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Medicina

I Nobel per la medicina: ecco come l’immunoterapia vuole sconfiggere il cancro

A Stoccolma vanno in scena le lezioni magistrali dei più prestigiosi premi scientifici. James Allison e Tasuku Honjo, vincitori per la medicina nel 2018, spiegano le loro ricerche e le prospettive di cura

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STOCCOLMA – “Intorno al 2050, quasi tutti i tumori saranno trattati con l’immunoterapia di qualche tipo. Avremo conquistato il cancro“. Sono le parole del premio Nobel per la medicina 2018 Tasuku Honjo, dell’università di Kyoto, che al Karolinska Institutet svedese, prosegue di fronte ai giornalisti: “Non posso dire quando con certezza. Ma in meno di vent’anni molti pazienti sono stati curati completamente con l’immunoterapia. E ora ce ne sono in cura molti di più“. Gli fa eco il collega americano James P Allison dell’università del Texas, con cui divide il premio: “Presto ci libereremo di alcuni tipi di cancro, il melanoma, per esempio. Non spariranno completamente, ma ci saranno trattamenti efficaci, aumentando l’aspettativa di vita. Alcuni stanno già per scomparire“.

Allison e Honjo sono stati i due pionieri che hanno posto le basi di una strategia per combattere il cancro: scatenare contro le cellule tumorali il nostro stesso sistema immunitario. Già in passato questa linea era stata indagata sperimentalmente, cercando di rafforzare e stimolare il nostro sistema di difesa e indirizzandolo verso le cellule cancerose che si stanno moltiplicando in modo incontrollato, ma senza risultati convincenti. Si è dovuta attendere la scoperta di particolari meccanismi molecolari che regolano il funzionamento del sistema immunitario, grazie proprio a Honjo e Allison negli anni Novanta. “L’idea che si potesse combattere il cancro semplicemente ignorando il tumore e concentrandosi invece sul sistema immunitario mi meravigliava“, racconta Allison durante la lectio magistralisper il conferimento del Nobel.

Quello su cui hanno focalizzato l’attenzione i due scienziati, infatti, non riguarda la stimolazione del sistema immunitario, quanto invece la rimozione dei freni che lo rendono incapace di combattere il tumore. Allison e Honjo, infatti, hanno scoperto due checkpoint immunologici, due recettori presenti sulla sulla superficie dei linfociti T, che sono in grado di agire in modo soppressivo nel complesso meccanismo di equilibrio che regola il sistema immunitario e ne dosa la risposta. Sono Ctla-4, individuato da Allison, e Pd-1, scoperto da Honjo, e agiscono come freni che rendono la vita più semplice al tumore, rallentando l’attacco dei linfociti T. I due ricercatori hanno lavorato indipendentemente e sono riusciti a sviluppare degli anticorpi monoclonali capaci di bloccare questa azione inibitoria e scatenare quindi il sistema immunitario contro i tumori (non senza effetti collaterali da tenere sotto controllo). Il loro lavoro, soprattutto sul melanoma che è diventato un modello per gli altri ricercatori, ha aperto la strada per quello che è diventato il quarto pilastro della terapia anticancro (insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia) contro diversi altri tipi di tumore – come quelli al polmone e alla mammella, carcinomi a vescicarene e prostatalinfomi e leucemie – che è valso a Honjo e Allison il Nobel.

Il futuro dell’immunoterapia, raccontano però i premi Nobel ai giornalisti, è nelle terapie combinate, diverse strategie farmacologiche accompagnate anche da trattamenti aggressivi come chemioterapia e radioterapia. “Ci sono oltre un migliaio di terapie combinate attualmente in corso. Le pubblicazioni già ci sono: se distruggi il sistema immunitario, gli strumenti come chemio e radioterapia funzionano meno. Il potere del sistema immunitario è la base per combattere il cancro”, afferma Honjo. “Sono in arrivo combinazioni di tre o quattro farmaci insieme”, continua Allison. “Di solito con il cancro cerchi di uccidere tutte le cellule tumorali, grazie a chemio e radio puoi ucciderne la maggior parte, mentre il sistema immunitario può fare il resto“.

Resta però ancora da scoprire perché per alcuni pazienti l’immunoterapia non funzioni. “Nel 40-50% dei casi con melanoma o tumore polmonare il paziente non risponde alla terapia: alcune volte la resistenza c’è dal principio, altre invece cresce nel tempo“, commenta Michele Maio, direttore del Centro di immunoncologia del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena a margine di un incontro organizzato a Stoccolma dalla Fondazione Roche. “Lo scopo della ricerca dei prossimi quattro o cinque anni è scoprire perché e individuare i pazienti in cui l’immunoterapia risponderà meglio“. Ma non solo. Oltre a studiare il sistema immunitario, il tumore e l’ambiente che lo circonda, infatti, un altro sforzo dovrà concentrarsi sul microbiota, l’insieme dei microrganismi che vivono insieme a noi. “La flora intestinale può regolare il funzionamento del sistema immunitario“, continua Maio: “Una certa composizione del microbiota favorisce l’immunoterapia, quindi si potrebbe agire sulla flora per renderla più efficace“.

Mentre la ricerca immunoterapica va avanti, oggi si celebrano i Nobel del 2018: i due scienziati Tasuku Honjo e James Allison che, con i quasi 900mila euro del premio da dividere, intendon

o aiutare nuovi ricercatori per continuare a battere la strada che loro hanno aperto. E magari sconfiggere il cancro prima del 2050.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Coronavirus, ecco cosa ancora ci sfugge sulla pandemia

Dall su reale diffusione, alla possibilità di una seconda ondata: ecco alcuni degli aspetti più incerti sul coronavirus

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Dall’inizio della pandemia, ma ancor prima, quando il coronavirus era una minaccia emergente solo in Cina, quello su cui molti scienziati hanno concordato è che su tanti aspetti quello che potessimo dire sul nuovo patogeno fosse limitato, appunto perché nuovo. Non lo conosciamo, non sappiamo come possa comportarsi, come evolverà e in che modo questo influenzerà la sua diffusione e il peso sulla popolazione. Se il sentimento di incertezza in parte sembra a tratti essere andato perso – e verrebbe da pensarlo a seguire le affermazioni perentorie di alcuni scienziati, specie negli ultimi tempi – in realtà le cose che ancora non sappiamo sul nuovo coronavirus e sugli effetti che determina nell’uomo sono tante. A cominciare dalla pericolosità del virus: quanto uccide Sars-Cov-2?

Quanto uccide il coronavirus?

Su questo tema si discute da tempo. Come è naturale che sia in buona parte all’emergere di un nuovo patogeno. Calcolare il numero di morti su casi accertati – e avere così la misura della letalità del virus, nel cosiddetto Case Fatality Rate (Cfr) – è limitante soprattutto per patologie con un elevato numero di casi che passano inosservati e non vengono intercettati (gli asintomatici in primis). Un tentativo di superarlo è quello di calcolare l’Infection Fatality Rate (Ifr), come vi avevamo raccontato, il rapporto tra morti e numero di infezioni totali (anche questo con dei limiti). Per il coronavirus l’Ifr diventa un dato più affidabile con il passare del tempo e l’avvio di indagini di sieroprevalenza che aiutino a stimare la diffusione dell’infezione nella popolazione. E oggi, dopo oltre sei mesi, sappiamo quanto uccide il coronavirus?

Dall’Organizzazione mondiale della sanità, attraverso la Chief Scientist Soumya Swaminathan si parla di una stima per l’Ifr dello 0,6%, secondo quanto riferisce il New York Times, che rimarca però tutti i limiti del considerare affidabile l’indicatore. Per motivi diversi, in parte legati al fatto che la pandemia è ancora in corso, e questo impedisce di fare stime accurate, depurate dei fattori confondenti che possano rendere difficile la conta dei morti (che rischiano in alcuni casi di essere sottostimati). In buona parte perché parlare di un unico Ifr a livello globale nasconde realtà tra loro molto diverse, come paesi in cui i sistemi sanitari (e sociali) sono più pronti a fronteggiare l’epidemia (e quindi a ridurre anche la conta dei morti) e condizioni anagrafiche e sanitarie della popolazione stessa che incidono sulla gravità della malattia. O ancora il periodo stesso in cui ha colpito la pandemia: non sappiamo cosa potrebbe succede in inverno, anche nei paesi più preparati. Ma soprattutto siamo ben lungi dall’esserne fuori: ogni bilancio o stima non può che essere a oggi parziale. Considerati anche i limiti metodologici e l’eterogeneità dei dati.

Non sappiamo effettivamente quanto è diffuso il coronavirus

La difficile stima della letalità del coronavirus in parte dipende anche dalle difficoltà di capire effettivamente quanto sia diffuso il patogeno nella popolazione. Senza conoscere gli infetti (o avvicinarsi quanto meno a stimarli), le persone già esposte al virus, è impossibile avere un’idea di quanto uccida il virus. In alcuni casi anche fare delle stime su campioni rappresentativi rischia di essere particolarmente difficile, come in Italia dove, riporta Repubblica, rischiamo seriamente di non riuscire ad avere dei dati significativi dall’indagine di sieroprevalenza promossa da Istat e ministero della Salute. Non solo per la bassa adesione alle chiamate (per i motivi che vi avevamo raccontato) ma anche per l’imminente scadenza dei test messi a disposizione. I dati che arrivano da indagini parallele, come quelle portata avanti dalla Regione Lazio, non permettono di fotografare l’effettiva diffusione del virus nella popolazione, perché sono condotti su una fascia della popolazione selezionata, quella di operatori sanitari, farmacisti e forze dell’ordine.

Arriverà una seconda ondata?

È una delle paure più grandi quando si parla dell’incertezza che ancora avvolge il coronavirus: avremo una seconda ondata? Vedremo nuovamente impennare numero di casi e morti come la scorsa primavera? La paura è che possa accadere quanto avvenne oltre un secolo fa con la Spagnola, quando la seconda ondata colpì più duramente della prima. Ma malgrado la somiglianza di Sars-Cov-2 con virus respiratori e stagionali come l’influenza, che tendono appunto a seguire un andamento stagionale, non possiamo affermare che il nuovo coronavirus sia un virus stagionale con certezza.

Lo ha ribadito, tra gli altri, Jeremy Rossman Honorary Senior Lecturer in Virology della University of Kent sulle pagine di The Conversation. Sì, ha scritto, alcuni fattori ambientali e comportamentali che caratterizzano il periodo estivo – come umidità, luce e vita all’aria aperta – possono certamente influenzare Sars-Cov-2 e le infezioni, ma una popolazione suscettibile perché ancora non immune al patogeno potrebbe avere più peso di tutti questi fattori. Tanto che Rossman critica l’idea stessa di una seconda ondata, e ricorda come nuovi casi si continuino a registrare ogni giorno, nel Regno Unito, da cui parla, ma non solo.

Il virus continua a esistere e il suo comportamento, il modo in cui colpirà o meno in futuro, non è indipendente dalle nostre azioni“Non siamo in balia del virus, né ora né in futuro. Questa è una buona notizia, ma conferisce l’onere della responsabilità su tutti noi – scrive – Dobbiamo continuare a combattere, ma così facendo non dovremo temere una seconda inevitabile ondata”. Un onere della responsabilità però che non ricada unicamente sui cittadini, ma sia prima di tutto una responsabilità politica e istituzionale, rimarca Guido Silvestri, virologo della Emory University su Facebook. Sì, scrive, la possibilità di una seconda ondata è molto reale, seppur incerta, ma che tanto, tantissimo, del peso che avrà dipende dalla nostra capacità di preparazione.

Non siamo certi che si possa diventare immuni al virus e per quanto

Le cose che ancora non sappiamo sul coronavirus sono diverse. A interrogarsi in materia, nei giorni scorsi, era stata anche la rivista Nature, con un articolo in cui, tra l’altro, ricordava come ancora uno dei dubbi che su Covid-19 riguarda l’immunità acquisita dopo l’infezione. Conosciamo il virus da soli sei mesi e non abbiamo dati di così lungo corso per stabilire se una nuova esposizione dopo una infezione fornisca immunità e per quanto, come si ripete da tempo. Sappiamo però che l’esposizione al virus induce la produzione di anticorpi (ed è su questo che si basano i test sierologici), ma non è chiaro se siano protettivi né quanto durino.

A tal proposito uno studio, pubblicato di recente, mostrava come la produzione di anticorpi diminuisse notevolmente dopo i primi mesi dall’infezione, mentre per altri coronavirus, come quelli della Sars e della Mers si osservavano per uno due anni. Ma la scoperta di cellule T, altri componenti del sistema immunitario, sia in pazienti guariti da Sars-Cov-2 che mai esposti (ma verosimilmente esposti ad altri coronavirus), potrebbe lasciar pensare a un altro tipo di immunità, forse più duratura.

Non sappiamo perché alcune persone sono più suscettibili di altre al virus

Oltre alla corsa ai vaccini, che non sappiamo ancora oggi se e quanto funzioneranno, alle mutazioni del virus e ai loro effetti nella popolazione, nella lista dei misteri che avvolgono il coronavirus rimane ancora anche quello al perché di risposte tanto diverse da persone a persone. Da tempo di parla di diversi fattori di rischio, più o meno certi: sappiamo che alcune patologie e l’età avanzata si associano al rischio di malattia più aggressiva, ma parallelamente alcuni scienziati sono al lavoro per capire se esistano differenze più sottili e invisibili, magari a livello genetico, in grado di rendere ragione della grande variabilità con cui si presentano (o meno) i sintomi. Un grande studio, per ora disponibile in preprint, pare aver identificato una suscettibilità genetica per l’insorgenza dell’insufficienza respiratoria da Covid-19 (in un caso riconducibile alla zona del genoma del gruppo sanguigno). Ma altri studi sono in corso per capire se esistano singoli geni in grado di giustificare la suscettibilità o meno alla malattia, scrive Nature.



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Medicina

Il vero problema dell’Organizzazione mondiale della sanità

Ritardi, errori e dietrofront: l’Oms è sotto tiro per la gestione della pandemia. Ma a ben guardare ha poche colpe. E oggi ne abbiamo più bisogno che mai, anche se sopravvive con un budget ridicolo e non ha potere sugli Stati

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L’Oms è un baraccone che va smontato e rifatto da capo”, ha sentenziato il virologo Andrea Crisanti. In un tweet il collega Roberto Burioni l’ha definita “sempre più deludente”. E se il vicepremier nipponico Taro Aso l’ha ribattezzata con sarcasmo “Organizzazione cinese della sanità”, il Wall Street Journal ha preferito l’epiteto “Disinformazione mondiale della sanità sul coronavirus”. Chiamatela come volete, ma un fatto è certo: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è sotto accusa per come ha gestito la pandemia di Covid-19 e rischia di uscirne con le ossa rotte. Martedì Donald Trump ha formalizzato il ritiro degli Stati Uniti, finora il principale finanziatore dell’agenzia, che da tempo deve fare i conti con un budget risicato. Il destino dell’Oms si fa sempre più incerto proprio in un momento in cui avremmo bisogno di una guida affidabile per coordinare gli sforzi globali contro la pandemia, che ormai viaggia al ritmo di oltre 200mila nuovi contagi al giorno.

Le accuse di Trump

In questi mesi le critiche all’agenzia guidata da Tedros Adhanom Ghebreyesus sono state feroci e su più fronti. In primis il ritardo nel rispondere all’emergenza, con la dichiarazione di pandemia arrivata solo l’11 marzo, quando ormai Sars-Cov-2 aveva contagiato oltre 100mila persone in mezzo mondo, a cui si aggiunge l’accusa di aver ignorato per settimane le prime evidenze sulla trasmissione da persona a persona. Quindi il biasimo per aver fornito informazioni contraddittorie sulle misure da adottare (le mascherine? inutili, necessarie, raccomandate, boh). Infine l’insinuazione di essere filocinese, con Tedros intento a lodare la trasparenza del governo di Pechino mentre, a detta dell’amministrazione americana (e non solo), la Cina cercava di insabbiare ciò che stava realmente accadendo a Wuhan.

Anziché occuparsi di salute pubblica, l’Oms si sarebbe così lasciata invischiare in faccende politiche. Ma da che mondo è mondo, ogni epidemia è anche una faccenda politica. Negarlo sarebbe davvero ingenuo: la diplomazia internazionale fa parte del gioco, tanto più che l’Oms ha le mani legate. Rispetto ad altri organismi delle Nazioni Unite, come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio, non può fare la voce grossa con gli Stati che non rispettano gli accordi perché, oltre a dipendere dai loro finanziamenti, non ha alcuna autorità sulle decisioni dei governi nella gestione dell’emergenza.

Ill direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus (foto: FABRICE COFFRINI)

L’Oms non può neppure fare ispezioni, perciò accusare Tedros di essersi recato a Pechino solo in febbraio non alcun ha senso, visto che senza invito non avrebbe potuto mettere piede nel Paese. L’unico strumento a disposizione per convincere un governo riluttante a cooperare è la diplomazia. Se avesse infatti accusato pubblicamente la Cina di scarsa trasparenza o avesse dato del bugiardo a Xi Jinping, difficilmente avrebbe ottenuto quelle informazioni sul nuovo coronavirus di cui il mondo aveva disperato bisogno. Può piacere oppure no, ma è così che funziona.

Decidere nell’incertezza

L’Oms è abituata alle critiche perché diventa un facile bersaglio durante ogni epidemia. In modo alterno, viene accusata di sovrastimare il rischio e fare allarmismo, come accadde durante la pandemia di influenza suina del 2009, oppure, al contrario, di sottostimare la minaccia e agire in ritardo, come è successo con l’epidemia di ebola del 2014. È duramente criticata sia se sconsiglia i viaggi internazionali, come fece nel 2003 con la Sars, sia se si astiene dal farlo, come succede oggi. Come fa, sbaglia. E si tratta di decisioni sempre molto difficili, sia perché devono essere prese in condizioni di enorme incertezza, sia perché hanno rilevanti conseguenze sanitarie, economiche e politiche. E siccome in una situazione di emergenza le scelte non possono essere rimandate, l’unico modo per gestire l’incertezza che predomina nelle fasi iniziali di qualsiasi epidemia è sbilanciarsi dalla parte della sicurezzaBetter safe than sorry, dice il proverbio inglese: meglio eccedere nelle precauzioni che doversi scusare per non avere fatto abbastanza.

Non sempre l’Oms ha avuto il coraggio necessario, ma non ha mai sminuito il rischio, né la possibilità che il mondo dovesse affrontare lo scenario peggiore. Se talvolta ha preso posizione con ritardo, è stato probabilmente per un eccesso di cautela diplomatica. È sempre un errore, certo. Ma nel complesso l’Oms resta un faro nella comunicazione del rischio: ha saputo tenerci informati in modo trasparente, puntuale, articolato, senza mai negare l’incertezza e con il necessario grado di empatia. Considerando la sfilata di premier negazionisti che ci è passata sotto gli occhi – da Xi Jinping a Donald Trump, da Jair Bolsonaro a Boris Johnson – lunga vita all’Oms…

Uno tsunami di articoli scientifici

E che dire dei continui ripensamenti sui comportamenti da adottare? L’ultimo episodio riguarda la lettera firmata da 239 scienziati per invitare l’Oms a rivedere le linee guida sul contagio per via aerea che, secondo i firmatari, oltre alle goccioline di muco e saliva espulse con tosse o starnuti, può essere causato anche dall’aerosol emesso parlando o respirando. Su quest’ultima via di trasmissione, lamentano gli esperti nella lettera, l’Oms non ha ancora recepito le nuove evidenze scientifiche. Attendere evidenze consolidate è un caposaldo della comunicazione scientifica in tempo di pace, ma in emergenza rischia di ritardare l’assunzione di misure precauzionali importanti. Una decisione non senza conseguenze, visto che includere l’aerosol tra le principali vie di contagio significherebbe raccomandare l’uso delle mascherine negli ambienti chiusi anche quando la distanza di sicurezza è rispettata, a partire dalle scuole e dagli ambienti di lavoro.

Il fatto è che le conoscenze evolvono e le evidenze scientifiche si rafforzano nel corso del tempo. Sei mesi fa non sapevamo neppure dell’esistenza di Sars-Cov-2, subito dopo la pandemia ha scatenato una corsa senza precedenti tra i laboratori di ricerca di tutto il mondo. La rivista Science non esita a parlare di “uno tsunami di articoli scientifici” che cresce al ritmo di oltre 5mila alla settimana, rendendo umanamente impossibile persino riuscire a leggerli tutti. Lavori non sempre solidi, spesso contradditori e ormai annunciati ai media prima ancora di essere pubblicati, talvolta persino prima di condividere le bozze preliminari sugli archivi online come medRxiv e bioRxiv che offrono il libero accesso ai cosiddetti pre-print.

Di fronte al continuo evolvere delle conoscenze, le raccomandazioni sanitarie non possono che adeguarsi, seppure con il tempo necessario a vagliare quest’incredibile mole di pubblicazioni. Il problema non è che l’Oms cambia le sue posizioni; saremmo nei guai se non lo facesse. Il problema è semmai la nostra incapacità di accettare l’incertezza come un elemento costitutivo delle situazioni di emergenza, con cui dovremmo invece imparare a venire a patti.

La querelle sugli asintomatici

Prendiamo la polemica forse più eclatante che nelle ultime settimane ha investito l’Oms, quella sugli asintomatici. Il caso è scoppiato l’8 giugno quando, a margine di una conferenza stampaMaria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms, si è lasciata sfuggire che la trasmissione del coronavirus da persone asintomatiche sarebbe “molto rara”. Apriti cielo. Ma come? –  si sono chiesti in molti senza nascondere l’indignazione – il fatto che anche le persone che non manifestano sintomi possano essere contagiose è proprio un tratto distintivo e ben consolidato della Covid-19.

Maria Van Kerkhove, Technical Lead dell’Oms (foto: AFP via Getty Images)

Il polverone ha costretto Van Kerkhove a spiegarsi meglio, invocando l’equivoco. In effetti, l’esperta dell’Oms stava rispondendo a una domanda di un giornalista quando ha fatto riferimento a un particolare nucleo di studi, non esaustivi delle conoscenze sul contagio da parte degli asintomatici, che come ben noto non è affatto raro. Insomma, non era quello che voleva dire Van Kerkhove, tanto meno era la posizione dell’Oms sugli asintomatici.

C’è però anche il fatto che, usando il termine asintomatici, Van Kerkhove si riferiva a persone che non sviluppano mai i sintomi; con lo stesso termine, tuttavia, spesso si indica una platea più vasta che comprende anche chi sviluppa solo sintomi lievi (paucisintomatici) e chi sviluppa i sintomi nei giorni seguenti (presintomatici). Una babele che affligge anche molti studi scientifici e che rende difficile persino confrontare le ricerche. Al punto che il ruolo degli asintomatici non è affatto chiaro come si vuol far credere: se infatti è ben documentato che le persone senza sintomi possono trasmettere il contagio, non è chiaro quanto spesso accada o che peso abbiano i pre-sintomatici.

Di sicuro è stato uno scivolone comunicativo di cui avremmo fatto volentieri a meno. Forse un incidente comprensibile, considerata la pressione a cui da mesi sono sottoposti i funzionari dell’Oms. Comunque niente che possa competere con quello che abbiamo ascoltato da diversi politici e scienziati: dall’improbabile definizione Rt dell’assessore lombardo Giulio Gallera, all’abitudine di mangiare topi vivi attribuita alla comunità cinese dal governatore del Veneto Luca Zaia, fino alle rassicurazioni inopportune dei nostri luminari: è solo un’influenza, il rischio in Italia è zero, il virus è clinicamente scomparso. E giusto perché non credere che il problema affligga solo il Bel Paese, niente può eguagliare la folle idea di iniettarsi disinfettanti in vena proposta da Trump.

In ogni caso, che l’infelice espressione di Van Kerkhove sia stata un equivoco o un passo falso, come lasciarsi sfuggire l’occasione? Negli Stati Uniti diversi esponenti della destra repubblicana ne hanno approfittato per invocare un allentamento delle restrizioni e delle misure di contenimento. In realtà è proprio l’incertezza sul ruolo degli asintomatici a rendere così importanti il distanziamento sociale, le mascherine e le altre misure di precauzione. Ma questo almeno spiega perché due paroline equivoche a margine di una conferenza stampa abbiano avuto tanta enfasi su alcuni mass media, ben disposti a inserire nel filone “l’Oms ne ha combinata un’altra” qualsiasi notizia che investa l’agenzia delle Nazioni Unite.

Il palazzo dell’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, Svizzera (foto: Harold Cunningham/Getty Images)

L’Oms di cui abbiamo bisogno

Non dovrebbe stupire, in un momento di forte ritorno del nazionalismo, se un simbolo di cooperazione internazionale come l’Oms è finito sotto il tiro incrociato di opinionisti di destra e leader populisti. Tuttavia, se è vero che molte critiche sono pretestuose, il problema di fondo resta: l’Oms non è indipendente, sopravvive con un budget ridicolo e non ha alcun potere per fare rispettare gli accordi internazionali. Forse non ha tutti i torti chi l’accusa di essere un carrozzone di burocrati bisognoso di profonde riforme. Come ha spigato a Vox Simon Fraser della University in British Columbia, quando il peggio sarà passato, la comunità internazionale si troverà di fronte a una scelta: smantellare l’Oms e difendere ciascuno il proprio fortino, oppure rinunciare a parte della propria sovranità nazionale e affidare alla cooperazione la risposta alla prossima pandemia.

Settant’anni fa, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, abbiamo dato all’Oms il compito di coordinare gli sforzi contro le minacce per la salute, di prevenire la diffusione delle malattie e di sostenere l’assistenza sanitaria universale. Se verrà scoperto un vaccinotoccherà all’Oms il compito di organizzare la distribuzione di miliardi di dosi e negoziare un prezzo equo affinché possano essere accessibili anche ai Paesi più poveri. Come ha confidato alla Cbc Anthony Fauci, l’esperto di punta della task force scientifica sul coronavirus del governo statunitense, “l’Oms sarà pure un’organizzazione imperfetta, e in questi mesi ha commesso qualche passo falso; ma ha fatto anche molte cose giuste e il mondo ha ancora bisogno della sua guida”.



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Medicina

Ecco i 17 vaccini contro il coronavirus già in studio sull’essere umano

I vaccini contro Sars-Cov-2 attualmente testati su volontari umani sono 17. Il vaccino di Oxford è nella fase 3, l’ultima della sperimentazione, 5 sono nella fase intermedia, la seconda, e i rimanenti 11 nella prima fase. Ecco la lista dei vaccini

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(foto: Javier Zayas Photography via Getty Images)

La corsa al vaccino contro il nuovo coronavirus non si arresta. Sono infatti 17 i vaccini candidati, in tutto il mondo, già in corso di studio all’interno di trial clinici su volontari umani. E la lista si allunga continuamente per cui nelle prossime settimane potrebbero aggiungersi diversi nuovi vaccini, dato che i candidati totali, inclusi quelli ancora testati solo in laboratorio o sugli animali sono 150. Lo ha reso noto Maria Henao Restrepo, medico della R&D Blueprint dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella conferenza del 2 luglio 2020. Il vaccino noto come vaccino di OxfordChadOx1, realizzato in collaborazione con l’Italia, sta entrando nella fase 3, ma ci sono anche 5 vaccini nella fase 2 e gli altri 11 in fase 1. Ecco quali sono e le novità.

Per 15 di questi 17 vaccini, inoltre, conosciamo il design con cui sono creati, dato che gli scienziati hanno deciso di rendere pubblici i protocolli della loro realizzazione, come spiega l’esperta dell’Oms. Questo è un vantaggio perché si possono mettere a confronto le diverse modalità di costruzione del vaccino nei vari trial. Ancora non è possibile dire quando arriveranno, anche se l’arrivo del vaccino di Oxford, qualora andrà tutto bene, è stato annunciato per l’autunno 2020.

Il vaccino di Oxford

C’è il vaccino di Oxford, ChadOx1, che sta entrando nella fase 3, l’ultimo stadio della sperimentazione clinica in cui gli scienziati devono valutare e confermare efficacia e sicurezza del vaccino su un campione ancora molto vasto di persone. Questo vaccino è una versione indebolita di un comune virus causa di raffreddore negli scimpanzé, un adenovirus, geneticamente modificato in modo che non attacchi l’essere umano. A questo è stato aggiunto del materiale genetico del nuovo coronavirus – in particolare la parte che produce la proteina spike, di cui il Sars-Cov-2 si serve per entrare nelle cellule umane e infettarle. L’idea dei ricercatori, spiegata in una nota dell’università di Oxford, è che l’organismo possa sviluppare una risposta anticorpale contro la proteina spike e così riconoscere e contrastare l’ingresso del coronavirus. La sperimentazione coinvolgerà in tutto più di 10mila persone.

Gli altri vaccini

C’è poi Ad5-nCov, anche questo basato su un adenovirus (Ad5 sta per adenovirus di tipo 5) indebolito, che ha superato la fase 1 ed è ora nella seconda. Il candidato vaccino ha dimostrato di essere sicuro e di avere una qualche efficacia (ancora da confermare) nella fase 1 e 2, per la sperimentazione sui militari, come riporta Reuters, e per questo il 25 giugno ha ottenuto il via libera per l’uso esclusivamente in ambito militare.

Ma di vaccini contro Sars-Cov-2 in corso di studio sugli esseri umani ce ne sono tanti, qui si può scaricare l’elenco completo fornito dall’Oms. “Gli approcci utilizzati sono differenti”, spiega Restrepo dell’Oms, “ci sono vaccini a vettore virale, a mRna, a dna e proteici”. Ciò che cambia in questi approcci è il vettore e la modalità di somministrazione. Ad esempio c’è un vaccino, attualmente in fase 1-2, basato su dna sintetico che colpisce la proteina spike somministrato attraverso il metodo di elettroporazione, descritto in uno studio su animali su Nature: con questo metodo le cellule dell’organismo (dell’animale o della persona vaccinata) sono sottoposte a una stimolazione elettrica che induce nella cellula la formazione di pori (transitori) di alcuni nanometri, attraverso cui passano le molecole di dna e il vaccino raggiunge la sede.

Ovviamente la corsa al vaccino non deve portare in alcun modo ad abbassare gli standard di sicurezza ed efficacia richiesti e non si possono saltare gli step obbligatori della sperimentazione, come rimarca l’Oms. “Dalla discussione è emersa in questi giorni l’esigenza di procedere con rapidità”, ha sottolineato Soumya Swaminathan, dell’Oms, “ma anche con rigore, per dimostrare sicurezza ed efficacia dei candidati vaccini”.



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