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Hieronymus Bosch

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2013050701

Vi prego non fatelo…lasciatemi stare! Qualcuno che mi impedisca di pensare all’arte! Vi scongiuro!
Presto… E’ l’angoscia…
Fate largo alla malattia. Fate largo a quella malattia dell’animo che è la bellezza. Esisterà mai un tale concetto in termini universali? Sarebbe drammatico…Esiste nella pluralità? E’ tutto relativo? Non so…non me ne frega un accidente.
Non dovete pensare quando osservate le opere di Bosch. Non dovete parlare, non dovete ascoltare. Il silenzio, sarà lui il protagonista che accompagnerà l’unica vostra azione: la visione.

Vi propongo ciò per cui siete venuti…(in tutti i sensi).
Vi propongo lo spreco di voi stessi,l’annientamento di voi stessi, l’esplosione.
Questa è la strada che ha preso forma per giungere là, lontano… Dove non regna Dio. Ovunque.
Sapete, Ho un problema: sono in polemica con ogni cosa, non sopporto nulla, a volte neanche me stesso; e questo per il semplice fatto che ho una ragione che sa misurare i suoi limiti, che sa quando è il momento di lasciare spazio alla follia.
Ho sete di passato, vorrei potermi sacrificare alla provocazione, alla sacralità, alla gloria…Vorrei poter entrare nei mondi di Bosch. Ma forse ci sono già, e sto per essere immolato a me stesso, votato alla sfida. Naufrago della pretesa.
Vedete, io mi trovo in netto contrasto con tutti quei critici politicamente corretti che interpretano le rappresentazioni demoniache di Bosch esclusivamente come il risultato di una condanna morale all’erotismo e alla
lascivia degli esseri umani. A questi critici, che è bene che restino tali (la figura del critico, se strettamente accademica, è una delle più lontane dalla vita, dall’arte e dalle loro intrecciate dinamiche) sfuggono, io credo, tre piccoli particolari:
– L’inverosimilità che un pittore dipinga sempre ciò che odia e condanna.
Stando a sentire le interpretazioni moralistiche sembrerebbe proprio che Bosch raffiguri l’erotismo in chiave violenta per ripudiarlo e porlo in contrasto con lo spirito e la libertà. Ma allora per il pittore cosa è libertà? Cosa è purezza? Cosa oppone a questa umanità in preda alla pazzia? Possibile che egli rappresenti in
esclusiva ciò che condanna?

– La cultura da cui l’artista fiammingo proviene, ossia la cultura nordica, è imbevuta in un passato celtico che non prescinde mai dalla comunione della tenebre con le vicende d’amore. E’ necessario ricordare che è nell’Europa del nord che Romanticismo ed Espressionismo, toccheranno le vette più eccessive e
ossessionanti, e non a caso, ma proprio perché è lo stesso nord Europa a detenere un passato culturale che lo permette: basti pensare alla cultura celtica precristiana; “selvaggia” e “barbara” contrapposta a quella classica
mediterranea che, tranne rare eccezioni spesso considerate “sovversive” (Dioniso, Zagreus, Mitra ecc…), tendeva
a proteggersi da consapevolezze rituali ritenute pericolose quali l’analogia tra eccesso e sacralità.

– Per finire credo che a questi interpreti manchi quella nozione antropologica che un determinato tipo morale (ossia quella conformista e perbenista attenta a non sbilanciarsi mai dal proprio piedistallo saturo di banalità e di misero quieto vivere) ha adattato alle proprie esigenze repressive e paurose della libertà, strumentalizzandola per definire leggi e costumi la cui unica e veritieria funzione è di permettere alla
trasgressione di essi di giungere alla potenza sacrale. Il dato di fatto antropologico a cui faccio riferimento è
la presenza dell’erotismo (atteggiamento prettamente umano) negli eventi di morte. La strada erotica che passa dalle pulsioni e dalle sensazioni di morte si intreccia con l’insano, il de-mente, l’estasi e il
sacro. La cultura nordica aveva espresso questa intuizione, che vige fin dal primitivo essere umano, molto bene; partendo dagli antichi culti arrivando fino al Decadentismo passando per l’arte gotica e quella barocca.
Nel multiverso di Bosch, misterioso ed inquietante, intriso di presenze satiriche giunge quella consapevolezza morale ed antropologica del dramma umano, della sua corsa verso la vertigine e verso lo sconvolgimento. Corsa la
cui peculiarità è la compresenza di amore e morte, di piacere e dolore, di estasi e pazzia.

Il manifestarsi del demoniaco nelle vicende umane è uno dei punti fondamentali dell’intuizione pittorica di Bosch e a mio avviso le sue composizioni vanno ben oltre la semplice condanna e denuncia moralistica; credo invece
che approdino ad una dimensione tragico-magica dell’esistenza e ritengo anche che la singolare religiosità del pittore possa essere fonte di rinnovamento in ambito antropologico. Essa si stacca dai canoni tradizionali per approdare ad una visione sacrale che, oltre ad essere molto vicina ai principi magicoesoterici, si beffa dell’ingenuo eudaimonismo pagano e di esso niente conserva, proprio perché il suo terreno è quello della tragedia erotica voltante le spalle ad ogni tipo di redenzione, sia essa terrena o ultraterrena, e il cui attore principale è il demone anthropos.

I simboli, le ambiguità, le immagini affascinanti e seduttrici mettono in luce l’angoscia e l’orrore, l’incubo e la dissennatezza; lasciano presagire ad una conoscenza della umana natura il cui effetto è quello di spezzare, massacrare, distruggere e annientare. Questa è la loro terribile capacità di verità. Roger Caillois de “Il Prestigiatore” dirà che esso è una perfetta raffigurazione del mondo come circolo vizioso di imbrogli senza sbocco e tutti concatenati gli uni con gli altri.
Michel Florisoone indicherà l’incessante metamorfosi come il tema principale delle composizioni del pittore, egli vi coglie un sentimento dell’avvenire che si muove sul terreno della disperazione e dell’angoscia. La commedia o anche la farsa, rappresentata da “Il Prestigiatore”, è data da un distaccato e taciturno illusionista che con il suo piccolo arsenale elusorio (il cerchio, i bicchieri, le palline, un tenero e piccolo mostricciattolo simile ad un cane ed un uccello notturno; quest’ultimo è un simbolo ricorrentissimo nelle pitture del maestro fiammingo) si impossessa dell’attenzione dei vari personaggi che da spettatori divengono a loro volta lo spettacolo dell’imbroglio. Partecipazione truffaldina di sguardi, indifferenza furtiva, un babbeo derubato che vomita rane, una chiave che non può aprire nulla; quest’opera è un vero e proprio rebus dell’immagine del mondo. In questo dipinto Bosch sembra radiografare il reale mettendolo però sotto il torchio del dubbio e ponendo rilevanti perplessità sulla serietà della vita e dell’esistenza; indicando un ciarlatano come unica possibile contrapposizione all’imbecillità degli esseri umani e finendo così col mostrare allo spettatore la sua similarità e familiarità con l’errore, il peccato e la truffa.

Nel Trittico Delle Delizie si passa dalla fiaba al sogno fino a giungere all’incubo; il tutto in un dinamico e plurale crescendo di folle e catastrofico erotismo, già presente, a livello germinale, nel primo pannello e alla quale una prima occhiata superficiale potrebbe non rivolgersi, suggerendo così una fallace interpretazione armoniosa e pacifica, quasi santa e beata del primo capitolo di questa storia umana. Ma un secondo sguardo, non rivolto ai soggetti umani ma al mondo animale, rivela il presagio, “la nascita della tragedia”, quella prodigalità della natura che attraverso la modalità erotica coinvolgerà anche gli esseri umani nel secondo e nel terzo atto pittorico di questa vicenda.

L’occhio pennellante di Bosch allegorizza una genesi nuova, che nulla e nessuno risparmia: essa emerge come dalla terra bruciata dal sole emergono le spaccature. Crepe latenti, ferite originarie da cui tutto nasce, in cui tutto
sanguina e in cui tutto è condannato a morire, mutare, trasformarsi e trasformare. E’ l’ambito del prodigioso, del “realismo soprannaturale”, per dirla con le parole di Durtal, protagonista di “La-Bas” di Huysmans. E’ l’area
della nascita e dell’annichilimento, ovvero il fondo, la base, il fetus. Bosch è il succo della terra che viene portato alla luce mediante le rovine causate dal disastro carnale e licenzioso.
La sua pittura è l’ossimoro saldamente definito da contorni fermi e immobili, genuinamente custodi e protettori del magico, del sinestetico, dell’analogico e, in ultima istanza, dell’entropico. Analogia delle forme, libidine e violenza dei corpi. Analogie che si sviluppano nell’umanizzarsi degli oggetti mediante la loro allucinata mostrificazione, nel demonizzarsi degli uomini, degli animali e della realtà in genere. Analogia delle forme ma anche dei simboli. Basti pensare al “Figliuol Prodigo” assimilabile al matto dei tarocchi, figura abissale
in cui gli estremi si toccano, ovvero emblema in cui si fondono il massimo grado dell’iniziazione e il massimo grado del vizio. Oppure si osservi, nel terzo pannello del “Trittico Delle Delizie” e nel “Trittico Del Fieno”, la ricorrenza degli strumenti musicali come veicolo erotico e allo stesso tempo di dannazione e sacrificio, al simbolismo di una presunta inutilità delle chiavi, all’essereuovo dischiuso nel cui viso è data l’estrema somiglianza con l’artista e che lascia pensare ad un autoritratto, ad una visione di se sesso come uovo cosmico.
Si pensi ancora alla nudità efebica, esile, seducente, acrobatica ed orgiastica che il pittore esalta, al paradigma fornito dall’aleatorietà data dalla presenza dei dadi e delle carte da gioco nelle scene di sciagura e
tormento. Dalla favola all’incubo sulla carrozza del gioco; gioco come massima espressione delle analogie e delle sinestesie, gioco con al centro la morte, massima garante del volgersi all’entropia, al disordine e al vorticoso non-senso di tutto. La potenza di Bosch sta nell’esplicazione dell’esistere fetale e fatale come luogo di vita e morte di ogni cosa. Questo feto è la materia, questa fatalità è il balocco con il caso come protagonista. Generativa abbondanza la cui condizione necessaria è il mortale spreco. Brandelli di arcaismo inconsapevolmente si ridestano.
La crudeltà apre agli antichi princìpi, si serve della visione, del sub-reale e dell’allucinazione per giungere al paradigma supremo, all’emblema della potenza, al divenire incessante di ogni atomo e al movimento di magnificenza della vita nel suo eterno fermentare.

Quella di Bosch è una pittura che supera se stessa, una sacertà autoannientante. Essa è celebrazione del non-sapere, suolo bruciato dall’eros e dall’abbandono, overture di sconcerti, subbugli, agitazioni, squilibri, tensioni e tormenti. Il mostruoso coinvolge ogni cosa e ognuno, persino coloro che dovrebbero simboleggiare la salvezza dalle incendiarie passioni. E’ un vero trionfo dell’erotismo e del demoniaco; giunti a questo punto, la salvezza è, da parte degli stessi attori della vicenda, oggetto risibile, oggetto di scherno.
Attori della vicenda detti uomini, ma oramai destinati ad altro.
Una nuova consapevolezza si fa strada.

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Van Gogh, l’AI ricostruisce i dipinti deteriorati

L’opera dei grandi artisti di ogni epoca è intramontabile, certo, ma corruttibile, subisce ahimè l’ingiuria del tempo. Scolorimenti, screpolature, distacchi causati da agenti meccanici, chimici, biologici possono arrivare a cancellare quasi del tutto un’opera.

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L’opera dei grandi artisti di ogni epoca è intramontabile, certo, ma corruttibile, subisce ahimè l’ingiuria del tempo. Scolorimenti, screpolature, distacchi causati da agenti meccanici, chimici, biologici possono arrivare a cancellare quasi del tutto un’opera. È il caso, ad esempio del famosissimo autoritratto di Leonardo conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Spesso, tuttavia, i restauratori lavorano su opere che hanno già iniziato a cambiare aspetto e non si hanno certezze su come apparissero quando erano state realizzate dal loro autore. Oggi un aiuto importante potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale. Un nuovo prototipo di AI è stato infatti in grado di prevedere con ottimi risultati l’aspetto originale di alcuni disegni di Vincent van Gogh, leggermente sbiaditi a causa del passare del tempo. Così in futuro potremmo non dover rischiare di vedere rovinati quadri di grande valore – pensiamo alla popolare Notte stellata o ai famosissimi Girasoli, simboli dell’opera del pittore olandese. A realizzare il nuovo modello di AI sono tre ricercatori della Southern University of Science and Technology in Cina e dell’Università tecnica di Delft, nei Paesi Bassi, proprio dove è nato van Gogh. I risultati dello studio sono pubblicati sulla rivista Machine Vision and Applications.

Alcuni disegni di van Gogh si deteriorano

Se i dipinti più noti di Van Gogh sono per fortuna ben conservati e ad oggi non mostrano rischi, ci sono però dei disegni dell’artista che stanno andando via via scolorendosi a causa del tempo – ma non solo – e che potrebbero rovinarsi quasi completamente. Per questo gli autori hanno pensato di studiare un modo per ripristinare le parti deteriorate. Fino ad oggi, ci sono diversi tentativi andati a buon fine di creare sistemi di intelligenza artificiale per un uso in ambito artistico. Le principali applicazioni, però, riguardano modelli in grado di riconoscere se le opere sono dei falsi. In questo caso, invece, l’algoritmo è servito a provare a prevedere com’erano i dipinti deteriorati con alta precisione (a livello di pixel).

Come funziona l’algoritmo di AI

Gli autori hanno realizzato un metodo di machine learning (apprendimento automatico) basato su reti neurali artificiali. In particolare, si tratta di reti neurali che si ispirano all’organizzazione dei neuroni nella corteccia visiva degli animali. L’algoritmo, per il momento, svolge un’analisi soltanto di tipo visivo e non della composizione chimica dei colori. Gli autori intendono integrare anche questa indagine perché il tipo e la composizione degli inchiostri utilizzati può fornire informazioni sulla rapidità con cui il dipinto si sbiadirà.

L’idea, come spiega al giornale TechXplore Jan van der Lubbe, uno degli autori, è quella di riuscire a prevedere come poteva essere l’originale, nel passato. Questo significa prima addestrare la rete neurale artificiale “mostrandole” un’ampia quantità di dati relativi ai dipinti del pittore. E poi svolgere attraverso l’algoritmo una complessa indagine delle forme e dei colori e di come il disegno si è scolorato nel tempo.

Preservare i dipinti di van Gogh

Per il momento gli autori hanno utilizzato dipinti deteriorati in maniera leggera, in cui, cioè, il colore è solo un po’ sbiadito. Le riproduzioni provengono dalla collezione del Van Gogh Museum. Anche se è solo un primo passo, l’esito della prova è notevole, spiegano gli autori su TechXplore. Infatti, i risultati mostrano che il modello è in grado di prevedere com’erano quadri rovinati meglio di quanto avvenga con le tecniche attualmente in uso, non basate sull’intelligenza artificiale.

Salvare gli originali

Questo strumento potrebbe essere utile per capire come conservare al meglio varie opere d’arte – non solo di van Gogh ma anche di tanti altri artisti – e semplificare gli studi e il lavoro degli storici. Questo anche grazie alla rapidità del modello, addestrato su ampie quantità di dati. Integrando anche analisi chimiche, poi, risultati potrebbero essere anche migliori rispetto a quelli di oggi. L’obiettivo finale sarà quello di avvicinarsi sempre di più all’originale, soprattutto nei casi in cui è proprio questo (e non una delle copie) ad essere rovinata.





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È morto Bernardo Bertolucci, l’ultimo grande maestro del Novecento

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

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Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto all’età di 77 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Trastevere a Roma. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

GGalleria: tutti i suoi film

 

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci ( AGI )

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.





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la Repubblica

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Morto Stan Lee: il papà dei supereroi

Stan Lee, il fumettista che ha inventato Spiderman, Hulk e gli X-Men facendo la fortuna della Marvel Comics, è spirato oggi alla veneranda età di 95 anni

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Stan Lee entra nel mondo dei fumetti

Stan Lee, pseudonimo di Stanley Martin Lieber, è nato a New York nel 1922, da immigrati ebrei di origine rumena. Dopo un’infanzia difficile e vissuta di stenti, Stan svolge vari lavori per mantenersi e riuscire a diplomarsi. Grazie all’aiuto di uno zio, nel 1939, inizia a lavorare per la Timely Comics. Qui fa le fotocopie, porta il pranzo ai redattori e svolge altre mansioni di poco conto finché nel 1941, all’età di 19 anni, firma con lo pseudonimo Stan Lee i riempitivi per Capitan America sventa la vendetta del traditore” in “Captain America Comics n. 3. Partecipa come soldato semplice alla Seconda guerra mondiale e, per l’esercito americano lavora a manuali, film d’addestramento e slogan d’informazione e di propaganda. Tornato in patria, riprende a lavorare alla Timely ma è un periodo difficile per i vignettisti. Negli anni ’50 lo psichiatra Fredric Wertham avvia una campagna di moralizzazione volta a censurare i fumetti, colpevoli di traviare le menti dei più giovani esaltando la violenza e il sesso. Le case editrici, quindi, decidono di adottare un severo regolamento interno, il cosiddetto CCA (Comics Code Authority).

Negli anni ’60 arriva il successo con Spiderman e gli X-Men

Negli anni ’60 la Timely Comics prende il nome di Marvel Comics e Lee viene chiamato a “vincere la sfida” con la concorrente DC Comics che spopolava con Superman, Batman e la Justice League of America. Lee è scettico, pensa di smettere con i fumetti e di proseguire la carriera da scrittore ma la moglie Joan Clayton, che aveva sposato nel ’47, lo convince a buttarsi in questa avventura. È così che, insieme al disegnatore Jack Kirby, prendono vita i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. A seguire è la volta di Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963) e Daredevil (1964). Ma il supereroe di maggior successo è indubbiamente L’Uomo Ragno, ideato e realizzato insieme a Steve Ditko (che, in seguito, lascerà la Marvel proprio a causa delle dispute con Stan Lee). Nasce ‘lo stile Marvel’ fatto di personaggi dotati “di grandi poteri” ma anche “di grandi responsabilità”. Non più supereroi invincibili ma persone comuni come Peter Parker che vivono le ansie e i problemi di tutti i giorni, e che hanno ricevuto i loro poteri involontariamente.

Sono storie dove si toccano con la dovuta delicatezza anche temi come il razzismo ma anche l’uso di droghe. È il 1971 quando il ministero dell’Educazione e Salute gli chiede di ideare una storia che parlasse del problema dell’abuso di sostanze stupefacenti, e Lee si scontra con la CCA dal momento che questo, in base al regolamento, non era un tema trattabile nei fumetti. Lee, però, da direttore editoriale, convince il suo capo Martin Goodman a pubblicare la storia su Amazing Spider-Man n. 96 anche senza il marchio della Comics Code Authority.

Gli ultimi anni di vita di Stan Lee: i numerosi camei nei film della Marvel

Nel corso degli anni Lee assume anche la presidenza della Marvel e gira il mondo come volto “ufficiale” della compagnia partecipando a convegni e seminari sui supereroi di maggior successo. Nel 1981 Lee, pur continuando scrivere le strisce quotidiane de L’Uomo Ragno, si trasferisce con la famiglia in California per lavorare da vicino sui progetti cinematografici e televisivi della Marvel. Ed è negli anni 2000 che diventa famoso anche per i suoi numerosi “camei”, ossia le sue partecipazioni come comparsa nei film della Marvel come gli X-Men, Spider-Man, I Magnifici Quattro, Iron Man e DeadPool. Partecipa anche a numerose puntate della serie tv, sempre della Marvel Agents of S.H.I.E.L.D. e alla fortunatissima Big Bang Theory. Per la rivale DC Comics rivisita le storie di Flash, Lanterna Verde, Wonder Woman, Batman Superman nella serie chiamata “Just Imagine… series”. Nel 2015 pubblica il graphic novel La stupefacente, incredibile, fantastica vita di Stan Lee dove racconta tutta la sua vita. Nel 2018, a causa delle precarie condizioni di salute, all’età di 95 anni, viene annunciato il ritiro dalla vita pubblica di Lee. E oggi il decesso.





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Crediti :

il Giornale

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