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ESO European Southern Observatory

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2013071959 L’European Southern Observatory, ossia l’ESO, è un’organizzazione astronomica internazionale creata nel 1962 di cui fanno quindici nazioni: Austria, Belgio, Brasile, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Svizzera. ESO si occupa di progettazione, costruzione e gestione di potenti strutture osservative da terra che favoriscono importanti scoperte scientifiche nel campo dell’astronomia. La sede principale di ESO si trova a Garching vicino a Monaco di Baviera, ma tutti gli strumenti di osservazione si trovano nel nord del Cile a causa delle condizioni atmosferiche uniche del deserto di Atacama. L’ESO gestisce tre siti: Silla, Paranal e Chajnantor. Il primo sito è Silla, un monte di 2400 metri di altezza, 600 chilometri a nord di Santiago del Cile; è attrezzato con diversi telescopi ottici con specchi di diametro fino a 3,6 metri. All’interno del sito Silla è stato costruito il New Technology Telescope, il cui specchio principale misura 3,5 metri di diametro ed è stato il primo telescopio al mondo in cui lo specchio principale è controllato da un computer. Il secondo sito è Paranal di 2600 metri di atitudine con il Very Large Telescope (VLT) ed è il centro più importante dell’astronomia europea. Paranal si trova circa 130 chilometri a sud di Antofagasta in Cile, a 12 chilometri dalla costa del Pacifico in una delle aree più secche del mondo ed è operativo dal 1999. Il VLT non è costituito da un solo telescopio, ma è una serie di quattro telescopi o UT “Unit Telescope”e i loro nomi sono: Antu,Kueyen, Melipal e Yepun. Ciascuno di questi telescopi è dotato di uno specchio principale di 8,2 metri di diametro ed una delle più interessanti caratteristiche del VLT è la possibilità di usarlo come un interferometro gigante: l’effetto viene ottenuto combinando la luce dei vari telescopi, sia quelli principali che quelli ausiliari. Il VLT consente agli astronomi di vedere dettagli fino a 25 volte più fini rispetto a quelli osservabili con i singoli telescopi. Nel VLT i fasci di luce sono combinati per mezzo di un sistema complesso di specchi in tunnel sotterranei che devono mantenere uguali i percorsi del segnale luminoso a meno di 1/1000 mm lungo un percorso di oltre 100 metri ; con questo tipo di precisione il VTL riesce a ricostruire immagini con una risoluzione angolare del millesimo di arcosecondo, semplicemente basta immaginare i fari di un’automobile distinguibili alla distanza della Luna. Il contributo del VLT è fondamentale nel rendere l’ESO in assoluto il più produttivo osservatorio da terra. Ha stimolato una nuova epoca di scoperte, fra cui la prima immagine di un esopianeta (eso0842), la misura delle orbite di alcune singole stelle che ruotano intorno al buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea (eso0846) e l’osservazione del bagliore residuo del più lontano lampo di raggi gamma. L’ESO gestisce anche APEX (Atacama Pathfinder Experiment) un telescopio situato sulla piana di Chajnantor. Apex è un telescopio di 12 metri di diametro, che opera a lunghezze d’onda millimetriche e sub-millimetriche, fra la luce infrarossa e le onde radio. L’astronomia sub-millimetrica apre una finestra sull’Universo freddo, polveroso e distante, ma i deboli segnali dallo spazio sono fortemente assorbiti dal vapore acqueo contenuto nell’atmosfera della Terra, ecco perché Chajnantor è un luogo ideale essendo una delle regioni più secche del nostro pianeta. L’astronomia sub-millimetrica rivela un Universo altrimenti invisibile nelle bande a noi più familiari: ottica o infrarossa, è ideale per studiare l’”Universo freddo”: la luce di queste lunghezze d’onda proviene da grandi nubi fredde, a temperature soltanto pochi decimi di grado sopra lo zero assoluto dallo spazio interstellare. Gli astronomi usano questa luce per studiare le condizioni chimiche e fisiche in queste nubi molecolari, le dense regioni di gas e polvere cosmica in cui si stanno formando le nuove stelle. Osservate nella banda ottica, ossia in luce visibile, queste regioni dell’Universo sono spesso buie e/o oscurate dalla polvere, ma risplendono brillanti se osservate nella bande millimetrica e sub-millimetrica dello spettro. Questo intervallo di lunghezza d’onda è anche ideale per studiare alcune delle più antiche e più distanti galassie dell’Universo. APEX è il più grande telescopio a lunghezza d’onda sub-millimetrica nell’emisfero australe ed è corredato da diversi strumenti, tra cui uno dei principali è LABOCA (Large Apex Bolometer Camera). LABOCA usa una serie di termometri estremamente sensibili, conosciuti come bolometri, che rivelano la radiazione sub-millimetrica; con quasi 300 pixel è la più grande macchina fotografica al mondo nel suo genere. Per essere in grado di rivelare i piccoli cambiamenti di temperatura provocati dalle radiazioni sub-millimetriche ciascuno di questi termometri è raffreddato a meno di 0,3 gradi sopra lo zero assoluto. La grande sensibilità di LABOCA con il suo grande campo di vista (ossia un terzo del diametro apparente della Luna piena) la rendono uno strumento unico per produrre immagini dell’Universo sub-millimetrico. APEX è il precursore dell’Atacama Large Millimeter/sub-millimeter Array ossia ALMA, un nuovo telescopio rivoluzionario inaugurato ufficialmente sull’altopiano di Chajnantor a 5000 metri di altitudine, frutto di un’ampia collaborazione internazionale tra Europa, tramite ESO, il Nord America e il Giappone. L’Italia ha partecipato al progetto sia per la parte scientifica sia per quella industriale; infatti le 25 parabole da 12 metri che costituiscono il contributo Europeo ad ALMA sono state pensate, disegnate e realizzate nel nostro paese. Le antenne, 12 metri di apertura della parabola, sono di 100 tonnellate ognuno, la loro superficie deve riflettere costantemente la radiazione ricevuta senza scostarsi dalla forma ideale per più di 25 millesimi di millimetro; le antenne sono state realizzate con l’impiego di fibra di carbonio per la base del riflettore e di nichel rivestito da uno strato di radio per i pannelli riflettenti. La “M” di ALMA sta per onde millimetriche/sub-millimetriche perché ALMA osserva il cosmo in questa parte dello spettro elettromagnetico, con lunghezze d’onda molto più ampie rispetto alle altre. In questa parte dello spettro si può osservare la formazione planetaria, studiare l’astrochimica e rivelare la radiazione emessa dalle più distanti galassie, ossia quelle che si formarono nelle fasi primordiali dell’Universo. Il gruppo di astronomi di ALMA è stato impegnato, in questi ultimi mesi del 2012 ed inizio 2013, nella preparazione della prima serie di osservazioni scientifiche, note come Early Science. Si è potuto ottenere la prima immagine delle galassie delle Antenne, una coppia di galassie che collidono con forme distorte. Le immagini mostrano qualcosa che non può essere visto nel visibile: nubi di gas denso da cui si formeranno nuove stelle.  

Direttrice BdS Lombardia Segretario provinciale DA Lombardia

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Fisica

Forse abbiamo scoperto un nuovo organo nella nostra testa

Sembrerebbe essere il quarto tipo di ghiandole salivari maggiori, posto nello spazio in cui la cavità nasale incontra la gola. Ma serviranno ulteriori studi per poter confermare la scoperta di un nuovo organo

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Dopo centinaia di studi sull’anatomia, il corpo umano sembra riservarci ancora tante sorprese. L’ultima, infatti, è la scoperta di un nuovo organo, rimasto finora nascosto all’interno della nostra testa. Ad accorgersene, per caso, sono stati i medici del Netherlands Cancer Institute, mentre stavano sottoponendo alcuni loro pazienti a un innovativo esame diagnostico che permette di visualizzare nel dettaglio i tumori.

Come raccontano i ricercatori sulle pagine della rivista Radiotherapy and Oncology, dall’esame è emerso per caso un misterioso insieme di ghiandole salivari nascoste all’interno della testa dei pazienti, posizionato precisamente nello spazio in cui la cavità nasale incontra la gola.

Le ghiandole salivari, ricordiamo, sono addette alla produzione di saliva, essenziale per il corretto funzionamento del nostro sistema digerente. La maggior parte di questo fluido, come viene spiegato in tutti i manuali di anatomia, viene prodotto da tre principali tipi di ghiandole: la parotide, la sottomandibolare e la sottolinguale. A queste si aggiungono circa mille ghiandole salivari minori, sparse nelle labbra e nella mucosa interna dalla bocca alla faringe, talmente minuscole da essere difficilmente osservate senza un microscopio.

Ma ora, secondo il nuovo studio, potrebbe esserci un organo in più, ovvero un quarto tipo di ghiandole salivari maggiori. “Abbiamo tre grandi ghiandole salivari, ma non lì”, spiega Wouter Vogel, tra gli autori della scoperta. “Per quanto ne sappiamo, le uniche ghiandole salivari o mucose poste nella rinofaringe sono microscopicamente piccole. Quindi, potete immaginare la nostra sorpresa quando le abbiamo trovate”.

 

Esaminando una serie di scansioni di 100 pazienti affetti dal tumore, i ricercatori hanno osservato, tramite l’innovativa tecnica di imaging Psma/Pet/Ct, che tutti presentavano una paio di ghiandole, finora mai documentate, molto simili alle quelle salivari: sono, infatti, collegate a grandi condotti di drenaggio, indizio che porta a pensare a un possibile incanalamento dei fluidi.

Dati, perciò, che suggeriscono come queste ghiandole possano essere la quarta serie di ghiandole salivari, situata dietro il naso e sopra il palato, vicino al centro della nostra testa. “Le chiamiamo ghiandole tubariche, in riferimento alla loro posizione anatomica (sopra il torus tubarius)”, spiega Matthijs Valstar dell’Università di Amsterdam, co-autore dello studio.

Il motivo per cui siano rimaste finora nascoste non è ancora del tutto chiaro, anche se i ricercatori ipotizzano che “la loro posizione è difficilmente accessibile e sono necessarie immagini molto sensibili per rilevarle”. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche su un campione di partecipanti molto più ampio per poter confermare questi risultati, la scoperta potrebbe aiutare a spiegare il perché i pazienti che si sottopongono alla radioterapia riportano spesso condizioni croniche, come la secchezza delle fauci (xerostomia) e problemi di deglutizione (disfagia).

“Poiché queste misteriose ghiandole non erano note ai medici”, commentano gli autori, “nessuno ha mai cercato di risparmiarle da questi trattamenti”. Ma c’è chi si è dimostrato scettico a etichettare queste nuove ghiandole come un nuovo organo. Per esempio, Alvand Hassankhani, radiologo dell’Università della Pennsylvania, ha riferito al New York Times che esistono oltre mille ghiandole minuscole, “così piccole da essere difficili da trovare. È possibile che i ricercatori olandesi, quindi, abbiano trovato un modo migliore per identificare una serie di ghiandole salivari minori”.

 

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Perché questo è il momento di andare su Marte

Una rassegna delle prossime avventure dirette verso il Pianeta rosso, in un video di Nature

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Saranno tre nei prossimi mesi le missioni dirette su Marte. Vedranno coinvolte Stati UnitiCina ed Emirati Arabi, saranno tutte caratterizzate dalla presenza di robot e mosse dalla curiosità di saperne di più sulla potenziale abitabilità pianeta rosso.

Gli Usa stanno per lanciare il loro quinto rover sviluppato ad hoc per Marte, Perseverance, che andrà a caccia di tracce di vita presente o remota tra le polveri e le rocce del pianeta. Gli scienziati cinesi sono invece alla loro prima volta con un rover marziano, mossi forse dal successo della loro ultima missione diretta sulla Luna. Gli Emirati Arabi, dal canto loro, si stanno preparando a sguinzagliare attorno a Marte un orbiter per investigarne l’atmosfera.

In questo video, diffuso da Nature, ecco le tre missioni in rassegna, e perché tutto questo sta succedendo proprio adesso.


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Fisica

Una corsa allo spazio per superare i conflitti mediorientali

Il prossimo 14 luglio, gli Emirati Arabi Uniti si preparano a lanciare la missione al-Amal per l’osservazione di Marte: è una testimonianza significativa delle aspirazioni scientifiche ed economiche del paese e della possibilità di uno sviluppo di tutta l’area mediorientale svincolato dal petrolio e dalle armi

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La sonda al-Amal (© Government of Dubai Media Office)

Tra i molti sviluppi inaspettati del 2020, potrebbe essere rassicurante notare che il nostro universo talvolta funziona con un certo grado di prevedibilità. Molti eventi astronomici possono essere previsti con certezza matematica. All’incirca ogni due anni, la Terra e Marte, percorrendo le rispettive orbite intorno al Sole, raggiungono la distanza minima tra loro. Questa vicinanza orbitale offre una finestra per l’invio di veicoli spaziali sul nostro vicino.

Quest’estate ci offre una di queste opportunità per l’esplorazione marziana: per il 2020 sono in programma quattro missioni sul Pianeta Rosso. Rosalind Franklin, una missione congiunta europea e russa basata su rover, è stata rinviata al 2022 a causa delle interruzioni per la pandemia di COVID-19. La missione al-Amal (speranza, in italiano) degli Emirati Arabi Uniti è prevista per il 14 luglio 2020. È la prima impresa di questo genere in Medio Oriente e promuove le ambizioni di Emirati.

Il nome della sonda degli Emirati riflette le grandi aspirazioni scientifiche ed economiche del paese come potenza spaziale emergente. L’orbiter senza equipaggio osserverà l’atmosfera marziana, compresi eventi atmosferici come le tempeste di polvere, che caratterizzano in modo rilevante il clima dell’Arabia. Più in generale, la missione marziana degli Emirati mira a far progredire le capacità tecnologiche del Paese e a spingere i giovani degli Emirati a intraprendere carriere scientifiche e ingegneristiche.

In questo senso, l’impresa fa anche parte di una strategia a lungo termine perseguita dalle nazioni del Golfo per svincolarsi dal petrolio e dal gas e costruire un’economia basata sulla conoscenza.

Tali ambizioni tecnologiche sono inseparabili da quelle politiche. La spinta a creare un’economia della conoscenza non consiste solo nel diversificare le fonti di reddito dello stato. Ampliando le opportunità di occupazione, gli Emirati Arabi Uniti sperano di creare posti di lavoro per i giovani, le cui frustrazioni potrebbero altrimenti causare instabilità. Inoltre, i grandi progetti scientifici sono una dimostrazione simbolica di leadership e di soft power. Un paese capace di progetti spaziali complessi è un paese proiettato al futuro.
La sonda dovrebbe raggiungere Marte nel 2021. Questo coinciderà con il cinquantesimo anniversario della formazione degli Emirati Arabi Uniti.

Se la missione marziana al-Amal riguarda tanto il potere quanto la scienza, potrebbe esacerbare le rivalità esistenti in Medio Oriente? Una corsa allo spazio potrebbe portare le corse agli armamenti regionali a un nuovo livello? I canali satellitari come Al Jazeera del Qatar sono già stati coinvolti in aspre dispute e i lanciatori iraniani hanno sollevato preoccupazioni sul potenziale militare del paese. Altri veicoli spaziali, come razzi, missili e droni, potrebbero alimentare una miscela esplosiva?

La sonda degli Emirati non trasporta armi. Tuttavia, non è troppo eccessivo chiedersi se i paesi del Medio Oriente potrebbero seguire gli Stati Uniti nell’aggiungere forze spaziali alle loro agenzie governative. I sistemi dual use, come i razzi della corsa allo spazio della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, possono servire a scopi sia pacifici sia bellici. Ugualmente, i satelliti per l’osservazione della Terra possono essere usati sia per il monitoraggio ambientale sia per lo spionaggio.

I conflitti futuri non farebbero che riprodurre le dinamiche già esistenti in Medio Oriente. Tuttavia, si spera che la missione marziana degli Emirati Arabi Uniti si discosti da questo cammino e contribuisca alla pace. Proprio come la maggior parte dei grandi progetti scientifici, essa dipende dallo scambio e dalla collaborazione internazionale.

Le istituzioni americane, come l’Università del Colorado a Boulder, sono state partner essenziali del Centro spaziale Mohammed Bin Rashid di Dubai nella costruzione della sonda. La Mitsubishi Heavy Industries si occuperà del lancio da un sito in Giappone. Non è molto diverso da quanto fatto dagli Stati Uniti, che si sono affidati ai razzi russi per il volo spaziale umano tra la fine del programma Space Shuttle nel 2011 e il volo SpaceX Demo-2 verso la Stazione Spaziale Internazionale di quest’anno. La cooperazione scientifica potrebbe non risolvere i conflitti, ma come minimo l’interdipendenza tecnologica potrebbe evitare che diventino troppo distruttivi.

I governi del Medio Oriente dovrebbero estendere ai loro vicini le collaborazioni esistenti in campo spaziale con paesi lontani dell’Asia o del Nord America. La regione ha molte altre risorse oltre al petrolio e al denaro. Nonostante le sanzioni, l’Iran ha accumulato un’esperienza impressionante in materia di veicoli di lancio. Il Qatar sa come gestire canali satellitari di grande successo. Israele ha alcune delle principali università e società tecnologiche del Medio Oriente. Anche lo Yemen, per quanto devastato dalla guerra, potrebbe contribuire con le sue montagne, fornendo siti di osservazione. Tutti i Paesi hanno popolazioni ricche di molto fantasiose e creative che vorrebbero trascendere i conflitti sul territorio o sulla religione. Una visione della Terra dallo spazio fa scomparire all’istante i confini nazionali e le mappe delle opposte fazioni.

Lo scambio, la cooperazione e la comprensione reciproca in campo spaziale non devono necessariamente partire da zero. Esistono già diversi forum che dovrebbero essere ulteriormente valorizzati. Da molti decenni l’Unione Astronomica Internazionale e la Federazione Astronautica Internazionale organizzano incontri. A livello regionale, l’Unione Araba per l’astronomia e le scienze spaziali e la Società Astronomica Araba fanno lo stesso. L’ingegnere iraniano-americano e astronauta Anousheh Ansari, simbolo vivente del superamento delle divisioni, ha sostenuto organizzazioni come Astronomi senza frontiere. Dovremmo seguire il suo esempio.

L’autore
Jörg Matthias Determann è professore associato di storia alla Virginia Commonwealth University, in Qatar. È anche redattore associato della Review of Middle East Studies. I suoi interessi si concentrano sulla storia della scienza e delle ricerche e sulla storia del mondo musulmano. Ha pubblicato tre libri: Historiography in Saudi Arabia: Globalization and the State in the Middle EastResearching Biology and Evolution in the Gulf States: Networks of Science in the Middle East, e Space Science and the Arab World: Astronauts, Observatories and Nationalism in the Middle East. Attualmente sta completando un quarto libro dal titolo Islam, Science Fiction and Extraterrestrial Life: The Culture of Astrobiology in the Muslim World. È possibile seguirlo su Twitter @JMDetermann.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature Middle East” il 30 giugno 2020.)


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positive review  Già il fatto che vengano trattati argomenti che normalmente nel nostro belpaese sono praticamente fuorilegge merita 5 stelle e più. Il metodo scientifico con cui tali argomenti vengono trattati può essere a volte discutibile. Bambini di Satana mi piace molto.

Daniele Ponzetti Avatar Daniele Ponzetti
11 August 2019

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