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Gli Arena, il parroco e il business dei migranti: sequestrato l’impero Misericordia

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I servizi per il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto sarebbero stati nelle mani fameliche della cosca Arena. Questa, almeno, la tesi della Dda di Catanzaro secondo cui il potente clan controllava il tessuto economico crotonese ed in particolare, da almeno dieci anni, le attività imprenditoriali connesse al funzionamento del Cara Sant’Anna, che accoglie migliaia di migranti.

Al centro dell’indagine, sfociata stamani nell’operazione Jonny che ha portato esattamente al fermo di 68 persone, la figura di Leonardo Sacco, personaggio molto conosciuto in città e non solo, governatoredell’associazione di volontariato “Fraternita di Misericordia” di Isola di Capo Rizzuto e presidente della Confraternita Interregionale della Calabria e Basilicata.

Secondo gli inquirenti tramite Sacco gli Arena si sarebbero aggiudicati gli appalti della Prefettura di Crotone per la gestione dei servizi – in particolare quello di catering – del Cara crotonese ma anche di quello di Lampedusa, in Sicilia, affidati in sub appalto ad imprese che si ritiene siano state costituite apposta dalla cosca e da altre famiglie di ‘ndrangheta, così da spartirsi i fondi sui migranti.

IL CATERING: UN BUSINESS DA 103 MILIONI

Le indagini avrebbero documentato come le società di catering riconducibili ai cugini Antonio e Fernando Poerio, e a Angelo Muraca, dal 2001 abbiano ricevuto, inizialmente con affidamento diretto e poi in subappalto, la gestione del servizio mensa del centro di accoglienza isolitano, la cui conduzione sarebbe stata ottenuta dalla Misericordia.

Il servizio, fino al 2009 era stato affidato in via d’urgenza proprio per lo stato di emergenza dovuto all’eccezionale afflusso di migranti che arrivavano in Itala. Dopo il 2009 furono vinte invece tre gare d’appalto.

Secondo gli investigatori, quindi, l’organizzazione criminale, per superare il problema delle interdittive antimafia che, nel tempo, avevano colpito le società di catering, ne avrebbe più volte modificato la ragione sociale e i rappresentanti legali delle stesse, così da mantenere inalterato il controllo della filiera dei servizi.

Un imponente flusso di denaro pubblico sarebbe stato così intercettato dalle imprese tra il 2006 e il2015, si calcola circa 103 milioni di euro, dei quali almeno 36 utilizzati per finalità diverse da quelle previste, cioè assicurare il vitto ai migranti ospiti nel centro: in pratica sarebbero stati riversati, in parte, in quella che gli inquirenti definiscono la “bacinelladell’organizzazione per le esigenze di mantenimento degli affiliati, anche detenuti; un’altra parte, poi, impiegata per acquistare beni immobili, partecipazioni societarie e altri investimenti.

La tesi è che ingenti somme da destinare all’organizzazione mafiosa sarebbero state fatte confluire alla cosca sia con ripetuti prelievi in contante dal conto della Misericordia e delle società riconducibili agli indagati, che attraverso erogazione di grossi prestiti o, ancora, attraverso pagamenti di forniture inesistenti, false fatturazioni, acquisto di beni immobili per “immotivate finalità aziendali.

DON SCORDIO: 132 MILA EURO PER L’ASSISTENZA SPIRITUALE DEI PROFUGHI

In questo quadro, una somma consistente sarebbe stata distribuita “indebitamente” al sacerdote don Edoardo Scordio, parroco della Chiesa di Maria Assunta, a titolo di prestito-contributo e pagamento di asserite note di debito: nel corso del 2007, per servizi di assistenza spirituale resi ai profughi avrebbe ricevuto 132 mila euro.

Don Scordio è considerato come il gestore occulto” della Confraternita della Misericordia ma anche come l’organizzatore di un vero e proprio “sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi” sostengono gli investigatori “riuscendo ad aggregare le capacità criminali della cosca Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco al vertice della citata associazione benefica, da lui fondata”.

LA TRUFFA DEI PASTI “FANTASMA”

Un altro introito per la cosca sarebbe quello di una presunta truffa messa in atto da Leonardo Sacco e dai cugini Antonio e Fernando Poerio: nel 2013, attraverso “il controllo occulto” della società Quadrifoglio Srl, avrebbero fatturato alla Prefettura di Crotone un numero di pasti maggiore rispetto alle prestazioni effettivamente rese, ottenendo un profitto di circa 450 mila euro.

Il sistema progettato per distrarre il denaro pubblico, poi, sempre in base alla tesi accusatoria, avrebbe goduto della collaborazione dei familiari degli indagati e sarebbe stato attuato, con delle partecipazioni sociali fittizie e con l’emissione di falsi documenti contabili, dai cugini Poerio e da Angelo Muraca, insieme ai parenti Aurora Cozza, Maria Lanatà, Stefania Muraca, Pasquale Poerio e Antonio Poerio (cl. 81).

A questi si aggiungerebbero i cosiddetti “fatturisti”: Mario Ranieri, Santo Tipaldi, Ercolino Raso, Benito Muto, Beniamino Muto, Domenico Mercurio, Salvatore De Furia. Per gli investigatori “intranei alle cosche isolitane”, avrebbero fornito prestazioni contabili artificiose a favore del gruppo economico “in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa di notevoli somme di denaro e di evadere le previste imposte fiscali”.

L’EMERGENZA MIGRANTI FA ‘SCOPPIARE’ LA PAX MAFIOSA

Dalle indagini emergerebbe, in sintesi, la capacità imprenditoriale, in chiave di sfruttamento delle risorse pubbliche, della ‘ndrangheta crotonese, in grado di soddisfare le complesse esigenze dei vari clan locali.

Proprio l’elevato flusso di denaro pubblico riservato all’emergenza migranti sarebbe stato anche alla base della pacificazione tra le cosche Arena e Dragone, contrapposte ai Nicoscia e Grande Aracri e che, nel primo decennio del 2000, si resero protagoniste di una cruenta guerra degenerata in numerose uccisioni e scontri a fuoco.

Gli investigatori spiegano infatti che la faida sarebbe finita proprio contemporaneamente all’andava a regime del “sistema di drenaggio di denaro pubblico derivato dagli appalti per la gestione del centro accoglienza”. “Ciò infatti – proseguono gli inquirenti – ha costituito l’occasione per una mirata distribuzione delle risorse tra le varie famiglie mafiose interessate a mettere da parte i pregressi dissidi e sfruttare le notevoli opportunità di guadagno”.

In questo contesto vengono messe in evidenza le figure di Salvatore Nicoscia, di Pasquale Nicoscia (cl. 91), di Domenico Nicoscia (cl. 78), di Luigi Manfredi detto “Gigino ‘u Porziano” e del fratello Antonio’u Mussutu”, di Mario Manfredi e di Giuseppe Pullano la molla”.

I SEQUESTRI: “SIGILLI” AL CONVENTO E ALLA MISERICORDIA

Nel corso dell’operazione di #polizia  è stato eseguito, sulla base di accertamenti preliminari del Ros, un sequestro preventivo di beni emesso dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro nei confronti degli indagati e per un ammontare complessivo di circa 70 milioni di euro.

I sigilli sono scattati per l’intero patrimonio immobiliare riconducibile alla Fraternita di Misericordia di Isola di Capo Rizzuto, costituito da un convento di 1700 mq, successivamente ristrutturato ed adibito a poliambulatorio; dal teatro Astorino, sempre ad Isola, e da diversi immobili, alcuni dei quali acquistati dallo stesso Sacco da soggetti considerati “organici” agli Arena e – si ritiene – per salvaguardarli da possibili interventi ablativi.

Il sequestro ha colpito anche la Miser.Icr. Srl – di cui la Misericordia è socio unico – che gestisce numerose attività di servizi sul territorio, tra cui quello di pulizie dei centri di biomasse di Strongoli e Crotone, le mense scolastiche di alcune scuola isolitane, il centro congressi di Isola Capo Rizzuto, l’aquarium dell’Area marina protetta ed il centro polisportivo “Alere flammam”.

Il provvedimento comprende, inoltre, le partecipazioni della Miser.Icr. al capitale sociale dell’Aeroporto S. Anna Spa e della Società Editoriale Crotonese Srl, acquisite nel tempo “in evidente contrasto con il suo scopo prettamente mutualistico”, sostengono gli inquirenti.

Le indagini patrimoniali infine, avrebbero rilevato l’esistenza di una netta sperequazione tra il tenore di vita sostenuto dagli indagati e i redditi dichiarati al fisco, da cui è scaturito il sequestro dei beni personali (immobili, autovetture di lusso, imbarcazioni, conti correnti e polizze) nonché dell’impresa Sea Lounge Srl di Isola di Capo Rizzuto, che si ritiene costituita ed alimentata da Sacco e Poerio facendo ricorso a capitali considerati di “sospetta provenienza” (tra i beni di quest’ultima una flotta di imbarcazioni impiegate a scopo turistico e l’agenzia di viaggi Navy Tour).

Complessivamente, l’intervento ha riguardato: undici società attive nel settore agricolo, della ristorazione, del turismo, dell’edilizia, della prestazione di servizi, 129 immobili (tra cui: 46 abitazioni, un residence, 4 ville, 9 garage, 6 depositi, 6 negozi e 38 ettari e mezzo di terreno), 81 autovetture, 27 ambulanze e 5 imbarcazioni, 90 rapporti bancari e 3 polizze assicurative.

Gli accertamenti patrimoniali del Nucleo di Polizia Tributaria hanno portato poi al sequestro di due interi patrimoni aziendali, di 19 unità immobiliari (7 fabbricati e 12 terreni di vario genere per circa 20 ettari), quote societarie, 15 autovetture, 3 motoveicoli, 15 titoli PAC, 90 rapporti finanziari e 5 polizze assicurative per un valore complessivo di due milioni di euro.

LA COSCA A CATANZARO: LE STRATEGIE E LE ALLEANZE

Una rilevante parte delle indagini, svolta dagli uomini delle Squadre Mobili di Catanzaro e Crotone, ha avuto invece lo scopo di svelare e contrastare le dinamiche criminali legate alla presenza “militare” della cosca Arena sul territorio, con particolare riferimento alle estorsioni.

Da qui sarebbe emerso che la cosca, dopo anni di conflitti con i Nicoscia, anch’essa radicata ad Isola Capo Rizzuto con la potente consorteria che fa capo a Nicolino Grande Aracri, con base invece nel comune vicino di Cutro, anche a seguito delle operazioni di polizia giudiziaria che via via hanno assottigliato le fila dei rivali, avrebbe suggellato con essi una sorta di pax mafiosa, rinnovando la propria leadership nel panorama criminale dell’area.

Con queste modalità gli Arena avrebbero imposto la loro presenza oltre che nel crotonese, anche sull’area ionica della provincia di Catanzaro monopolizzando il business delle estorsioni a negozi e ad imprese, impegnate anche in opere pubbliche.

Tra il 2015 ed il 2016, in particolare a Catanzaro, una cellula della cosca, dipendente quella madre di Isola ma radicata nel capoluogo, avrebbe messo in atto una serie impressionante di danneggiamenti a scopo estorsivo, soprattutto nell’area immediatamente a sud del capoluogo.

Su questo si sono concentrare le indagini dei finanzieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro e che hanno portato all’arresto di dieci persone considerate appartenenti alle due distinte cosche di Roccelletta di Borgia e di Vallefiorita, già ritenute come articolazioni autonome del locale di Cutro.

Tra i destinatari del fermo vi sono i rappresentanti storici della cosca Catarisano (attiva nella frazione di Roccelletta di Borgia e zone limitrofe) e dei Bruno (operanti nei comuni di Vallefiorita, Amaroni e Squillace).

In particolare, le investigazioni delle squadre mobili documenterebbero come, assenti dal territorio isolitano i vertici della famiglia Arena, perché detenuti, il ruolo di reggente sarebbe stato assunto dal pluripregiudicato Paolo Lentini (cl. 64), detto “pistola”, soggetto considerato di una caratura criminale riconosciuta anche presso esponenti di ‘ndrangheta di altre province.

L’operosità del gruppo, formalmente guidato da Giuseppe Arena, detto “Tropeano”, e dal fratello Pasquale, “Nasca”, ma facente capo, sul campo, a Lentini, sarebbe risultata, in particolare, orientata alla gestione capillare delle estorsioni alle attività economiche e commerciali in provincia di Crotone e Catanzaro.

IL RACKET E LA “BATTERIA” DI PREGIUDICATI

In questo contesto emergerebbe, a margine delle ripetute azioni criminali nell’area di immediata e consolidata presenza della cosca, l’operatività di un’agguerrita “batteria” di pregiudicati catanzaresi demandati all’imposizione del racket nei confronti delle attività produttive del capoluogo e capeggiata, come referenti delle famiglie di Isola Capo Rizzuto, da Nicolino Gioffrè detto “Nico”, Costantino Lionetti e Luigi Miniaci che, a loro volta, si sarebbero serviti, come elemento “operativo”, di Santino Mirarchi, arrestato nel 2016 ed oggi collaboratore di giustizia.

Le investigazioni avrebbero svelato il ruolo del collaboratore come “capo squadra” per il territorio di Catanzaro Lido oltre ad una serie di azioni delittuose “delegategli” – dalla fine del 2014 – dalla cosca madre alla quale poi giungevano i cospicui proventi economici illeciti che derivavano, appunto, dal dominio criminale esercitato sul comprensorio.

In particolare a Mirarchi sarebbe stato conferito il ruolo di “esattore” delle attività estorsive per conto degli Arena nel capoluogo ma anche di referente per l’approvvigionamento di armi e di delegato, per conto di Paolo Lentini, ai rapporti con i rappresentanti delle altre cosche di ‘ndrangheta presenti nei territori confinanti, nonché alla distribuzione degli introiti per il mantenimento delle famiglie degli affiliati e per sostenere le necessità logistiche delle cosche di appartenenza.

A NATALE, PASQUA E FERRAGOSTO: COSÌ LE AZIENDE PAGAVANO IL PIZZO

Il flusso di denaro proveniente dal racket seguiva due canali: il primo legato al taglieggiamento delle “grandi imprese”, impegnate anche in lavori di rilevanza pubblica, che erano costrette a pagare ingenti somme con cadenza fissa in corrispondenza delle festività di Natale, Pasqua e Ferragosto; l’altro riferibile ad una contribuzione con cadenza mensile da parte dei negozianti del territorio, costretti a pagare spesso a causa di danneggiamenti ed intimidazioni.

In tutto ciò Mirarchi – sostengono sempre gli inquirenti – sarebbe stato aiutato dal alcune persone fidate come Domenico Falcone (cl.’73), Leye Kane (cl.’81) e Antonio Giglio (cl.’76). Insieme a loro, e sotto le direttive di Nicolino Gioffrè (cl.’75), sarebbero state avanzate una serie di richieste estorsive, anche per evitare le interferenze di gruppi di nomadi dediti alla stessa attività e le cui azioni giudicate “scomposte” avrebbero minato l’egemonia e la credibilità degli Arena a Catanzaro, causandogli delle perdite economiche.

Una funzione “borderline è quella invece che riguarderebbe un noto imprenditore del settore delle costruzioni che, seppur a sua volta vittima del racket, per gli investigatori sarebbe stato anche deputato alla raccolta dai suoi colleghi ed alla consegna (direttamente nelle mani dei vertici della famiglia di ‘ndrangheta) di somme pretese come estorsione. Incaricando l’“imprenditore-mediatore” come collettore, gli esponenti della cosca si sarebbero così tenuti indenni dalla necessità di avere dei contatti diretti con le vittime: lo stesso sarebbe stato poi qualificato come “riferimento per eventuali lamentele in ordine ad ulteriori richieste estorsive da parte di terzi”.

GLI INTERESSI NEL SETTORE DEI GIOCHI E SCOMMESSE

L’altro settore particolarmente remunerativo per la cosca sarebbe il controllo “dominante” a Crotone e provincia del settore imprenditoriale della raccolta delle scommesse on line o su rete fissa e del noleggio degli apparecchi per il gioco on-line, in città e nel suo hinterland.

Un settore che avrebbe permesso profitti e vantaggi derivanti dall’aver alterato gli equilibri concorrenziali concentrando la raccolta del gioco nelle mani del crimine organizzato e, così facendo, impedendo l’accesso ad altri operatori. I capitali che ne derivavano sarebbero stati poi reinvestiti in attività imprenditoriali.

L’ACCORDO “TRASVERSALE” CON GLI ALTRI CLAN DI ‘NDRANGHETA

Le indagini delle Fiamme Gialle crotonesi avrebbero poi appurato che gli Arena avrebbero sancito un “accordo trasversale” con i capi di altre fazioni criminali: scopo era il controllo totale del settore del gaming così da precludere ad altri competitor commerciali la possibilità di entrare nel mercato.

Gli investigatori spiegano che grazie ad un accordo concluso da Pasquale Arena con dei pluripregiudicati “referenti delle fazioni crotonesi” di ‘ndrangheta – tra cui vi sarebbero Salvatore Sarcone e Salvatore Foschini – in cambio di una percentuale prefissata calcolata sul volume del gioco raccolto, vi sarebbe stata una collaborazione con la cosca di Isola per acquisire e gestire agenzie di gioco, ottenute però con la forza di intimidazione.

Accordi che avrebbero dunque determinato l’instaurazione di un oligopolio criminale che, irrimediabilmente, avrebbe alterato gli equilibri concorrenziali del mercato, sottoponendolo ad una rigida gestione delinquenziale.

LA SOCIETÀ DI “COPERTURA”

La tesi è che l’infiltrazione nel gaming sarebbe avvenuta attraverso una “società di copertura”, utilizzata dalla cosca Arena: la “Kroton Games 2000 Sas” che opera nel noleggio dei giochi e della raccolta delle scommesse, e che – sempre per gli inquirenti – avrebbe costituito, lo “Strumento Operativo” attraverso cui l’organizzazione criminale avrebbe agito.

Per far ciò la Kroton Games si sarebbe avvalsa della collaborazione di Francesco Martiradonna, che avrebbe operato in Italia attraverso la società Centurion Bet Ltd, a quest’ultimo riconducibile.

Le fiamme gialle ritengono di aver svelato come delle connessioni tra le due aziende, per tramite di Martiradonna, avrebbero fornito alla fazione criminale un supporto logistico, tecnico, contabile e gestionale.

Inoltre, le indagini finanziarie e l’approfondimento su operazioni considerate “sospette” avrebbero messo in luce “un intricato intreccio” architettato dalla criminalità organizzata, sempre nel settore del gaming, e che avrebbe permesso movimentazioni finanziarie per decine di milioni di euro, producendo un profitto netto, per la cosca Arena, di 1,3 milioni di euro in un lasso di tempo compreso tra il luglio 2013 e il febbraio 2015.

Le indagini della fiamme gialle, così, hanno portato all’emissione di dieci fermi ed al sequestro penale di un complesso aziendale nel settore dei giochi e delle scommesse, con sede a Crotone; due autovetture di lusso: un’Audi A6 ed una A8; un Bar e quattro fabbricati a Crotone.

Contemporaneamente i Finanzieri hanno eseguito degli accertamenti patrimoniale, individuando un ingente patrimonio finanziario ed immobiliare, sequestrando 12 fabbricati a Crotone, Isola di capo Rizzuto e Castelnovo Ne’ monti (Reggio Emilia); sei autovetture; quattro motocicli; 20 polizze assicurative sulla vita; 7 conti di gioco; molte quote societarie relative ad imprese attive a Crotone ed Isola nel settore dei giochi e delle scommesse, dei servizi informatici, delle assicurazioni e dei servizi di pulizie; un centinaio tra conti correnti e conti deposito e risparmio e numerose cassette di sicurezza. Il tutto per un valore complessivo di 12 milioni di euro.

GLI INDAGATI

  1. Armando Abbruzzese, detto “Piti Piti”, 33 anni, Catanzaro
  2. Salvatore Abbruzzo, alias “Tubetto”, 40 anni, Catanzaro
  3. Antonio Francesco Arena, 26 anni, Crotone
  4. Fabrizio Arena, 37 anni, Crotone
  5. Francesco Arena, 38 anni, Crotone
  6. Francesco Antonio Arena, detto “Antonio”, 37 anni, Isola Capo Rizzuto
  7. Francesco Arena, 57 anni, Isola Capo Rizzuto
  8. Giuseppe Arena, detto “tropeano”, 51 anni, Isola Capo Rizzuto
  9. Giuseppe Arena, 31 anni, Isola Capo Rizzuto
  10. Pasquale Arena, detto “nasca”, 60 anni Isola Capo Rizzuto
  11. Pasquale Arena, 25 anni, Isola Capo Rizzuto
  12. Salvatore Arena, alias “Scrucco”, 58 anni, Isola Capo Rizzuto
  13. Salvatore Arena, alias “ricchia”, 48 anni, Isola Capo Rizzuto
  14. Luciano Babbino, 38 anni, Catanzaro
  15. Francesco Bruno, 47 anni, Vallefiorita
  16. Leonardo Catarisano, detto “Nando”, 63 anni, Borgia
  17. Salvatore Colacchio, 45 anni, Isola Capo Rizzuto
  18. Giuseppe Cosco, 37 anni, Catanzaro
  19. Mario Guareri, 54 anni, Isola Capo Rizzuto,
  20. Salvatore Danieli, detto Turi, 33 anni, Catanzaro
  21. Raffaele Di Gennaro, detto “Lello”, 46 anni Crotone
  22. Domenico Falcone, detto “Mimmo”, 44 anni, Catanzaro
  23. Salvatore Foschini, 55 anni, Crotone,
  24. Luigi Gareri, detto “giobbo”, 59 anni, Isola Capo Rizzuto
  25. Fiore Gentile, 32 anni Crotone,
  26. Francesco Gentile, 58 anni, Isola Capo Rizzuto
  27. Tommaso Gentile, 37 anni, Crotone
  28. Antonio Giglio, 40 anni, Catanzaro
  29. Nicolino Gioffrè, 42 anni, Taurianova
  30. Aurelio Giordano, 48 anni, Isola Capo Rizzuto
  31. Lorenzo Giordano, 55 anni, Isola Capo Rizzuto
  32. Aldo Giordano, 54 anni, Isola Capo Rizzuto
  33. Vincenzo Godano, 29 anni, Crotone
  34. Maurizio Greco, detto “spinzu”, 37 anni, Isola Capo Rizzuto
  35. Francesco Gualtieri, 37 anni, Catanzaro
  36. Andrea Guarnieri, 23 anni, residente a Borgia
  37. Leye Kane, detto “Marco”, 36 anni, residente a Catanzaro
  38. Paolo Lentini, detto “pistola”, 53 anni, Crotone
  39. Nicola Lentini, 29 anni, Cariati
  40. Rosario Lentini, detto “liborio”, 57 anni, Isola Capo Rizzuto
  41. Vincenzo Lentini, di Paolo, 27 anni, residente a Isola
  42. Giuseppe Lequoque, detto “Peppe cannuto”, 73 anni, di Isola
  43. Costantino Lionetti, 44 anni, residente a Catanzaro
  44. Francesco Mammone, 38 anni, residente a Squillace
  45. Antonio Manfredi, detto “mussutu” o “porziano”, 39 anni, residente a Isola
  46. Francesco Mariradonna, 44 anni, Bari
  47. Luigi Miniaci, 42 anni, Catanzaro
  48. Santo Mirarchi, 33 anni, Catanzaro
  49. Pasquale Morelli, detto “cavuzi larghi” 70anni, di Isola
  50. Pasquale Morelli, 25 anni, residente a Isola
  51. Fortunato Pirrò, detto “borzetta”, 48 anni, di Isola
  52. Antonio Pompeo, 49 anni di Isola,
  53. Giuseppe Pullano, detto “tifune” o “molla”, 55 anni, di Isola
  54. Domenico Riillo, detto “trentino” 58 anni, di Isola,
  55. Francesco Romano, 35 anni, Crotone
  56. Salvatore Romano, 67 anni, residente a Crotone
  57. Pietro Romeo, 50 anni, Cropani
  58. Antonio Saporito, 39 anni, residente a Petilia
  59. Francesco Taverna, 43 anni, nato a Crotone
  60. Roberto Valeo, alias “killer”, residente a Borgia
  61. Antonio Poerio, 46 anni, di Isola,
  62. Domenico Poerio, 43 anni, residente a Isola
  63. Fernando Poerio, 51 anni, di Isola
  64. Pasquale Poerio, 43 anni, di Isola
  65. Leonardo Sacco, 38 anni, residente a Isola
  66. Edoardo Scordio, 70 anni, residente a Isola
  67. Maria Lanatà, 45 anni, di Isola
  68. Francesco Cantore, 42 anni, residente a Cirò
  69. Aurora Cozza, 45 anni, di Isola
  70. Salvatore De Furla, 43 anni, Catanzaro
  71. Luigi Manfredi, alias “Gino Porziano”, 74 anni, residente a Isola
  72. Mario Manfredi, 26 anni, di Isola
  73. Domenico Mercurio, 47 Crotone
  74. Angelo Muraca, 58 anni, di Isola
  75. Stefania Muraca, 38 anni, di Isola
  76. Beniamino Muto, 45 anni, di Isola
  77. Benito Muto, 43 anni, residente a Isola
  78. Domenico Nicoscia, 39 anni, residente a Isola
  79. Pasquale Nicoscia, 26 anni, di Isola
  80. Salvatore Nicoscia, 45 anni, di Isola
  81. Mario Ranieri, 37 anni, di Isola
  82. Ercolino Raso, 45 anni, di Isola
  83. Santo Tipaldi, 39 anni, residente a Boretto
  84. Antonio Poerio, 36 anni, di Isola
 
  

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Crediti :

CN 24 TV

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Quando Giuseppe Conte difendeva il metodo Stamina

il premier non eletto dal popolo fu sostenitore del metodo truffa conosciuto come “Metodo Stamina”

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Giuseppe Conte, il premier non eletto dal popolo indicato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sarà anche uno “sconosciuto” per il mondo della politica ma è abbastanza noto alle cronache. Conte infatti è stato il legale della famiglia della piccola Sofia, la bambina diventata un caso mediatico grazie all’interessamento di Giulio Golia e delle Iene. Sofia era (purtroppo è morta lo scorso anno) la bambina affetta da leucodistrofia metacromatica che era “in cura” con il metodo Stamina, la truffa messa appunto da Davide Vannoni.

Giuseppe Conte, Stamina e il MoVimento 5 Stelle

Dobbiamo fare un salto indietro al 2013 quando Conte, lungi dall’essere considerato un possibile candidato premier era l’avvocato della famiglia della bambina. In veste di legale Conte ha difeso la tesi secondo la quale era nel diritto di Sofia di essere curata con Stamina, anche quando ormai era ben chiaro che la cura non poteva funzionare. Sulla questione era intervenuto il Ministero della Sanità che aveva bloccato le “infusioni” e per poter ottenere di proseguire con il “trattamento” i genitori di Sofia e Conte iniziarono una dura battaglia legale.

E quel Giuseppe Conte – ordinario di diritto privato presso l’Università di Firenze – è proprio il nostro futuro Presidente del Consiglio che ottenne l’importante vittoria a Livorno che concesse a Sofia di proseguire con le cure. Fu proprio lui infatti a convincere i genitori della bambina malata a spostare la residenza da Firenze a Livorno. Si potrebbe anche pensare che Conte in fondo stava facendo il suo lavoro. Ma alcuni fatti relativi alla vicenda sembrano far pensare il contrario, ovvero che Conte a Stamina ci credesse davvero. Come del resto hanno fatto anche quelli del MoVimento 5 Stelle, alla loro prima esperienza parlamentare. E non sorprende che a sponsorizzare Conte sia stato proprio un altro avvocato fiorentino, quell’Alfonso Bonafede a sua volta molto amico di un’associazione free-vax.

Nel marzo del 2013 Conte spiegava qual era il senso dell’azione legale: «non invochiamo genericamente il diritto alla salute o a cure compassionevoli ma chiediamo che Sofia completi un protocollo di cure che è stato già concordato, approvato ed eseguito con una prima infusione di cellule staminali. Un principio di civiltà giuridica secondo cui, al di là di provvedimenti amministrativi ed indagini di rilievo penale, il paziente deve completare il trattamento concordato con i sanitari che hanno responsabilità della cura».

Poco importa che quelle “cure” non solo non fossero compassionevoli ma che fossero completamente inutili. Qualche giorno dopo, quando venne stabilito che Sofia non avrebbe potuto continuare a “curarsi” con il metodo Stamina Conte ribadiva il concetto: «È impensabile che a Sofia sia nuovamente sottratta la speranza, alimentata in seguito alla prima infusione, di una migliore qualità della vita». Ed evidentemente l’avvocato Conte aveva preso a cuore la battaglia visto che nel luglio dello stesso anno, quando ancora la vicenda non si era conclusa, è tra i fondatori di Voa Voa, la Onlus voluta dai genitori di Sofia per il sostegno di opere umanitarie e altruistiche. La prima beneficiaria di Voa Voa è stata proprio la Stamina Foundation Onlus, quella presieduta e fondata da Davide Vannoni. E così il cerchio si chiude, e anche oggi il metodo antiscientifico trionfa.

EDIT: I genitori di Sofia, Guido De Barros e Caterina Ceccuti, interpellati dall’Agi smentiscono che l’avvocato indicato come possibile premier M5S-Lega sia mai stato tra i “fan” del discusso metodo ideato da Davide Vannoni. Secondo i genitori di Sofia «Il professor Conte ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina, non era il metodo in discussione ma l’aiuto a una bambina malata». I coniugi spiegano che quella di Conte fu una “prestazione professionale” ma al tempo stesso dichiarano che «l’avvocato prese a cuore la nostra storia anche perché Sofia aveva la stessa età di suo figlio, tanto che ci assistette pro bono, senza percepire compenso». Secondo i genitori di Sofia il metodo Stamina “non era in discussione” e «la tesi secondo cui questo basti a etichettare Conte come pro-Stamina è ridicola – attacca ancora De Barros – altrimenti dovremmo dire che anche il giudice di Livorno che ha accettato il nostro ricorso era pro-Stamina».

giuseppe conteLa differenza con il giudice di Livorno è che il giudice non ha aderito alla Fondazione Voa Voa in qualità di socio fondatore. Oggi però i De Barros dicono che è falso che Conte aderì all’associazione. Eppure nel 2013 diversi articoli di giornale (ad esempio questo di Repubblica) citano tra i componenti del Comitato l’avvocato Conte. Un altro articolo dove viene citato Conte tra i membri dell’associazione, questa volta pubblicato dalla Nazione il 27 giugno 2013, è addirittura hostato sul sito voavoa.org . Fino ad oggi i genitori e l’associazione non hanno ritenuto di dover rettificare le informazioni contenute in numerosi articoli di giornali, ivi compresa quella secondo cui la prima beneficiaria del sostegno di Voa Voa fu la Fondazione Stamina. E sul fatto che Voa Voa raccolse fondi da destinare a Stamina Foundation ci sono altri numerosi articoli di giornale (ad esempio quiqui e qui) E se Conte era nel Comitato dell’Associazione che ha raccolto denaro e donazioni per sostenere “i biologi di Stamina Foundation” cosa possiamo dedurne?

 

 
  

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Vittorio Sgarbi e Alessandro Sallusti condannati a 6 e 3 mesi di carcere

«Riina, nei fatti, complice di Di Matteo»: Sgarbi e Sallusti condannati per diffamazione

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Il Tribunale di Monza ha condannato il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il giornalista Alessandro Sallusti rispettivamente a 6 e 3 mesi di carcere per l’accusa di diffamazione aggravata nei confronti del magistrato Nino Di Matteo. Entrambi hanno avuto la sospensione della pena.

La sentenza è stata emessa dal giudice Francesca Bianchetti che ha inoltre riconosciuto una provvisionale di 40 mila euro in favore del sostituto della Direzione nazionale antimafia e «memoria storica» del processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Il pm, difeso dall’avvocato Roberta Pezzano, si è costituito parte civile ed è stato anche ascoltato dal giudice il 24 gennaio scorso. Di Matteo aveva sporto querela dopo un articolo scritto da Vittorio Sgarbi dal titolo «Quando la mafia si combatte solo a parole», e pubblicato su «Il Giornale» (all’epoca diretto da Alessandro Sallusti), nel gennaio 2014.

L’articolo di Sgarbi prendeva spunto dalla divulgazione delle intercettazioni di Salvatore Riina mentre era detenuto, durante le quali il boss corleonese aveva anche minacciato di morte lo stesso pm, sottoposto al massimo livello di sicurezza. Uno dei passaggi che hanno fatto scattare la querela era: «Riina non è nemico di Di Matteo, nei fatti è suo complice…» e ancora: «c’è qualcosa di inquietante nella vocazione al martirio (del magistrato ndr)» e «gli unici complici che ha Riina sono i magistrati».

Di Matteo aveva sostenuto, avviando la querela, che «dopo la pubblicazione successiva al deposito processuale delle intercettazioni di numerose conversazioni nelle quali Riina ripetutamente si riferisce alla mia persona, anche manifestando la sua volontà di uccidermi, paradossalmente è iniziata quella che ritengo una vera e propria campagna di stampa che, partendo dal chiaro travisamento dei fatti, tende ad accreditare versioni che mi indicano quale autore di condotte e comportamenti che non ho mai tenuto. Non posso accettare che – aveva sostenuto Di Matteo – si continui a speculare impunemente perfino su vicende che tanto incidono anche sulla mia vita personale e familiare».

 

 
  

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Milano, gay pestato per una giacca rosa: “Frocio, ti ammazziamo”

Diciottenne attivista del circolo Arcigay sporge denuncia per un’aggressione avvenuta in zona piazza Segesta lo scorso 30 aprile

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In sei in branco contro un diciottenne gaypicchiato al grido di “frocio ti ammazziamo” solo perché indossava una giacca rosa.

Succede a Milano, nel quartiere periferico di piazzale Segesta, non lontano dallo stadio di San Siro.

Secondo Repubblica, lo scorso 30 aprile nella popolare zona appena al di fuori della circonvallazione esterna del capoluogo lombardo un giovane attivista del circolo Arcigay di Milano sarebbe stato aggredito prima verbalmente e poi fisicamente da un gruppo di ragazzi, con ogni probabilità minorenni.

Il 18enne, a passeggio con un amico e un’amica, sarebbe stato fermato per la giacca rosa che portava indosso. Il branco dei sei avrebbe preso a insultarlo e a minacciarlo: “Frocio, ti ammazziamo”. Quindi avrebbero iniziato a sputargli addosso e poi sarebbero passati alle mani. Una gragnuola di pugni, poi la fuga precipitosa con la minaccia di non farsi più vedere in zona.

Il 18enne aggredito, che ha riportato alcune lievi ferite, ha denunciato l’accaduto alla polizia, che per il momento però non è ancora riuscita a risalire all’identità degli aggressori.

 
  

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