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Essi sfruttano: “Il Capitale” di Marx come romanzo fantahorror

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EssiVivonoIl Capitale di Marx è un romanzo fantahorror. All’origine dell’opera c’è infatti il tentativo di dimostrare, attraverso un lungo viaggio dialettico, che i fenomeni non spiegati dalle teorie economiche convenzionali sono conseguenze di una più profonda e invisibile realtà: “Ogni scienza sarebbe superflua”, ricorda il filosofo, “se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero” (Marx, 1981, III, 930).

Noël Carroll ha individuato due grandi insiemi nei quali far rientrare le trame fantahorror: quello delle narrazioni basate sul disvelamento di una realtà nascosta e quello connotato dalla tracotanza dello scienziato folle che si spinge verso le zone proibite del possibile. Come esempi di quest’ultimo gruppo possiamo ricordare: FrankensteinIl dottor Jekyll e il signor HydeL’isola del dottor MoreauIl Capitale, invece, mostra interessanti analogie con il primo tipo di struttura, che secondo Carroll si articola in quattro fasi: l’inizio, la scoperta, la conferma e il confronto (Carroll, 1990, 97 e sgg.).

Facciamo un esempio. Il film di John Carpenter Essi vivono (Usa, 1988) inizia con l’arrivo di John Nada in una Los Angeles devastata dalla crisi economica. Tutto sembra procedere nella calma più deprimente se non fosse per una serie di strani messaggi pirata che periodicamente si inseriscono nei programmi dell’onnipresente televisione. Tali trasmissioni anomale e farneticanti invitano il genere umano a ribellarsi contro un invasore occulto. John, in un primo momento, non le prende sul serio. Un giorno però, nella baraccopoli dove ha trovato alloggio, nota un andirivieni di persone che trasportano scatole di cartone. La sera stessa la polizia attacca violentemente la bidonville senza apparente motivo. Rovistando tra le macerie John ritrova una delle scatole misteriose e si accorge che contiene degli occhiali da sole. L’uomo scopre che le loro lenti permettono di vedere la realtà circostante in un modo diverso: le riviste patinate e i cartelloni pubblicitari perdono testo e colore lasciando comparire crude ingiunzioni quali: “obbedite”, “sposatevi e prolificate”, “spendete”, “non pensate”, “uccidete la fantasia”. Sulle banconote appare la scritta “sono il tuo Dio”, sopra i semafori degli altoparlanti sussurrano: “dormite”. Ma la cosa peggiore è che guardando attraverso i suoi occhiali John scopre che alcuni esseri umani sono in realtà alieni mostruosi. La fase della conferma si apre quando il protagonista cerca di comunicare la sua esperienza al suo amico Frank. Questo, come il Cardinal Bellarmino di fronte al telescopio di Galilei, rigetta a tal punto la possibilità di una realtà deviante che rifiuta perfino di guardare attraverso le lenti deoccultanti. Segue una delle colluttazioni più lunghe della storia del cinema che simbolizza la difficoltà del cambio di prospettiva percettiva. Alla fine John riesce a imporre a Frank di inforcare gli occhiali e i due si uniscono alla resistenza umana. Nel frattempo si viene a sapere che gli alieni sono “liberi imprenditori per i quali la Terra è solo un pianeta di cui sfruttare le risorse”. Essi sono arrivati sulla Terra nel XIX secolo e l’hanno ridotta a un cumulo di rifiuti tossici. Hanno il loro quartier generale nei sotterranei della città, trattano gli umani come polli d’allevamento e accusano i componenti della resistenza umana di essere pericolosi “comunisti”. A questo punto dovrebbe iniziare la fase del confronto, invece si ripete a un livello superiore quella della conferma, o per meglio dire si apre una fase in cui conferma e confronto coincidono. La lotta contro i mostri, infatti, consiste nello smascherarli agli occhi di tutti. Gli alieni però non sono visibili in quanto tali, poiché hanno adattato la loro biologia alle condizioni atmosferiche terrestri e nessun occhio o telescopio riesce a scorgere le loro astronavi che atterrano e decollano. Ciò è possibile grazie a un segnale emesso da un trasmettitore che copre via satellite tutta la Terra. Alla fine John riesce a distruggere l’antenna aliena. È ferito e forse morirà, ma i mostri ormai hanno perso la loro arma più terribile: sono visibili agli occhi di tutti gli umani e possono essere affrontati.

La struttura appena descritta, con le dovute variazioni del caso, è facilmente rintracciabile in molti classici della letteratura e della cinematografia fantahorror, da Dracula a It fino a Matrix e Dark City.

All’inizio del Capitale, Marx spiega come il modo di produzione capitalistico appaia alla superficie come una società armonica di cittadini liberi e uguali che vivono scambiandosi beni e servizi. L’origine del profitto, dell’accrescersi della ricchezza, rimane tuttavia inspiegato. Inoltre eventi anomalie misteriosi emergono inaspettatamente: si tratta delle crisi di sovrapproduzione che in una società basata sulla produzione per il consumo, così come il capitalismo fallacemente si presenta, non dovrebbero verificarsi.

La causa di tali distorsioni dell’ottica sociale risiede, a detta di Marx, nella visibilità del solo scambio paritario: il lavoratore cede la sua forza-lavoro in cambio di un salario monetario che ne rappresenta il valore, cioè la somma necessaria all’acquisto di tutti i beni e i servizi atti alla sua riproduzione materiale e intellettuale in un determinato contesto storico-geografico. Ciò che resta nell’ombra è che l’uso della forza-lavoro produce più di quanto costa, produce qualcosa di invisibile, un plusvalore. Tale eccedenza viene appropriata dal capitalista dando luogo allo sfruttamento. In questo modo il velo di Maya della libertà, dell’eguaglianza e della democrazia viene lacerato, lasciando il posto a un mostro che nutrendosi di linfa lavorativa si configura come una sorta di vampiro. Se nel primo libro delCapitale il percorso della discesa agli inferi è connotato dal passaggio dal semplice e superficiale al complesso e profondo, attraverso le tappe logiche della merce, del denaro, del capitale, del plusvalore e dell’accumulazione, una volta appurata l’esistenza del mostro dello sfruttamento, Marx nel terzo libro intraprende il cammino contrario, ma non coincidente, della conferma. Il filosofoè ora capace di spiegare l’origine del profitto e della crisi; può quindi ricostruire tutta la realtà sociale mediante categorie che si fanno sempre più empiriche e visibili, ma al tempo stesso concrete, grazie all’avvenuta scoperta del meccanismo dello sfruttamento. Tali categorie sono quelle del profitto e del saggio di profitto, dei prezzi, delle diverse forme di capitale (commerciale, monetario, industriale), della rendita, dei redditi (salari, profitti, rendite) e dei relativi percettori (lavoratori, capitalisti, rentier).

Il Capitale descrive in questo modo una realtà doppia: da una parte abbiamo il mondo egualitario, solare e visibile della sfera della circolazione popolato dalle categorie del terzo libro; dall’altra quello ctonio, invisibile e violento del primo libro, cioè la sfera della produzione in cui si descrivono le fattezze del mostro dello sfruttamento e dell’ineguaglianza. Da questo punto di vista, stando alla classificazione di Tzvetan Todorov (1977), il genere del Capitale apparterrebbe al meraviglioso, ma essendo l’oggetto della scoperta lo sfruttamento, la meccanica del suo occultamento e la dinamica catastrofica dello sviluppo capitalistico, possiamo dire di trovarci all’interno di un contestomeraviglioso-orrifico, o meglio di orrore soprannaturale – intendendo per naturale ciò che dalla scienza economica convenzionale è comunemente accettato.

E la fase del confronto? Dov’è nel Capitale? Una prima differenziazione rispetto al classico scontro finale risiede nella struttura dialettica del rapporto tra lavoro salariato e capitale. Il capitale non è un qualcosa di totalmente alieno dal lavoro salariato. È quest’ultimo a generare il primo, anche se poi ne è dominato. Il confronto tra i due non è un confliggere di forze estranee e indipendenti, quanto piuttosto un determinarsi reciproco, correlativo, anche se conflittuale. Non c’è madre senza figlio. La madre non può uccidere il figlio senza negare se stessa in quanto madre. In più il rapporto lavoro/capitale, a differenza della mera correlazione madre/figlio, non è un qualcosa di statico, ma di contraddittoriamente orientato dalla tendenza all’accumulazione del capitale e dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Il confronto si sviluppa dunque all’interno di tale rapporto e la struttura del finale narrativo può essere esemplificata da una spirale di sequel in cui l’ultima puntata può essere determinata solo astrattamente e asintoticamente come punto in cui la produzione interamente automatizzata rende liberi, posteconomici, tutti i beni e i servizi. È all’interno delle spirali di crisi e ripresa di questo processo seriale che si situa il confronto storico tra il mostro capitalistico disvelato e il suo antagonista salariato. In ogni sequel le condizioni sociologiche del confronto cambiano con il mutare della composizione di classe e delle conseguenti modalità di vita, di socializzazione e di lavoro (cfr. Budra, 1998).

Il Capitale appare così una narrazione a finale aperto, non tanto perchè sia un’opera incompiuta, ma perchè la sua struttura logica, potentemente astratta, arriva ad affermare che c’è un mostro con il quale occorre inevitabilmente scontrarsi senza specificare chi sarà il vincitore, né se questo scontro sarà l’ultimo. Ma chi mai pretenderebbe ciò da una buona opera di fantahorror?

Budra, Paul, 1998, “Recurrent Monsters: Why Freddy, Michael, and Jason Keep Coming Back”, inPart Two: Reflections on the Sequel, University of Toronto Press.

Carroll, Noël, 1990, The Philosophy of Horror: Paradoxes of the Heart, Routledge.

Marx, Karl, 1981, Il Capitale, Editori Riuniti.

Todorov, Tzvetan, 1977, La letteratura fantastica, Garzanti.

[Alcuni dei temi esposti in questo articolo sono ripresi da “Dialettica dell’orrore. Fiction fanta-horror e critica dell’economia politica”, pubblicato in La contraddizione, n° 92, 2002 con lo pseudonimo di A. Brillanti.]

Carmilla

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La fenomenologia del somaro, un estratto dal nuovo libro di Roberto Burioni

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Ha una pagina da oltre 300mila fan, su cui continua a parlare di vaccini e scienza. Il virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni è stato in prima linea nel cercare di arginare le bufale sulle vaccinazioni, oltre a essere uno dei promotori del loro obbligo per l’iscrizione degli studenti a scuola. Ora il medico, ospite anche al Wired Next Fest di Firenze lo scorso settembre, esce in libreria con una nuova fatica, 

La congiura dei somari (Rizzoli, 176 pagine, 17 euro), di cui vi proponiamo un estratto.

La fenomenologia del somaroTutto è cominciato sul finire del 2015, mentre mi trovavo con la mia famiglia nella California del Sud. A quei tempi – sembra passata una vita – usavo Facebook esclusivamente per conseguire gli scopi per cui è stato progettato, cioè controllare come erano invecchiate le mie ex fidanzate.

Avevo circa 150 contatti, con i quali condividevo vecchie foto, avventure scolastiche e ricordi dei professori più bizzarri.

A un certo punto un’amica, che aveva creato un gruppo dove s’incontravano centinaia di mamme, mi invitò a partecipare per spiegare qualcosa sui vaccini. Mi disse che c’era molta confusione, si diffondevano molti timori e sarebbe stato utile fugare qualche dubbio.

Accettai con piacere, non fosse altro perché, essendo padre estremamente apprensivo di una bambina che allora aveva quattro anni, capivo bene cosa significasse temere per il proprio figlio.

Entrai, cominciai a illustrare i vaccini, il loro funzionamento, la loro efficacia, le loro modalità di somministrazione e rimasi scioccato: erano le mamme che li spiegavano a me! Avete capito bene: gente che aveva come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato, che come unici esami superati poteva vantare quelli del sangue, che non sapeva cosa fossero il sistema immunitario, un virus, un batterio, un vaccino, mi faceva notare che le vaccinazioni sovraccaricano il sistema immunitario, che i virus possono danneggiare lo sviluppo del bambino, che i batteri sono benefici e comunque dalle malattie si guarisce da soli; insomma, che i vaccini – forse la più grande conquista dell’uomo – sono non solo inefficaci, ma anche pericolosissimi.

Roberto Burioni

Io tentavo di ribattere, ma non c’era niente da fare. Mi opponevano pagine internet strapiene di sciocchezze, finti lavori scientifici, siti dove si diceva che “un ricercatore dell’Università di [mettere il nome di una città esotica]” (espressione che ha ormai sostituito la desueta “un amico di mio cugino mi ha detto che…”) aveva infallibilmente dimostrato che le vaccinazioni provocano l’autismo, l’epilessia, la forfora, la calvizie e pure gli errori arbitrali.

Di queste mamme ne ricordo una, appassionata di cucina, che pubblicava elaborate ricette con relative foto dei succulenti risultati. Voleva spiegarmi come funzionano gli adiuvanti (le sostanze contenute nei vaccini in grado di aumentarne l’efficacia stimolando in assoluta sicurezza il sistema immunitario), allora le feci notare che, mentre io non mi sarei mai permesso di insegnarle come si cucina una lasagna, lei stava invece facendomi una lezione proprio sugli argomenti che insegno ai miei studenti e ai miei colleghi durante lezioni e convegni.

Niente da fare.

Lì mi accorsi che erano in tanti, e le pagine della rete e dei social networkerano i pascoli dove scorrazzavano non solo indisturbati, ma pure padroni. Parlavano di cose che non conoscevano, insegnavano nozioni che non sapevano, spiegavano concetti che non avevano capito. Erano moltissimi, erano ovunque.

Avevo sempre sospettato che i babbei in circolazione fossero in quantità considerevole ma, in un solo istante, Facebook non solo confermava in maniera definitiva la mia convinzione, ma mi forniva contestualmente nome e cognome di un gran numero di loro. Da appassionato di musica mi venne in mente La Cenerentola di Rossini e mi risuonò nella testa la voce di Don Magnifico, che cantava: “Mi sognai tra il fosco, e il chiaro un bellissimo somaro; un somaro, ma solenne”.

Avevo incontrato i Somari. I Somari raglianti.

Ora dobbiamo un poco intenderci: come nel vecchio film di André Cayatte,Siamo tutti assassini, nella vita siamo tutti somari.

Nessuno di noi conosce tutto: io – tanto per fare un esempio – so qualcosa di vaccini, virus e batteri non perché sono particolarmente intelligente e intuitivo, ma perché li studio da una vita. Se parliamo di come preparare una torta o come montare una presa elettrica sono somarissimo, non avendo idea di come si faccia. Però quando mi serve una torta vado in pasticceria, dove è al lavoro un esperto pasticciere, e allo stesso modo, se necessito del montaggio di una presa elettrica, chiamo un bravo elettricista.

Questo precetto basilare – e per me decisamente scontato – su internet non è applicato: ci sono elettricisti che parlano di terremoti, geologi che parlano di prese elettriche, pasticcieri che parlano di terapia dei tumori e oncologi che parlano di torte. Da qui la corretta definizione di Somaro, un termine grottesco e spiritoso che in nessun modo vuole essere un insulto, ma che io, da quel momento in poi, mi misi a utilizzare per descrivere una persona che blatera di un argomento che non conosce.

Nel tempo, più scrupolosamente, avvantaggiandomi della formazionescientifica che mi appartiene, ho messo a punto la descrizione del Somaro ragliante, giungendo alla formula esatta che oggi sono in grado di pubblicare: “Un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate”.

(Tutti i diritti riservati a Rizzoli)

Da buon ricercatore, ho analizzato a lungo il suo comportamento, accorgendomi che la vita di branco è indispensabile a questa molesta specie: solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali. Inoltre, ragliando all’unisono, tanti asini tutti insieme possono convincersi a vicenda che non stanno effettivamente ragliando, ma intonando un gospel o una celestiale cantata di Bach. La prossimità di estranei è dunque evitata, visto che potrebbero accorgersi che non di Bach si tratta, ma di ragli sonori.

La promiscuità (quella cosa che i Somari scrivono spesso “promisquità”) viene quindi sfuggita con cura, attraverso una vita riservata e un generico ricondursi alle cose naturali che vengono considerate a priori estremamente benefiche, dimenticando che tra i genuini doni della natura, oltre al virus dell’ebola, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e alle inondazioni, devono essere annoverati il veleno più potente che esista (la tossina di un batterio chiamato botulino) e il cancerogeno più pericoloso (si chiama aflatossina ed è prodotto da certi tipi di muffe).

Alcune abitudini della specie sono singolari. Il Somaro ragliante si nutre avidamente di stupidaggini che trova su internet: oltre alle scontate notizie riguardanti conseguenze mortali delle vaccinazioni, predilige scie chimiche rilasciate da aviogetti nonché terremoti provocati da onde elettromagnetiche emesse da alieni. Se trova una balla gigantesca, la beve con gusto.

Conoscete quelli che quando un dito indica la Luna guardano il dito e non la Luna? Bene, in questo caso il Somaro non guarda né il dito né la Luna, ma dice: “Noi lassù non ci siamo mai andati, l’allunaggio è tutta una truffa!”.

 

 

Certo, non se la passano bene: sono circondati da avvocati a corto di lavoro, medici con procedimento disciplinare a carico e giornalisti in disuso malinconici e vocianti, che succhiano al Somaro ragliante i liquidi (dal conto in banca); singolarmente, la vittima trae piacere da tale pratica, avvantaggiando il parassita.

La specie è tutto sommato pacifica, ma può essere dannosa: a se stessa e ad altri. Infatti, seppure in buona fede, può diffondere pericolose bugie e instillare ingiustificate paure tali da indurre le persone a comportamenti che possono avere gravi conseguenze.

La brutta notizia è che sono tanti, molti più di quelli che immaginiamo.

La bella notizia è che non solo li possiamo fermare, ma possiamo anche farli tornare a essere persone normali in grado di ragionare. Perché io, che sono ottimista, so che dentro ogni Somaro c’è un cervello, e se c’è un cervello c’è speranza.

Ma come fare? Niente paura: per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa di più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. Vi state chiedendo di cosa si tratti? Ma la soluzione è molto semplice! Ne avete in mano un esemplare in questo momento.

Somari si curano con i libri, in dosi massicce.

 
  

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Wired

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Soldi ed immagine, omertà della Chiesa sulla pedofilia

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Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario.

pedofiliaLa fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della #Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?

«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza».

Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?

«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?

«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?

«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.

«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…

«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Italian journalists Gianluigi Nuzzi, left, and Emiliano Fittipaldi, leave the Vatican City from the Perugino gate, Tuesday, Nov. 24, 2015. The two Italian journalists who wrote books detailing Vatican mismanagement faced trial on Tuesday in a Vatican courtroom along with three people accused of leaking them the information in a case that has drawn scorn from media watchdogs. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?

«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

03/11/2015 Roma Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto Emiliano Fittipaldi giornalista e autore del libro Avarizia

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?

«Il processo in #Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

E il giornalista come si comporta?

«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

 
  

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Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano gli orrori

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II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria” , tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

 
Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.
Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

 
Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».
Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

 
E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

 
I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

 

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Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.
E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima.

 

Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento?

 

Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?
Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

 
  

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il Piccolo

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