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Giornata contro l’omofobia, l’Europa è sicura per le persone Lgbti?

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È grazie alle legge sulle unioni civili, approvata lo scorso anno, e ad alcune sentenze che hanno riconosciuto la genitorialità delle coppie gay, che l’Italia conquista due posizioni nella classifica che ogni anno Ilga Europe diffonde in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia (Idahot o Idahobit, se includiamo la componente bisessuale), il 17 maggio, appunto.

Un risultato travagliato
La legge italiana sulle unioni civili viene definita “una pietra miliare” nel sesto report della sezione europea dell’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga), a cui però non è sfuggito il lungo e travagliato iter del provvedimento, né i toni e il linguaggio che hanno caratterizzato il dibattito parlamentare.

L’iter, il contenuto e i postumi del passaggio della legge sono stati tutt’altro che lineari – si legge nel report basato sui dati raccolti nel 2016 e che accompagna la mappa e il rating –. Migliaia di attivisti a favore dell’uguaglianza sono scesi per le strade prima del primo voto in Senato; molti di loro sono rimasti sgomenti davanti alla decisione del governo di eliminare l’adozione da parte del secondo genitore pur di garantire la sopravvivenza della legge. Un linguaggio divisivo e spregiativo verso le coppie dello stesso sesso e i loro figli, usato dai parlamentari che si opponevano alla legge, è diventato lo sgradevole marchio di tutto l’iter legislativo. In un paese in cui i discorsi di odio contro le persone Lgbti non sono oggetto di leggi, questo è stato un momento particolarmente difficile per le famiglie arcobaleno“.

omofobia

Il rating che Ilga assegna all’Italia, alla luce di tutto questo, è del 27%. Punteggio che pone il nostro paese alla posizione numero 32 rispetto alla 34 dello scorso anno, ma che segna ancora una distanza enorme con i paesi in vetta alla classifica e non basta a superare stati come l’Albania (al 33%), la Bosnia (al 31%), il Kosovo (al 30%) e il Montenegro (al 39%).

Tre aspetti su cui intervenire presto
Secondo l’associazione, l’Italia dovrebbe agire immediatamente su almeno tre fronti, per progredire sensibilmente sulla strada dell’uguaglianza. Il primo passo deve essere l’approvazione del matrimonio egualitario (cosa che include anche la genitorialità e le adozioni); poi bisogna eliminare gli ostacoli che impediscono a tutti e tutte di accedere alle tecniche di procreazione assistita; infine è necessario proibire gli interventi medici e chirurgici sui minori intersex, a meno che non ci siano necessità cliniche e in tutti i casi in cui si può posticipare il ricorso alla medicina fino a quando la persona non sia in grado di decidere autonomamente.

Pesa, nel punteggio finale italiano, anche la mancanza di una legge contro l’omofobia e la transfobia e contro i discorsi d’odio (l’hate speech).

Il report di Arcigay: 196 episodi di omofobia in un anno
A guardare più nel dettaglio il 2016 italiano è il report di Arcigay, che ha raccolto i dati degli episodi di omofobia e transfobia apparsi sui media dal 17 maggio scorso. Il totale è di 196 storie di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere censite. Una stima al ribasso, con ogni probabilità, perché “le storie che riporta sono quindi quelle che hanno superato il filtro della notiziabilità, cioè che sono state innanzitutto denunciate e in secondo luogo ritenute di pubblico interesse dagli operatori dell’informazione“, spiega l’associazione.

Un’analisi qualitativa, più che quantitativa, dunque, divisa in sei sezioni. “La prima è dedicata all’omofobia istituzionale e ai movimenti omofobi – spiega il report –, cioè a tutti i casi in cui parole e azioni d’odio hanno come responsabile un rappresentante istituzionale, luoghi istituzionali, o realtà che tentano di confezionare il discorso d’odio in contenitori autorevoli (convegni per esempio), affinché sia assunto come valido da chi ascolta“. Sono 62 i casi che rientrano in questa sezione. Un numero che l’associazione giudica esorbitante su cui pesano da una parte il dibattito sulle unioni civili e, a traino, le azioni e le dichiarazioni dei sindaci che hanno tentato di opporsi all’applicazione della legge, e dall’altra la campagna elettorale delle elezioni amministrative “che come ogni appuntamento elettorale hanno prodotto una notevole quantità di hate speech, utilizzato come leva di consenso“. Un fenomeno, quello dell’omofobia istituzionale, che ha conseguenze anche negli altri ambiti, spiega Arcigay “in virtù della legittimazione che fornisce“.

Omofobia a scuola e nello sport
La seconda sezione raccoglie gli episodi verificatisi in ambito scolastico. Quindici storie che parlano di bullismo e cyberbullismo, ma anche di tutti i casi in cui le classi o i dirigenti scolastici si sono rifiutati di affrontare i temi che riguardano i diritti delle persone Lgbti. Secondo l’associazione, “la scuola, è uno dei contesti che più subisce l’impennata dei discorsi e delle parole d’odio“. Un fatto che il report collega direttamente all’abbassamento dell’età degli autori di atti di vera e propria violenza. Arcigay denuncia infatti il “dilagare del fenomeno delle baby gang, spesso protagoniste di fatti violentissimi“, a cui è destinata un’altra sezione del report che affronta i casi di cronaca nera.

Lo sport è un altro ambito in cui bisogna registrare fatti di omofobia e transfobia. Non perché sia un settore nuovo a queste storie, ma semplicemente perché iniziano adessere denunciate e, quindi, visibili. Dodici sono i casi censiti di discriminazioni contro le persone o le coppie omosessuali da parte di negozi, offerte commerciali, luoghi di ritrovo “nonostante la legge sulle unioni civili“.

Dal censimento fatto da Arcigay, risulta poi che si registrano omicidi, atti e discorsi d’odio (elencati in altre due categorie del report) contro le persone Lgbti con una frequenza pari a un caso ogni tre giorni. “Questo è il ritratto disperante di un paese che non riesce a iniettare anticorpi efficaci contro l’omotransfobia“, è il commento dell’associazione  “La legge approvata alla Camera giace sepolta al Senato, senza alcuna prospettiva. E nessun’altra iniziativa di legge si intravede all’orizzonte“.

Un fondo per le vittime
Numeri che spiegano perché, proprio oggi, l’associazione di avvocati e avvocate Gay Lex lancia il progetto Fai la causa giusta, il primo fondo nazionale per aiutare le vittime di omofobia, transfobia e bifobia. Il progetto si alimenterà attraverso donazioni dal basso e contributi, sia pubblici sia privati, e sarà gestito da Gay Lex insieme ad altre realtà. Con i fondi raccolti saranno coperte le spese di assistenza legale, di supporto psicologico e di counseling per le vittime di omo-transfobia.

Malta prima in Europa
In vetta alla classifica dei 49 paesi del Vecchio Continente troviamo, per il secondo anno di seguito, Malta con l’88% seguita dalla Norvegia (78%) e dal Regno Unito (75%). Il merito è di nuove misure contro le discriminazioni adottate dall’isola con continuità da anni. In particolare, lo scorso anno Malta è diventata il primo paese al mondo ad adottare una legge contro le cosiddette terapie riparative, che prevede ammende e anche la prigione per chi adotta queste pratiche pericolose, come le definisce Ilga.

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Ma il percorso di Malta è cominciato nel 2014, quando ha legalizzato le adozioni per le coppie dello stesso sesso. L’anno successivo, abbassò l’età in cui una persona può legalmente decidere il proprio genere legale, passandolo da 18 a 16 anni. Sempre nel 2015, il Gender Identity, Gender Expression and Sex Characteristics Act stabilì che le persone transgender detenute dovevano essere collocate in accordo con il loro genere di elezione e non con quello di nascita. Infine, cosa ancora più importante, a Malta la transessualità non è più considerata una malattia mentale né un disordine. Manca, ancora, una legge sul matrimonio per le persone dello stesso sesso, motivo per il quale l’isola si ferma all’88%.

Armenia, Russia e Azerbaijan chiudono la classifica
Nelle ultime posizioni si collocano l’Armenia (con il 7%), la Russia (con il 6%, che non tiene conto delle ultime notizie dalla Cecenia, dato che il rating si basa sul 2016) e l’Azerbaijan (con il 5%). Nel 2016 non si registrano cambiamenti drastici nelle politiche per le persone Lgbti in Azerbaijan, che si presenta nelle stesse condizioni dello scorso report. “Un esame dei criteri politici e legali – si legge nel report – mostra che le persone Lgbti devono ancora fare i conti con una quasi totale assenza di protezione legale“.

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Lo dimostrano anche le pochissime novità segnalate dagli attivisti che lavorano sul territorio. “Queste minime protezioni sono state enfatizzate dal Consiglio d’Europa“, spiega Ilga, “che ha sottolineato come le continue discriminazioni spingano le persone Lgbti a nascondere la propria identità“. Per questo il Consiglio ha spronato lo stato a introdurre forme di protezione contro i crimini d’odio e ha incoraggiato il lavoro della società civile. “Organizzazioni locali – si legge nel report – hanno raccolto testimonianze preoccupanti di persone Lgbti prese di mira dalla polizia in raid avvenuti nella capitale o segnalate per il loro orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere“. In Azerbaijan, le uniche leggi presenti che riguardano le persone omosessuali o transessuali sono quelle che consentono a queste ultime di sposare persone del sesso opposto al proprio, che permettono il cambio di genere e che non limitano la libertà di espressione.

Un progresso a rischio
Il progresso sulla strada dell’uguaglianza c’è“, è la conclusione delle 250 pagine prodotte da Ilga Europe: “ma sta rallentando ed è in pericolo. I leader europei devono mostrare più coraggio e assumersi qualche rischio in più“. “Nella parte alta della mappa“, aggiunge Evelyne Paradis, direttrice esecutiva di Ilga Europe, “c’è ancora molto lavoro da fare per essere sicuri che le persone Lgbti possano vivere liberamente e, in quella più bassa, vediamo che le persone Lgbti vivono ancora nella paura. Il nostro compito non è ancora finito“.

I rischi, secondo gli attivisti di Ilga, non sono solo nelle minacce dirette, come il caso della Cecenia insegna, ma anche in fenomeni che pur non essendo direttamente riconducibili alla comunità Lgbti, ne minacciano i diritti. A partire dall’uso politico del fenomeno migratorio. “Dal crescente uso del dibattito sui rifugiati per alimentare la xenofobia, con i cosiddetti partiti populisti che ammiccano direttamente alla comunità Lgbti denigrando altre comunità (e, tra l’altro, non supportando le politiche Lgbti nella pratica) – continua Paradis –, all’aumentare le misure di sicurezza nel nome dell’anti-terrorismo, silenziando i media indipendenti o le università, possiamo vedere il preoccupante potenziale che tutto questo porta nell’indebolimento del lavoro degli attivisti Lgbti“.

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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«Mamma, mi piacciono i maschi»: bambino di 10 anni ucciso di botte dalla madre

Torturato e massacrato dalla madre, il bambino è deceduto in ospedale

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Massacrato e ucciso di botte a 10 anni dalla madre, con l’aiuto del fidanzato, perché avrebbe confessato di essere gay. Una storia tremenda al quale si aggiungono dettagli ancora più cruenti avvenuta nella California del Sud. Il piccolo, Anthony Avalos, sarebbe stato maltrattato davanti agli occhi dei suoi fratellini più piccoli, costretti anche loro a picchiare e a lottare con lui.

Anthony aveva detto alla madre che gli piacevano sia le ragazze che i ragazzi. Una frase che avrebbe scatenato la rabbia della donna. Numerosi gli abusi trovati sul corpo del bimbo, morto in ospedale. Segni di sigarette spente sul volto, ferite sulla testa e lividi su tutto il corpo.

La tortura includeva anche sbattere il bambino sul pavimento della camera da letto, frustandolo con una cintura e un cordino, versandogli in bocca della salsa bollente e vietandogli di usare il bagno. Secondo il NYPost, se condannati, la madre di Anthony rischia fino a 22 anni di carcere nella prigione di stato. Mentre il suo fidanzato potrebbe essere condannato a 32 anni.

 
  

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Il governo Conte ha partecipato alla cerimonia per il quinto anno di pontificato di Papa Francesco

Nessun cambiamento anche col nuovo governo in merito alla laicità istituzionale. L’Italia è un Paese laico ma continua a mantenere un atteggiamento teocratico

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Erano presenti il presidente del consiglio Giuseppe Conte e diversi ministri dell’attuale esecutivo, come Alfonso Bonafede (Giustizia), Giovanni Tria (Economia), Elisabetta Trenta (Difesa), nonché la presidente del Senato Elisabetta Casellati. Il vicepresidente e ministro del Lavoro Luigi Di Maio è arrivato in chiusura perché impegnato nella registrazione di un programma televisivo, mentre l’altro vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha presenziato a causa di impegni istituzionali.

A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana

Il senatore Andrea De Bertoldi (Fratelli d’Italia) ha annunciato la presentazione di un progetto di legge per vietare la trascrizione degli atti di nascita dei figli delle coppie omosessuali. Proprio su questo tema FdI ha inoltre interpellato il governo durante un question time alla Camera: in questo caso il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, ha risposto a nome del ministero dell’Interno che il prefetto non può annullare queste trascrizioni.

La sindaca di Coriano (RN), Domenica Spinelli, si è rifiutata di far registrare all’anagrafe due figli di una coppia omosessuale. La stessa prima cittadina ha partecipato a una conferenza stampa promossa da gruppi integralisti, con i senatori Maurizio Gasparri (Forza Italia), Simone Pillone (Lega), Isabella Rauti (Fratelli d’Italia), Andrea De Bertoldi (Fratelli d’Italia), il deputato Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia).

Nel reparto di ginecologia e nel consultorio familiare pubblico dell’ospedale di Caltagirone (CT) sono presenti volantini e locandine di gruppi anti-aborto.

La redazione UAAR

 
  

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La libertà occultata dietro un velo

Mezzo di dominio e di controllo sulle donne della propria comunità

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Da qualche giorno la Norvegia è annoverata di diritto tra i Paesi che hanno adottato una forma di restrizione nell’uso di indumenti che nascondono anche solo parzialmente il viso. A differenza di altri però, prima fra tutte la Francia e ultima di soli pochi giorni la vicina Danimarca, che hanno adottato leggi da applicare in tutti i luoghi pubblici, in Norvegia il bando riguarda esclusivamente gli ambiti scolastici e universitari. A sorprendere è l’amplissima maggioranza che ha sostenuto l’approvazione della legge, comprendente sia conservatori che laburisti. Contrari alla legge i socialisti, per i quali il problema in questione è minimale; quelli della scuola sono, come al solito quando ci si oppone, “ben altri”.

Mezzo di dominio e di controllo sulle donne della propria comunità

Naturalmente, sebbene la legge non lo specifichi a chiare lettere, le prime destinatarie del divieto sono le donne di fede islamica e i loro indumenti più coprenti come il burqa e il niqab. Inevitabilmente lo scontro si è perciò spostato immediatamente sul piano ideologico. Coloro i quali si oppongono a simili divieti, perché non accettano l’idea di perdere un ascendente importante oltre che mezzo di dominio e di controllo sulle donne della propria comunità, si ritrovano al loro fianco i paladini del “vietato vietare”, che ritengono sia deleterio sacrificare il diritto di esprimere la fede di ognuno in nome della tutela di chi viene obbligato, suo malgrado, a palesare l’appartenenza a una comunità in cui magari non si riconosce nemmeno.

velo

Non è credibile sostenere che indossare il velo islamico sia effettivamente una scelta libera, sebbene a volte possa esserlo. Non lo è certamente in Paesi come l’Iran, in cui non viene imposto come “semplice” prescrizione religiosa ma come vero e proprio obbligo di legge. Un obbligo a cui non si sottraggono a volte nemmeno le donne che potrebbero esserne esentate, come a suo tempo la vice segretaria del Pd Debora Serracchiani. Spessissimo non è una libera scelta nemmeno in quei paesi islamici dove non esiste una vera legge in merito, ma ci si aspetta comunque che una donna si adegui senza obiezioni a una morale patriarcale che intima loro di azzerare la propria identità, e quindi il loro diritto di esistere come portatrici di diritti. Non è una libera scelta perfino nei quartieri di quelle città europee che, in nome del “multiculturalismo”, hanno di fatto creato ghetti islamici con tanto di ronde.

Voce e coraggio a donne che di veli non vor­reb­bero mai più sen­tir parlare

Ne è testimone diretta Masih Alinejad, una donna iranianache ha pagato, e paga tuttora, un prezzo altissimo per aver osato alzare la testa contro il regime degli ayatollah: quello di non poter rivedere la sua famiglia d’origine. Nel suo libro The wind in my hair, Masih racconta degli anni della sua gioventù trascorsi in Iran a lottare anche per il diritto di mostrare il suo volto e i suoi capelli. Fu lei, con la semplice pubblicazione di una sua foto a capelli sciolti nel vento, poi diventata virale, a dare il via alla campagna My Stealthy Freedom, che di lì a poco avrebbe dato voce e coraggio a donne che di veli non vor­reb­bero mai più sen­tir parlare. Qualunque cosa possa dire chi si oppone al loro divieto.

Difficile considerare quello del velo come un diritto, quando ci sono donne che si espongono a rischi concreti solo per cercare di ottenere il diritto opposto, che è quello di non essere obbligate a indossare alcun velo. A una domanda nella quale l’intervistatrice ha chiesto a Masih cosa direbbe a chi sostiene che ci sono ben altri problemi che l’obbligo del velo in Iran, lei ha risposto: «Qui si tratta di un governo che controlla l’intera società attraverso le donne. Mi intristisce sentire gente che la ritiene una piccola cosa, perché tutto ha inizio con quella privazione dei nostri diritti. Una cultura intollerante si basa su questo». Con quale coraggio si potrebbe dirle che si sbaglia?

 
  

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