anche un’enorme energia negativa, tale da rendere la somma delle quantità di energia attiva e negativa uguale a zero.
Non è necessario ricorrere all’esistenza di dio per spiegare la nascita dell’Universo e quindi anche dell’Uomo, poiché l’Universo stesso, nella sua sbalorditiva vastità e complessità, può essere semplicemente comparso senza violare nessuna delle leggi della natura.

La Scienza offre una spiegazione più convincente di quella di qualsiasi religione e di un creatore divino.
Al momento del Big Bang accadde qualcosa di straordinario: ossia la nascita del Tempo e il suo percorso.
Essendo un buco nero una stella collassata su se stessa, la sua gravità è così intensa da non lasciare fuggire nemmeno la luce: infatti si spiega perché è quasi nero e il suo campo gravitazionale è così potente da deformare e distorcere non solo la luce, ma anche il tempo.

All’interno del buco nero il tempo non esiste ed è quello che accadde all’inizio della nascita dell’Universo e il ruolo svolto dal tempo è decisivo per cancellare la necessità di un creatore.
Se andassimo indietro nel tempo verso l’inizio del Big Bang l’Universo sarebbe così piccolo fino ad arrivare ad un punto in cui è racchiuso in uno spazio e questo spazio è così minimo da essere un piccolo e denso buco nero.
Non si può arrivare ad un tempo prima del Big Bang perché non c’è un prima del  Big Bang: non c’è una causa, perché non c’è un tempo in cui quella causa possa esistere.
Non c’è spazio per un eventuale creatore divino, perché non esiste un tempo in cui qualsiasi creatore possa esistere; inoltre l’Universo funziona perfettamente senza alcuna superstizione, o paura del divino o qualsiasi spiegazione religiosa su di esso.

L’Universo funziona perfettamente da solo, quindi anche l’Uomo.
Invece di dio esistono realmente nubi di gas che, collassando, formano sfere gigantesche nello Spazio; spesso queste sfere illuminano i cieli e formano galassie enormi e magnifiche governate da leggi che l’Uomo è in grado di capire e di analizzare.

 

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In difesa dei videogiochi dopo l’attacco di Calenda

L’esponente del Pd ha preso una posizione molto diffusa in Italia che implica una forte ignoranza in una varietà impressionante di ambiti diversi

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L’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, esponente del Partito democratico, ha espresso quello che molti in Italia e altrove nel mondo ancora pensano riguardo i videogiochi. Anche a livelli alti della politica. In una discussione su Twitter centrata sulla cultura come requisito per sostenere libertà e cambiamento, in risposta a chi invitava a far questo partendo dalle scuole (c’è una volta nel nostro paese in cui si tenti di dare una risposta che non sia appaltare la soluzione a “bisogna partire dalle scuole”?), l’ex ministro ha precisato che i ragazzi vanno avviati a lettura, sport e gioco e che occorre “salvarli dai videogiochi”. Non ha tardato ad arrivare una risposta, inusualmente civile, che segnalava quanto promuovere il gioco e condannare il videogioco fosse una prospettiva non solo eccessivamente forte ed estrema ma anche decisamente antiquata. La risposta di Calenda ha fatto anche peggio.

Non sono mancate risposte più o meno autorevoli, più o meno sensate, a quest’affermazione e il tweet (l’ultimo della serie) con il quale l’ex ministroha voluto precisare le ragioni della propria posizione, se possibile, ha affondato quel che pochissimo di buono si poteva ancora ipotizzare ci fosse dietro questa follia.

I presupposti che stanno dietro al ragionamento sono ancora meno motivati e condivisibili dell’affermazione stessa. Calenda (e purtroppo molti come lui) non ha solo una cattiva opinione dei videogiochi, ne ha una assurda di cosa i ragazzi dovrebbero essere. Che tutto questo sia accaduto negli stessi giorni in cui si svolge Lucca Comics & Games, la manifestazione che più di tutte in Italia afferma il potere dei videogiochi (tra gli altri) di incidere positivamente su più generazioni, creando una comunità come e più di quel che una volta faceva la letteratura e sempre meno fanno musica e cinema è solo una coincidenza grottesca.

videogiochi

Another World: Comunicazione senza parole, creazione di un universo a partire da pochissimi tratti, coinvolgimento in un’avventura fatta di testa, enigmi ed eroismo

Sarebbe facile spiegargli (partendo dai videogiochi degli anni Settanta e Ottanta) che la videoludica è innanzitutto esercizio della mente e risoluzione di enigmi, che alla destrezza manuale affiancano un lavoro di ricerca delle soluzioni, anche solo dei punti di deboli di un boss, che manca per esempio al gioco tradizionale (quello immacolato, incriticabile, dorato, all’aria aperta, fatto correndo con gli amici nei prati vicino al Mulino bianco). Sarebbe già più complicato spiegargli che con il tempo a questa caratteristica si è affiancata una narrazione per nulla sempliciotta, lunga anche decine di ore, centrata su personaggi e situazioni molto diversi da quelli di cinema e tv, problematici e coinvolgenti, stimolanti per chiunque.

A questo poi bisognerebbe affiancare l’illustrazione dell’immaginario che i videogiochi sanno creare, cioè della maniera in cui forniscono un bagaglio di esempi di bello, non diverso dalle grandi scenografie del teatro. Di come il loro impianto visivo sia riuscito tramite tecnologie di diversa potenza a creare qualcosa usando la sintesi, cioè con pochissimi tratti a disposizione, di fatto lavorando su colori ed espedienti di chiaroscuro che affondano nell’arte tradizionale. E in fondo come in essi anche l’architettura degli ambienti sia usata per parlare al giocatore, di fatto facendogli capire che ogni ambito della cultura può essere veicolo di idee e ragionamenti.

videogiochi

BioShock Infinite: capacità di far passare valori e idee tramite le scenografie, creazione di un mondo visivamente impressionante, in cui l’architettura, le statue e l’organizzazione sociale dicono quel che bisogna sapere

Chi poi si sentisse davvero un eroe, con ancora più difficoltà potrebbe avventurarsi sul territorio della tanta temuta passività, spiegando che anche nei videogiochi più beceri (quindi figuriamoci nei migliori e più sofisticati) il fatto di compiere certe azioni in prima persona, per quanto all’interno di un sistema di regole che ti impone di farlo per proseguire, spesso comporta un’assunzione di responsabilità maggiore delle altre arti narrative. Cinema e tv, che passivi non sono per niente, non sono implicano però una fruizione attiva come i videogiochi, in cui alla fine della fiera, le azioni le compie il giocatore. È lui a sparare, a decidere il percorso da prendere, a optare per una certa soluzione invece di un’altra e a dover poi venire a patti con quel che ha fatto lungo il resto del gioco. Non solo con i grilletti che ha premuto ma anche con le persone che ha voluto tradire per vincere o i compromessi a cui ha fatto dire “” al suo personaggio.

Infine, stremati, gli si dovrebbe anche indicare il fatto che la dinamica stessa dei videogiochi, proprio la struttura alla base di questa forma d’espressione, è essa stessa materia formativa. E che quindi per definizione non può esistere un videogioco che non sia formativo. Perchè l’idea di migliorare se stessi e raggiungere un obiettivo a furia di tentativi, è il miglior insegnamento possibile non solo su come funzioni la vita ma sulle potenzialità che si celano dentro ognuno. Nei videogiochi non siamo mai capaci di fare tutto al primo tentativo, ogni avventura videoludica richiede la morte e il ritorno da essa per riprovare, riprovare e riprovare fino a che non si riesce, migliorando e scoprendo in fondo di poter essere capaci di fare quel che prima non si riusciva a fare con un po’ d’impegno.

The Last Guardian: la frustrazione e l’esigenza di impegnarsi per arrivare ad un obiettivo e per fondare una relazione con qualcosa di completamente diverso, timoroso ma terribilmente empatico

È insomma evidente che questa posizione riguardo ai videogiochi è una di retroguardia molto facile e molto ignorante, ma non solo ignorante di videoludica. Implica che chi l’ha enunciata sostanzialmente si esprime su qualcosa di cui non sa molto, di cui ha una nozione vaga e che teme invece che esserne incuriosito (non proprio il massimo come mentalità per un politico vero?), ma soprattutto è ignorante di tante altre discipline che non sono i game study.

Anche se non si è mai preso in mano un controller per sostenere una posizione simile occorre essere ignoranti di qualsiasi studio di comunicazione realizzato negli ultimi 30 anni (per tenersi stretti), di qualsiasi principio pedagogico su cui esiste consenso almeno dalla fine degli anni ‘90 ad oggi, delle nuove forme d’arte (altrimenti non esisterebbe il timore che la tecnologia implichi una fruizione passiva), e infine ignoranti di cultura di massa, altrimenti sarebbe chiaro il grado di penetrazione dei videogiochi nelle generazioni che oggi hanno dai 45 anni in giù e quanto siano stati importanti nella loro formazione culturale, politica e sentimentale.

Monkey Island: l’arte della parola come arma per riuscire nella vita, l’applicazione del pensiero laterale per riuscire nell’impossibile

In un momento in cui si lotta con conversazioni sofisticate, idee appuntite e argomentazioni lucide e circostanziate affinché i videogiochi siano considerati arte nel senso più alto del termine (per fortuna l’industria negli ultimi 10 anni ci è venuta incontro con esempi che perorano la causa anche agli occhi dei più scettici), Calenda di colpo riporta chiunque sia anche solo appassionato della questione alla dura realtà, ovvero che anche persone istruite e inserite nei gradi alti della politica progressista sono ancora ferme al medioevo dei media, l’era in cui si preferisce temere e tenere a distanza invece che esplorare.

Da videogiocatori o anche solo amanti dei videogiochi si molto delusi da un’affermazione simile. Ma da elettori italiani (a prescindere dall’orientamento) si prova un piccolo tonfo nel cuore. Se questa affermazione fosse arrivata da un parlamentare o un membro del governo conservatore sarebbe stato tutto meno clamoroso e deprimente, in fondo quella è la parte deputata alla retroguardia. Che arrivi dalla parte progressista taglia davvero le gambe e conferma quel che vediamo anche in altri ambiti, cioè che i progressisti sempre di più sono il partito conservatore, cioè quella parte politica che si appella di più al passato, alle cose di una volta, ai cari vecchi valori e al mondo tradizionale italiano delle fabbriche, dei bei cinema con il rumore del proiettore e del fast food come terribile minaccia ai panini con la mortadella. Il simulacro della nostalgia invece della sostanza del progresso che è parte delle vite di molti.

 
  

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5 fra gli episodi di serie tv più terrificanti da guardare a Halloween

Se credete che durante la notte degli Spiriti niente possa spaventarvi, provate con questi titoli dalle serie tv più paurose della storia

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Ma se non vi basta la seconda stagione di Stranger Things, che proprio dalla notte degli spiriti prende le sue mosse, o la nuova serie antologica horror Lore, si può sempre fare un salto nel passato. Sono moltissimi, infatti, gli episodi terrificanti che hanno fatto la storia della tv con le loro atmosfere raccapriccianti ma soprattutto ossessive dal punto di vista psicologico. Ne abbiamo selezionati alcuni qui di seguito, ma prima un’ultima raccomandazione: tenete le luci accese.

Conosciuta da noi come Ai confini della realtà, questa serie degli anni Sessanta che indaga la “quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo conosce” fu davvero il capostipite di qualsiasi prodotto fantasy, horror o fantascientifico che abitò gli spazi televisivi in seguito.

Ed è veramente difficile scegliere un episodio in particolare, dato che furono tutti uno più pauroso dell’altro: da Living Doll su una bambola che prende vita per difendere la padroncina a To Serve Man su alieni dai gusti culinari particolari, da The Masks su una famiglia che farà cadere le apparenze fino a The After Hours su un’esperienza di shopping alquanto inquietante.

Ma c’è un episodio in particolare che terrorizza chi ha paura di volare (o di perdere il senno) e vede protagonista William Slatner, lo storico capitano Kirk di Star Trek: nell’episodio conosciuto in Italia come Incubo a 20mila piedi (il terzo della quinta stagione), un uomo reduce da un crollo nervoso sale su un aereo ma il suo volo è disturbato da una specie di gremlin che cerca di danneggiare il motore del velivolo. Ovviamente nessuno degli altri passeggeri crede alle sue grida di pericolo e la pazzia si riaffaccia. Ma si sarà davvero inventato tutto?

2. JeniferMasters of Horror

 

Forse troppo presto dimenticata, Masters of Horror era una serie antologica andata in onda fra il 2005 e il 2007 sul canale americano Showtime che chiamò a raccolta i migliori registi del genere horror, da John Carpenter a Joe Dante. Andato in onda durante la prima stagione, Jenifer è l’episodio invece diretto dal nostro Dario Argento, basandosi sull’omonima storia a fumetti di Bruce Jones e Berni Wrightson.

L’episodio conteneva scene di una tale violenza esplicita da dover essere opportunamente tagliato per la messa in onda. Al centro c’è un poliziotto di nome Frank che salva una giovane donna da un’aggressione: pian piano si accorge però che, nonostante il corpo perfetto e attraente, lei mostra un viso orribilmente sfigurato. La forza seduttiva della donna avrà effetti devastanti sulla vita di Frank, la cui ossessione è accompagnata tutt’attorno da una serie di efferati omicidi. Qual è il segreto di Jenifer?

3. HomeX-Files

 

Nelle dieci stagioni di X-Files andate in onda negli anni è davvero difficile selezionare l’episodio più pauroso, dato l’imbarazzo della scelta. Eppure il secondo episodio della quarta stagione, andato in onda in Italia come La casa dei mostri, superò davvero parecchi limiti, tanto che la Fox decise di toglierlo dai successivi cicli di repliche per via del suo contenuto davvero disturbante.

In questo episodio, infatti, Mulder e Scully devono investigare su una famiglia che vive isolata da anni nella propria abitazione, dopo aver ritrovato il corpo sfigurato di un neonato sepolto in un campo. In effetti tutti i componenti della famiglia appaiono deformi e la verità che i due investigatori scopriranno sotto il letto della loro casa sarà ancora più ributtante. Una storia che accarezza perversione, incesto e tutte le nostre paure più inconfessabili.

4. HushBuffy L’Ammazzavampiri

 

In una dimensione cinematografica in cui gli effetti sonori ma anche i dialoghi sono importantissimi, pensate invece alla sfida che comporta realizzare un episodio quasi interamente muto. È quello che volle fare Joss Whedon nel decimo episodio della quarta stagione di Buffy (titolo italiano: L’urlo che uccide). Nei 44 minuti dell’episodio, in effetti, si possono sentire solo 11 minuti di dialoghi e si dice che Whedon lo fece apposta per superare i propri limiti, dato che la scrittura delle battute dei suoi personaggi era da molti lodata.

Trattando i temi del linguaggio e della comunicazione spesso inutile, l’episodio vede al centro i cosiddetti Gentiluomini, individui dal volto pallido e i denti metallici vestiti con elegantissimi completi. Il loro obiettivo è quello di recuperare sette cuori umani e, per farlo più facilmente, rubano la voce a tutti gli abitanti di Sunnydale. I Gentiluomini non solo terrorizzano ancora di più per via del loro modo di fare quasi conciliante ma anche perché incarnano una delle nostre paure più ataviche: il non riuscire più a comunicare (o chiedere aiuto).

5. PlaytestBlack Mirror

 

 

Anche se non è una serie horror in quanto tale, Black Mirror ha quasi sempre degli effetti inquietanti sui suoi spettatori. Ma nella serie di Charlie Brooker, oltre alla satira sociale e alla distopia tecnologica, c’è spazio anche per il terrore puro: accade ad esempio nel secondo episodio della terza stagione, disponibile su Netflix, e che trae ispirazione da videogiochi come Bioshock o Resident Evil.

Nell’episodio un uomo sempre in cerca di avventure cerca i soldi per tornare a casa facendo da cavia per il test di un innovativo gioco in realtà virtuale: gli viene infatti impiantato un chip, detto “fungo”, alla base del collo e da lì inizia a interagire con gli ologrammi che il gioco produce. Le cose degenereranno però presto, tanto da andare ad intaccare i limiti fra la realtà e la finzione. Ma quello che sta vivendo il giovane è un’allucinazione o un lampo di terribile verità?

 

 
  

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Ha senso abolire le tasse universitarie?

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Abolire le tasse universitarie. Il presidente del Senato e numero uno di Liberi e uguali (Leu) Pietro Grasso la descrive come “una proposta concreta, realizzabile”. Tanto che il candidato premier del partito unitario della sinistra ha lanciato l’operazione dal palco dell’assemblea programmatica di Leu. “Costa 1,6 miliardi. Si tratta di appena un decimo delle risorse che  l’Italia spende per finanziare attività dannose per l’ambiente”, ha detto il numero uno del Senato. L’abolizione delle tasse universitarie sarà quindi parte del programma del listone di sinistra. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che in questi giorni sta impallinando i proclami elettorali dei candidati premier in materia di fisco, industria e finanziamenti pubblici, non ha risparmiato nemmeno l’idea di Grasso. “È un supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese, l’ha costruita in modo erroneo”, ha dichiarato ai microfoni del programma Circo Massimo, su Radio Capital.

E ha concluso: “È l’opposto di quello che Liberi e uguali vuole fare. È una cosa trumpiana”.

In Italia studiare all’università costa. Secondo l’ultimo rapporto Eurydice sull’istruzione superiore in Europa (per conto della Commissione europea), l’Italia si pone in un gruppo di otto Paesi, con Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein, in cui “le tasse” per uno studente a tempo pieno “sono relativamente alte”. In media oscillano tra 1.001 euro e 3.000 euro all’anno. Emerge inoltre che nell’anno accademico 2015-2016 il 90% degli studenti del primo ciclo ha pagato le tasse, mentre il 9,4% ha ricevuto sussidi economici.

Anche per l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) l’Italia si caratterizza per un livello di tasse universitarie “elevato rispetto a quello degli altri paesi europei”. Nel suo ultimo rapporto biennale, datato 2016, l’Agenzia evidenzia che studiare negli atenei del Belpaese è più conveniente solo rispetto ai paesi anglosassoni. E aggiunge: “La principale criticità del sistema di diritto allo studio è rappresentata dalla cronica carenza di risorse, dal fatto che quelle disponibili non sempre vengono erogate in maniera tempestiva e dall’incertezza circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro”. Il fondo integrativo statale, che eroga borse di studio agli studenti più meritevoli, vale circa 160 milioni di euro all’anno (dato Anvur). Tuttavia da regione a regione e da ateneo ad ateneo cambiano tempi, modi e requisiti per accedere agli aiuti.

Questi numeri non possono ancora tenere conto di una riforma approvata mentre Grasso era sullo scranno più alto del Senato, lo Student act, che riconosce l’esenzione totale dalle tasse universitarie agli studenti con una posizione Isee (l’indicatore del reddito familiare) entro i 13mila euro annui. La misura è stata inserita nella legge di bilancio dello scorso anno. Secondo dati dell’Inps, raccolti dal Sole 24 Oresu 1,6 milioni di studentiiscritti all’università, 543mila hanno fatto domanda per ottenere lo sconto totale delle tasse. Alcune università hanno innalzato la soglia Isee, aumentando la platea dei potenziali beneficiari, che dal secondo anno devono dimostrare anche di aver conseguito una serie di risultati negli studi per accedere al sussidio.

Nel 2014 la Commissione europea ha finanziato uno studio sull’impatto negli ultimi quindici anni dell’evoluzione delle tasse universitarie in nove paesi che presentano modelli diversi di finanziamento (Austria, Canada, Regno, Finlandia, Germania, Ungheria, Polonia, Portogallo e Corea del Sud). È emerso che “per gli studenti, gli aumenti delle tasse non hanno in generale effetti negativi rilevabili sulle iscrizioni complessive nell’istruzione superiore o sulle iscrizioni tra gli studenti provenienti dagli strati socioeconomici più bassi”. E questo neanche in Germania e Austria, che hanno introdotto e poi abolito le tasse universitarie. Né nel Regno Unito, che le ha aumentate. Gli esperti hanno rilevato effetti negativi “sull’iscrizione degli studenti più anziani”, “anche se è troppo presto per trarre conclusioni sugli effetti nel lungo periodo”. E reputano che borse di studio e prestiti siano essenziali per assorbire le eventuali fughe collegate a tasse più alte.

Grasso, insomma, riconosce sì un problema già visto da altri: che studiare in Italia costa. Ma a spargere aiuti a pioggia, per tutti, rischia di non fare un favore ai “molti che ha voluto nello slogan del suo partito. Ma anzi, di premiarne solo pochi. Innanzitutto perché, in un contesto in cui le risorse sono scarse, come segnala l’Anvur, sarebbe più opportuno distribuire in modo accorto quelle disponibili. Non tutte le famiglie hanno bisogno di uno sconto sulle tasse, perché quindi investire là denari che potrebbero fare comodo altrove? Secondo motivo, perché come dimostra lo studio di Bruxelles, non c’è una correlazione diretta tra tasse e rinuncia agli studiuniversitari. Il caso potrà sussistere, ma il meccanismo non è automatico. L’abolizione totale, quindi, rischierebbe di non premiare neanche gli studenti che di uno sconto o dell’esenzione potrebbero avvantaggiarsi. Sarebbe forse più sensato incrementare le borse di studio e i premi agli studenti meritevoli.

Scontare sì, ma cum grano salis, favorendo quell’equità sociale di cui vuole farsi porta bandiera. Infine, alla luce dei primi dati dell’Inps, che evidenziano che già un terzo degli studenti beneficerà di un’esenzione totale, sarebbe accorto attendere i primi risultati di questa misura, concentrando le forze e i minuti a disposizione sui media per comunicare idee e proposte elettorali realmente innovative.

 
  

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thumb Stefano Vaneggio Olivi
8/13/2017

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