Contattaci

ITALIA

Gli Arena, il parroco e il business dei migranti: sequestrato l’impero Misericordia

Pubblicato

il

I servizi per il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto sarebbero stati nelle mani fameliche della cosca Arena. Questa, almeno, la tesi della Dda di Catanzaro secondo cui il potente clan controllava il tessuto economico crotonese ed in particolare, da almeno dieci anni, le attività imprenditoriali connesse al funzionamento del Cara Sant’Anna, che accoglie migliaia di migranti.

Al centro dell’indagine, sfociata stamani nell’operazione Jonny che ha portato esattamente al fermo di 68 persone, la figura di Leonardo Sacco, personaggio molto conosciuto in città e non solo, governatoredell’associazione di volontariato “Fraternita di Misericordia” di Isola di Capo Rizzuto e presidente della Confraternita Interregionale della Calabria e Basilicata.

Secondo gli inquirenti tramite Sacco gli Arena si sarebbero aggiudicati gli appalti della Prefettura di Crotone per la gestione dei servizi – in particolare quello di catering – del Cara crotonese ma anche di quello di Lampedusa, in Sicilia, affidati in sub appalto ad imprese che si ritiene siano state costituite apposta dalla cosca e da altre famiglie di ‘ndrangheta, così da spartirsi i fondi sui migranti.

IL CATERING: UN BUSINESS DA 103 MILIONI

Le indagini avrebbero documentato come le società di catering riconducibili ai cugini Antonio e Fernando Poerio, e a Angelo Muraca, dal 2001 abbiano ricevuto, inizialmente con affidamento diretto e poi in subappalto, la gestione del servizio mensa del centro di accoglienza isolitano, la cui conduzione sarebbe stata ottenuta dalla Misericordia.

Il servizio, fino al 2009 era stato affidato in via d’urgenza proprio per lo stato di emergenza dovuto all’eccezionale afflusso di migranti che arrivavano in Itala. Dopo il 2009 furono vinte invece tre gare d’appalto.

Secondo gli investigatori, quindi, l’organizzazione criminale, per superare il problema delle interdittive antimafia che, nel tempo, avevano colpito le società di catering, ne avrebbe più volte modificato la ragione sociale e i rappresentanti legali delle stesse, così da mantenere inalterato il controllo della filiera dei servizi.

Un imponente flusso di denaro pubblico sarebbe stato così intercettato dalle imprese tra il 2006 e il2015, si calcola circa 103 milioni di euro, dei quali almeno 36 utilizzati per finalità diverse da quelle previste, cioè assicurare il vitto ai migranti ospiti nel centro: in pratica sarebbero stati riversati, in parte, in quella che gli inquirenti definiscono la “bacinelladell’organizzazione per le esigenze di mantenimento degli affiliati, anche detenuti; un’altra parte, poi, impiegata per acquistare beni immobili, partecipazioni societarie e altri investimenti.

La tesi è che ingenti somme da destinare all’organizzazione mafiosa sarebbero state fatte confluire alla cosca sia con ripetuti prelievi in contante dal conto della Misericordia e delle società riconducibili agli indagati, che attraverso erogazione di grossi prestiti o, ancora, attraverso pagamenti di forniture inesistenti, false fatturazioni, acquisto di beni immobili per “immotivate finalità aziendali.

DON SCORDIO: 132 MILA EURO PER L’ASSISTENZA SPIRITUALE DEI PROFUGHI

In questo quadro, una somma consistente sarebbe stata distribuita “indebitamente” al sacerdote don Edoardo Scordio, parroco della Chiesa di Maria Assunta, a titolo di prestito-contributo e pagamento di asserite note di debito: nel corso del 2007, per servizi di assistenza spirituale resi ai profughi avrebbe ricevuto 132 mila euro.

Don Scordio è considerato come il gestore occulto” della Confraternita della Misericordia ma anche come l’organizzatore di un vero e proprio “sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi” sostengono gli investigatori “riuscendo ad aggregare le capacità criminali della cosca Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco al vertice della citata associazione benefica, da lui fondata”.

LA TRUFFA DEI PASTI “FANTASMA”

Un altro introito per la cosca sarebbe quello di una presunta truffa messa in atto da Leonardo Sacco e dai cugini Antonio e Fernando Poerio: nel 2013, attraverso “il controllo occulto” della società Quadrifoglio Srl, avrebbero fatturato alla Prefettura di Crotone un numero di pasti maggiore rispetto alle prestazioni effettivamente rese, ottenendo un profitto di circa 450 mila euro.

Il sistema progettato per distrarre il denaro pubblico, poi, sempre in base alla tesi accusatoria, avrebbe goduto della collaborazione dei familiari degli indagati e sarebbe stato attuato, con delle partecipazioni sociali fittizie e con l’emissione di falsi documenti contabili, dai cugini Poerio e da Angelo Muraca, insieme ai parenti Aurora Cozza, Maria Lanatà, Stefania Muraca, Pasquale Poerio e Antonio Poerio (cl. 81).

A questi si aggiungerebbero i cosiddetti “fatturisti”: Mario Ranieri, Santo Tipaldi, Ercolino Raso, Benito Muto, Beniamino Muto, Domenico Mercurio, Salvatore De Furia. Per gli investigatori “intranei alle cosche isolitane”, avrebbero fornito prestazioni contabili artificiose a favore del gruppo economico “in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa di notevoli somme di denaro e di evadere le previste imposte fiscali”.

L’EMERGENZA MIGRANTI FA ‘SCOPPIARE’ LA PAX MAFIOSA

Dalle indagini emergerebbe, in sintesi, la capacità imprenditoriale, in chiave di sfruttamento delle risorse pubbliche, della ‘ndrangheta crotonese, in grado di soddisfare le complesse esigenze dei vari clan locali.

Proprio l’elevato flusso di denaro pubblico riservato all’emergenza migranti sarebbe stato anche alla base della pacificazione tra le cosche Arena e Dragone, contrapposte ai Nicoscia e Grande Aracri e che, nel primo decennio del 2000, si resero protagoniste di una cruenta guerra degenerata in numerose uccisioni e scontri a fuoco.

Gli investigatori spiegano infatti che la faida sarebbe finita proprio contemporaneamente all’andava a regime del “sistema di drenaggio di denaro pubblico derivato dagli appalti per la gestione del centro accoglienza”. “Ciò infatti – proseguono gli inquirenti – ha costituito l’occasione per una mirata distribuzione delle risorse tra le varie famiglie mafiose interessate a mettere da parte i pregressi dissidi e sfruttare le notevoli opportunità di guadagno”.

In questo contesto vengono messe in evidenza le figure di Salvatore Nicoscia, di Pasquale Nicoscia (cl. 91), di Domenico Nicoscia (cl. 78), di Luigi Manfredi detto “Gigino ‘u Porziano” e del fratello Antonio’u Mussutu”, di Mario Manfredi e di Giuseppe Pullano la molla”.

I SEQUESTRI: “SIGILLI” AL CONVENTO E ALLA MISERICORDIA

Nel corso dell’operazione di #polizia  è stato eseguito, sulla base di accertamenti preliminari del Ros, un sequestro preventivo di beni emesso dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro nei confronti degli indagati e per un ammontare complessivo di circa 70 milioni di euro.

I sigilli sono scattati per l’intero patrimonio immobiliare riconducibile alla Fraternita di Misericordia di Isola di Capo Rizzuto, costituito da un convento di 1700 mq, successivamente ristrutturato ed adibito a poliambulatorio; dal teatro Astorino, sempre ad Isola, e da diversi immobili, alcuni dei quali acquistati dallo stesso Sacco da soggetti considerati “organici” agli Arena e – si ritiene – per salvaguardarli da possibili interventi ablativi.

Il sequestro ha colpito anche la Miser.Icr. Srl – di cui la Misericordia è socio unico – che gestisce numerose attività di servizi sul territorio, tra cui quello di pulizie dei centri di biomasse di Strongoli e Crotone, le mense scolastiche di alcune scuola isolitane, il centro congressi di Isola Capo Rizzuto, l’aquarium dell’Area marina protetta ed il centro polisportivo “Alere flammam”.

Il provvedimento comprende, inoltre, le partecipazioni della Miser.Icr. al capitale sociale dell’Aeroporto S. Anna Spa e della Società Editoriale Crotonese Srl, acquisite nel tempo “in evidente contrasto con il suo scopo prettamente mutualistico”, sostengono gli inquirenti.

Le indagini patrimoniali infine, avrebbero rilevato l’esistenza di una netta sperequazione tra il tenore di vita sostenuto dagli indagati e i redditi dichiarati al fisco, da cui è scaturito il sequestro dei beni personali (immobili, autovetture di lusso, imbarcazioni, conti correnti e polizze) nonché dell’impresa Sea Lounge Srl di Isola di Capo Rizzuto, che si ritiene costituita ed alimentata da Sacco e Poerio facendo ricorso a capitali considerati di “sospetta provenienza” (tra i beni di quest’ultima una flotta di imbarcazioni impiegate a scopo turistico e l’agenzia di viaggi Navy Tour).

Complessivamente, l’intervento ha riguardato: undici società attive nel settore agricolo, della ristorazione, del turismo, dell’edilizia, della prestazione di servizi, 129 immobili (tra cui: 46 abitazioni, un residence, 4 ville, 9 garage, 6 depositi, 6 negozi e 38 ettari e mezzo di terreno), 81 autovetture, 27 ambulanze e 5 imbarcazioni, 90 rapporti bancari e 3 polizze assicurative.

Gli accertamenti patrimoniali del Nucleo di Polizia Tributaria hanno portato poi al sequestro di due interi patrimoni aziendali, di 19 unità immobiliari (7 fabbricati e 12 terreni di vario genere per circa 20 ettari), quote societarie, 15 autovetture, 3 motoveicoli, 15 titoli PAC, 90 rapporti finanziari e 5 polizze assicurative per un valore complessivo di due milioni di euro.

LA COSCA A CATANZARO: LE STRATEGIE E LE ALLEANZE

Una rilevante parte delle indagini, svolta dagli uomini delle Squadre Mobili di Catanzaro e Crotone, ha avuto invece lo scopo di svelare e contrastare le dinamiche criminali legate alla presenza “militare” della cosca Arena sul territorio, con particolare riferimento alle estorsioni.

Da qui sarebbe emerso che la cosca, dopo anni di conflitti con i Nicoscia, anch’essa radicata ad Isola Capo Rizzuto con la potente consorteria che fa capo a Nicolino Grande Aracri, con base invece nel comune vicino di Cutro, anche a seguito delle operazioni di polizia giudiziaria che via via hanno assottigliato le fila dei rivali, avrebbe suggellato con essi una sorta di pax mafiosa, rinnovando la propria leadership nel panorama criminale dell’area.

Con queste modalità gli Arena avrebbero imposto la loro presenza oltre che nel crotonese, anche sull’area ionica della provincia di Catanzaro monopolizzando il business delle estorsioni a negozi e ad imprese, impegnate anche in opere pubbliche.

Tra il 2015 ed il 2016, in particolare a Catanzaro, una cellula della cosca, dipendente quella madre di Isola ma radicata nel capoluogo, avrebbe messo in atto una serie impressionante di danneggiamenti a scopo estorsivo, soprattutto nell’area immediatamente a sud del capoluogo.

Su questo si sono concentrare le indagini dei finanzieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro e che hanno portato all’arresto di dieci persone considerate appartenenti alle due distinte cosche di Roccelletta di Borgia e di Vallefiorita, già ritenute come articolazioni autonome del locale di Cutro.

Tra i destinatari del fermo vi sono i rappresentanti storici della cosca Catarisano (attiva nella frazione di Roccelletta di Borgia e zone limitrofe) e dei Bruno (operanti nei comuni di Vallefiorita, Amaroni e Squillace).

In particolare, le investigazioni delle squadre mobili documenterebbero come, assenti dal territorio isolitano i vertici della famiglia Arena, perché detenuti, il ruolo di reggente sarebbe stato assunto dal pluripregiudicato Paolo Lentini (cl. 64), detto “pistola”, soggetto considerato di una caratura criminale riconosciuta anche presso esponenti di ‘ndrangheta di altre province.

L’operosità del gruppo, formalmente guidato da Giuseppe Arena, detto “Tropeano”, e dal fratello Pasquale, “Nasca”, ma facente capo, sul campo, a Lentini, sarebbe risultata, in particolare, orientata alla gestione capillare delle estorsioni alle attività economiche e commerciali in provincia di Crotone e Catanzaro.

IL RACKET E LA “BATTERIA” DI PREGIUDICATI

In questo contesto emergerebbe, a margine delle ripetute azioni criminali nell’area di immediata e consolidata presenza della cosca, l’operatività di un’agguerrita “batteria” di pregiudicati catanzaresi demandati all’imposizione del racket nei confronti delle attività produttive del capoluogo e capeggiata, come referenti delle famiglie di Isola Capo Rizzuto, da Nicolino Gioffrè detto “Nico”, Costantino Lionetti e Luigi Miniaci che, a loro volta, si sarebbero serviti, come elemento “operativo”, di Santino Mirarchi, arrestato nel 2016 ed oggi collaboratore di giustizia.

Le investigazioni avrebbero svelato il ruolo del collaboratore come “capo squadra” per il territorio di Catanzaro Lido oltre ad una serie di azioni delittuose “delegategli” – dalla fine del 2014 – dalla cosca madre alla quale poi giungevano i cospicui proventi economici illeciti che derivavano, appunto, dal dominio criminale esercitato sul comprensorio.

In particolare a Mirarchi sarebbe stato conferito il ruolo di “esattore” delle attività estorsive per conto degli Arena nel capoluogo ma anche di referente per l’approvvigionamento di armi e di delegato, per conto di Paolo Lentini, ai rapporti con i rappresentanti delle altre cosche di ‘ndrangheta presenti nei territori confinanti, nonché alla distribuzione degli introiti per il mantenimento delle famiglie degli affiliati e per sostenere le necessità logistiche delle cosche di appartenenza.

A NATALE, PASQUA E FERRAGOSTO: COSÌ LE AZIENDE PAGAVANO IL PIZZO

Il flusso di denaro proveniente dal racket seguiva due canali: il primo legato al taglieggiamento delle “grandi imprese”, impegnate anche in lavori di rilevanza pubblica, che erano costrette a pagare ingenti somme con cadenza fissa in corrispondenza delle festività di Natale, Pasqua e Ferragosto; l’altro riferibile ad una contribuzione con cadenza mensile da parte dei negozianti del territorio, costretti a pagare spesso a causa di danneggiamenti ed intimidazioni.

In tutto ciò Mirarchi – sostengono sempre gli inquirenti – sarebbe stato aiutato dal alcune persone fidate come Domenico Falcone (cl.’73), Leye Kane (cl.’81) e Antonio Giglio (cl.’76). Insieme a loro, e sotto le direttive di Nicolino Gioffrè (cl.’75), sarebbero state avanzate una serie di richieste estorsive, anche per evitare le interferenze di gruppi di nomadi dediti alla stessa attività e le cui azioni giudicate “scomposte” avrebbero minato l’egemonia e la credibilità degli Arena a Catanzaro, causandogli delle perdite economiche.

Una funzione “borderline è quella invece che riguarderebbe un noto imprenditore del settore delle costruzioni che, seppur a sua volta vittima del racket, per gli investigatori sarebbe stato anche deputato alla raccolta dai suoi colleghi ed alla consegna (direttamente nelle mani dei vertici della famiglia di ‘ndrangheta) di somme pretese come estorsione. Incaricando l’“imprenditore-mediatore” come collettore, gli esponenti della cosca si sarebbero così tenuti indenni dalla necessità di avere dei contatti diretti con le vittime: lo stesso sarebbe stato poi qualificato come “riferimento per eventuali lamentele in ordine ad ulteriori richieste estorsive da parte di terzi”.

GLI INTERESSI NEL SETTORE DEI GIOCHI E SCOMMESSE

L’altro settore particolarmente remunerativo per la cosca sarebbe il controllo “dominante” a Crotone e provincia del settore imprenditoriale della raccolta delle scommesse on line o su rete fissa e del noleggio degli apparecchi per il gioco on-line, in città e nel suo hinterland.

Un settore che avrebbe permesso profitti e vantaggi derivanti dall’aver alterato gli equilibri concorrenziali concentrando la raccolta del gioco nelle mani del crimine organizzato e, così facendo, impedendo l’accesso ad altri operatori. I capitali che ne derivavano sarebbero stati poi reinvestiti in attività imprenditoriali.

L’ACCORDO “TRASVERSALE” CON GLI ALTRI CLAN DI ‘NDRANGHETA

Le indagini delle Fiamme Gialle crotonesi avrebbero poi appurato che gli Arena avrebbero sancito un “accordo trasversale” con i capi di altre fazioni criminali: scopo era il controllo totale del settore del gaming così da precludere ad altri competitor commerciali la possibilità di entrare nel mercato.

Gli investigatori spiegano che grazie ad un accordo concluso da Pasquale Arena con dei pluripregiudicati “referenti delle fazioni crotonesi” di ‘ndrangheta – tra cui vi sarebbero Salvatore Sarcone e Salvatore Foschini – in cambio di una percentuale prefissata calcolata sul volume del gioco raccolto, vi sarebbe stata una collaborazione con la cosca di Isola per acquisire e gestire agenzie di gioco, ottenute però con la forza di intimidazione.

Accordi che avrebbero dunque determinato l’instaurazione di un oligopolio criminale che, irrimediabilmente, avrebbe alterato gli equilibri concorrenziali del mercato, sottoponendolo ad una rigida gestione delinquenziale.

LA SOCIETÀ DI “COPERTURA”

La tesi è che l’infiltrazione nel gaming sarebbe avvenuta attraverso una “società di copertura”, utilizzata dalla cosca Arena: la “Kroton Games 2000 Sas” che opera nel noleggio dei giochi e della raccolta delle scommesse, e che – sempre per gli inquirenti – avrebbe costituito, lo “Strumento Operativo” attraverso cui l’organizzazione criminale avrebbe agito.

Per far ciò la Kroton Games si sarebbe avvalsa della collaborazione di Francesco Martiradonna, che avrebbe operato in Italia attraverso la società Centurion Bet Ltd, a quest’ultimo riconducibile.

Le fiamme gialle ritengono di aver svelato come delle connessioni tra le due aziende, per tramite di Martiradonna, avrebbero fornito alla fazione criminale un supporto logistico, tecnico, contabile e gestionale.

Inoltre, le indagini finanziarie e l’approfondimento su operazioni considerate “sospette” avrebbero messo in luce “un intricato intreccio” architettato dalla criminalità organizzata, sempre nel settore del gaming, e che avrebbe permesso movimentazioni finanziarie per decine di milioni di euro, producendo un profitto netto, per la cosca Arena, di 1,3 milioni di euro in un lasso di tempo compreso tra il luglio 2013 e il febbraio 2015.

Le indagini della fiamme gialle, così, hanno portato all’emissione di dieci fermi ed al sequestro penale di un complesso aziendale nel settore dei giochi e delle scommesse, con sede a Crotone; due autovetture di lusso: un’Audi A6 ed una A8; un Bar e quattro fabbricati a Crotone.

Contemporaneamente i Finanzieri hanno eseguito degli accertamenti patrimoniale, individuando un ingente patrimonio finanziario ed immobiliare, sequestrando 12 fabbricati a Crotone, Isola di capo Rizzuto e Castelnovo Ne’ monti (Reggio Emilia); sei autovetture; quattro motocicli; 20 polizze assicurative sulla vita; 7 conti di gioco; molte quote societarie relative ad imprese attive a Crotone ed Isola nel settore dei giochi e delle scommesse, dei servizi informatici, delle assicurazioni e dei servizi di pulizie; un centinaio tra conti correnti e conti deposito e risparmio e numerose cassette di sicurezza. Il tutto per un valore complessivo di 12 milioni di euro.

GLI INDAGATI

  1. Armando Abbruzzese, detto “Piti Piti”, 33 anni, Catanzaro
  2. Salvatore Abbruzzo, alias “Tubetto”, 40 anni, Catanzaro
  3. Antonio Francesco Arena, 26 anni, Crotone
  4. Fabrizio Arena, 37 anni, Crotone
  5. Francesco Arena, 38 anni, Crotone
  6. Francesco Antonio Arena, detto “Antonio”, 37 anni, Isola Capo Rizzuto
  7. Francesco Arena, 57 anni, Isola Capo Rizzuto
  8. Giuseppe Arena, detto “tropeano”, 51 anni, Isola Capo Rizzuto
  9. Giuseppe Arena, 31 anni, Isola Capo Rizzuto
  10. Pasquale Arena, detto “nasca”, 60 anni Isola Capo Rizzuto
  11. Pasquale Arena, 25 anni, Isola Capo Rizzuto
  12. Salvatore Arena, alias “Scrucco”, 58 anni, Isola Capo Rizzuto
  13. Salvatore Arena, alias “ricchia”, 48 anni, Isola Capo Rizzuto
  14. Luciano Babbino, 38 anni, Catanzaro
  15. Francesco Bruno, 47 anni, Vallefiorita
  16. Leonardo Catarisano, detto “Nando”, 63 anni, Borgia
  17. Salvatore Colacchio, 45 anni, Isola Capo Rizzuto
  18. Giuseppe Cosco, 37 anni, Catanzaro
  19. Mario Guareri, 54 anni, Isola Capo Rizzuto,
  20. Salvatore Danieli, detto Turi, 33 anni, Catanzaro
  21. Raffaele Di Gennaro, detto “Lello”, 46 anni Crotone
  22. Domenico Falcone, detto “Mimmo”, 44 anni, Catanzaro
  23. Salvatore Foschini, 55 anni, Crotone,
  24. Luigi Gareri, detto “giobbo”, 59 anni, Isola Capo Rizzuto
  25. Fiore Gentile, 32 anni Crotone,
  26. Francesco Gentile, 58 anni, Isola Capo Rizzuto
  27. Tommaso Gentile, 37 anni, Crotone
  28. Antonio Giglio, 40 anni, Catanzaro
  29. Nicolino Gioffrè, 42 anni, Taurianova
  30. Aurelio Giordano, 48 anni, Isola Capo Rizzuto
  31. Lorenzo Giordano, 55 anni, Isola Capo Rizzuto
  32. Aldo Giordano, 54 anni, Isola Capo Rizzuto
  33. Vincenzo Godano, 29 anni, Crotone
  34. Maurizio Greco, detto “spinzu”, 37 anni, Isola Capo Rizzuto
  35. Francesco Gualtieri, 37 anni, Catanzaro
  36. Andrea Guarnieri, 23 anni, residente a Borgia
  37. Leye Kane, detto “Marco”, 36 anni, residente a Catanzaro
  38. Paolo Lentini, detto “pistola”, 53 anni, Crotone
  39. Nicola Lentini, 29 anni, Cariati
  40. Rosario Lentini, detto “liborio”, 57 anni, Isola Capo Rizzuto
  41. Vincenzo Lentini, di Paolo, 27 anni, residente a Isola
  42. Giuseppe Lequoque, detto “Peppe cannuto”, 73 anni, di Isola
  43. Costantino Lionetti, 44 anni, residente a Catanzaro
  44. Francesco Mammone, 38 anni, residente a Squillace
  45. Antonio Manfredi, detto “mussutu” o “porziano”, 39 anni, residente a Isola
  46. Francesco Mariradonna, 44 anni, Bari
  47. Luigi Miniaci, 42 anni, Catanzaro
  48. Santo Mirarchi, 33 anni, Catanzaro
  49. Pasquale Morelli, detto “cavuzi larghi” 70anni, di Isola
  50. Pasquale Morelli, 25 anni, residente a Isola
  51. Fortunato Pirrò, detto “borzetta”, 48 anni, di Isola
  52. Antonio Pompeo, 49 anni di Isola,
  53. Giuseppe Pullano, detto “tifune” o “molla”, 55 anni, di Isola
  54. Domenico Riillo, detto “trentino” 58 anni, di Isola,
  55. Francesco Romano, 35 anni, Crotone
  56. Salvatore Romano, 67 anni, residente a Crotone
  57. Pietro Romeo, 50 anni, Cropani
  58. Antonio Saporito, 39 anni, residente a Petilia
  59. Francesco Taverna, 43 anni, nato a Crotone
  60. Roberto Valeo, alias “killer”, residente a Borgia
  61. Antonio Poerio, 46 anni, di Isola,
  62. Domenico Poerio, 43 anni, residente a Isola
  63. Fernando Poerio, 51 anni, di Isola
  64. Pasquale Poerio, 43 anni, di Isola
  65. Leonardo Sacco, 38 anni, residente a Isola
  66. Edoardo Scordio, 70 anni, residente a Isola
  67. Maria Lanatà, 45 anni, di Isola
  68. Francesco Cantore, 42 anni, residente a Cirò
  69. Aurora Cozza, 45 anni, di Isola
  70. Salvatore De Furla, 43 anni, Catanzaro
  71. Luigi Manfredi, alias “Gino Porziano”, 74 anni, residente a Isola
  72. Mario Manfredi, 26 anni, di Isola
  73. Domenico Mercurio, 47 Crotone
  74. Angelo Muraca, 58 anni, di Isola
  75. Stefania Muraca, 38 anni, di Isola
  76. Beniamino Muto, 45 anni, di Isola
  77. Benito Muto, 43 anni, residente a Isola
  78. Domenico Nicoscia, 39 anni, residente a Isola
  79. Pasquale Nicoscia, 26 anni, di Isola
  80. Salvatore Nicoscia, 45 anni, di Isola
  81. Mario Ranieri, 37 anni, di Isola
  82. Ercolino Raso, 45 anni, di Isola
  83. Santo Tipaldi, 39 anni, residente a Boretto
  84. Antonio Poerio, 36 anni, di Isola

Licenza Creative Commons





 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Clicca per commentare
0 0 vote
Vota articolo
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

ITALIA

Il decreto Ristori vale 5miliardi, ecco quando e a chi vanno gli aiuti

Ad annunciarlo il premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, dopo l’approvazione del decreto ristori con gli aiuti per i settori colpiti dalla nuove limitazioni del lockdown mirato.

Pubblicato

il

Giuseppe Conte

Vale 5 miliardi il Decreto Ristori. Sanno “utilizzati per dare risorse immediate a beneficio di categorie e lavoratori direttamente interessati: ristoranti, bar ristoranti, cinema, palestre e piscine, per citarne alcuni”. Ad annunciarlo il premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, dopo l’approvazione del decreto ristori con gli aiuti per i settori colpiti dalla nuove limitazioni del lockdown mirato.

“I contributi a fondo perduto – ha proseguito Conte – arriveranno direttamente sul conto corrente delle categorie interessante, in automatico nei prossimi giorni, con bonifico dell’Agenzia delle entrate” perché si tratta della modalità “più celere. Confidiamo che a metà novembre chi ha già aderito” ai contributi previsti col dl rilancio “li otterrà, gli altri subito dopo”.La platea dei beneficiari includerà anche le imprese con fatturato maggiore di 5 milioni di euro (con un ristoro pari al 10 per cento del calo del fatturato).

Potranno presentare la domanda anche le attività che non hanno usufruito dei precedenti contributi, mentre è prevista l’erogazione automatica sul conto corrente, entro il 15 novembre, per chi aveva già fatto domanda in precedenza. L’importo del beneficio varierà dal 100 per cento al 400 per cento di quanto previsto in precedenza, in funzione del settore di attività dell’esercizio.

Con un intervento da 1,6 miliardi complessivi, vengono disposte ulteriori 6 settimane di Cassa integrazione ordinaria, in deroga e di assegno ordinario legate all’emergenza COVID-19, da usufruire tra il 16 novembre 2019 e il 31 gennaio 2021 da parte delle imprese che hanno esaurito le precedenti settimane di Cassa integrazione e da parte di quelle soggette a chiusura o limitazione delle attività economiche.

Viene riconosciuto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali ai datori di lavoro (con esclusione del settore agricolo) che hanno sospeso o ridotto l’attività a causa dell’emergenza COVID, per un periodo massimo di 4 mesi, fruibili entro il 31 maggio 2021. .

Il credito d’imposta sugli affitti viene esteso ai mesi di ottobre, novembre e dicembre ed allargato alle imprese con ricavi superiori ai 5 milioni di euro che abbiano subito un calo del fatturato del 50%. Il relativo credito è cedibile al proprietario dell’immobile locato.

La seconda rata dell’IMU 2020 relativa agli immobili e alle pertinenze in cui si svolgono le loro attività è cancellata per le categorie interessate dalle restrizioni.

Per i lavoratori dello spettacolo e del turismo sono previste: • una indennità di 1.000 euro per tutti i lavoratori autonomi e intermittenti dello spettacolo; • la proroga della cassa integrazione e indennità speciali per il settore del turismo.

È stanziato complessivamente 1 miliardo per il sostegno nei confronti di alcuni settori colpiti: • 400 milioni per agenzie di viaggio e tour operator; • 100 milioni per editoria, fiere e congressi; • 100 milioni di euro per il sostegno al settore alberghiero e termale; • 400 milioni di euro per il sostegno all’export e alle fiere internazionali.

A tutti coloro che ne avevano già diritto e a chi nel mese di settembre ha avuto un valore del reddito familiare inferiore all’importo del beneficio verranno erogate due mensilità del Reddito di emergenza.

È riconosciuta un’ulteriore indennità destinata a tutti i lavoratori del settore sportivo che avevano già ricevuto le indennità previste dai decreti “Cura Italia” (decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18) e “Rilancio” (decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34). L’importo è aumentato da 600 a 800 euro. E per far fronte alle difficoltà delle associazioni e società sportive dilettantistiche viene istituito un apposito Fondo le cui risorse verranno assegnate al Dipartimento per lo sport.

Viene istituito un fondo da 100 milioni di euro per sostenere le imprese delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura interessate dalle misure restrittive

È previsto un insieme di interventi per rafforzare ulteriormente la risposta sanitaria del nostro Paese nei confronti dell’emergenza Coronavirus. Tra questi: • lo stanziamento dei fondi necessari per la somministrazione di 2 milioni di tamponi rapidi presso i medici di famiglia; • l’istituzione presso il Ministero della salute del Servizio nazionale di risposta telefonica per la sorveglianza sanitaria e le attività di contact tracing.

Il decreto prevede anche specifiche misure per il settore giustizia. Tra l’altro, si introducono disposizioni: • per l’utilizzo di collegamenti da remoto per l’espletamento di specifiche attività legate alle indagini preliminari e, in ambito sia civile che penale, alle udienze; • per la semplificazione del deposito di atti, documenti e istanze.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

ITALIA

Cosa comporta la proroga dello stato di emergenza per il Covid, in Italia

Il governo chiederà la proroga dello stato d’emergenza per il Covid fino al 31 gennaio. Che cosa significa?

Pubblicato

il

Il governo chiederà la proroga dello stato di emergenza per il Covid-19 fino al 31 gennaio. A ufficializzarlo, dopo le prime indiscrezioni di ieri, è stato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Attualmente, lo stato di emergenza è previsto fino al 15 ottobre. Una eventuale proroga — la cui approvazione è stata chiesta anche dal Comitato tecnico scientifico dopo aver considerato l’andamento del contagio in Italia e nei Paesi vicini, dalla Francia alla Spagna alla Gran Bretagna — farebbe giungere lo stato di emergenza a un anno esatto dalla prima messa in campo della misura in seguito alla pandemia. «Dobbiamo resistere col coltello tra i denti in questi 7-8 mesi difficili che ci attendono, ma mentre resistiamo dobbiamo anche guardare al futuro», ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza.Ora la richiesta andrà in Parlamento.

Che cosa comporta lo stato d’emergenza?

I dpcm

L’attuale situazione, che il governo chiede di prorogare, consente di agire in deroga su numerosi aspetti della vita pubblica grazie all’emanazione di Dpcm (i decreti della presidenza del Consiglio dei ministri) e ordinanze del ministro per la Salute. I decreti del presidente del Consiglio, i Dpcm, non possono essere emanati se non in stato di emergenza.

Lo smart working

Lo stato d’emergenza consente, sia ai dipendenti pubblici sia a quelli privati, di ricorrere allo smart working. Quando si tornerà alla situazione ordinaria, le norme che lo regolano dovranno essere riviste. La scelta di far lavorare i dipendenti da casa si è resa obbligatoria nel momento di massima criticità della pandemia per limitare i contatti tra le persone, garantire il distanziamento sociale e limitare i contagi da Covid-19. Questa strategia era stata ribadita anche nella relazione finale della commissione Colao e dai protocolli dell’Inail per la sicurezza.

Il ruolo delle Regioni

In stato d’emergenza, le Regioni possono continuare a firmare ordinanze, ma devono consegnare le linee guida al governo: è dunque in funzione la «cabina di regia» alla quale partecipano i governatori proprio per seguire una linea comunque, sia pur differenziata a seconda dell’andamento della curva epidemiologica nelle diverse aree.

Il monitoraggio

Durante lo stato d’emergenza, continuerà il monitoraggio settimanale effettuato dal ministero della Salute sulla base dei dati forniti dalle Regioni. Il monitoraggio, che viene reso noto, di norma, ogni venerdì, consente di monitorare la situazione dell’epidemia in Italia sulla base di 21 indicatori; calcola l’indice di trasmissione del coronavirus — l’Rt — sulla base del numero dei nuovi contagi; e analizza la tenuta delle strutture sanitarie e in modo particolare i posti liberi nei reparti Covid e quelli delle terapie intensive. Il monitoraggio consente anche di gestire i focolai e di modulare le aperture e le chiusure di alcune aree del Paese. E serve a prendere misure particolari in quelle zone, prime fra tutte quelle della movida, dove più alto è il rischio che si possa avere un aumento dei casi positivi.

Le restrizioni sui viaggi

Lo stato d’emergenza consente anche di prendere provvedimenti in grado di restringere l’ingresso nel Paese da parte di cittadini di altri Stati.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

ITALIA

Bologna, a 40 anni dalla strage

la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari

Pubblicato

il

Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione 2 agosto, non fa nomi ma è facile verificare che dal 30 luglio 1976 e fino a un anno prima dell’eccidio il premier fosse Giulio Andreotti (al suo quinto mandato) e fino al 18 ottobre 1980 a guidare il governo fosse Francesco Cossiga. Agli atti dell’indagine che vede il defunto Licio Gelli tra coloro che pagarano i Nar perché facessero esplodere l’ordigno documenti inediti e fino a poco fa “insabbiatI” che hanno introdotto gli inquirenti verso nuovi percorsi investigativi

“Una luce in fondo al tunnel della verità ora c’è. Sarà un processo durissimo. Noi chiediamo ancora completa verità e dopo i mandanti, non più presunti perché ci sono i conti e non lo dico io mai i giudici, bisognerà individuare gli ispiratori politici. Tutti i capi dei servizi erano appartenenti alla loggia massonica P2 e li nomina il presidente del Consiglio. La strage è stata preordinata e calibrata un anno e mezzo prima del 2 agosto 1980″. Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione 2 agosto, non fa nomi ma è facile verificare che dal 30 luglio 1976 e fino a un anno prima dell’eccidio il premier fosse Giulio Andreotti (al suo quinto mandato) e fino al 18 ottobre 1980 a guidare il governo fosse Francesco Cossiga. Che da presidente emerito – come rivelato da MillenniuM – avrebbe raccontato al faccendiere Francesco Pazienza, una vita nei servizi segreti, che l’ordigno “era un transito. Una bomba esplosa per sbaglio. Io volevo dirlo ai giudici dell’ultimo processo ma non mi hanno voluto sentire…”.

La nuova inchiesta e i vecchi depistaggi – Ma Pazienza – insieme ai dirigenti del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, e Licio Gelli – è stato però condannato per aver depistato le indagini e aveva recentemente dichiarato che la strage era responsabilità di Gheddafi. E per questo la corte ha ritenuto quindi la sua testimonianza “inutile” o “addirittura fuorviante”. I giudici hanno respinto al mittente anche la proposta di Ilich Ramirez Sanchez, meglio conosciuto come Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano detenuto in Francia. Carlos sarebbe stato testimone della difesa di Gilberto Cavalliniil quarto Nar condannato all’ergastolo in primo grado, il 9 gennaio scorso. Mentre per Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, sentiti come testimoni, il verdetto di responsabilità è definitivo.

La “pista palestinese” è stata archiviata nel 2015 e per i giudici dell’Assise di Bologna non solo l’indagine, durata nove anni, ha esplorato ogni possibilità ma Carlos non è stato mai considerato credibile o attendibile, anzi valutato come reticente. La nuova indagine, quella sui mandanti, chiarisce che quella suggestione e la figura di Carlos “sono stati introdotti preventivamente alla perpetrazione della strage”, ricorda l’avvocato di parte civile, Andrea Speranzoni.

Le motivazioni dei giudici saranno depositate il 7 settembre. E sapremo perché i giudici, presieduti da Michele Leoni, per Cavallini hanno riqualificato il reato escludendo che avesse come finalità di attentare alla sicurezza dello Stato. E se è definitivamente chiusa l’era dei depistatori di professione e non. In attesa dell’individuazione degli “ispiratori politici“, a 40 anni dalla strage gli inquirenti di Bologna hanno ottenuto il fine pena mai e individuato il filo nero che dal Maestro Venerabile della P2 passa dal cuore dello Stato e finisce agli estremisti di destra. Seguendo la traccia dei soldi incassati per quella mattanza.

Cavallini, il quarto Nar che si dichiara innocente (come tutti gli altri)– “Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna”. Cavallini, come gli altri Nar, si è sempre dichiarato innocente. Per i magistrati che hanno condotto il processo, durato due anni, quaranta udienze e ascoltato oltre cinquanta testimoni, è lui il quarto uomo. Infanzia a Milano, padre fascista, madre che gli insegna “l’amore per il vangelo”, poi fondatore dei “Boys San” dell’Inter, picchiatore affascinato dalla Repubblica di Salò, assassino di rossi, poliziotti e giudici, come Mario Amato, reati sempre rivendicati, ma stragista “no”, Bologna “no”. Come del resto hanno sempre detto anche gli altri con Ciavardini che, sentito al processo, a un familiare ha detto di essere l’86esima vittima suscitando indignazione universale. Il nucleo storico dei Nar – senza dimenticare gli altri camerati come Walter Sordi (poi pentito) e Fabrizio Zani, anche loro di nuovo in aula chiamati a testimoniare – a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha insanguinato le strade. “Spontaneisti” per Fioravanti e Cavallini“carne da macello che doveva difendersi” per Mambro, “manovrati” da P2 e servizi segreti deviati per il collegio di parte civile e per i familiari delle vittime della strage, che non hanno perso una sola udienza, come fecero nei processi passati. In due anni c’è stato spazio anche per un accertamento genetico che ha visto la riesumazione della bara di una vittima, Maria Fresuscoprendo che il Dna dei resti contenuti nel feretro non era quello della giovane donna morta.

Da Licio Gelli mandante – Per anni i familiari delle vittime hanno chiesto di conoscere i mandanti dell’attentato come ora chiedono di conoscere gli “ispiratori politici”. Era uno dei tasselli mancanti nel grande mosaico storico giudiziario che gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme per cercare una ragione alla bomba fatta esplodere nella sala d’aspetto della stazione. Quest’anno ci sono quattro nomi, anche se rimarranno sulla carta: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi. Tutti e quattro sono morti e non potrà mai esserci un processo, né una sentenza di condanna o di assoluzione. Ma non tutti i protagonisti di questo nuovo capitolo sono usciti di scena. Ci sono Paolo Bellini, l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale, per concorso in strage; l’ex generale dei servizi oggi 90enne Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio; e l’amministratore del condominio di via Gradoli a Roma, Domenico Catracchia, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. Via Gradoli, la strada romana dove le Brigate rosse avevano allestito il carcere di Aldo Moro nel 1978, era emersa anche nel processo a Cavallini grazie ad alcuni documenti prodotti dalle parti civili. Nella stessa via, infatti, anche i Nar avevano due covi, nel 1981. E gli appartamenti in uso ai terroristi di estrema destra, così come quello delle Br, erano riconducibili a società immobiliari e a personaggi legati al Sisde.
La Procura generale, che nel 2017 ha avocato a sé l’indagine innescata dalla meticolosa analisi dei documenti da parte dell’Associazione 2 agosto, è arrivata alla conclusione che dietro alla bomba alla stazione c’erano quattro menti nere: quelle di Licio Gelli, del suo braccio destro Umberto Ortolani, del potentissimo capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e del piduista senatore del Msi, Mario Tedeschi. Gelli era stato già condannato come depistatore dell’attentato, mentre il suo braccio destro Ortolani era stato prosciolto. Accusato di essere stato al centro degli intrighi finanziari della loggia, Ortolani era sparito per sottrarsi a due mandati di cattura internazionali. Rifugiatosi a San Paolo, il Brasile si era sempre rifiutato di arrestarlo perché cittadino brasiliano. Nel 1996, nel processo sulla loggia P2, venne assolto dall’accusa di cospirazione politica contro i poteri dello Stato. Nel 1998 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva a 12 anni per il crac del Banco Ambrosiano. Gelli e Ortolani vengono considerati mandanti-finanziatori della strage. Il potentissimo D’Amato, ex agente anglo americano, regista delle principali trame occulte italiane, è invece accusato di essere mandante-organizzatore della bomba: uomo dei mille misteri, anche D’Amato era iscritto alla P2. Faceva parte della loggia di Gelli – tessera numero 1.643 – anche Tedeschi, storico direttore de Il Borghese e senatore del Movimento sociale: per gli inquirenti ha aiutato D’Amato nella gestione mediatica degli eventi preparatori e successivi alla strage, ma anche delle attività di depistaggio.
Paolo Bellini tra gli esecutori – È Paolo Bellini l’uomo con i baffi e capelli ricci, che si aggirava alla stazione di Bologna poco prima della disintegrazione della sala d’aspetto. Ex estremista nero protagonista di una vita spericolata, per la strage di Bologna era già stato indagato e prosciolto il 28 aprile del 1992: negò la sua presenza, indicata da due testimoni, in città la mattina del 2 agosto e fornì un alibi ottenendo il proscioglimento, annullato solo qualche mese fa dalla giudice Francesca Zavaglia. Una revoca che era stata richiesta dalla Procura generale e legata a tre nuovi elementi raccolti. Tra questi c’è il fotogramma che compare in un filmato amatoriale Super 8 girato da un turista tedesco negli attimi immediatamente precedenti alla strage. A recuperarlo nell’archivio di Stato i difensori dei familiari delle vittime, gli avvocati Andrea SperanzoniGiuseppe GiampaoloNicola Brigida e Roberto Nasci, che lo hanno poi depositato alla procura generale. A differenza di quello che avviene oggi con gli smartphone, infatti, nel 1980 le riprese amatoriali erano realizzate solo da pochi appassionati in possesso di videocamere. Il turista filmò dal treno l’arrivo in stazione sul primo binario, alle 10.13, 12 minuti prima dello scoppio. E riprese anche quell’uomo che per la sua ex moglie è proprio Bellini.
Il secondo elemento che “inguaia” Bellini è rappresentato da un’intercettazione ambientale del 1996: Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la strage di Brescia e ora deceduto, parlando con il figlio disse di essere a conoscenza della riconducibilità della strage di Bologna alla banda Fioravanti (“Sì sicuramente…sono stati loro… Eh, intanto lui ha i soldi”) e che all’evento partecipò un “aviere“, che portò la bomba. Proprio Bellini era infatti conosciuto nell’ambiente dell’estrema destra per la passione per il volo tanto che conseguì il brevetto da pilota. Per collegare mandanti ed esecutori, i magistrati e la Guardia di Finanza hanno seguito il flusso di denaro. Circa cinque milioni di dollari partiti da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani e alla fine arrivati al gruppo dei Nar, con una consegna in contanti di un milione, il 30 luglio, e non solo. Circa 850mila dollari, per gli inquirenti, furono intascati da D’Amato che secondo l’ipotesi investigativa teneva i contatti con la destra eversiva tramite Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia nazionale. E ancora un’altra fetta di quel denaro sarebbe servita invece a finanziare il depistaggio a mezzo stampa. In particolare, la Procura generale ritiene che una somma andò a Tedeschi perché portasse avanti una campagna sul suo giornale avallando l’ipotesi della “pista internazionale”.
Il flusso di denaro, i documenti “Bologna” e “artigli” – Il prezzo della strage, secondo gli accertamenti, fu pagato tra il 16 febbraio 1979 e il 30 luglio 1980, anche se il saldo economico inizia a sedimentarsi a partire dal 22 agosto 1980. La chiave di volta è stato il lavoro fatto sugli atti del crac del Banco Ambrosiano e sul documento Bologna, sequestrato nel 1982 al massone Gelli ma “fatto inabissare”. Il foglietto, il cui originale è stato scovato all’archivio di Stato di Milano nel portafogli sequestrato allo stesso Venerabile, aveva l’intestazione ‘Bologna – 525779 – X.S.’, con il numero di un conto corrente aperto alla Ubs di Ginevra dal capo della P2. Al documento Bologna c’è un riferimento in uno degli atti considerati più importanti dagli investigatori, il documento artigli. Un appunto per il ministro dell’Interno, all’epoca Amintore Fanfani, classificato come riservatissimo, datato 15 ottobre 1987 e firmato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Il documento mai protocollato è stato scovato tra le carte del cosiddetto deposito della via Appia: un archivio segreto dell’Ufficio Affari riservati, scoperto solo nel 1996, dopo la morte di Federico Umberto D’Amato. In quel documento top secret si ricostruiva il colloquio tra il legale di Gelli, Fabio Dean, ricevuto nell’ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione Umberto Pierantoni. L’avvocato non è certo sibillino nel suo discorso, sostiene che la polizia “può fare molto” per “ridimensionare il tutto”. Sostiene che il capo della P2 ha già “contattato” altri politici “del Psi e della Dc” e invita “il ministro” a “prendere in mano la situazione”. “Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”, disse Dean, parlando del suo assistito, in quel momento in carcere e di lì a poco interrogato, anche sul 2 agosto 1980. “Tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982 vi sono degli appunti con notizie riservate, che spetterà, poi, a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse”. Una minaccia allo Stato. Di cui ancora non si conosce origine, movente e appunto ispirazione. Ma proprio questi documenti inabissati stanno stanno introducendo gli inquirenti verso nuovi percorsi investigativi. Giovedì il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Bologna, ha chiesto di continuare nel percorso della ricerca della verità. Quella “completa” che invocano i familiari delle vittime che bollano come “depistaggio mediatico” la frase di Carlo Maria Maggi che, intercettato, dice che l’eccidio di Bologna “è stato un tentativo di confondere le acque, capisci?! Per far dimenticare Ustica”. La cui storia giudiziaria, nei soli processi civili, ha individuato però e per ora nello Stato l’unico responsabile.

Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Sezioni

CRONACA

chi siamo

Dicono di noi

5 star review  

Marzia Ayleen Ferrando Avatar Marzia Ayleen Ferrando
20 May 2017

Iscriviti alla Newsletter

Archive Calendar

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

 

 

 

 

Condividi anche su

I più letti

Bambini di Satana: associazione razionalista di insegnamento senza scopo di lucro. © Copyright 2020 website designed by Marco Dimitri

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x