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Ecco gli eccitoni, una nuova forma della materia

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L’avevano previsto già 50 anni fa ma nessuno lo aveva ancora trovato. Ora però, grazie a una tecnica innovativa, un team di ricercatori dell’Università dell’Illinois, insieme ai colleghi dell’Università della California e dell’Università di Amsterdam, annuncia dalle pagine di Science di aver prodotto la prima prova sperimentale della reale esistenza dell’eccitonio, uno strano stato della materia che potrebbe aiutare a risolvere alcuni rompicapo della meccanica quantistica.

“Da quando il termine ‘eccitonio‘ è stato coniato negli anni ’60 dal fisico teorico di Harvard Bert Halperin”, ha commentato Peter Abbamonte, fisico dell’Università dell’Illinois, “i fisici hanno cercato di dimostrare la sua esistenza. I [fisici] teorici discutevano se potesse essere un isolante, un conduttore perfetto o un superfluido, e c’erano argomentazioni convincenti su tutti i fronti. A partire dagli anni ’70, molti [fisici] sperimentali hanno pubblicato prove dell’esistenza dell’eccitonio, ma le loro scoperte non costituivano mai una prova definitiva e potevano anche essere spiegate da una transizione di fase strutturale convenzionale”.

Ma che cos’è l‘eccitonio? Gli esperti lo descrivono come il primo stato di plasma morbido mai osservato, precursore di un condensato di eccitoni, cioè delle quasi-particelle subatomiche composte da un elettrone eccitato e dalla sua lacuna. In pratica gli eccitoni sono un particolare tipo di bosonia bassa energia che si creano quando nei materiali semiconduttori un elettrone viene – appunto – eccitato e salta al livello energetico successivo, lasciando una lacuna nel livello energetico precedente.

 

La cosa affascinante è che la lacuna si comporta come una particella carica positivamente attraendo l’elettrone e formando questo strano accoppiamento quanto-meccanico

 

L’esistenza degli eccitoni era già stata teorizzata mezzo secolo fa, ma finora gli scienziati non erano riusciti a vederli sperimentalmente, o, per meglio dire, non potevano esserne sicuri perché disponevano di strumenti troppo poco precisi. La svolta è arrivata con l’introduzione della tecnica chiamata momentum-resolved electron energy-loss spectroscopy (M-Eels), grazie alla quale i ricercatori hanno potuto misurare la traiettoria degli elettroni in fuga indipendentemente dalla loro quantità di moto.

Ecco dunque l’eccitonio, la prova che ci eccitoni esistono davvero, che non si sa ancora bene cosa sia, ma adesso le sue proprietà potranno essere studiate in modo approfondito. I fisici sostengono che se si rivelasse un superconduttore o un superfluido certamente potrebbe essere utilizzato per un aggiornamento di tecnologie già esistenti, ma le sue potenzialitàsono al momento imprevedibili. Si spera infatti che porti anche a una maggiore comprensione dei fenomeni quantistici, dirimendo magari qualche rompicapo ancora irrisolto.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Forse è stato risolto il mistero della materia mancante nell’Universo

I ricercatori della Curtin University in Australia sostengono di aver finalmente trovato la materia barionica che da vent’anni mancava all’appello grazie ai lampi radio veloci. Ora bisogna scoprire dove sia esattamente

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Stavolta i cosmologi ne sono convinti: abbiamo trovato quella metà della materia barionica dell’Universo che da vent’anni mancava all’appello, e si trova proprio nel plasma caldo intergalattico. A rivelarlo dalle pagine di Nature è un team di astronomi e astrofisici guidato da Jean-Pierre Macquart della Curtin University (Australia), che riferisce di aver rintracciato la materia scomparsa misurando la dispersione dei lampi radio veloci (Fast Radio Burst o Frb) provenienti dalle profondità del cosmo. Ora però – confessano – manca da capire dove sia esattamente questo plasma caldo intergalattico.

Venti anni prima

Siamo alla fine degli anni ‘90 quando i cosmologi stimarono sulla base del modello standard della fisica che l’Universo fosse composto da un 5% di materia barionica (quella normale, fatta di neutroni e protoni), un 25% di materia oscura e il restante da energia oscura [le esatte percentuali sono ancora oggetto di discussione, pertanto a seconda delle fonti di riferimento le cifre possono differire leggermente]. Cercando di confermarlo si misero a misurare la materia contenuta nelle galassie – stelle, pianeti e tutto quello che c’è di visibile. I conti, però, non tornavano affatto: in questo modo si rintracciava pressappoco la metà della materia barionica prevista dal modello.

Dove sta l’errore? E’ il modello cosmologico a essere sbagliato o siamo noi a non trovare la materia? Tutti gli indizi, le conoscenze accumulate, le simulazioni dei fisici teorici confermavano la validità del modello cosmologico, quindi quel 5% di barioni nell’Universo deve essere distribuito tra la materia visibile e qualcos’altro che non riusciamo a misurare in modo diretto.

L’ipotesi più accreditata, sostenuta anche dalla misurazione della temperatura del fondo cosmico, è che la materia barionica si trovi in un plasma caldo (milioni di gradi) a bassa densità che permea l’Universo. Se avessimo le prove della sua esistenza, il problema della materia barionica mancante smetterebbe di perseguitarci.

Enigma risolto

Dopo anni frustranti di caccia al plasma intergalattico, che nel frattempo nella teoria ha assunto l’aspetto del gas rovente attorno alle galassie, oggi Jean-Pierre Macquart della Curtin University e i suoi colleghi riferiscono di avere la conferma sperimentale della presenza della materia barionica mancante, rintracciata grazie agli Frb, i lampi radio veloci.

Questi misteriosi impulsi radio altamente energetici che provengono dalle profondità del cosmo (forse prodotti da esplosioni in galassie lontane) percorrono l’Universo e quando attraversano la materia subiscono un fenomeno chiamato dispersione e la loro lunghezza d’onda cambia. Ora che la tecnologia consente anche di sapere da quanto lontano arrivino gli Frb, “misurando la diffusione delle diverse lunghezze d’onda all’interno di un Frb – scrivono gli autori della scoperta su The Conversation – abbiamo potuto calcolare esattamente quanta materia, quanti barioni, le onde radio avevano attraversato nel loro cammino verso la Terra”.

Dopo 11 anni dall’osservazione del primo Frb, nell’agosto 2018 gli scienziati della collaborazione Craft hanno iniziato a utilizzare il radiotelescopio Australian Square Kilometer Array Pathfinder (Askap, gestito dall’Agenzia australiana Csiro) per captare gli Frb, e il telescopio Keck alle Hawaii per identificare da quale galassia provenissero. Finora ne hanno registrati 6, abbastanza per confermare che sì, nell’Universo c’è un 5% di materia barionica e finalmente l’abbiamo trovata.

“Questo risultato, tuttavia, è solo il primo passo”, ammettono gli autori su The Conversation. “Siamo stati in grado di stimare la quantità di barioni, ma con solo sei punti di dati non possiamo ancora costruire una mappa completa dei barioni mancanti. Abbiamo la prova che il Whim [warm-hot intergalactic medium cioè il plasma intergalattico, ndr] probabilmente esiste e abbiamo confermato quanto ne esiste, ma non sappiamo esattamente come si distribuisca. Si ritiene che faccia parte di una vasta rete filamentosa di gas che collega le galassie chiamata la rete cosmica, ma con circa 100 lampi radio veloci i cosmologi potrebbero iniziare a costruire una mappa accurata di questa rete”.



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Rivoluzione spaziale: il primo volo con equipaggio di SpaceX

Il 27 maggio due astronauti raggiungeranno la Iss grazie a un’azienda privata: è una nuova era dell’esplorazione

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Robert Behnken (a sinistra) e Doug Hurley nel simulatore della Crew Dragon (foto: SpaceX/Nasa)

Da mercoledì 27 maggio 2020 l’esplorazione spaziale non sarà più la stessa. Quando in Italia saranno le 22:33, una navicella Crew Dragon, progettata e realizzata da SpaceX, si staccherà dalla rampa 39A del Kennedy Space Center per portare gli americani Robert Behnken e Doug Hurley sulla Stazione spaziale internazionale. Per la prima volta due astronauti raggiungeranno lo spazio grazie a un’azienda privata. Se tutto dovesse andare come previsto (qui è possibile seguire la diretta), poi chiunque, agenzia o società straniere, potrebbe sfruttare il taxi cosmico della compagnia di Elon Musk dopo aver pagato il trasporto.

Il razzo Falcon 9, che porterà la Dragon in orbita, è già sulla rampa di Cape Canaveral da qualche giorno. Lì, da dove nel luglio del 1969 l’uomo partì per la Luna, verso le 19:30 di mercoledì arriverà una Tesla Model X bianca, con a bordo Behnken e Hurley, pronti a salire la torre di lancio, completamente riadattata, per sistemarsi dentro la capsula e dare inizio alla missione Demo 2. Si tratterà di una spedizione test e sarà solo il primo dei sei passaggi verso la Iss per cui la Nasa ha già pagato a Musk un biglietto da 2,7 miliardi di dollari (usati anche per la realizzazione della navetta).

La Crew Dragon raggiungerà la Iss 19 ore dopo il lancio (foto: SpaceX/Nasa)


Fra touch screen avveniristici e con addosso tute spaziali che sembrano uscite da Tron, Hurley e Behnken diventeranno i primi americani dal 2011 a staccarsi dal suolo statunitense per uscire dall’atmosfera. I primi, dalla chiusura del programma Space Shuttle, a farlo seduti dentro un veicolo costruito negli Stati Uniti da un’azienda statunitense.

Che la Nasa tenga molto a sottolineare il primato e la collaborazione con SpaceX – si è anche coniato lo slogan “American astronauts […] on an American rocket from American soil” – conferma quanto suggerito dai dettagli, a partire dalla ben pubblicizzata passerella in Tesla – altra azienda di Musk – fino all’innovazione di mezzi, strutture ed equipaggiamenti: in piena sintonia con quanto voluto dall’ente spaziale americano, il modo di esplorare e soprattutto approcciare lo spazio si è evoluto. Oggi l’affare è diventato, stricto sensu, privato. Si tratta di una rivoluzione morbida, per ora più di pensiero che di tecnologie. Ma non per questo meno radicale.

Il lancio…

In quarantena dal 13 maggio, ma con misure di isolamento aggiuntive a causa dell’emergenza sanitaria, Behnken (due spedizioni Shuttle e sei attività extraveicolari all’attivo) e Hurley (test pilot della Marina che ha volato sull’ultima missione Shuttle, la Sts-135) indosseranno le tute spaziali quattro ore prima della partenza. Una volta assicurati gli astronauti alla capsula, circa un’ora e 50 prima del lift-off, a 35 minuti dal lancio inizierà il rifornimento del Falcon 9.

La Crew Dragon e il Falcon 9 all’Horizontal Integration Facility (Hif) del Kennedy Space Center (foto: SpaceX)


I suoi nove motori Merlin si accenderanno a tre secondi dallo zero e garantiranno una spinta continua per i primi 11 minuti di volo, quindi la Dragon sarà immessa nell’orbita di inseguimento verso la Iss.

A quel punto, mentre SpaceX testerà ancora una volta la capacità del primo stadio del Falcon di tornare in maniera autonoma sulla piattaforma galleggiante Of Course I Still Love You, 510 chilometri al largo di Cape Canaveral, per Behnken e Hurley inizierà un viaggio verso la stazione orbitante di 19 ore. Sono 13 più di quante ne impieghi la Soyuz per compiere lo stesso percorso, ma consentiranno di provare i sistemi del nuovo veicolo. A 150 metri dalla Iss, gli astronauti passeranno al controllo manuale, per fingere un’avaria alla guida automatica della Dragon e testarne i comandi (di cui SpaceX ha addirittura diffuso un simulatore). Per attraccare, quando ormai sarà il 28 maggio fra le 17 e le 18 italiane, si tornerà invece al controllo computerizzato.

Solo nelle settimane successive, Behnken e Hurley conosceranno la durata della loro permanenza in orbita (dai 30 ai 119 giorni), determinata da alcune risposte ai test di volo e dallo stato di avanzamento della Dragon successiva, che nella missione “Crew-1” porterà sulla Iss quattro persone (su una capienza massima di sette).

… e il dopo

Sempre non ci siano intoppi (se no tutto sarà rinviato al 30 maggio), il lancio della “Demo-2” inaugurerà un’era in cui non solo gli equilibri geopolitici saranno sempre più legati alle attività spaziali, ma in cui l’economia del Pianeta dipenderà da strategie commerciali messe in atto oltre l’atmosfera da enti pubblici insieme con società private, anche se non soprattutto medio piccole (si pensi anche al programma Boost! lanciato lo scorso aprile dall’Esa per stimolare la concorrenza europea).

Il test di SpaceX modellerà il futuro partendo dall’orbita bassa, lì dove il servizio di trasporto verso la Iss entrerà a regime da fine anno (per precauzione la Nasa ha comunque già comprato un passaggio extra sulla Soyuz, spendendo 90 milioni di dollari). Poi il processo di commercializzazione dello spazio si estenderà alla Luna, come già dimostrato dalle commesse per la realizzazione del lander nel programma Artemis, e quindi chissà. In fondo, le innovazioni di Musk sono pensate per raggiungere Marte, non per limitarsi a un servizio taxi fino a 400 chilometri dalla Terra. Ed è proprio per costruire (e rendere più economico) il futuro che la Nasa ha lanciato nel 2010 il Commercial Crew Program, di cui la missione “Demo-2” è solo una delle prime tappe.

È un processo globale, stimolato anche dalle potenze spaziali emergenti che con Cina e India in testa stanno trasformando lo spazio nell’ultima frontiera del business. Non è un caso che da giugno dell’anno scorso la Nasa abbia aperto la Iss allo sfruttamento privato e che, dal 2024, è previsto che la stazione, da 20 anni simbolo della collaborazione internazionale, venga estesa con un segmento commerciale realizzato dalla Axiom. Così come non è un caso che qualche settimana fa Donald Trump – in perfetta coerenza con la strategia inaugurata dall’amministrazione Obama – abbia emesso un executive order per verificare il supporto internazionale nello sfruttamento commerciale delle risorse extra atmosferiche e incoraggiare la collaborazione privata. A ben vedere, anche che Jim Bridenstine, il numero uno della Nasa, abbia confermato le voci di un progetto cinematografico che potrebbe portare sulla Iss addirittura Tom Cruise fa parte del nuovo approccio economico allo spazio.

Conviene memorizzare data e orario: il futuro in cui i turisti gironzoleranno attorno alla Terra, mentre navi cargo faranno avanti e indietro dalla Luna, potrebbe iniziare mercoledì, alle 22:33



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Ufo, il Pentagono pubblica tre video di «fenomeni aerei non identificati». La Marina conferma

Gli ‘oggetti’ si possono vedere in tre filmati classificati come “fenomeni aerei non identificati” (Uap). Il portavoce della Us Navy, Joe Gradisher: “Ci sono incursioni frequenti sopra i nostri campi di addestramento e sono un pericolo per aviatori e operazioni. Ora incoraggiamo i piloti a denunciare gli avvistamenti”

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Il Pentagono ha pubblicato ufficialmente tre video di ufo. L’ente militare statunitense in realtà li definisce «fenomeni aerei non identificati» e i tre filmati erano già stati visti nel 2017. Si vedono dei velivoli muoversi rapidamente di fronte all’obiettivo di una telecamera a infrarossi. Troppo rapidamente, come emerge anche dalle reazioni dei piloti che si sentono in sottofondo. La veridicità dei filmati era già stata confermata a settembre 2019 ma ora vengono pubblicati a livello ufficiale «per chiarire eventuali idee sbagliate da parte del pubblico sul fatto che i filmati fossero reali o meno, o se ci sia o meno altro nei video», ha detto la portavoce del Pentagono Sue Gough, «Dopo un’attenta revisione, il dipartimento ha stabilito che la pubblicazione autorizzata di questi video non classificati non rivela alcuna capacità o sistema sensibili»

I tre filmati
Registrati tra il 2004 e il 2015 durante delle esercitazioni militari, nei tre filmati, intitolati Flir1, Gimbal e GoFast si nota un oggetto sferico effettuare una strana rotazione ed eseguire manovre molto rapide prima di sparire dalla visuale. «Mentre mi avvicinavo… ha rapidamente accelerato verso sud ed è scomparso in meno di due secondi», aveva detto David Fravor, uno dei che piloti che incontrò i misteriosi oggetti nel 2004, «Era stato estremamente brusco, come una pallina da ping pong che rimbalza su un muro: lo colpisce e poi va da un’altra parte». Ancora non è chiaro cosa siano gli oggetti ripresi ma il dipartimento Usa invita a non chiamarli «Ufo», una definizione fantascientifica e fuorviante che scatena reazioni confuse tra le persone. Effettivamente quella parola sta per «oggetto volante non identificato» e sebbene in molti di noi scateni fantasie marziane, in realtà è un’etichetta per velivoli militari che non si conoscono, perché classificati o provenienti da altri stati, ma potrebbero essere semplici droni, palloni aerostatici sperimentali o velivoli in fase di sperimentazione.
Al mistero dei soggetti dei video si aggiunge però anche il giallo della loro scoperta. Le prime pubblicazioni delle registrazioni, nel 2017, sono state attribuite al New York Times e all’Academy of Arts and Science, un’organizzazione nata con l’obiettivo di coinvolgere le persone a «indagare oltre i confini della scienza e applicare ragionamenti non convenzionali» e fondata dal cantante e chitarrista dei Blink 182 Tom DeLonge. Gli Usa poi avevano ammesso di aver finanziato, tra il 2007 e il 2012, un programma di ricerca segreto da svariati milioni di dollari per investigare su questi fenomeni. Era stato aperto dal senatore Reid e in seguito chiuso poi perché c’erano altre priorità, come aveva sottolineato il Pentagono.

WASHINGTON – La conferma arriva dalla Marina militare degli Stati Uniti: i filmati che mostrano oggetti non identificati sfrecciare in cielo, più conosciuti come Ufo (Unidentified Flying Object) o Uap (Unidentified Aerial Phenomena), sono autentici. Ammesso questo, i funzionari qui si bloccano, non sanno cosa siano. Il “non identificati” resta. Potrebbero essere tutto, anche “una minaccia per le operazioni e per i piloti”.

Gli ‘oggetti’ si possono vedere in tre clip di filmati militari classificati come “fenomeni aerei non identificati”, lo ha confermato il portavoce della Marina, Joe Gradisher alla Cnn.

“Quei video sugli Ufo sono autentici”: la conferma dei funzionari della marina militare Usa

Nei video, catturati da sensori a infrarossi avanzati e che sono stati resi pubblici tra dicembre del 2017 e marzo 2018 da To The Stars Academy of Arts & Sciences, si vedono oggetti oblunghi spostarsi molto rapidamente. Nella clip del 2004, i sensori si fermano in particolare su un bersaglio in volo che poi accelera piegando sul lato sinistro dell’inquadratura, troppo rapidamente per consentire agli stessi sensori di riposizionarlo.

Era un “oggetto bianco, oblungo, rivolto verso nord, che si muoveva in modo irregolare”, ha raccontato nel 2017 il pilota in pensione della Marina Usa, David Fravor: “Mentre mi avvicinavo… ha accelerato rapidamente ed è scomparso in meno di due secondi”. L’oggetto in questione non aveva ali. Ma non era un elicottero, ha spiegato Fravor, “conosco bene la differenza tra un elicottero e quello che ho visto. Il tipo di movimento era completamente diverso. Quello che avevo davanti si spostava in modo estremamente brusco, come una pallina da ping pong che rimbalzava contro un muro”. Quell’oggetto aveva “la capacità di librarsi sull’acqua e quindi iniziare una salita verticale, da praticamente zero fino a circa 12 mila piedi, per poi accelerare in meno di due secondi, e scomparire”.

Nei video, catturati da sensori a infrarossi avanzati e che sono stati resi pubblici tra dicembre del 2017 e marzo 2018 da To The Stars Academy of Arts & Sciences, si vedono oggetti oblunghi spostarsi molto rapidamente. Nella clip del 2004, i sensori si fermano in particolare su un bersaglio in volo che poi accelera piegando sul lato sinistro dell’inquadratura, troppo rapidamente per consentire agli stessi sensori di riposizionarlo.

Era un “oggetto bianco, oblungo, rivolto verso nord, che si muoveva in modo irregolare”, ha raccontato nel 2017 il pilota in pensione della Marina Usa, David Fravor: “Mentre mi avvicinavo… ha accelerato rapidamente ed è scomparso in meno di due secondi”. L’oggetto in questione non aveva ali. Ma non era un elicottero, ha spiegato Fravor, “conosco bene la differenza tra un elicottero e quello che ho visto. Il tipo di movimento era completamente diverso. Quello che avevo davanti si spostava in modo estremamente brusco, come una pallina da ping pong che rimbalzava contro un muro”. Quell’oggetto aveva “la capacità di librarsi sull’acqua e quindi iniziare una salita verticale, da praticamente zero fino a circa 12 mila piedi, per poi accelerare in meno di due secondi, e scomparire”.

Altri due video, entrambi del 2015, contengono gli audio dei piloti da caccia statunitensi che tentano di dare un senso a ciò che stanno vedendo. “È un fottuto drone, fratello”, dice un pilota al suo collega nella prima clip. “Mio Dio! Stanno tutti andando contro vento”. “Guarda quella cosa, amico!”.

Gradisher ha affermato che la scelta di trasparenza della Marina nei confronti dei UAP serve a incoraggiare i tirocinanti a segnalare “incursioni” che potrebbero minacciare la sicurezza dei piloti. “Ci sono incursioni frequenti nei nostri campi di addestramento di oggetti non identificati” ha affermato, “incursioni che rappresentano un pericolo per la sicurezza di volo dei nostri aviatori e per le nostre operazioni”.

L’ammissione dell’autenticità dei video rappresenta un passo avanti considerando che solo nel 2017 Luis Elizondo, ex funzionario del Pentagono alla guida di un programma governativo per la ricerca di potenziali UFO, aveva riferito al New York Times di essersi dimesso dal Dipartimento della Difesa in segno di protesta contro “l’eccessivo segreto che circonda il programma” e per l’opposizione interna che aveva subito soprattutto dopo che i finanziamenti al programma erano stati tolti nel 2012: “Questi aerei, li chiameremo aerei, hanno caratteristiche che non sono attualmente nell’inventario degli Stati Uniti né di qualche altra nazione di cui siamo a conoscenza”

Le clip che sono state rese pubbliche sono solo una piccola parte dei frequenti avvistamenti di cui la Marina Usa è in possesso. “Per molti anni i nostri piloti non hanno riportato queste incursioni a causa dello stigma associato alla terminologia ‘oggetti non identificati’ e per colpa delle varie teorie su cosa potrebbero essere”. L’unico modo per scoprire cosa siano i UAP, ha concluso, è incoraggiarli a denunciare gli avvistamenti.



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