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Fortuna, il gip: il soccorritore ha mentito

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Ha fornito particolari falsi sulla mamma di Fortuna Loffredo. E lo ha fatto in un momento particolare, quando era al centro dell’attenzione di tutti – media e inquirenti compresi – quando vestiva l’abito di primo soccorritore della piccola caduta nel vuoto, da un palazzone del Parco verde di Caivano

ccolo il profilo del 38enne arrestato per un episodio di pedofilia che sarebbe stato consumato nei confronti di una ragazzina di 12 anni (storia scoperta nel pieno delle indagini sul caso della piccola Fortuna), eccolo il volto del presunto pedofilo secondo le prime indagini sul parco degli orrori.

È lo scorso 24 giugno, sono trascorsi pochi minuti dopo la morte della bimba di sei anni, precipitata – forse – dai piani alti dell’edificio, quando al centro della scena si presenta il 38enne, l’uomo del primo intervento. Su di lui, i carabinieri della tenenza di Caivano sono impietosi, secondo quanto emerge dalla misura cautelare firmata dal gip Alessandro Buccino Grimaldi, che lo inchioda in cella per aver abusato di una bambina di 12 anni, appena pochi giorni dopo la morte di Fortuna, all’interno della sua abitazione, proprio nella stessa scala in cui viveva la piccola deceduta. Cosa scrivono i carabinieri sul conto del presunto pedofilo finito in cella? «L’uomo ha fornito particolari non veritieri sulla persona di Domenica Guardato (la mamma di Fortuna), quasi a voler ingenerare su tale soggetto eventuali sospetti…». Inevitabile una domanda: che senso aveva spargere zizzania su una donna colpita dalla morte della figlia? Perché seminare «particolari non veritieri» sulla giovane madre che stava venendo a conoscenza della violenza subita da «Chicca» durante la sua breve esistenza? Domande su cui è logico aspettarsi approfondimenti investigativi. Vicenda che va raccontata da una premessa.

Difeso dalla penalista Sabina Coppola, l’uomo arrestato per la presunta violenza sessuale nei confronti della ragazzina di dodici anni, nega le accuse, le respinge con fermezza. Anzi. Si dice indignato, al punto tale da presentarsi di sua spontanea volontà dinanzi ai pm, dopo aver intuito che le indagini convergevano sul suo conto. Eppure la storia della presunta violenza sessuale consumata contro la 12enne è destinata ad essere ricondotta, sempre e comunque, al caso della piccola Fortuna. Sono ancora i carabinieri a cristallizzare i primi attimi dopo la morte di Fortuna, per delineare la condotta dell’uomo che di lì a qualche giorno si sarebbe macchiato della violenza che oggi lo tiene in cella. È il 24 giugno scorso, dunque, quando il 38enne si dà da fare per soccorrere la piccola («è il primo e unico», scrive l’arma), «sollevandola e chiedendo assistenza a una passante occasionale, sebbene nella circostanza si trovasse all’interno dell’appartamento del suocero Vincenzo Dello Iacono».

Perché non chiamare il suocero per avere man forte nell’operazione di soccorso? Una domanda che spinge gli inquirenti a parlare di «comportamento anomalo» assunto dal 38enne negli istanti immediatamente successivi la morte di Fortuna. Ed è ancora il gip Buccino Grimaldi a parlare del caso di Fortuna Loffredo come di un «brutale omicidio», evidentemente sulla scorta di quanto raccolto finora dalla Procura di Napoli nord. Suggestioni, punto e basta, semplici osservazioni che non valgono – è bene chiarirlo – a coinvolgere il 38enne, anche da un punto di vista formale, nelle indagini sulla morte della piccola. Diverso, invece, il quadro indiziario legato alle accuse per pedofilia, a proposito del presunto stupro di una dodicenne. Nei suoi confronti, pesano le intercettazioni ambientali ricavate da una cimice piazzata dai carabinieri nei pressi della camera da letto di un appartamento nella palazzina popolare del parco verde. Brutta scena, quella che emerge dalla clip audio depositata agli atti del procedimento.

L’uomo avrebbe abusato di una dodicenne, secondo quanto emerge anche alla luce di alcune testimonianze depositate agli atti. Tra queste c’è anche la posizione assunta dalla moglie dell’indagato che, dinanzi agli inquirenti, ha negato di aver fatto sesso con il marito. Siamo intorno alle 15 del cinque luglio scorso, quando sarebbe stata consumata la violenza nei confronti della bambina. Volume del televisore alto, si sentono segnali ineludibili dell’avvenuta consumazione di un atto sessuale imposto su una persona che verrà identificata come una ragazzina di 12 anni. Brutta anche la verità che emerge dai certificati medici, che non possono che attestare le violenze subite dalla ragazzina. Ma non è tutto. Agli atti dell’inchiesta, ci sono anche le dichiarazioni di alcuni testimoni, come la moglie del 38enne, che sembra confermare un dato decisivo per stabilire quanto avvenuto lo scorso cinque luglio nell’appartamento di Caivano. È la donna infatti a negare di aver fatto sesso col marito, ribadendo – su una domanda specifica – di aver avuto rapporti intimi con l’uomo solo di notte, escludendo in modo categorico la fascia pomeridiana.

Inchiesta al bivio che conta. Vicenda che vede al lavoro il capo della Procura di Napoli nord, il procuratore Francesco Greco, e i pm Federico Bisceglia e Claudia Maone, da mesi impegnati sul caso Parco verde di Caivano. Indagini su Fortuna, sulla 12enne abusata, ma anche su tanti possibili spunti emersi in questi mesi di attività investigativa a tutto spiano. Indagine di sistema, sono centinaia le intercettazioni telefoniche ancora da analizzare, che potrebbero rivelare nuovi indizi sulla vita nel palazzo degli orrori di Caivano, dove basta alzare il volume della televisione per provare a soffocare il ribrezzo di una bambina di appena 12 anni.

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il Mattino

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Carola Rackete, così il gip smonta il Decreto sicurezza: “Non può essere applicato a chi salva naufraghi”

Primo giorno in libertà per Carola che ha lasciato Agrigento. IIl pm nega il nullaosta per l’espulsione. Nelle tredici pagine del provvedimento il giudice spiega che “una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse”.

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Un incontro con i suoi legali per decidere le prossime mosse, poi qualche giorno di riposo prima di tornare ad Agrigento – città che ha lasciato ieri sera alle 22 – per il secondo interrogatorio, questa volta con i pm che indagano per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’ipotesi di reato per la quale, dopo il verdetto della giudice delle indagini preliminari di Agrigento Alessandra Vella ( che ieri sera l’ha rimessa in libertà), Carola Rackete affronterà il proseguo dell’indagine con molta più serenità.  Non potrà ancora tornare a casa: la procura ha già negato il nullaosta per l’espulsione per esigenze di giustizia.

Leggi il fascicolo col provvedimento

 

Le 13 pagine del provvedimento del giudice, infatti, oltre a fissare la cosiddetta “scriminante”, che di fatto giustifica la manovra azzardata con la quale la comandante della Sea Watch 3 ha disobbedito all’ultimo alt rischiando di schiacciare contro il molo di lampedusa una motovedetta della Guardia di finanza, fissa alcuni principi di fondamentale importanza anche per tutte le altre navi umanitarie che operano soccorsi e che in questi giorni, dalla Open Arms a Mediterranea a Sea eye sono tornate nel Mediterraneo.

Il decreto sicurezza bis

Innanzi tutto, secondo la gip, “le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali” previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l’alt alla Sea Watch fin dall’approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perché una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale.

Il dovere di soccorso

E’ il principio fondamentale dell’ordinanza della gip Vella, appunto la scriminante che la giudice ha fatto prevalere nell’analisi della condotta della comandante . “L’attracco al porto di lampedusa – scrive la gip – appare conforme al testo unico per l’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera”.

I porti sicuri

L’ordinanza mette per la prima volta per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migratiin zona sar libica di far prua verso l’Italia è legittima perché ” in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri” e l’obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo. Che la Tunisia non prevede.

La nave da guerra

Secondo il gip Vella, le motovedette della Finanza non sono da considerarsi una nave da guerra e dunque l’inosservanza di un loro ordine non è punibile secondo quanto previsto dal codice della navigazione. “Le unità navali della Guardia di finanza – scrive la gip – sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano  al di fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare”.

Nessuna volontà di schiacciamento

La giudice ha accolto in pieno anche la ricostruzione di carola Rackete secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza. “Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria”.
Nelle prossime ore partirà anche l’iter di espulsione di carola Rackete dal territorio nazionale firmato ieri sera dal prefetto di Agrigento Dario Caputo secondo le direttive impartite dal ministro Salvini. Ma l’esecuzione del provvedimento sembra impossibile visto che dovrà essere convalidato dal giudice. La Procura però ha già negato il nullaosta fino a quando non saranno cessate le esigenze di giustizia, dunque certamente fino al 9 luglio. Nel frattempo il procuratore Luigi Patronaggio e l’aggiunto Salvatore Vella valuteranno se proporre ricorso contro il provvedimento del gip andato ben oltre la loro richiesta di applicare a carola Rackete il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Allo studio dei legali della Sea watch anche il possibile ricorso contro il sequestro probatorio della nave che ieri è stata condotta al porto di Licata





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la Repubblica

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“Troppo occidentale”, padre islamico tenta di dar fuoco alla figlia 15enne

Shock nel trevigiano: l’uomo l’avrebbe cosparsa di benzina e lei si sarebbe salvata in extremis

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ARCADE – Ha cosparso la figlia 15enne con una tanica di benzina e ha tentato di darle fuoco. Ma per fortuna l’accendino non funzionava e la ragazzina è riuscita a salvarsi.

Una vicenda terribile quella raccontata oggi dal Gazzettino. I fatti si sono verificati nelle scorse settimane ad Arcade. Un padre di famiglia marocchino, che non accetta il modo di vestire della figlia 15enne, a suo dire “troppo occidentale”, sarebbe passato alle maniere forti e, in casa, avrebbe tentato appunto di dare fuoco alla ragazzina. Ma l’accendino che avrebbe innescato le fiamme era scarico e così la 15enne è riuscita a fuggire alle grinfie del padre.

La moglie dell’uomo, che oltre alla 15enne ha avuto da lui altri due figli minorenni, terrorizzata dal comportamento del marito si è rivolta a un consultorio familiare. I servizi sociali del Comune si sono così fatto carico della situazione e la famiglia è ora tenuta al sicuro dall’uomo. Quest’ultimo è stato denunciato per maltrattamenti.





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Oggi Treviso

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Un appello per la scienza in Parlamento

Un gruppo di scienziati e giornalisti lancia l’appello: La scienza al servizio della collettività affinché il Parlamento italiano si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia

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Un rapporto sui serbatoi di batteri che resistono agli antibiotici. Poi un altro sui cambiamenti climatici e su come limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi. Infine, un’offerta agli studenti per comunicare la ricerca scientifica «nel mondo reale». Sono questi, al momento in cui scriviamo, i tre nuovi temi del Parliamentary Office of Science and Technology (POST), l’Ufficio per la scienza e la tecnologia del Parlamento del Regno Unito, che si autodefinisce fonte interna di «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili di problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia». Moltissimi altri parlamenti in tutto il mondo si sono dotati di un ufficio simile a quello dell’assemblea legislativa più antica del mondo. Il Parlamento europeo può contare, per esempio, sul Comitato di valutazione delle opzioni scientifiche e tecnologiche (STOA).

Perché gran parte delle assise legislative dei paesi democratici ha scelto di dotarsi di simili comitati di esperti in scienza e tecnologia? Beh, i motivi sono essenzialmente due.

Il primo è che una quantità crescente del tempo e delle attività dei parlamentari ha a che fare con temi correlati alla scienza e alla tecnologia. Non è una sorpresa. È, semplicemente, il segno dei tempi. Viviamo nella società e nell’economia della conoscenza. Viviamo nell’era della domanda crescente di nuovi diritti di cittadinanza: i diritti di cittadinanza scientifica. Di conseguenza, le massime agorà della democrazia – i parlamenti, appunto – non possono non occuparsi di conoscenza: sia della produzione di nuova conoscenza (la scienza) sia delle applicazioni delle nuove conoscenze (l’innovazione tecnologica fondata sulla scienza).

Il secondo motivo è che i parlamenti, per essere in grado di prendere decisioni ponderate su «problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia», devono poter contare su «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili» realizzate da consulenti scientifici.

I comitati di esperti non sostituiscono il Parlamento. Le scelte restano responsabilità e prerogativa degli eletti dal popolo. Ma i comitati di esperti assolvono al ruolo di facilitare scelte documentate e ben fondate. Sono, in definitiva, una necessità e insieme un’espressione di una democrazia matura. Sono la forma tangibile di una scienza al servizio della democrazia.

Ebbene, nel novero crescente dei parlamenti che si sono dotati di comitati di scienziati esperti per poter contare su analisi indipendenti, bilanciate e accessibili sulla base delle quali operare le proprie scelte in materie che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia manca l’Italia.

In qualche modo ce ne accorgiamo. Nel nostro Parlamento molto – troppo – spesso i dibattiti e le decisioni tipiche della società e dell’economia della conoscenza sono poco informati, poco ponderati. Ideologici. Il paese stesso ne risente. Infatti l’Italia stenta a entrare nella società e nell’economia della conoscenza. Certo: non tutte le responsabilità ricadono sul Parlamento. Tuttavia, è anche vero che, in quota parte, il Parlamento ha le sue responsabilità.

Di qui nasce l’appello che un piccolo gruppo di ricercatori e di giornalisti scientifici rivolge al parlamento italiano affinché si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia capace di analisi indipendenti, bilanciate e accessibili a tutti i cittadini.

L’appello, a cui è stato dato il titolo La scienza al servizio della democrazia, è stato già sottoscritto da un numero elevato e qualificato di donne e uomini di scienza. Da fisici, come Marica Branchesi e Carlo Rovelli, biologi, come Maria Luisa Villa e Carlo Alberto Redi, filosofi della scienza, come Telmo Pievani e Giovanni Boniolo. E poi ancora, tra i primissimi, Roberto Cingolani, Silvio Garattini, Giuseppe Remuzzi, Nicola Bellomo, Paolo Vineis, Maria Pia Abbracchio, Patrizia Caraveo, Lucia Votano.

Un bello spaccato della comunità scientifica italiana che avanza una proposta chiara e precisa, nella speranza che, al di là delle divisioni politiche, venga accolta per il bene del Parlamento, della democrazia e dell’Italia intera.

Per firmare la petizione, clicca qui:
https://www.change.org/p/appello-scienzainparlamento





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le Scienze

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